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03 novembre 2015

Radio Biafra e le altre: la lotta politica in Nigeria trasmette in onde corte


Passa il tempo ma l'Africa radiofonica continua a stupire, persino su frequenze - in onde corte - che pensavamo fossero al tramonto. La stampa online nigeriana pubblica in queste ore le notizie di una nuova guerra civile - per fortuna solo virtuale o quasi - con la regione ribelle del Biafra, a quasi mezzo secolo da quella combattuta con le armi, quando a soli 7 anni dall'indipendenza dal Regno Unito, Enugu, nel sud-est, cercò di staccarsi dalla confederazione con capitale Lagos, dichiarando a sua volta l'indipendenza. 

La nazione più popolosa del continente continua come sappiamo a essere caratterizzata da forti instabilità e spinte secessionikste e già cinque o sei anni fa gli orgogliosi Igbo avevano riportato clandestinamente in onda Radio Biafra, emittente prodotta dall'esilio di uno studio di Londra. Voice of Biafra negli anni Sessanta operava direttamente dalla giungla nigeriana e qui dagli archivi di On the Shortwave potete leggere una bella rievocazione di Don Jensen, nel ventesimo anniversario della guerra civile, ricordata dallo stesso sito con una registrazione originale effettuata nel 1969 su 6145 kHz. Le trasmissioni oggi avvengono invece attraverso frequenze affittate dagli operatori europei ancora attivi sulle onde corte e proprio quest'anno c'è stato un forte rilancio dell'attività della stazione, guidata da Nnamdi Kanu. I programmi vengono irradiati, su 155560 kHz, da impianti localizzati in Francia. 

La situazione sembra essere precipitata dopo che recentemente il governo del presidente nigeriano Muhammad Buhari aveva alzato i toni contro i proclami di Radio Biafra. La scorsa estate Buhari si era espressamente dichiarato estraneo a una presunta politica anti-Igbo, accusando l'emittente clandestina di diffondere bugie. Un'accusa che indirettamente richiama il ruolo che anche il partito di Buhari, l'APC, ha avuto nella primavera scorsa, con il lancio di un'altra stazione propagandistica sulle onde corte internazionali, Radio Chanji (l'anima di questo progetto, Kayode Fayemi, negli anni Novanta aveva fondato Radio Freedom, o Radio Democracy ribattezzata Radio Kudirat dopo l'assassinio di Kudirat Abiola, moglie del leader della National Democratic Coalition arrestato durante il regime militare di Sani Abacha).

Poi, il 17 ottobre, la clamorosa notizia dell'arresto di Nnamdi Kanu cui ha fatto seguito un'azione ancora più incisiva: una contro-trasmissione rivolta contro Radio Biafra riportata oggi dal sito Nigeria Masterweb.  Secondo questo annuncio il governo nigeriano avrebbe assunto il controllo della frequenza di 15560 kHz o piratando i feed satellitari o sovrapponendosi, forse con gli impianti della governativa Voice of Nigeria, sui programmi diffusi da TDF in Francia con un impianto basato in Nigeria. Si tratterebbe di un'operazione "grigia", perché nel corso della trasmissione sono state diffuse dichiarazioni lealiste da parte della stessa comunità Igbo.  Secondo Nigeria Masterweb insieme a canzoni di guerra sarebbero stati diffusi proclami che in inglese suonano come: "We are Nigerians, we are pround Nigerians. We want peace and progress. There is no Biafra, all Igbos are for peace. Biafra is dead, we are Nigerians - no more MASSOB. We are Igbos, we are happy Nigerians, Biafra died 45 years ago. Long live Nigeria. This is Radio Biafra - this is Radio Biafra closing down forever. Whoever is talking Biafra does not like nde Igbo. Ndigbo are proud Nigerians. Long live Federal Republic of Nigeria. My name is Nkemdilim Chukwuemeka." Il MASSOB non è altro che il Movement for the Actualisation of the Sovereign State of Biafra guidato da Raph Uwazuruike. 
La lotta politica africana continua insomma a essere articolata anche attraverso un mezzo apparentemente desueto come le onde corte. Una modalità del tutto logica se si pensa alla scarsa penetrazione di Internet in una geografia così complicata.

28 settembre 2013

L'opposizione iraniana di Reza Pahlevi


A 80 anni dalle trasmissioni propagandistiche che spargevano le prime fiamme per l'Europa. 60 dopo la battaglia tra Radio Free Europe e il jamming prodotto da decine di trasmettitori sparsi per tutto il territorio dell'Unione Sovietica, è incredibile che le desertificate frequenze della radio a onde corte possano ancora ospitare le voci dei conflitti politici e sociali. Oggi ha iniziato a trasmettere - quasi sicuramente da un impianto affittato da qualche parte, secondo me nel non lontano Tajikistan - Radio Mehr Iran, un programma irradiato dal National Council, una organizzazione basata a Parigi e legata al figlio del deposto Shah Reza Pahlavi, che intende unire i vari movimenti di opposizione che dall'estero cercano di contrastare il regime teocratico di Tehran. I pochi minuti che sentite qui sono stati registrati nel tardo pomeriggio (nostro) da un hobbysta in Giappone, ma su Soundcloud , è già archiviata la prima mezz'ora di un programma che va in onda alle 18.30 italiane di venerdì (con replica il lunedì) su 15680 kHz. in Iran è già scattata l'ora legale quindi è possibile che l'indicazione oraria, calcolata in base alla distanza dall'UTC, debba variare quando dovremo adeguarci alla fine dell'ora legale in Europa. 

Radio Mehr ha anche una pagina FB e un sito Web che per il momento non è attivo. 

04 giugno 2013

Radio Oggi in Italia: il crowdfunding per raccontare una pagina italiana della Guerra Fredda.

L'editore Rubbettino ha recentemente dato alle stampe un volume di Rocco Turi, giornalista e sociologo anche lui calabrese, intitolato "Vi racconto la falce e il martello". Nel libro - che non ho ancora tra le mani, anche se la curiosità è molta - Turi "ricostruisce la genesi politica e la storia del complotto internazionale che portò al rapimento dell’onorevole Aldo Moro, contestando le tesi “politicamente corrette” apparse fino ad ora in una miriade di pubblicazioni. Storia segreta del Pci è il libro più documentato, l’ultimo atto di una vicenda descritta attraverso migliaia di carte ufficiali del Governo italiano e attraverso il racconto di numerosi osservatori diretti e partecipanti, come i partigiani italiani fuggiti dal nostro Paese - residenti in Cecoslovacchia - e personalità della nostra ambasciata a Praga."
Turi è stato anche l'autore, per Marsilio, di "Gladio Rossa" e la tesi di fondo è che alcune delle vicende più dolorose dei nostri ultimi cinquant'anni, inclusa l'azione terroristica che portò al rapimento e all'uccisione di Aldo Moro, abbiano radici che portano diritto ai convulsi anni della guerra, in particolare all'esistenza di gruppi di combattendi comunisti "deviati" e a personaggi che in seguito erano riparati in esilio in Cecoslovacchia, senza però smettere di essere manovrati dalle forze politiche che hanno agito nel corso della cosiddetta Guerra Fredda. 
Oggi, con mia sorpresa, ricevo la mail di Claudia Cipriani, regista di un documentario che nel 2009 ebbe una certa risonanza. Nel suo lavoro, "La guerra delle onde" la Cipriani racconta - guarda caso - la storia di Radio Oggi in Italia, emittente che trasmetteva dalla Cecoslovacchia ed era formalmente priva di legami con la radio propagandistica ufficiale Radio Praga. Oggi in Italia venne costituita nel 1950 proprio da un gruppo di comunisti italiani fuggiti a Praga alla fine della guerra e la storia dice  che la redazione venne sciolta e i programmi chiusi a causa delle posizioni antisovietiche assunte nel periodo della Primavera del '68.



Avevo dedicato al documentario un post che ebbe un interessante seguito grazie ad alcuni lettori che, commentandolo, avevano voluto aggiungere nuovi particolari alla narrazione di una vicenda molto complesse. Anche senza tener conto dei lavori come quelli di Rocco Turi (e delle sue ipotesi su una storia giunta per l'Italia addirittura agli anni '90), gli avvenimenti legati a quel gruppo di transfughi dovevano necessariamente essere oscuri e per niente trionfalistici. Chi animava le trasmissioni di Oggi in Italia si portava dietro un carico di ideologie, scelte politiche e azioni molto criticabili e le motivazioni che portarono alla chiusura di quella esperienza - sempre ammesso che siano autentiche - non bastano a farci dimenticare tutta la violenza e la brutalità che hanno contraddistinto, non solo gli ultimi anni di guerra, ma anche il lungo periodo della contrapposizione tra occidente e blocco sovietico. Resta il fatto che "La guerra delle onde", basato com'è su una serie di testimonianze dirette, è un lavoro che - se solo fosse stato distribuito in Italia in modo abbastanza esaustivo - avrebbe meritato di essere visto e discusso, proprio perché si riferisce a un periodo storico su cui gli italiani preferiscono evitare confrontarsi, magari abbandonandosi a questa o quella retorica ex post, a seconda della rispettiva convenienza.
E invece a parte qualche proiezione in occasione di festival specializzati e qualche riconoscimento all'estero, il reportage di Clauda Cipriani non ha praticamente avuto circolazione. Almeno fino a oggi. La regista mi comunica infatti di aver deciso di lanciare una campagna di crowdfunding per raccogliere la somma necessaria alla pubblicazione di un volume con annesso DVD. L'idea è di raccogliere 500 quote di 12 euro per poter finanziare una produzione limitata. Cedo momentaneamente la parola a Claudia:
Le scrivo perché tempo fa mi ha chiesto se era possibile acquistare una copia del documentario "La guerra delle onde - Storia di una radio che non c'era". Il film racconta la storia di Radio Oggi in Italia, la prima radio clandestina italiana, nata a Praga nel 1950 come radio comunista e chiusa dopo l’invasione della Cecoslovacchia per aver manifestato posizioni antisovietiche. Finalmente abbiamo deciso di lanciare una campagna di distribuzione "dal basso", lontana dalle pratiche della distribuzione "mainstream". Il documentario, nonostante le ottime recensioni, la presenza a festival importanti e il passaggio televisivo sulla rete pubblica della Repubblica Ceca, non è mai stato trasmesso dalla Rai e non ha trovato canali di distribuzione ufficiali e ciò, a nostro parere, è molto triste dal momento che racconta un pezzo importante della storia del nostro Paese. E’ dunque nostra intenzione far conoscere questa storia attraverso una campagna di distribuzione che prevede la prenotazione di una copia.
Per riuscire nel nostro obiettivo abbiamo bisogno di raggiungere € 6000 attraverso 500 quote di sostegno da 12 € ciascuna (che include i costi di spedizione). Il budget servirà per coprire i costi di duplicazione, stampa, progetti grafici, editing, promozione e spedizione. Il dvd sarà distribuito insieme a un libro che andrà a completare il racconto fatto attraverso le immagini del documentario.
Io confido che il progetto vada a buon fine e vi invito senz'altro a dare il vostro contributo visitando il sito di Produzioni dal basso. Quando ho parlato la prima volta di La guerra delle onde avevo anche segnalato un paio di puntate della rubrica del TG3 EstOvest, che l'anno prima, nel marzo del 2008, si era occupata sia di Radio Oggi in Italia che di Radio Praga. Purtroppo sui siti Rai sono presenti solo le schede di quelle due puntate (1 e 8 marzo 2008). Stranamente, i video di entrambe mancano dagli archivi (e mi chiedo perché, mica avranno dato fastidio a qualcuno?). Nel frattempo però altre opere, a parte il libro di Rubbettino, si sono aggiunte al testo di Giuseppe Fiori "Uomini ex", che negli anni '90 fu tra i primi a rievocare, in chiave romanzesca ma molto fedele alle cronache, le vicende degli esuli praghesi. Mi riferisco in particolare alla storia di quello che fu molto probabilmente il personaggio più famoso del gruppo, quel "Tenente Alvaro", nome di battaglia di Giulio Paggio, che comandò il  raggruppamento della "Volante Rossa", macchiandosi fino al 1949 di omicidi particolarmente efferati. Dopo la fuga a Praga, Paggio si rifiutò di tornare in Italia malgrado la grazia che il presidente Pertini gli concesse nel 1978 e morì proprio nel 2008. Tre anni dopo l'editore DeriveApprodi ha dedicato al Tenente Alvaro e agli uomini della Volante Rossa, un libro curato da Massimo Recchioni. La stessa storia è stata ripresa da Terranullius, un sito Web libertario, per un racconto firmato da Massimo Di Mino. Testo che è stato "drammatizzato" in un radioracconto diffuso dalla emittente bolognese Radio Kairos.

05 marzo 2013

Radio Venezia Giulia, la vera storia di una voce italiana nella Guerra Fredda


Pochi giorni fa Radio Liberty/Radio Free Europe ha festeggiato il suo 60esimo anniversario, essendo le sue trasmissioni rivolte all'URSS e al cosiddetto blocco orientale iniziate il 1 marzo 1953. Lo scopo della stazione era dichiaratamente bellicoso, anche se l'arma a disposizione non aveva a che fare con bombe e fucili ma con la propaganda: uno stile di vita "di successo" (quello americano) gettato come un guanto di sfida contro un regime che secondo i finanziatori dell'originaria Radio Liberation sapeva solo coniugare repressione spietata a una miserevole frugalità, spacciata per di più per uguaglianza. Sicuramente i due termini di questa contrapposizione non erano tanto netti, le zone grige in questo caso sono inevitabili. Ma a lungo andare, lo affermano anche gli storici, la goccia propagandistica di RFE ebbe le sue brave conseguenze sul granito di una dottrina sovietica ormai definitivamente archiviata.


Quello che molti non sanno è che prima di quel 1953 anche l'Italia ebbe la sua Radio Europa Libera. Si chiamava Radio Venezia Giulia e pur non facendo esplicito riferimento alla libertà, gli scopi e se si vuole anche il tipo di target erano praticamente gli stessi. Come racconta l'omonimo libro di Roberto Spazzali, appena pubblicato dall'editore goriziano LEG, «Radio Venezia Giulia, Informazione, propaganda e intelligence nella "guerra fredda" adriatica (1945-1954)» si trattò di una vera e propria emittente clandestina perché quando andò in onda la prima volta, da Venezia (era il 3 novembre del 1945 sulle onde medie dei 1380 kHz, in seguito affiancate da frequenze in onde corte), non solo noi non avevamo ancora un governo repubblicano, ma i programmi erano destinati a un "confine orientale" - ossia ai cittadini e gli abitanti dell'area di Trieste, Istria, Dalmazia - che non faceva formalmente parte del nostro territorio in quanto occupato e amministrato da governi militari stranieri. Era stata fino alla Prima Guerra mondiale e al fascismo un'area di forte "irredentismo" e le popolazioni di lingua e cultura italiana - che pure avevano convissuto con slavi e altri popoli nei secoli della Serenissima Repubblica e dell'impero asburgico - erano al centro di un'aspra  campagna di ripulitura etnica, vendette e minacce di deportazione (esilio poi puntualmente avvenuto). La radio, secondo il CLN giuliano che fu uno dei promotori, doveva svolgere un ruolo informazione, ma anche di testimonianza, di sostegno e prossimità dell'Italia ai suoi figli "naufragati" in un territorio conteso che molti consideravano una possibile patria. Ma già che c'era doveva anche raccogliere informazioni utili alla politica estera italiana, insomma poteva fare qualche spiata. Dopo due anni di trasmissioni, RVG entra nella sfera di attività dell'agenzia giornalistica triestina Astra, di marice democristiana. Dalla parte opposta, le autorità jugoslave rispondono con emittenti ufficiali come Radio Koper. Il Governo Militare in quello stesso anno aveva impiantato Radio Pola, operativa fino al '47, quando la città fu riconsegnata alle forze titine (Radio Pola riprese a trasmettere nel 1960 in croato e in italiano nel 1968).
Né gli alleati angloamericani né tantomeno la Jugoslavia di Tito gradivano quelle trasmissioni clandestine e tutti cercavano di disturbare o localizzare il trasmettitore. Le notizie che giungevano agli studi veneziani di Radio Venezia Giulia (che dopo quattro anni di attività, nel 1949, fu trasformata nel canale Radio Venezia III della neonata RAI) provenivano, almeno in parte, da una rete di informatori armati di ricetrasmittenti Morse e di codici crittografici da "number station" spionistica. Quando RVG spense il trasmettitore nascosto negli edifici militari della Batteria Rocchetta, una delle fortificazioni austriache del Lido degli Alberoni (oggi fauna naturalistica del WWF), Trieste faceva ormai parte, dopo il Memorandum di Londra del 1947, della Zona A del "Territorio Libero di Trieste", la regione autonoma-cuscinetto posta tra il confine dell'Italia e della Jugoslavia (a sua volta ripartita, nella penisola istriana, in una striscia slovena e una un po' più ampia regione croata che insieme rappresentavano la Zona B). Nel 1954, con l'annessione della Zona A all'Italia e della Zona B alla Jugoslavia, il TLT cessò di esistere anche se per la definitiva ratifica giuridica dello scioglimento si dovettero attendere gli accordi di Osimo del 1975. E ancora alle recentissime elezioni politiche di febbraio scorso, un movimento indipendentista triestino invitava i propri simpatizzanti a rifiutare il voto sulla base di una interpretazione per cui essendo il TLT rimasto sempre privo del governatore super partes prescritto dal testo approvato nel 1947 dall'ONU, quel testo era stato disatteso e quindi né le annessioni delle Zone A e B di sessanta anni prima, né le votazioni organizzate oggi in nome dello Stato italiano, potevano dirsi valide.
Parte della cornice intorno a questi eventi viene descritta da un libro che è molto complesso e accurato, come richiesto da uno scenario geopolitico intricato come non mai. Spazzali attinge per la prima volta in modo esaustivo ad archivi inediti che gli hanno permesso di arrivare alle minute dei notiziari, curati da una redazione che aveva al centro un personaggio letterario importante come lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini. Non manca, al centro del volume, un corredo fotografico che comprende anche un foglio con i caratteristici gruppi di cinque simboli alfanumerici di un messaggio crittografico trasmesso dai "corrispondenti" di RVG. Il libro è del resto opera di uno studioso molto preparato sulla storia dei confini orientali. Con Raoul Pupo, docente di storia a Trieste,  Spazzali si è occupato di un tema drammatico e controverso come quello delle persecuzioni subite dalla popolazione italiana in Venezia Giulia e in Dalmazia a partire dal 1943, quando l'armistizio italiano firmato con gli Alleati porta all'occupazione tedesca della regione e allo scatenarsi di azioni condotte da partigiani e regolari jugoslavi contro quelli che venivano considerati complici del nazionalismo fascista. Nel 1945 sarà l'armata jugoslava a prendere il posto dei tedeschi e le truppe di Tito andranno anche a occupare Trieste, per una quarantina di giorni nel maggio di quell'anno. Fu un periodo tremendo per gli italiani, fino all'accordo di Belgrado che a giugno del '45 segnò l'avvicendamento nel governo di Trieste tra jugoslavi e angloamericani.  La questione più tragica e spinosa fu il tema della foibe, le cavità naturali in cui furono gettati i corpi degli uccisi e forse di molte persone ancora vive. Innestato sul successivo dramma dell'esodo dai luoghi dell'italianità dalmata, l'argomento foibe - analizzato in dettaglio dagli studiosi, inclusi alcuni che sono stati tacciati di negazionismo e "riduzionismo" solo per aver voluto prendere in esame documenti e testimonianze in chiave neutrale, o comunque non anti-slava - è stato pesantemente sfruttato in anni recenti dal nostalgico ritorno nazionalista di una parte della nostra destra. 
Le vicende di Radio Venezia Giulia avvengono insomma in un contesto di conflitto e fanatismo al quale hanno contribuito italiani, tedeschi e slavi, in uno scontro assurdo che ha lasciato dietro di una scia di violenze, lutti e decine e decine di migliaia di profughi che hanno dovuto rinunciare a radici secolari. Dietro le attività giornalistiche e propagandistiche della stazione radio voluta da un governo interinale, da una diplomazia ancora senza un vero Stato da rappresentare, c'è una storia che per drammaticità non ha nulla da invidiare a quella svoltasi su scala molto più vasta Oltre Cortina, la Guerra Fredda combattuta anche sulle onde di Radio Free Europe. Oggi ci appare come una vicenda marginale ma lo è solo in un senso geografico, perché a cavallo di una linea di confine. In realtà credo che questa storia aiuti a spiegare diversi aspetti del nostro presente, della nostra incapacità di trovare una soluzione a divisioni assurde, o di affrontare con matura consapevolezza il fenomeno contemporaneo delle migrazioni. Roberto Spazzali è autore di una cronaca preziosa e sostiene - secondo me con ragione - di aver fatto una scoperta non irrilevante. Proprio oggi, 4 marzo, il TGR del Friuli Venezia Giulia ha trasmesso un servizio sulla nostra emittente clandestina orientale, lo potete rivedere qui nell'archivio della testata giornalistica. Nel filmato (che inizia al minuto 10:05) Spazzali sottolinea come dalla lettura dei testi dei notiziari messi in onda nei primi quattro anni delle operazioni, emerge l'intenzione di esortare gli ascoltatori a non farsi prendere dal panico, a non abbandonare le loro case, a resistere ai tentativi di cancellare la loro cultura radicata nel territorio. Chi può dire come sarebbero andate le cose se quegli inviti fossero risultati più convincenti, se allora slavi e italiani avessero imparato a dialogare? Molti anni dopo, la nascita (1990) di una organizzazione come il partito croato della Dieta Democratica Istriana, dimostrò che nonostante la guerra di dissoluzione dell'esperimento federalista di Tito, un po' di voglia di perseguire l'obiettivo di fruttuosa convivenza multi-etnica, al di là di divisioni, fanatismo e propaganda è rimasta. 

31 dicembre 2010

Una voce in onde corte per gli azeri nell'Iran

Si chiude con l'apertura delle trasmissioni di una nuova emittente "clandestina" un anno che ha ribadito la tendenza al ribasso nell'impiego delle onde corte nel mondo. Mentre Cechia e Slovacchia decidono di lasciare le onde corte e proseguire con le loro emittenti ufficiali solo sul "nuovo mezzo" (anche se i programmi della emittente slovacca internazionale in inglese e spagnolo verranno ripresi in onde corte, per il Nord America, da WRMI di Miami) - e proprio mentre tutta la comunità degli ascoltatori "ionosferici" si prepara a una ulteriore drastica riduzione di ore di trasmissione da parte di broadcaster come Deutsche Welle, Radio Netherland e della stessa BBC - una strana emittente televisiva rivolta alla comunità azera residente in Iran apre un inaspettato canale sulle onde corte, per la precisione sulla frequenza di 7510 kHz (qui registrati ieri, 30 dicembre, poco prima delle nostre 18, da Christian Diemoz)





Günaz Radio ripete per il momento l'audio di Günaz Tv, una strana emittente che produce i suoi programmi a Chicago e li ritrasmette dai satelliti europei e turchi a beneficio della consistente minoranza azera residente in Iran (si calcola che possano essere il 25% della popolazione). Pur condividendo la fede sciita con gli iraniani non azeri, la comunità che abita la parte nord-nordoccidentale del paese vive in una situazione a dir poco spiacevole. Gli azeri hanno persino difficoltà a parlare e pubblicare nella loro lingua di ceppo turchico.
Alle spalle di Günaz Tv c'è uno strano businessman di origine iraniana, Ahmad Obali, che ha creato il canale televisivo satellitare nel 2005. Lui nega recisamente, ma si dice - ed è lecito sospettare - che l'operazione riceva un cospicuo finanziamento dal Dipartimento di Stato americano.
L'emittente radiofonica appena varata viene definita clandestina perché non è supportata da un governo e perché la sua ricezione verrà quasi sicuramente osteggiata a Teheran. Ma non si deve pensare a un impianto di fortuna nascosto in qualche grotta sulle alture a nord di Tabriz, Günaz Radio affitta le sue ore di trasmissione da un broker internazionale che a sua volta compra interi pacchetti di "air time" probabilmente in Russia.
Non è la prima volta che una emittente trasmette in azero per gli azeri iraniani. Negli ultimi quindici anni ci sono state clandestine come Radio Free Azerbaijan e soprattutto Voice of Southern Azerbaijan. Oggi dal Canada su Internet opera il sito Radio Odlar Yurdu Azerbaijan.
Le onde corte, che potrebbero aiutarci a essere più uniti, sopravvivono anche grazie alle numerose aree di conflitto con cui dobbiamo convivere, all'alba della seconda decade di un millennio ancora così lontano dalla pace. Un 2011 più sereno a tutti voi, possibilmente.

20 novembre 2010

Radio Free Sarawak, voce dell'opposizione malese?

Ha debuttato sulle onde corte all'inizio di questa settimana una emittente che si rivolge alle comunità rurali dell'interno della federazione malese, nello stato di Sarawak. L'obiettivo dichiarato è quello di offrire una voce alternativa in un panorama mediatico rigidamente controllato dal governo regionale di Abdul Taib Mahmud. Si tratterebbe insomma di oppositori che non si fidano dell'informazione diffusa (ahimé non più come un tempo sulle bande tropicali dei 60 metri) da Radio Televisyen Malaysia. La redazione dell'emittente - Free Radio Sarawak - sarebbe basata a Londra ma i programmi vengono irradiati, su 7590 kHz (22.30-23.30 UTC) e su 15680 kHz (10-11 UTC), da facilities noleggiate in Asia. In particolare i 15680 sarebbero quelli di Palau di WHRI, ma non ci sono ancora conferme.
Quella che segue è la notizia apparsa lunedì scorso su Free Malaysia Today, che avrebbe ricevuto una comunicazione dalla Bruno Manser Foundation, una ONG elvetica che assiste le popolazioni della foresta pluviale di Sarawak ed è intitolata a una figura poco conosciuta di attivista eco-politico, misteriosamente scomparso, dieci anni fa, nella foresta che voleva proteggere. Bruno Manser è stato dichiarato legalmente deceduto dalle autorità svizzere nel 2005.
Al centro delle attività della Fondazione che porta il suo nome c'è una economia fondata sul legno e sui cospicui interessi (e la corruzione politica) che ruotano intorno a una materia prima sfruttata - affermano i responsabili della Manser - a danno delle foreste e delle popolazioni che vi abitano. Non è chiaro se le trasmissioni di Free Radio Sarawak siano finanziate direttamente da questa ONG, ma è abbastanza logico supporre che qualche legame ci sia.
Radio Free S'wak goes on air
MON, 15 NOV 2010

KUALA LUMPUR: Radio Free Sarawak, aimed as an alternative voice for Sarawakians, went on air this morning.

In an e-mail to FMT, the Bruno Manser Foundation, said that the new alternative radio station will have two daily broadcasts on shortwave, presumably in Iban and Bahasa Malaysia. "It aims at Sarawak's rural communities who lack access to independent media," stated the e-mail.
It is an open secret that the media in Sarawak are strictly controlled by the state government under Chief Minister Abdul Taib Mahmud and logging companies who own and control all major media outlets in the state.
The transmission details of Radio Free Sarawak are as follows:

1st transmission: 0630-0730 local time (GMT +8) on 7590 kHz (short wave)

2nd transmission: 1800-1900 local time (GMT +8) on 15680 kHz (short wave)

The e-mail had also attached a message from the producers of Radio Free Sarawak. Below is the message; "Please send the details to all your Sarawak friends so that they know the existence of the radio-which will become an alternative news source to the Sarawakians, especially to those who stay in the interior.
"The folks in the interior have been fed with a monotonous one-sided views from the ruling parties-if at all they can receive the TV and radio transmissions. So they need another avenue-and Radio Free Sarawak intends to fill in this gap."
Le liste di frequenze come Eibi la classificano tra le clandestine, ma la stazione non si comporta in modo molto aggressivo. Il sito Web da cui è possibile scaricare le trasmissioni nelle lingue locali, ha pubblicato un comunicato stampa in cui viene citato il "sostegno" ricevuto da un ministro locale, James Masing, membro della coalizione governativa, la Barisan Nasional, che da quanto mi pare di capire è una figura controversa poiché essendo di discendenza indigena viene accusato di non essere abbastanza vicino alle istanze locali. L'emittente ha dato spazio a Masing intervistandolo in relazione al disastro del fiume Rajang, dove a causa della siccità e della eccessiva deforestazione si è accumulato un "ingorgo" di tronchi d'albero che ha superato la lunghezza record di 50 chilometri. C'è da chiedersi da che parte è schierata davvero Free Radio Sarawak, ma la sua storia resta un simbolo del ruolo che il bistrattato medium delle onde corte continua a svolgere nelle aree del digital divide.
Posted on November 18, 2010
Radio Free Sarawak gets seal of approval from BN minister James Masing

Speaking in a set piece interview on the Rajang River log jam disaster, broadcast Friday 19th November on Radio Free Sarawak , James Masing, who is the Iban representative of the area and a senior minister in Taib’s BN government said that he welcomed the new radio station’s arrival on the scene.
Speaking in Iban he said he “liked the idea” of the alternative radio station and said “other ministers would be happy to talk on your show, it is very nice”. Coming out in favour of allowing Sarawak a free media, he also signalled his approval of Sarawak’s blogging community, such as Sarawak Report and Malaysia Today. He said, “bloggers are everywhere you cannot stop them”.
In a wide ranging interview, conducted in a mixture of Iban and Malay with RFS’s anchor man, Papa Orang Utan, Masing confessed that the government has been getting it wrong on a number of important fronts including logging he said “God is angry with us for taking the logs”. He admitted there was not enough supervision from the NREB or The Forest Dept. By doing so he effectively contradicted the government’s claims that this is a natural disaster and not a man-made disaster.
He also acknowledged BN’s lamentable failure to implement key human rights in native areas, accepting that many indigenous people still suffer grievously because they have not received birth certificates or ID cards over the last 30 years of Taib’s government.
James Masing, who is minister of land and the leader of the key Iban PRS party with 9 seats in the coalition, had just completed a traditional Miring ceremony in Balleh to appease the gods over what had happened with the logging disaster. Despite his obvious reservations, he nevertheless resisted repeated questions about whether he was planning to ‘jump ship’ before the next election.
The full interview can be heard on Radio Free Sarawak on Friday 19th November at 6.30-7.30 am – 7590 kHz and repeated at 1800-1900 – 15680 kHz, alternatively log on to our podcast at www.radiofreesarawak.org.

23 luglio 2010

Torna in onda il telegrafo clandestino dei partigiani



In Francia è in corso una particolare rievocazione della guerra di resistenza che affiancò negli anni della Seconda guerra mondiale le azioni degli eserciti regolari.
Tutto si svolge sulle onde radio della banda amatoriale dei 40 metri, in telegrafia, in ricordo delle fondamentali figure dei telegrafisti clandestini che con l'aiuto di strumentazioni da campo, spesso richiuse in valigette trasportabili, rendevano possibile le comunicazioni tra gruppi di partigiani e comandanti militari.
Protagonisti dell'iniziativa un gruppo di radioamatori francesi che operano in telegrafia con il nominativo speciale TM3FFI, attivato lo scorso anno in occasione del 65esimo anniversario della Liberazione del 1944. Dal 12 al 25 di questo mese TM3FFI è tornato in onda e domani e dopo ci sarà l'occasione di ascoltare il traffico radiotelegrafico generato con l'aiuto di ricetrasmettitori d'epoca, specificatamente destinati a operazioni in clandestinità, in particolare Type 3 mkII (B2) e un celebre apparato "Paraset".
Potenza impegnata di 20 o 5 Watt su antenna filare, eretta nella località di Vassieux en Vercors, a sud-est di Grenoble. Ecco gli orari e le frequenze:

sabato 24 : 8 am to 4 pm UTC
domenica 25 : 7 am to 3 pm UTC

7.010 MHz o 7.012 o 7.25 MHz (cw)

Tra gli operatori al tasto il radioamatore Pascal, F8JZR che ha una pagina personale con diverse informazioni e fotografie sui ricetrasmettitori spia. Qualche anno fa, nel 2001 per la precisione, è stato pubblicato un libro di memorie di Pierre Lassalle, uno degli operatori radio dei partigiani francesi, "La liberté venait des ondes"

15 aprile 2010

Ribelli nel deserto

L'altro giorno è apparsa su Repubblica R2 una bella corrispondenza di Lucio Luca da Laayoun, Sahara Occidentale, tutta dedicata alla radio nazionale saharaui, attiva sui 1550 kHz delle onde medie e su una frequenza dei 48 metri, 6.300 kHz. E' una bella storia che testimonia, anche per lo spazio ricevuto sul giornale, del fascino che continuano a suscitare le radiotrasmissioni, specie se in queste situazioni politicamente contese, nonostante il peso specifico incomparabilmente maggiore di Internet e della tv (direi molto più Internet, visto che la televisione, ormai, o è embedded o è del tutto assente).
Di Sahara ex spagnolo e della sua emittente clandestina ho parlato parecchie volte, per esempio qui (uno dei primi post di Radiopassioni) e qui. Stiamo parlando di un territorio aspro e bellissimo, scarsamente popolato da popolazioni orgogliose, intrecciato (non sempre a onore dei colonialisti occidentali) con la nostra storia recente. Recentemente lo stesso Luca ha pubblicato su Repubblica un'altra corrispondenza dalla stessa area, per raccontarci il personaggio della leader saharaui, Aminatu Haidar, protagonista pochi mesi fa di una lunga battaglia non violenta per riottenere il diritto a risiedere a "l'Alùn". Sull'italiana Radio4Peace si trovano molte informazioni.

Sahara La radio pirata voce dei ribelli
Repubblica — 13 aprile 2010 pagina 55 sezione: POLITICA ESTERA

Alle otto della sera Hassan, Hamid e Aslamhum caricano le coperte su un Pickup arrugginito, prendono al volo i narghilè e si addentrano verso il deserto. E' buio pesto lungo il Saquia el Hamra, rocce di tufo che si perdono all' orizzonte, improvvise oasi di montagna, torrenti scavati nella pietra e dune di sabbia alte come onde del mare. Superato il canyon, a pochi chilometri dal porto industriale nel quale vengono imbarcati i fosfati di Bucraa, l' oro nero di un deserto che qui è povero di petrolio, si sale fino a una porta di cemento sommersa dai cespugli. E' un' atmosfera da Mille e una notte: le tende berbere piantate tra le palme, uomini dall' età indefinita che pascolano i cammelli, il capo avvolto dal chèche, l' immancabile velo nero dei saharawi. Non sono guerriglieri del Fronte Polisario, l' organizzazione che da 35 anni si batte per l' indipendenza dal Marocco, ma pastori e contadini che nutrono una speranza: quella che un giorno il loro popolo possa vivere in condizioni migliori, libero dalla sovranità di Rabat. «Perché il deserto è di chi lo abita, non di chi impone la sua forza», spiega Mohammed, il capo della tribù. Nella sua tenda, al centro del villaggio, Mohammed raccoglie rametti di acacia per rinnovare il fuocoe preparare il tè. Hassan, invece, smanetta un pezzo di ferro che solo con l' immaginazione si potrebbe definire "antenna". E invece, magicamente, qualche secondo dopo la voce di uno speaker si materializza da una scatoletta di legno attaccata a due altoparlanti. E' Radio Rasd, l' emittente della Repubblica Araba Democratica Saharawi, bandita da tutte le frequenze marocchine ma trasmessa sui 1550 kHz delle onde medie e sui 6300 kHz delle onde corte: «Non sono frequenze regolari, è ovvio - ride Hamid - questa è la radio pirata del deserto».

11 luglio 2009

1942: La radio di fortuna dei prigionieri di Changi

Cory Doctorow, mitico blogger di BoingBoing riprende una citazione dal blog della rivista Make, "technology on your time", che a sua volta punta a un link scovato su un sito radioamatoriale dedicato al QRP, l'arte di trasmettere segnali a bassissima potenza. Si tratta della storia di come i prigionieri di guerra del campo di Changi, sulla penisola di Singapore (allestito dagli inglesi ma successivamente caduto in mano ai giapponesi che vi rinchiusero centinaia di militari), riuscirono a costruirsi un ricevitore a onde corte per seguire i programmi della BBC e della VOA.
La storia, scrive Doctorow, ricorda molto le vicende narrate dallo scrittore James Clavell, un britannico nato in australia, naturalizzato americano e scomparso nel 1994 in Svizzera, nel suo romanzo King Rat (tradotto in Italia col titolo di Qualcuno da odiare). Clavell è noto per la sua collaborazione con il mondo del cinema e della tv, sua fu la sceneggiatura di film La grande fuga, con Steve McQueen.
Nel campo di Changi furono imprigionati durante la guerra anche il matematico Alexander Oppenheim (che si ispirò alla sua esperienza pubblicando "The prisoner's walk: an exercise in number theory" e il fumettista Ronald Searle. Il racconto di come venne costruita la radio deriva da una intervista al tenente colonnello R. G. Wells. Il sito che ospita questo ricordo è curato da Thom Lacosta K3HRN e reca il motto latino Vi minore, plus gaudium. Grazie credo a Francesco per la segnalazione da BoingBoing.

Construction of Radio Equipment in a Japanese POW Camp

By Lieutenant Colonel R. G. Wells

Transcript of a recording by Lieutenant Colonel R G Wells, on the construction of radio equipment whilst in a Japanese Prisoner of War camp after the fall of Singapore.

It was about the beginning of 1942 when I was a prisoner of war of the Japanese, when I was ordered to go on a working party which eventually finished up in the Sankakan in British North Borneo. Two thousand odd of us were in this work party and it wasn't long before we noticed the absence of information as to the international situation, what was happening in the outside world, and the whole camp had a real craving to get news by whatever means. Escape parties were being organised, but none of these were very successful. The next thing people turned to was a means of getting some radio news, and this is where the building of a radio set became an urgent requirement.
The main thing, of course, was that we didn't have any components and although we had some contacts outside which later on were helpful in the building of this receiver, it limited our requirement to a regenerative receiver as from a super heterodyne receiver and the decision to do that was borne out by the results.
The high frequency spectrum during that time of the war was fairly quiet in that part of the world and the BBC, we hoped, would be able to be received. This was aided by the fact that the Japanese in their wisdom called a friend of mine out one evening to repair their radio set and he took the opportunity, of course, to switch over to the short wave bands, with headphones while doing that, and picked up the BBC successfully.
That day was memorable because it was the day that the BBC broadcast the death of the Duke of Kent in an aircraft crash. That was the only news we had of the outside world for something like six months.
The plan was made to begin building the radio, so until we could build components, there was nothing much we could do. A look at the circuit diagram of a regenerative receiver indicates a number of capacitors - about two or three are required -low capacitors to make the oscillating part of the system work, and in fact from memory we needed in the grid circuit at least one ".01 microfarad" capacitor and there was no chance we could get this anywhere, or any other components.
(continua)

14 marzo 2009

Praga 1950-1968: il racconto di Radio Oggi in Italia

Sguardi altrove. Doveva essere puntato lì, altrove, il mio sguardo e ho stupidamente perso l'occasione di assistere, qui a Milano, sabato scorso, alla proiezione di un documentario su Radio Oggi in Italia, emittente clandestina che il Partito Comunista italiano gestì, da Praga, tra il 1950 e i 1968, con l'aiuto di un gruppo di transfughi italiani, ex partigiani, e altre personalità tra cui Sandro Curzi. Il documentario firmato da Claudia Cipriani, si intitola La guerra delle onde: storia di una radio che non c'era, e racconta attraverso testimonianze dirette, come quella dell'anunciatrice Stella Amici, i quasi vent'anni di operazione di una radio "alternativa" nel corso della Guerra Fredda. Un'esperienza che si concluse con la Primavera di Praga e la chiusura su decisione Sovietica, che forse preferivano controllare direttamente la propaganda attraverso Radio Praga ufficiale e certo non avevano gradito l'appoggio dei comunisti italiani alla politica di Dubcek. Il documentario di Claudia Cipriani era stato presentato a gennaio in occasione di Trieste Film Festival.
E' Oliva che mi ha parlato di questo documentario l'altra sera, scusandosi (come se ce ne fosse bisogno) se le sue vicende personali avevano fatto slittare in terzo piano la veloce lettura di un articolo del Corriere che anticipava la proiezione milanese nel quadro dello Sguardi Altrove Filmfestival. Oliva, che le trasmissioni di Oggi in Italia se le ricorda ancora, insieme agli appelli che le emittenti locali cecoslovacche diffondevano inutilmente verso il mondo occidentale poche ore prima di soccombere davanti ai carriarmati sovietici, mi ha suggerito anche di andarmi a leggere la storia scritta sugli italiani che alla fine degli anni Quaranta scelsero di sfuggire ai processi in corso (molti per le vicende legate alle lotte e alle vendette partigiane in Emilia-Romagna) e si rifugiarono in una nazione "amica". "Uomini ex" si intitola questo libro ed è stato scritto dal giornalista Giuseppe Fiori.
Riporto qui una scheda sul documentario apparsa su Indymedia nei giorni del festival milanese (questa la locandina ufficiale del documentario), segnalandovi però che di Radio Praga e Radio Oggi in Italia ha parlato esattamente un anno fa la rubrica dei TGR Estovest in due puntate, la prima delle quali è presente in archivio RAI. Purtroppo non ho trovato la seconda, ma sul sito della trasmissione si trovano alcune indicazioni. [Nota aggiunta il 4 giugno 2013: purtroppo sull'attuale sito Web della rubrica del TG3 EstOvest mancano proprio le due puntate del 1 e 8 marzo 2008 che parlavano di Radio Praga e di Oggi in Italia. Una coincidenza o un tentativo di rimuovere informazioni sgradite a qualcuno?]


La guerra delle onde - storia di una radio che non c'era
autore: Claudia Cipriani

SINOSSI
Quando nel 1968 i sovietici invasero la Cecoslovacchia, occuparono, tra le altre cose, la sede di Radio Praga, la radio pubblica ceca. I suoi giornalisti trovarono rifugio e poterono trasmettere dagli studi di una piccola radio italiana comunista, “Radio Oggi in Italia”. “Oggi in Italia” era nata a Praga nel 1950 e trasmetteva in italiano notizie di attualità che riguardavano l’Italia, tutte con un’impostazione anti-governativa. Dato il tono pesantemente polemico, l’emittente attirò presto l’attenzione del governo democristiano italiano, cui la vittoria nelle elezioni del ’48 aveva permesso di controllare gli apparati dello Stato, inclusa la RAI, che per legge era l’unico gestore radiofonico. “Oggi in Italia” fu contrastata in quanto radio illegale, “lesiva per gli interessi del Paese”, come testimoniano le interpellanze parlamentari dell’epoca. L’idea di un programma radiofonico alternativo alla Rai ebbe origine all’interno del Partito Comunista Italiano, cui era negato l’accesso ai canali radio statali. Fu per questo che Oggi in Italia non trasmise dall’Italia, ma da Praga, dove nell’immediato dopoguerra erano espatriati molti ex-partigiani comunisti. Erano alcuni di loro a curare le trasmissioni radiofoniche, che rientravano in un accordo di collaborazione tra PCI e KSC (partito comunista cecoslovacco). Superata la fase artigianale degli esordi, la radio si perfezionò, allacciò rapporti privilegiati con la redazione dell’Unità che istituì per Oggi in Italia una sorta di agenzia di stampa, si caratterizzò per la tempestività dell’informazione e per la costante polemica con la RAI. Fu il primo organo d’informazione a dare notizia dei fatti di Ungheria nel 1956, anticipò la radio di stato nell’informare dell’accordo tra Kennedy a Krusciov sui missili di Cuba e diede per prima l’annuncio che la “Legge truffa” del ’53 non era scattata. In pochi anni acquisì grande popolarità (riuscendo anche a superare i 4 milioni di ascoltatori), divenendo una seria antagonista al monopolio dell’informazione Rai, in un’epoca in cui in Italia era dominante il conflitto tra PCI e DC e nel mondo imperava la guerra fredda. Osteggiata per vent’anni dal governo democristiano italiano, cessò di trasmettere per volontà dell’Unione Sovietica dopo l’invasione di Praga nel ’68 per aver palesato posizioni pro-Dubcek.
Protagonista del filmato è Stella, storica speaker di Oggi in Italia, presso i cui studi lavorò dagli esordi alla chiusura. Per la prima volta dopo tanti anni, Stella decide di tornare a Praga per andare a visitare gli archivi della radio e rivedere la balia che accudì sua figlia. Un viaggio nella memoria della radio, dell’Italia degli anni ’50 e del proprio percorso di vita. Un viaggio fatto di emozioni e di ferite ancora aperte. La descrizione di questo viaggio è intercalata da varie testimonianze, tra cui quelle di Sandro Curzi, Carlo Ripa di Meana e Aroldo Tolomelli, per quasi vent’anni caporedattore della radio. I loro interventi rispondono a domande chiave: perché si dovette fare a Praga questa radio? Perché i redattori erano esuli? Perché il governo italiano si accanì per chiuderla? Perché invece fu chiusa dai sovietici? Domande e risposte svelano a poco a poco la storia, stimolando la curiosità e tratteggiando sempre più marcatamente il quadro di una radio scomoda e di una storia sfaccettata.

I PROTAGONISTI

•Stella Amici: fu speaker della radio per tutta la sua durata. Nel 1963 quando sono decadute le accuse contro di lei è tornata in Italia per una breve vacanza. Ha deciso però di continuare a lavorare a Oggi in Italia fino alla sua chiusura a fianco del marito, redattore di Radio Oggi in Italia.
•Sandro Curzi: è firmatario dell’accordo che sancisce ufficialmente la nascita di Radio Oggi in Italia e si occupa della radio sia come giornalista dell’Unità (di cui fu caporedattore e direttore) sia come responsabile Stampa e Propaganda della Direzione del Pci. Nel 1975 viene assunto dalla Rai, dove diventerà direttore del telegiornale di Rai 3. E’ stato consigliere d’amministrazione della Rai.
•Aroldo Tolomelli: nel dopoguerra è un giovane dirigente del Pci. A seguito delle agitazioni avvenute dopo l’attentato a Togliatti, viene accusato di essere il mandante di un omicidio. Espatria a Praga dove è caporedattore di Radio Oggi in Italia dal ’51 al ‘66. Rifiuta l’amnistia dichiarandosi innocente e torna in Italia nel ’66 solo quando decadono le imputazioni contro di lui. È stato senatore del PCI.
•Carlo Ripa di Meana: nei primi anni ’50 è tra i giornalisti incaricati di fornire contenuti a Radio Oggi in Italia per conto dell’Unità. Dal 1953 al 1956 è a Praga per dirigere la rivista World Student News. Nel ’57 lascia il Pci in seguito ai fatti di Ungheria ed entra a far parte del Psi. Dal 1974 al 1978 è presidente della Biennale di Venezia. Viene eletto deputato del Partito Socialista e in seguito dei partito dei Verdi. Nel 2005 diventa presidente dell’associazione ambientalista Italia nostra.

29 gennaio 2009

La storia della voce antifranchista che arrivava dall'Est

Leggo sul blog di Francesco Cecconi dell'uscita in Spagna di un libro su Radio España Indipendiente, uno dei simboli assoluti della guerra fredda. REI era nata nel 1941 in seno al Komintern - operò da Mosca, poi, dal 1955, da Bucarest - e faceva ascoltare agli spagnoli la voce, clandestina, del partito comunista e degli antifranchisti. Franco era un dittatore spietato e su queste cose non scherzava. L'ascolto, in patria, fu osteggiato in tutti i modi, compreso quello tecnologico: le frequenze di REI erano disturbate dai jammer, come del resto facevano i sovietici con Radio Liberty.
A fine 2008 il giovane scrittore e storico di Toledo Luis Zaragoza Fernández ha dedicato all'emittente, nota in Spagna come La Pirenaica (si annunciava così, ma trasmetteva molto più a est...), un volume di quasi 500 pagine, analizzandone personaggi e contenuti. El Pais ne ne ha parlato a dicembre. Qui di seguito inserisco anche una breve recensione del giornale della Mancha La Cerca. Il libro è edito da Marcial Pons. Le trasmissioni di REI proseguirono per qualche tempo dopo la morte di Franco, ma nel frattempo il partito comunista era uscito dalla clandestinità e la Spagna imboccava il cammino di una democrazia e di una modernità che oggi, ripensando agli anni in cui anch'io mi sintonizzavo su quelle frequenze disturbate, le invidio molto. Il radioamatore spagnolo Josè Maria Martinez ha pubblicato sul suo sito l'audio del saluto che la Estacion Pirenaica diffuse, per l'ultima volta, nel 1977, dopo 36 anni di trasmissione.

La historia de la emisora Radio España Independiente que emitió desde la clandestinidad entre los años 1941 y 1977

Martes, 20 de enero de 2009

Caja Castilla La Mancha patrocina la obra “Radio Pirenaica. La voz de la esperanza antifranquista”, escrita por el periodista e historiador toledano Luis Zaragoza Fernández. Se trata de un volumen que repasa la historia de la emisora Radio España Independiente que emitió desde la clandestinidad durante los años de la dictadura franquista.
A lo largo de cerca de quinientas páginas, el autor nos acerca los pormenores de una emisora de radio de la que muchos han oído hablar, pero que pocos conocen. Envuelta en el combate contra la dictadura franquista desde la clandestinidad y rodeada durante mucho tiempo de mitos y silencios, «Radio España Independiente, Estación Pirenaica» fue la emisora dirigida por el Partido Comunista de España que transmitió hacia nuestro país entre 1941 y 1977, primero desde la Unión Soviética y después desde Rumania.
Este libro analiza las etapas que atravesó la emisora y quiénes la hicieron posible, cómo fueron modificándose su programación y su estilo, cuál fue su audiencia y cómo se enfrentó a ella la dictadura. Una radio que, según Zaragoza Fernández, pretendía contar la realidad de la sociedad española que el Franquismo trataba de ocultar (huelgas, manifestaciones…), además de su componente propagandístico por su propia naturaleza de emisora clandestina. Así pues, sale a la luz una página importante de la resistencia antifranquista, inédita hasta la fecha y por fin recuperada para la memoria colectiva treinta años después.
Luis Zaragoza Fernández (Villacañas, Toledo, 1978) es doctor en Periodismo por la Universidad Complutense de Madrid (con premios extraordinarios de licenciatura y doctorado), además de licenciado en Geografía e Historia por la UNED. Ha participado en diversos congresos y colaborado en diferentes publicaciones relacionadas con la historia y la comunicación. Actualmente trabaja en Radio Nacional de España.
El germen de su obra nace tras las investigaciones que, durante cuatro años, realizó para elaborar su tesis doctoral. Además de afrontar las distintas etapas de desarrollo de su investigación –falta de fuentes orales, obstáculos burocráticos…- tuvo que enfrentarse a las dificultades derivadas de su ceguera. Su interés por la Historia de la Comunicación, especialmente el ámbito en que ambas disciplinas confluyen, su tenacidad por reconstruir una parte confusa de nuestra historia y su disposición para escudriñar minuciosamente por archivos, documentos, apuntes y bibliotecas y hablar con protagonistas, colaboradores o testigos, más o menos directos, han dado como resultado esta obra historiográfica sobre Radio España Independiente. Un tema que nunca antes había sido abordado, de forma tan completa, desde una perspectiva científica y académica.
“Radio Pirenaica” ha sido publicada por la editorial Marcial Pons con la colaboración de la Obra Social de Caja Castilla La Mancha que, con su patrocinio, cumple el objetivo de fomentar la creación literaria, especialmente entre los autores noveles.

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La Pirenaica
MANUEL RODRÍGUEZ RIVERO 03/12/2008

Sobrevivió a Franco -de quien quiso ser Némesis- casi dos años. Había nacido en Moscú en 1941, apadrinada por la Komintern, cuando la "Patria del Socialismo" parecía derrumbarse bajo el empuje de los tanques alemanes de la Operación Barbarroja. Oficialmente se llamó Radio España Independiente (REI), pero fue conocida con el nombre de guerra de La Pirenaica, porque sus responsables deseaban sugerir la máxima cercanía a la España amordazada.
Ése fue uno de los primeros mitos construidos en torno a la legendaria emisora de radio, pronto convertida en la "voz" más conspicua de la resistencia antifranquista. Nunca estuvo allí, ni fija, ni móvil, aunque hubo quien estaba convencido de que la emisora era trasladada casi a diario de un lugar a otro de la cordillera para burlar a sus enemigos. No estuvo afincada en otros lugares que en la capital soviética -salvo unos meses en Ufa, cuando Moscú estuvo en peligro- o en Bucarest, desde donde emitió a partir de 1955, cuando la "guerra fría" entraba en su fase gélida.
Tras su creación, Carrero Blanco, subsecretario de la Presidencia, firmó inmediata y secretamente el decreto por el que se creaba -atención- el Servicio de Interferencia Radiada. De ese negociado dependían los insoportables chirridos eléctricos, las insidiosas estridulaciones, los repentinos trompetazos y las encadenadas crepitaciones que siempre acompañaban -como música del infierno- tanto las emisiones políticas o informativas como las lecturas dramatizadas de novelas edificantes cuyos abnegados personajes eran portadores de los valores que adornarían al hombre "nuevo" (y a "su compañera") por el que combatían los comunistas.
Y es que la REI era la emisora del PCE: un eficacísimo canal clandestino que contribuyó extraordinariamente a difundir "en el interior" la idea de que los comunistas eran la única oposición verdaderamente organizada a la dictadura. Radio Pirenaica, la voz de la esperanza antifranquista (Ediciones Marcial Pons), de Luis Zaragoza Fernández, despliega la historia de aquella emisora que fue transformándose a medida que lo hacía el contexto político internacional y, sobre todo, el partido de la que era portavoz e instrumento de propaganda: desde el estalinismo seguidista al "eurocomunismo" de los setenta, del apoyo inquebrantable a la URSS a la crítica de la invasión de Checoslovaquia por las tropas del Pacto de Varsovia. Y que, hasta su disolución en 1977, fue la única radio de un partido político español que de forma permanente y continua presentó una alternativa a la propaganda franquista.
Basándose en una enorme cantidad de fuentes primarias y secundarias (desde el archivo del PCE a la transcripción de los programas; del fichero de cartas de los oyentes a las entrevistas orales con los redactores), Luis Zaragoza reconstruye sin maniqueísmos ni nostalgias la historia de aquella emisora de radio dirigida a un sector de la población imposible de cuantificar, pero que cada noche manipulaba el dial de onda corta de su receptor -sin subir demasiado el volumen- con el propósito de encontrar la información, orientación y -quizás- esperanza que no podía obtener de otro modo.
En aquel precario mercado de noticias, La Pirenaica se convirtió -con sus leyendas y sus mitos, con sus mezquindades y fracasos, con sus escandalosas complicidades y sus implacables denuncias- no sólo en instrumento de encuadre e información de militantes y simpatizantes, sino en una especie de símbolo de resistencia y combate contra el fascismo y por la libertad. En ella trabajaron gentes conocidas -de Dolores Ibárruri a Jordi Solé Tura, de Antonio Ferres o Andrés Sorel a Teresa Pàmies o Peru Erroteta- y otras que nunca llegaron a serlo más que para sus conmilitantes y radioescuchas. Conocer su historia ayuda a comprender mejor un tiempo y un país que hemos dejado atrás. Pero que a veces alguien se empeña en convocar, como los espiritistas a sus espectros.

17 gennaio 2009

La dissidenza cubana ignora Radio Martì

Rocco mi ha fatto notare un bell'articolo di ieri sul Nuevo Herald, edizione ispanica del Miami Herald, a proposito del caso Radio TV Martì, l'emittente anticastrista finanziata dall'amministrazione USA. Le associazioni dei dissidenti cubani accusano i dirigenti di Radio Martì per aver costruito palinsesti del tutto privi di interesse, cui nessuno, sull'isola, presta più ascolto. Radio Martì, dicono i protestatari, ormai serve unicamente gli interessi politici della fortissima comunità di profughi cubani di Miami, la piccola Habana, dove la redazione dell'emittente, creata a Washington nel 1985, è stata trasferita nel 1996 all'epoca dell'amministrazione Clinton.
Nella sua storia recente la stazione propagandistica è stata oggetto di pesanti accuse di corruzione. Un deputato democratico, William Delahunt, ha presentato diverse interrogazioni parlamentari al proposito. A giorni è attesa la pubblicazione di un nuovo rapporto sull'Office of Cuban Broadcasting. Secondo quanto afferma l'Herald, fonti vicine alla amministrazioni Obama hanno già fatto sapere che Martì tornerà a essere unicamente una radio, perché la nuova presidenza avrebbe intenzione di chiudere la sezione televisiva. Radio TV Martì ha un budget di 34 milioni di dollari annui.

Viernes 16 de enero del 2009
Disidentes cubanos piden cambios de programación en Radio Martí

JUAN CARLOS CHAVEZ

Aludiendo a serias deficiencias en el funcionamiento de Radio Martí y a la ausencia de un seguimiento efectivo de las noticias relacionadas con la disidencia dentro de Cuba, líderes de la oposición están demandando "cambios urgentes'' a la emisora con el propósito de que retome sus prioridades informativas.
Además de solicitarlo por escrito ante las autoridades de Washington, los principales líderes de la coalición Agenda para la Transición han decidido temporalmente realizar un boicot a la emisora y no hacer contribuciones a su Departamento de Noticias, hasta que no existan indicios de una transformación que abra las puertas a un flujo informativo favorable a la audiencia en la isla.
En un documento enviado al Departamento de Estado el pasado diciembre, los disidentes se quejaron de la situación reinante y pidieron medidas correctivas para aliviar una crisis que podría estar ahuyentando a la audiencia cubana de las transmisiones de Radio Martí.
"Nosotros esperamos que se haga un análisis de todo lo que ha sucedido, porque la programación es tan mala y tan poco interesante para el pueblo cubano que nadie la escucha'', afirmó Vladimiro Roca, portavoz de la agrupación durante una entrevista telefónica con El Nuevo Herald.
Roca enfatizó que la reclamación tocó la puerta al más alto nivel en Washington, debido a que la emisora radial está más en sintonía con las políticas locales del exilio en Miami, "lo que ocasiona que el cubano de a pie no tenga motivación ni interés''.
"Enviamos una carta al Departamento de Estado, con copia a la Oficina de Transmisiones a Cuba (OCB) y a Radio Martí, planteando estos problemas. También hicimos algunas sugerencias de cuestiones que se debían abordar, como retornar la sede de la emisora a Washington, que es donde debe estar y de donde nunca debió haber salido'', comentó Roca.
El traslado de las oficinas de Radio y TV Martí a Miami se hizo realidad en abril de 1996, cuando el proyecto de ley presentado por el senador republicano por Texas, Phil Gramm, fue aprobado por el Congreso sin debates ni audiencias, y luego consiguió la firma del presidente Bill Clinton.
El cuestionamiento de Agenda para la Transición constituye la más reciente ola de críticas que encara la emisora, inaugurada el 20 de mayo de 1985 en Washington, DC. para difundir noticias e informar a Cuba sobre la política de Estados Unidos. Con anterioridad, ha sido blanco de alegaciones de favoritismo, parcialidad noticiosa, fraude y otros temas.
La sección de TV Martí fue aprobada por el Congreso en marzo de 1990. El funcionamiento de Radio y TV Martí le cuesta al gobierno federal unos $34 millones anualmente.
El Nuevo Herald intentó sin éxito obtener la opinión del Departamento de Noticias de Radio Martí sobre el malestar de los opositores acerca de la programación informativa de la emisora.
Un llamado a Pedro Roig, director de la OCB --la agencia matriz de Radio y TV Martí-- tampoco fue respondido.
La evaluación negativa de los opositores contrasta con un reporte analítico de la Oficina del Inspector General del Departamento de Estado, de junio del 2007, que calificó de positivo el trabajo de Radio y TV Martí, y valoró también los esfuerzos que realizan estos medios electrónicos para contribuir a una transición democrática en Cuba.
En años recientes la estación ha estado en el foco de ataques de prominentes figuras en el Congreso --mayormente del Partido Demócrata--, que consideran ineficiente su gestión y abogan por el cierre de la oficina de TV Martí bajo el argumento de que la señal televisiva no ha logrado verse dentro del territorio cubano. El régimen castrista interfiere las transmisiones radiales y bloquea la señal televisiva de la estación.
Colaboradores del presidente electo Barack Obama aseguran que el próximo inquilino de la Casa Blanca podría decretar el cierre de TV Martí y someter a escrutinio las operaciones de la emisora radial.
El opositor Jorge Luis García Pérez (alias Antúnez) declaró que las alegaciones no deben ser entendidas como un acto de rebeldía, sino como un llamamiento honesto para mejorar el servicio y que al hacerlo "todos saldrán beneficiados''.
"Esta decisión no quiere la confrontación, sino soluciones. Estamos buscando que se tomen medidas porque Martí es nuestra ventana informativa, la principal con que cuenta el pueblo cubano. Es la información que la censura nos niega'', destacó Antúnez.
Asimismo apuntó que algunos cubanos le han hecho saber que la estación sacrifica la cuestión interna para cubrir noticias sobre el acontecer mundial.
"Otros compatriotas se han quejado de que muchas veces hay más atención a la actualidad internacional que lo que pasa en Cuba. Ciertamente hemos enfrentado dificultades en la cobertura, como una importante actividad en Santa Clara que tuvo una gran repercusión social'', aseguró el disidente.
Al respecto, Antúnez relató que tuvo una comunicación con el periodista Efrén Martínez Pulgarón, de Radio Martí, quien le aseguró que la noticia sería difundida, pero no fue así.
Martínez Pulgarón fue despedido de la emisora el pasado 31 de octubre, después de haber trabajado como contratista desde 1999. El periodista detalló que los estándares que se utilizan para escoger una noticia dependen única y exclusivamente de la mesa editorial.
"Antúnez puede creer que era mi responsabilidad, pero yo sólo era un peón, seguía instrucciones'', expresó Martínez Pulgarón, quien afirmó que su despido fue un acto en represalia por haber puesto en tela de juicio la promoción de empleos a nivel interno y hablar de favoritismos.
Otro disidente, el sociólogo Héctor Palacios, sostuvo que a la hora de analizar la tarea de Radio Martí en la isla se debe tomar como ejemplo los fines de semana.
"Después del viernes puede pasar cualquier cosa en Cuba y nadie se entera sino hasta el lunes'', declaró Palacios en una reciente entrevista telefónica desde La Habana.
Asimismo comentó que las soluciones deben llegar en el corto plazo, debido a que el tiempo puede agravar aún más el problema, sobre todo por la forma en que el gobierno cubano está redoblando los arrestos y operativos contra la disidencia interna.
"Son problemas que hay que cambiarlos, porque Radio Martí no es de otra gente que no sea de Cuba. La razón de ser es la nación cubana, lo ha dicho el gobierno estadounidense: se creó para la democratización del país'', anotó Palacios.
Otras quejas apuntan que ante las emergencias provocadas por huracanes que azotan la isla, el personal de noticias de Radio Martí no cubre los acontecimientos ni ofrece orientación específica a la población cubana.
Asimismo, la activista Marta Beatriz Roque declaró que el debate entre Radio Martí y la Agenda para la Transición es una situación interna y transitoria.
"Esto es algo que ocurre por primera vez y creemos que va a tener solución en un futuro cercano'', advirtió Roque.
Finalmente el activista disidente Elizardo Sánchez Santacruz, que no está vinculado a la Agenda, consideró justificado el malestar del colectivo.
"Digamos que en algún momento he escuchado manifestaciones de preferencias políticas originadas por el exilio cubano de Miami; éstas se han reflejado en ciertos programas que prefiero no mencionar'', acotó Sánchez.
En los próximos días debe divulgarse un reporte congresional sobre el funcionamiento de Radio y TV Martí, a petición del representante demócrata por Massachusetts, William Delahunt, uno de los más severos críticos de la estación.


21 settembre 2008

La stazione radio che imbrogliò il Reich

E' stato uno degli artefici principali nella battaglia "mentale" combattuta durante la Seconda guerra mondiale sulle onde della radio tra le forze della propaganda inglese e l'opinione pubblica del Terzo Reich. Molti storici sono ormai pienamente convinti che la sconfitta di Hitler è dovuta anche a personaggi come Sefton Delmer, l'uomo che inventò un'arma subdola e particolarmente efficace chiamata Gustav Siegfried Eins. Questo era il nome della stazione radio che fingendo di essere tedesca, riusciva a seminare tra i suoi ascoltatori (tedeschi) l'idea di una Germania non così monolitica come l'avrebbe voluta il Führer.
Su Sefton Delmer e la macchina propagandistica di Churchill è uscito recentemente un libro edito da Faber&Faber, intitolato appunto Churchill's Wizards, che racconta i successi maturati su un fronte dove nessuno sparava un colpo e nessuno rimaneva ferito, se non le proprie fanatiche certezze. Al volume, scritto da Nicholas Rankin, un veterano del BBC World Service che qualche anno fa pubblicò la biografia di un giornalista che riguarda da vicino noi italiani. Si tratta di George Steer, corrispondente di guerra del Times, che oltre a riferire del tragico bombardamento di Guernica nel corso della guerra civile spagnola, fu testimone della guerra chimica condotta dalle truppe italiane in Etiopia.
Ma torniamo a Delmer e alla lunga recensione pubblicata oggi dal Sunday Express e debitamente segnalata su Medianetworks da Andy Sennitt:

EXPRESS MAN WHO DUPED HITLER
Saturday September 20,2008 Paul Callan

Sefton Delmer scooped his journalist rivals by getting to know the Nazi leader as he rose to power – and then helped wreck the German war effort with his brilliant propaganda tricks and deception...

THE tired German soldier, far from home, was searching for music on the old radio when he suddenly came across the smoochy sounds of a dance band. It was just what he wanted.
When the music ended, “Vicky”, the husky-voiced ann­ouncer, read a few items of news. One caught the young soldier’s attention – and sent him reeling into a state of high anxiety.
“Our gallant doctors are battling an ­outbreak of diphtheria among German ­children,” read one of the items. The soldier was instantly anxious – he had three young children back home.
Yet in reality there was no outbreak of diphtheria and the morale-lowering effect of the broadcast was the object of the exercise. The radio station interspersing romantic music with seemingly positive items did not come from Germany. It was “black propaganda” designed to affect German morale and actually came from a closely guarded compound in what is today Milton Keynes.
The station was the brainchild of Sefton Delmer, the former Berlin correspondent of the Daily Express who was in charge of broadcasting misleading propaganda.
The story of his brilliant battle over the airwaves in the Second World War is told in a new book, Churchill’s Wizards, by broadcaster Nicholas Rankin. It tells how writers, journalists and artists created elaborate camouflages and fiendish propaganda to deceive the Germans in two world wars.
In the Second World War the British became masters of these dark arts. Not only were German secret codes broken but captured spies were forced to send back false intelligence. Bogus wireless traffic invented entire armies and fake airfields were filled with cardboard aircraft. Inflatable tanks and dummy landing craft also created a clever illusion of military strength.
Among the most brilliant operations were the phoney German radio stations designed to cause chaos and, in particular, greatly lower the morale of both the ordinary German soldier and the population.
Delmer was uniquely qualified to mastermind this deception. It was 80 years ago that the affable, jovial six-footer, always known to his friends as “Tom”, was sent to head the Berlin bureau of the Daily Express by Lord Beaverbrook, then the proprietor.
He had been partly educated in Germany and spoke the language perfectly. He reported the rise of Nazism from the brawls in Munich bierkellers to Hitler’s election as chancellor in 1933.
Delmer built up an outstanding set of contacts in the Nazi party and was the first British journalist to interview Hitler. He found him a rather ordinary looking man with a little moustache, unhealthy skin and hair that had been arranged too carefully.
“He reminded me of the many ex-soldier travelling salesmen I had met in railway carriages on my journeys across Germany. He talked like one, too,” said Delmer.
Delmer’s professional skill and charm ensured that Hitler let him travel on his ­private aircraft during the 1932 election campaign in Germany. He was also given the Nazi leader’s personal telephone number in case he had to check a story.
Delmer was even allowed to accompany Hitler to the smouldering remains of the Reichstag on the night of February 27, 1933. The Nazis had actually set fire to the Reichstag themselves and would use the incident as the pretext to outlaw all political opposition and impose dictatorship. They blamed the fire on a Dutch communist sympathiser.
Later Delmer recalled how Hitler walked alongside him and said: “God grant that this be the work of the communists. You are now witnessing the beginning of a great new epoch in German ­history, Herr Delmer. This fire is the beginning.” Then, with Delmer struggling to control his laughter, Hitler stumbled over a hosepipe and almost fell over.
When war broke out Delmer returned to England to work for the BBC. One of his first broadcasts was in response to Hitler’s own offering peace terms.
He addressed the Führer directly in smooth and deferential German. “Herr Hitler,” he said, “you have on occasion in the past consulted me as to the mood of the British public. So permit me to render your Excellency this little service once again. Let me tell you what we here in Britain think of this appeal of yours to what you are pleased to call our reason and common sense. Herr Führer and Reich­skanzler, we hurl it right back at you, right in your evil-smelling teeth.”
In September, 1940, Delmer was recruited by the Political Warfare Executive to organise black propaganda broadcasts. An early success was ta short-wave station called Gustav Siegfried Eins. It came on air shortly after Rudolf Hess’s controversial flight to Britain in 1940.
In the seven-minute broadcast, a ranting character known as Der Chef – Hitler’s nickname on the election tour that Delmer reported – loudly denied the rumour that Hitler was behind Hess’s mission to Britain. This covertly spread the news about Hess’s journey throughout Germany. The Nazis had hoped to keep it secret but, courtesy of Delmer’s propaganda station, it became widely known.
If this “black” broadcasting was to deceive efficiently then the principal speaker had to be totally convincing – and Der Chef was ideal. He had to sound like a Right-wing, patriotic German who was outraged at the incompetence of many in the Nazi hierarchy who were profiting at home from the massive sacrifices of the decent German ­soldier fighting abroad.
Der Chef frequently used the type of language used by ordinary soldiers. In his very first broadcast, the Prime Minister was called “That flat-­footed bastard of a drunk old Jew Churchill.” It was designed to add to the overall effect of a genuine German speaking his mind.
The idea was that a bored German radio operator – more likely to be military than civilian because only soldiers had short-wave receivers – would pick up a German voice speaking the saucy language of the barracks when he searched the dial one night.
When deeply religious cabinet minister Sir Stafford Cripps discovered such broadcasts he complained to the Foreign Secretary Anthony Eden. “If this is the sort of thing that is needed to win the war, why, I’d rather lose it,” he said.
Another of Delmer’s fake radio stations received the latest records from the German equivalent of the hit parade flown over from Stockholm. It even had a German in-house band, led by Henry Zeisel, which had been captured by the British Eighth Army when they were entertaining the Afrika Korps.
Although some listeners guessed it was an enemy station, they didn’t stop listening because it was so good. It even broadcast “special request” music to specific U-boats which thought their positions were secret so that the German navy felt under constant surveillance.
Broadcasting was not Delmer’s only form of propaganda. He had acquired a teleprinter left behind by the correspondent of DNB, the official German news agency. This was still receiving information from German propaganda chief Goeb­bels’s centralised news system.
Delmer’s team could hack into his official Nazi news items, either as a perfect cover or to bend them for their own disruptive purposes. Accurate reports of damage on specific streets and neighbourhoods following air raids was cleverly mixed on air with heart-rending descriptions of the widespread deaths of women and children.
News items about disease, mutilation and rats were transmitted. These demoralising stories, allegedly from the civilian home front, were often followed by fantasy stories of a better life for soldiers who had surrendered, deserted and were earning good money in neutral countries.
Another Delmer radio station was influential when the Allies invaded Europe in June 1944. Its broadcasts helped sap the morale of German troops defending the Normandy coast, even encouraging slacking by announcing: “Units which show themselves smart and efficient are drafted to the Eastern Front. Promotion in France is a sure way to death in Russia.”
After the war Delmer became chief foreign correspondent for the Daily Express and for 15 years ­covered most top stories.
War correspondent Ronald Payne recalls: “I ran into him in 1956 during the Suez Crisis when Colonel Nasser took the canal and Delmer’s introduction on his story referred to Nasser as ‘this third-rate imitation Hitler of the Nile’.”
Delmer was allegedly booted out of Egypt. In 1959 he fell out with Beaverbrook and retired to his Essex farm where he wrote various books, including an account of his wartime work.
While he might never have fired a shot in anger, Delmer’s ingenious duping of the Nazis played an invaluable part in the Allies’ victory.

21 agosto 2008

Praga, quando "Radio Moldau" giustificava l'invasione

Nell'invasione di Praga che iniziò esattamente 40 anni fa, un ruolo molto importante per la sua posizione geografica lo ebbe una nazione che oggi non esiste più. Ma i cui abitanti c'erano allora e in molti casi ricordano ancora adesso. Oggi tutti i giornali tedeschi e le stazioni radio ricordano gli avvenimenti della primavera di Praga visti dal lato della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. In particolare ho letto questo eccellente articolo della FAZ, che potete tradurre abbastanza facilmente con Google (non fatelo in Italiano, la traduzione automatica viene indirettamente da quella inglese e tutto diventa meno chiaro), accompagnato da una galleria di foto.
Bellissimi i ricordi di Kurt Fischer, negoziante di apparecchi radio, che abita a Frauenstein, allora sulla linea di confine tra DDR e Cecoslovacchia attraversata dai tank del Patto di Varsavia. Kurt ascoltava tutti i programmi radio e racconta di essersi sentito molto vicino alle posizioni di Dubcek.
Ma la DDR non offrì solo un supporto militare e logistico. Nell'agosto del 1968 iniziò a trasmettere Radio Moldau (Vltava o Moldova), che attraverso gli impianti in onde medie di Dresda-Wilsdruff, su 1235 kHz, cercava di indottrinare gli insorti di Praga sulle trame imperialistiche di Bonn (la tesi era che Dubcek fosse un agente tedesco occidentale) per giustificare l'invasione fatta passare per "aiuto internazionalista". Peccato che Radio Moldau, che fingeva di operare clandestinamente dalla Cecoslovacchia e di essere legata a un movimento contro-controrivoluzionario, assoldasse annunciatori che parlavano in pessimo ceco. I praghesi capirono subito il trucco propagandistico e Radio Vltava smise di trasmettere nel febbraio del 1969.
L'ente radiofonico regionale sassone MDR sta dedicando parecchi speciali in questi giorni (guardate nella pagina "La fine di una illusione?"). Purtroppo non sono tutti accessibili via podcast. Il 19 è stata trasmessa una intervista, non salvata in archivio, con una delle conduttrici di Radio Moldau; l'intervista è stata curata da uno storico dei media, Christian Könne, che aveva partecipato anche un convegno di qualche anno fa sui media della DDR (ho trovato questa scheda al proposito).