08 gennaio 2009

La radio saggia che manca agli italiani

Italians, la rubrica di Beppe Severgnini su Corriere.it, ha pubblicato poco fa, con il titolo «Cerco una radio "saggia"», questa lettera di Massimo Gadina:
Caro Beppe,

sono un Italian di lunga data e con la valigia sempre pronta. Perché in Italia non esiste una radio che offra programmi analoghi a quelli offerti da NPR o BBC Radio4? Ogni volta che passo qualche giorno in Italia cerco disperatamente una stazione radiofonica che mi dia un po' di informazione e di "saggezza". Radio3 ha alcuni programmi che arrivano vicini al mio comcetto di informazione e approfondimento (uno mi pare si chiami Fahrenheit) ma la stessa radio serve anche la "clientela" degli amanti della musica classica (e che rimanga tale!) come BBC Radio3 (vengo da quasi 6 anni passati nello UK per cui sono familiare con i loro programmi).
NPR qui negli USA offre una serie di programmi che, pur con essendo molto "tailored" per una audience americana, e non potrebbe essere altrimenti, offrono notizie commenti e approfondomenti su fatti e situazioni che avvengono nel paese e nel mondo (anche se per quanto riguarda il resto del mondo la BBC è decisamente superiore e gli americani stessi lo ammettono). Programmi come Morning Edition, o Fresh Air o All Thinghs Considered e Weekend Edition (che sto ascoltando mentre scrivo questo messaggio) o anche il comico Car Talk di cui sono un devotissimo fan. Perché in Italia non c'e' nulla del genere? Volevo la tua opinione.
Secondo Beppe la carenza lamentata da Massimo è «determinata da diversa tradizione, diverso pubblico, diversi gusti, diverso sistema di finanziamento, diverso senso civico, diverso rapporto tra radiotelevisione pubblica e potere politico.» E io non posso che essere d'accordo. Ciò che Massimo cerca veramente, purtroppo, non è una radio saggia ma un italiano saggio. Neanche Diogene dalla sua botte ne avrebbe avvistato uno con facilità.
Radio3 si avvicina molto al modello descritto e auspicato dal lettore del Corriere, ma è un risultato solo parziale, soprattutto in termini di ore di programmazione. Radio3 mescola infatti i format di due canali della BBC (il 3 e il 4), di fatto il suo benefico ruolo è come dimezzato. In Italia abbiamo un buon canale radiofonico pubblico culturale, ma non abbiamo un canale pubblico all news degno di tale nome e l'unico network pubblico dedicato alla musica colta, Auditorium, ha una copertura molto limitata. Siamo destinati a convivere a lungo con questa situazione non poco triste se si considera che siamo comunque una nazione di circa 56 milioni di parlanti che forse meriterebbero il livello di offerta auspicata da Massimo? La domanda non è retorica, mi piacerebbe leggere i vostri pareri.

6 commenti:

iKlee ha detto...

caro andrea,
anziché dare una mano per mitigare le problematiche, ne vorrei aggiungere un'altra: la difficoltà a mantenere il segnale nei canali pubblici (oltre che nei privati) se "disgraziatamente" ti trovi a transitare in aree collinari o di montagna. anche qui noto qualche differenza rispetto ad altri servizi radio pubblici, in altre nazioni.
in questo caso, le scelte del nostro servizo pubblico appaiono in controtendenza rispetto a quello che deve essere un servizio pubblico.

saluti, flavio

Andrea ha detto...

Flavio coglie nel segno di un'altra carenza che non riguarda il contenuto ma il contenitore. Diciamoci la verità, considerata l'importanza dello spettro FM come canale di distribuzione primario e fondamentale, il disordine patologico delle nostre frequenze è una vergogna che prima o poi i regolatori dovranno affrontare. Costerà lacrime e sangue, ma molte lacrime silenziose costa la situazione di adesso, chiusa, bloccata su privilegi che non sempre corrispondono a un'offerta di livello adeguato. E poi c'è il problema della nostra orografia, di una nazione che ha milioni di abitanti e migliaia di chilometri di strade letteralmente esclusi dall'orizzonte dell'FM.
Tornando alla lettera di Massimo, mi permetto di inserire qui parte della bella risposta che mi ha inviato:

«Forse è vero, forse sono gli Italiani a non essere... "radioricettivi" se mi passi il termine. D'altro canto ormai la TV in Italia è padrona di tutto (in tutti i sensi) ma... Non è che qua negli US non sia da meno. Nonostante ciò io vedo (sento a dire il vero) tutti i giorni un sacco di gente che ascolta NPR. Sia andando al lavoro che (a volte) mentre lavora (io lavoro in un laboratorio di ricerca dove a volte la radio è accesa). Questa attenzione a quello che viene detto e commentato nei programmi radiofonici non è una cosa limitata a persone di mezza età, ma anche alcuni giovani sono interessati. Forse un po' di questo lo si può trovare riflesso nel risultato delle recenti elezioni dove il voto pro-Obama da parte dei giovani ha raggiunto livelli mai visti.
Eppure la TV qua è sempre accesa nelle case, in tutte le stanze!
Come pensavo la mia lettera mi ha portato a ricevere tante risposte. Quello che mi ha assolutamente sorpreso è stato il fatto che tutti (ma proprio tutti) mi hanno suggerito la stessa radio, Radio24! Io non la conoscevo e sto cominciando a seguirla via web quando posso ascoltarla (in realtà io ormai non sono più tanto in laboratorio ma molto di più in ufficio davanti al computer e volte non posso "permettermi" la distrazione di un programma radiofonico.)
Ho apprezzato la tua analisi di Radio3 come un mix di BBC Radio3 e Radio4. E' proprio così ed è propio di Radio4 (o NPR) di cui sento la mancanza quando passo qualche giorno in Italia e mi trovo ad andare su e giù per le autostrade.»

Massimo e i suoi contatti hanno naturalmente ragione di citare Radio24 come indubbio caso di eccellenza. Ma ancora una volta Radio24 - che non è un canale "pubblico" (anche se si può opinare che Confindustria, l'editore di Radio24, in Italia non sia classificabile tra gli organismi pubblici) - ha un format più vicino a quella tipologia all news dominata dalle notizie economiche (come Bloomberg Radio, tanto per intendersi) e con innesti culturali e di costume. Radio24 è un'oasi felice e sono contento che ci sia, ma temo che non sia sufficiente a colmare certi divari.

iKlee ha detto...

concordo pienamente su radio24 e aggiungerei radio popolare specie per le trasmissioni di carattere giornalistico, ad esempio "esteri" mi piace molto e spesso fra le notizie di popolare network ascolto fatti e opinioni altrove non rappresentati.
quindi se metto insieme 3 emittenti (rai3, 24 e pop) riesco a fare la mia radio. ma nessuna opera in AM e in certe situazioni le perdo tutte. dal mio punto di vista è comunque spiacevole che la rai investa (?) su trasmissioni che non prevedono quello di cui stiamo parlando. pare sempre rincorrere qualcun altro: alla radio una giovanilità tipo radio commerciali, alla tv la beceraggine di altre emittenti.
nel mezzo ci siamo noi che sembriamo limitarci a pagare il canone e/o i costi aggiuntivi indotti dalla pubblicità ai prodotti reclamizzati da radio e tv.
allora è vero: siamo consumatori, non cittadini!

pilviman ha detto...

Splendido discorso, splendide citazioni e ottimi esempi. Vorrei però allargare l'orizzonte.....Il malfunzionamento dell'FM, la mancanza di veri e propri contenuti e la limitatezza delle stazioni mi porta a fare due nomi: DAB e PODCASTING.
Il digitale è senza dubbio il più immediato futuro radiofonico, aumenta in maniera esponenziale la quantità di banda, ottimizza il segnale e può rappresentare una rivoluzione. Allo stesso tempo non dimentichiamoci una sorta di radio 2.0. Il podcasting indipendente, di cui faccio parte, è una risorsa a favore di noi tutti radiofili. Il web si sta popolando di voci che offrono contenuti e idee. Per il momento non sono certo voci influenti ma se accanto ai blog i giornalisti, economisti ecc aggiungessero voce e perchè no un po' di musica tutto cambierebbe e grazia allo scaricamento e alle potenzialità del podcasting tutto si rivoluzionerebbe. Che ne dite?

Anonimo ha detto...

Il problema di lunga data della RAI (TV e Radio) è la lottizzazione. Questa infatti impedisce che si possano creare, come avviente in Inghilterra o USA, dei canali diversificati e specialistici. In Italia invece domina il generalismo, basta guardare anche il versante TV cosa offre. Chiedetevi come mai i palinsesti Rai sono così simili nei tre canali radio e TV, quando si potrebbe fare di RadioUno una emittente all news, RadioDue di intrattenimento e RadioTre culturale. Il problema si fa ancora più grave in TV dove non è raro vedere lo sport (tanto per fare un esempio) si tutti e tre i canali. Perché? Semplice, puoi far traslocare un raccomandato su un'altra rete quando il tale raccomandato è stato infilato sulla rete in cui si trova e li ci deve rimanere a vita?

Andrea ha detto...

La situazione italiana si spiega con un cocktail indigesto di fattori tra cui c'è sicuramente il sistema delle "gilde" protezionistiche arroccate nel perverso meccanismo della lottizzazione. Va anche detto che ancora prima della lottizzazione, c'è una scarsa dimestichezza con il concetto di tematicità, che pure funziona altrove, non solo negli Stati Uniti. E una diffidenza verso tutto ciò che non sia il tranquillizzante pastone nazionalpopolare difeso - ottusamente bisogna dire, in uno che il suo mestiere lo sa far bene - da Pippo Baudo.
Mi viene in mente quello che leggevo al proposito delle celebrazioni del sessantesimo anniversario di un programma culturale tedesco. Nato nel '48 con il preciso mandato di ricucire e ricostruire dal profondo una coscienza culturale straziata e stravolta dal nazismo. Il terzo programma di Gadda svolgeva lo stesso scopo o era, come lascerebbe intuire il discorso appena proposto dall'anonimo lettore, solo un primo, magari ben confezionato segno di una lottizzazione elitaria da parte di una classe intellettuale storicamente ingessata e chiusa? E' un fatto che in molte nazioni europee, anche in un sistema radiofonico pubblico, la tematicità auspicata sul Corriere da Massimo è sicuramente più marcata. La cosa che però stupisce di più, come sottolinea giustamente Pilviman, è che una struttura pubbica che ospita comunque cervelli di gran valore (e spesso e volentieri niente affatto marchiati , o con l'inchiostro della marchiatura che non va a macchiarne le capacità professionali) non riesce a sfruttare i margini di diversificazione che vengono dalle tecnologie digitali. Anche se il DAB non moltiplica "esponenzialmente" le frequenze può servire da valvola di sfogo. E come è successo con la tv sulle piattaforme digitali, è possibile ipotizzare anche per la radio, attraverso Internet, una evoluzione dell'offerta in senso "antigeneralista". Per non parlare di quello che si potrebbe fare, se proprio non si volessero o potessero finanziare nuove produzioni, con i materiali di archivio.
Del resto è uno dei sintomi più evidenti - e preoccupanti - della "malaise" tutta italiana, questa apatica indifferenza nei confronti del talento che langue di fronte a qualche scrivania di parcheggio o che, peggio ancora, sceglie la via della fuga senza ritorno, come ha fatto il nostro Massimo emigrando nel suo avanzatissimo laboratorio vicino alla Washington del neopresidente Obama.