Non è la prima volta che mi chiedo se in Italia la libertà di espressione sia una realtà effettiva, sancita, incoraggiata e tutelata, o una mera convenzione. Qualcosa di scolpito nella pietra di una tavola o tracciato sulla sabbia, frettolosamente e perché si "deve fare". Penso che debba chiederselo chiunque scriva, più o meno meritatamente, su un grande giornale, visto che è in tale contesto che è doveroso verificare la presenza di eventuali condizionamenti (purtroppo ci sono).
Ma in questi giorni il dubbio si è fatto particolarmente angoscioso. Tanto da farmi chiedere se una volta postami la domanda ho davvero voglia di conoscere la risposta. Che in Italia, prima di Internet, l'accessibilità ai mezzi comunicazione fosse un po' meno incondizionata che altrove, lo si sospetta da tempo. I media a controllo pubblico garantiscono solo una equa visibilità dei controllori, a scapito di tutto il resto. Potrebbe bastare se i controllori rappresentassero davvero gli elettori, ma con questa legge elettorale non basta. I media non pubblici, commerciali o no profit, sono manchevoli: i primi sono affetti da troppe impurità politiche, i secondi, quando non sono semplicemente negati, sono troppo fievoli. Il piccolo universo delle radiotelevisioni minori si è improvvisamente trovato in una situazione insostenibile quando il governo ha approvato una versione del decreto delle delle mille proroghe (che bizantinismo anacrologico) che sospende l'erogazione dei rimborsi per spese elettriche e di agenzia stampa alle emittenti che non siano affiliate a un partito o a una corrente politica. Per certi versi è una decisione che non sorprende, provenendo da un governo ormai apertamente autocratico. Ma sono convinto che si sia trattato della ennesima, banale dimostrazione della totale incapacità di una parte consistente di chi è stato portato in Parlamento (comunque la pensiamo o abbiamo votato, non siamo noi ad aver scelto quelle persone, noi ci siamo limitati a fare un segno su un vuoto simbolo, esattamente come si faceva nei paesi del blocco sovietico il cui destino non democratico ci era stato, apparentemente, negato).
Le emittenti che hanno ricevuto questo brutto schiaffo autoritario da un governo che interpreta il concetto di semplificazione non riducendo e razionalizzando leggi discusse in aula ma incrementando a dismisura il numero di decreti (traduzione: diktat), stanno facendo sentire la loro protesta, per esempio con spot come quello che potete ascoltare qui sotto, messo gratuitamente a disposizione dagli ormai fraterni amici di Newslinet. Seguite
questo link per leggere invece il comunicato di
Radio Popolare di Milano.
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