10 febbraio 2009

Storie del ricordo

Il mio amico comunicatore Marzio, che, mi ha spiegato, è di origini triestine e slave, l'altro giorno mi ha inviato via Facebook il manifesto di una delle tante campagne per il Giorno del Ricordo, che si è celebrato oggi, 10 febbraio. Con una legge piuttosto recente, fortemente voluta dal governo conservatore, Il Giorno del Ricordo rievoca la tragedia delle vittime italiane infoibate nei quaranta terribili giorni di Trieste, alla fine della guerra, quando partigiani e truppe di Tito si accanirono sulle famiglie italiane di una area in cui la presenza italiana aveva radici storiche molto profonde. Un po' di bibliografia recente su queste vicende la trovate in questa bella scheda del sito Archivio '900. Ci furono molte migliaia di vittime e scomparsi; come scrive l'articolo di Wikipedia dedicato alle foibe, il governo De Gasperi chiese allora conto di 2.500 vittime e 7.500 desaparecidos. Ma fu se possibile ancora più amaro il destino di centinaia di migliaia di sopravvissuti costretti ad abbandonare case, lavoro e tutto il resto nel giro di poche ore. Gente in stragrande maggioranza pacifica e industriosa, vittime inermi di qualche decennio di degenerazioni e violenze nazionaliste, capaci di spazzare via uno spirito di convivenza fiorito in secoli di colonizzazione veneziana dell'Istria. I profughi istriani si ritrovarono schiacciati tra l'incudine e il martello di due ondate di violenza di natura e cultura contropposte, ma egualmente efficaci nel fare piazza pulita di ogni razionalità. Succede molto spesso, quando l'esaltazione di pochi brucia in poco tempo la memoria, sempre pronta a diventare labile, di lunghissimi anni di frequentazione reciproca. Parte della mia famiglia sa che cosa significa perdere tutto, speranze incluse, per colpa dell'accanimento contro il "nemico" di turno, sempre rigorosamente inventato a colpi di facili pregiudizi. Oggi in Quirinale il Presidente Napolitano (approffitto qui per esprimergli, nel mio piccolo, una solidarietà filiale per le accuse incredibili che gli sono state rivolte in questi giorni), ha pronunciato un bel discorso, poche parole per ricordare sia le responsabilità dell'Italia fascista sia le atroci ingiustizie subite in seguito dalla comunità italiana. La memoria di un reciproco odio scientificamente coltivato, delle sue conseguenze irreversibili e atroci, è forse l'unico vaccino per capirlo ed evitarlo nel futuro (quanto è accaduto nella ex Yugoslavia una quarantina d'anni dopo dovrebbe farci riflettere su certe dimenticanze).
Mi scuso con Marzio per non aver colto il suo opportuno rimando inserendo questo post prima del 10 febbraio (pessima memoria, la mia). Il Giorno del Ricordo è stato voluto da uno schieramento politico che mi convince sempre meno e forse qualcuno, in quello schieramento, avrà ceduto alla tentazione di usare l'evento come un diversivo. Ma questo non mi porta certo ad accettare l'oscenità della pulizia etnica, o magari a considerarla come una comprensibile "vendetta". Se ricordare significa ristabilire la verità storica, attribuire a tutti le responsabilità che si meritano e soprattutto tornare al dialogo cancellato dalla violenza, sarò sempre in prima fila, tanto più se considero la bellezza di quelle parti dell'Adriatico, le cose squisite delle loro cucine, l'istintivo affetto che da mezzosangue mi lega a tutte le regioni di confine, alle città che accolgono famiglie capaci di parlare due, tre, quattro lingue contemporaneamente, ad apprezzare e condividere i doni della diversità.
In realtà questa occasione mi è tornata in mente solo ieri, guardando su Chi l'ha visto? un bel servizio sulla squadra di calcio Fiumana, una antica formazione sportiva che oggi chiede di essere iscritta al campionato di Serie C. Nel servizio sono stati intervistati brevemente i redattori italiani di Radio Fiume (Rijeka Radio) da dove ogni giorno alle 16 è possibile ascoltare il notiziario in lingua italiana. All'indirizzo indicato trovate il segnale di Radio Fiume in streaming. Ho provato a riversare il breve reportage di Chi l'ha visto in formato Quick Time. Lo potete prelevare qui, io l'ho trovato molto equilibrato e suggestivo in una giornata come questa.

3 commenti:

Roberto ha detto...

Grazie Andrea per questo tuo intervento. Il ricordo delle ingiustizie e delle stragi passate dovrebbe non avere colorazioni politiche di parte, è sempre un crimine contro umani la cui unica "colpa" fu quella di essere coinvolta in avvenimenti più grandi di loro.
Anch'io nel mio piccolo dovrei "ricordare". Ricordare mia nonna che in quei giorni dovette in fretta lasciare la sua Capodistria e trasferirsi nella Trieste "liberata" - e in fondo le andò anche bene. Ricordare mio nonno che non ho mai conosciuto - se ne andò poco dopo, sofferente di cuore e forse anche di stress da sconvolgimento delle sue abitudini di pacifico lavoratore.
Abbiamo tutti il nostro fardello di sofferenze e di storia. Lavoriamo - anche qui, nel nostro piccolo - perché queste pagine drammatiche non abbiano a trovare terreno fertile per sconvolgenti ulteriori "replies".

mariu ha detto...

Andrea, Roberto, ecco una bella intervista a Boris Pahor, autore di "Necropoli":
Qui è proibito parlare (Strenne clandestine)
Ascoltare le sue parole mi apre sempre uno spiraglio su una storia di cui conosco veramente poco, forse solo mozziconi di qualche vecchia canzone.
Pahor racconta, come puo' fare solo un nonno, il martirio soffocato delle terre friulane, dall'unità d'Italia in poi.
Se interessa scaricare l'intervista in .mp3, conviene farlo velocemente; se non si arriva in tempo, si puo' riascoltare l'intervista in streaming nell'archivio Rai di Fahrenheit
qui

mariu

Andrea ha detto...

Per uno di quegli strani cortocircuiti mnemonici ero convinto di aver citato Necropoli e Boris Pahor in uno dei miei post. Non era così. Ho vissuto intensamente le ore trascorse alla Risiera di San Sabba l'ultimo 25 aprile, le cerimonie in italiano e sloveno, nel piccolo museo foto sfocate degli impiccati al loggiato interno di Palazzo Rittmeyer in via Ghega (una delle tante decimazioni dopo un attentato partigiano che costò la vita ad alcuni soldati tedeschi), la stessa via dove dormivamo in albergo, a pochi metri dal luogo della strage. Mentre seguivo gli interventi la mia compagna aveva incontrato, nel cortile della Risiera, una anziana triestina che sentiva ancora il dovere di ricordare quegli anni terribili. Gli strani movimenti notati dagli abitanti di quella zona periferica di Trieste e un ricordo su tutti, il più osceno e inconcepibile per noi che sediamo al caldo delle nostre case: la traccia olfattiva lasciata dal forno crematorio, un odore indelebile. E' una traccia che i superstiti dei campi condividono nei loro racconti, senza poterla gettare in faccia ai negazionisti.
La citazione di Boris Pahor è doverosa in calce a quanto scritto. Il vecchio sloveno, così appassionato, amorevole nei confronti della sua cultura adottiva, è ancora lì a testimoniare, con una pacatezza che fa vergognare di vivere questi tempi, le conseguenze della follia armata di odio e pregiudizio. L'unica forza in campo, guarda caso, che riesce invariabilmente a essere "bipartizan" e a trascinare tutti nel baratro.
Mi permetto di aggiungere un mio personale suggerimento rivolto a chi volesse approfondire gli esiti di quella follia sul novecento triestino. L'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia ha realizzato un volume, anch'esso bilingue, intitolato
UN PERCORSO TRA LE VIOLENZE DEL NOVECENTO NELLA PROVINCIA DI TRIESTE
/PO POTEH NASILJA V 20. STOLETJU V TRŽAŠKI POKRAJINI. Una dettagliata cronistoria della scia di violenze iniziata nel 1915, con l'assalto ai simboli dell'italianità triestina, primo tra tutti la sede del giornale Il Piccolo, scatenato nelle ore in cui si diffuse la notizia dell'entrata in guerra del Regno d'Italia contro l'Austria. E finita negli anni '50, con i caduti di Piazza S. Antonio sotto i colpi tirati dalla polizia del Governo Militare Alleato. Immagino che del volume esista anche una versione cartacea, ma perché non cogliere l'opportunità offertaci dal sito dell'IRSML scaricando qui il PDF?
Grazie Roberto, mariu