26 febbraio 2009

Somalia, Russia, Messico: l'asse del sovvertimento

Una segnalazione marginale - ellittica rispetto ai miei soliti argomenti, ma non del tutto offtopic - che rappresenta una lettura di grande fascino e irrequietezza. La rivista Foreign Policy ha dedicato il suo numero di marzo/aprile 2009 a tre aree del mondo da cui potrebbero arrivare grandi guai e discontinuità. Con tutta la loro massa di tragedie e morti ammazzati, le nazioni dell'asse del male di Bush sono, al confronto, secondo il giornale, solo un nostalgico, quasi affettuoso ricordo rispetto al nuovo Axis of Upheaval, l'asse del sovvertimento. Perché Somalia (il posto più pericoloso del mondo), Russia e Messico rappresenterebbero oggi tre incognite assolute, due delle quali ci appaiono vicinissime e, credevamo, non del tutto estranee.
A scrivere di queste tre nuove minacce agli equilibri internazionali, FP ha chiamato Jeffrey Gettleman, corrispondente dell'ufficio di Nairobi del New York Times (Somalia), Arkady Ostrovsky, dell'ufficio moscovita dell'Economist (Russia) e Sam Quinones, giornalista di origine messicana autore di due recenti testi sui problemi dell'immigrazione clandestina e delle bande dei narcos, che in Messico hanno assunto le proporzioni di un vero e proprio tentativo di destabilizzazione, quasi di autonomismo armato (con un conteggio delle vittime che tiene testa alle luttuose cifre iraqene). Tre contributi straordinari e molto veridici. Nessuno può dire infatti che cosa potrebbe derivare da una ex nazione come la Somalia, dove un'intera generazione di uomini e donne non conosce il significato della parola governo, dove il terrorismo di matrice islamica e non solo trova un porto compiacente e del tutto fuori controllo e dove i conflitti dell'est africano possono trovare un epilogo di proporzioni inusitate, senza che nessuno possa muovere un dito (che non sia sul grilletto di un inutile fucile automatico). Nessuno può immaginare che fine farà il patto stipulato tra Putin e i suoi elettori (pugno di ferro e soppressione fisica dei giornalisti scomodi, contro stipendi elevati) negli anni della crisi economica ed energetica. E nessuno può prevedere l'effetto di una frontiera esplosiva su una fascia così ampia degli Stati Uniti. Da leggere assolutamente per sapere da dove arriveranno le prossime tegole.

3 commenti:

iKlee ha detto...

quando leggo queste cose su una rivista americana mi preoccupo. i loro think tank sono bravi a organizzare cose che ne sembrano altre.
magari hanno qualche difficoltà nel gestire il "dopo".

Andrea ha detto...

Flavio ha ragione, un minimo di scetticismo è d'obbligo, in qualunque circostanza. Niente è mai come sembra, specie sui giornali. Spingersi però alle estreme conseguenze non è più convincente: lo scetticismo senza appello ci può solo portare a concludere che niente è (per carità, è una conclusione rispettabile come le altre). La disinformacija è brava ad annidarsi nelle cronache dei giornalisti progressisti, è sempre stato così, ben prima delle furbesche teorie sugli utili idioti. Ma questo non intacca il nostro dovere (non diritto) di informare e di informarci sul mondo. Ho solo proposto tre firme e tre cronache che mi sembrano combaciare bene con altre cronache, altre fonti. Confido che il "sistema" funzioni ancora e che firmare sul New York Times o sull'Economist conti ancora qualcosa, che a lungo andare l'informazione infiltrata possa essere smascherata. Rimaniamo in questo caso con conoscenze indirette, ma plausibili, che al contrario della gigantesca massa di "notizie" mai verificate che ci arrivano dall'inflazionato Medio Oriente, non individuano "colpevoli" ma ci invitano a focalizzarci su zone del mondo di cui non si sa nulla o che, al contrario, siamo convinti di conoscere a menadito. Purtroppo la nostra stampa mainstream, con le dovute eccezioni, non propone molte alternative affidabili ai think tank americani...

iKlee ha detto...

non intendevo dare la patente di falso o doppiogiochista a nessuno. il punto, secondo me, è che a volte la stampa, la radio, la tv, la storia stessa, non è detto che riportino tutto correttamente. e guarda che non è mica facile!
ti ricordi come diceva terzani? essere sul posto dove accadono le cose, non è sufficiente per capire quello che succede e perché.
secondo me aveva ragione e, fra le altre cose, anticipava un po' il concetto "embedded".