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18 febbraio 2016

Uganda al voto con il candidato dell'opposizione sulle onde corte.

In questa foto Reuters del 2003, un ascoltatore a Kampala, Uganda. 
Quelle di oggi, in Uganda, sono elezioni presidenziali ad alta tensione. Il vecchio presidente Yoweri Museveni cerca la rielezione contro due candidati dell'opposizione: il veterano Kizza Besigye (del Forum per il cambiamento democratico, un medico ex colonnello dell'esercito che aveva già provato a scendere in lizza in passato, e Amama Mbabazi (di GoForward) il politico che è stato primo ministro fino al 2014, quando fu giubilato da Museveni proprio su una disputa relativa alla successione alla presidenza. Museveni potrebbe essere rieletto e per lui sarebbe un quinto mandato.
L'Uganda di Museveni (che come ricorderete mette gli omosessuali all'ergastolo, e solo dopo una modifica dell'ultimo minuto di una legge che prevedeva la pena di morte) è tutt'altro che democratico. Nel periodo precedente alle elezioni, il Committee to protect journalists aveva denunciato le numerose sopraffazioni nei confronti delle emittenti radiotelevisive locali. Endigyito FM era stata chiusa lo scorso 20 gennaio, con tanto di sequestro degli impianti, dopo che la stazione aveva osato organizzare un dibattito con Amama Mbabazi. Il 13 febbraio, Richard Mungu Jakican, conduttore di un talk-show a Radio North FM, emittente di Lira, nel nord del Paese, è stato arrestato in diretta insieme ai suoi sette ospiti. 
Forse anche per questo, Kizza Besigye ha pensato bene di ritornare al passato delle onde corte per la sua propaganda elettorale. Il sito Web Uganda Diaspora P10 ha una sua Uganda Diaspora Radio che nei giorni precedenti alle elezioni ha cominciato a trasmettere alle 16:30 UTC su 15405 kHz. Oggi 18 febbraio, giornata di voto, l'organizzazione diffonde una programmazione speciale per lanciare un messaggio ai suoi potenziali elettori e istruirli sulle operazioni ai seggi. La trasmissione è ora in onda su 17840 kHz, fino alle 16 UTC e lo sarà nuovamente su 15880 kHz, tra le 16 e le 19. NOn è ancora chiaro quale sia l'impianto noleggiato per questo relay.
Lo scopo di Uganda Diaspora Radio sarà anche quello di dire la verità sui risultati di oggi e denunciare i possibili brogli. "Non lasciatevi intimidire al seggio, seguite fedelmente le istruzioni della commissione elettorale, dopo aver votato rimanete nel seggio per assicurarvi che la vostra scheda venga inserita nell'urna." E questo proprio mentre la BBC riferisce che sia Facebook, sia Whatsapp sono stati bloccati in tutto l'Uganda "per questioni di sicurezza". È incredibile vedere come una "tecnologia" inventata negli 90 anni fa possa avere ancora influenza in un presente fatto di avanzatissimi - ma fragili e vulnerabili - mezzi digitali. Ricordo che fino a qualche mese fa era ancora possibile ascoltare la governativa National Radio su 4976 kHz in banda tropicale, ma ultimamente di questo segnale non c'è stata più traccia.

31 marzo 2012

Birmania, grande ritorno delle onde corte: un nuovo impianto per le lingue locali


C'è forse un preciso disegno del regime birmano nella frenesia che dallo scorso febbraio anima i rapporti d'ascolto che arrivano dai radiohobbysti sintonizzati sulle frequenze in onde corte dalla Birmania (Myanmar). La nazione asiatica situata tra Bangladesh e Thailandia sta per andare alle elezioni e da settimane è impegnata a trasmettere su frequenze del tutto inedite programmi destinati alle sue numerose minoranze linguistiche. I "DXer" in India, Sri Lanka,Thailandia e California, segnalano gli annunci di Radio Thazin, ma anche di Radio Kachin (lo stato del nord di un paese dalla geografia molto allungata) e di Radio Rakhine. Proprio in queste ore analizzando Google Maps (foto) è stato individuato un impianto di trasmissione poco a est di Pyin Oo Lwin, nuovo nome di Maymyo, nella provincia di Mandalay, quindi parecchio a nord rispetto alla città principale, la costiera Yangon (Rangoon) ma anche della nuova capitale birmana, la centrale Naypyidaw. A Pyin Oo Lyn sono state individuate una grande antenna per onde medie, probabilmente attiva su 639 kHz e due antenne per onde corte, la cui frequenza più attiva (e facile da ascoltare anche da noi) è di 7110 kHz, quella osservata dall'inizio del mese di febbraio in tutto il mondo, dopo la segnalazione da parte dei DXer indiani. Impianti di trasmissione sono visibili però anche a poca distanza da Naypyidaw, mentre a Yangon dovrebbero tutt'ora operare gli impianti di Myanma Radio, l'emittente ufficiale, e la stazione delle Forze Armate (quella che si ascolta su 5770).
Del resto, in uno dei regimi più ermetici dell'Asia, nonostante la concessione di qualche decina di seggi elettorali offerti ai partiti oppositori del regime da mettere in palio con le votazioni di domenica, in Birmania alcune trasmissioni radio venivano curate dal Direttorato Pubbliche Relazioni e Guerra Psicologica del Ministero della Difesa. L'improvviso interesse nei confronti delle trasmissioni in lingue minoritarie (ma anche in lingua inglese) da Radio Thazin/Radio Kachin potrebbe derivare da una rinnovata intenzione di estendere la copertura della propaganda di regime anche nelle regioni più periferiche. Una prima lista di frequenze attive è stata ricavata da osservazioni effettuate in febbraio in Thailandia da Gerhard Werdin (s/on=apertura programmi, s/off=chiusura):

5770 Defence Forces Bc;
0030 a 0430, 0800-0930, poi s/on 1130 fino alle 1440 UT.

5915 Myanma R; 2330-0200 e 0900-1400, alle 1240 UT tutti programmi diversi sulle varie frequenze (5770, 5915, 5985, 7110, 7345 kHz), fino alle 1340 UT;
s/off presunto 1430.

5985/6 Myanma R; 2330-0130 UT s/off; 0930 s/on, fino ad almeno le 1445 UT,

6030 Myanma R Thazin

7110 Myanma R Rakhine pres.; 2330 s/on fino alle 0130 UT s/off,

7110 Myanma R Thazin pres; 1030 s/on fino alle 1430 UT s/off;

7200 nuova frequenza QRG; Myanma R da inizio marzo nella fascia 0300-0930 UT; annunci "Myanmar, Naypyidaw" forse rimpiazzata da 9400 kHz (?).

7345 Myanma R Rakhine pres.; tent s/on 1030, s/off 1330 UT.

9460 Myanmar R, nuova frequenza da inizio marzo s/on 0430, s/off 0630 UT.

9590 Myanma R pres.; s/on 0130, s/off 0330 UT, e a volte 0530-0830 UT, forse fino alle 1030 UT,

9730 Myanma R (nominale, ascoltata in realtà su 9730,85 kHz); s/on 0230 UT, s/off 1000 con segmenti in inglese 0230-0330 e 0700-0730 UT. Su questa frequenza è stato osservato anche il relay di PadaukMyay Radio di Naypyidaw

Babul Gupta, dall'India, ha diffuso in questi giorni una griglia molto dettagliata dei programmi di Radio Kachin e di quella che viene tentativamente identificata come Radio Thazin, entrambe operative dal nuovo impianto di Pyin Oo Lwin:

Morning
2330 to 0130 hrs UTC in Burmese on 639 kHz, 6030 kHz
0130 to 0200 hrs UTC in English on 639 kHz, 6030 kHz

Afternoon
0430 to 0630 hrs UTC in English on 639 kHz, 9460 kHz

Evening
1030 to 1430 hrs UTC in Burmese on 639 kHz, 7110 kHz
1430 to 1500 hrs UTC in English on 639 kHz, 7110 kHz

The other new station in Myanmar which I posted earlier as "Rakhine Broadcasting Station" in IDXCI fb group, I think this station is also from the same studio in Phin Oo Lwin for minority language broadcast, but I'm not sure about it. The schedule is as follows:

Morning
2330 to 0030 hrs UTC in Chin on 7110 kHz
0030 to 0130 hrs UTC in Kachin on 7110 kHz
0130 to 0230 hrs UTC in La on 9590 kHz
0230 to 0330 hrs UTC in Po on 9590 kHz

Afternoon (secondo Victor Goonetilleke a Sri Lanka gli orari corretti sono 0430-0830)
0530 to 0630 hrs UTC in Geba on 9590 kHz
0630 to 0730 hrs UTC in Kokang in 9590 kHz
0730 to 0830 hrs UTC in Karen on 9590 kHz
0830 to 0930 hrs UTC in Shan on 9590 kHz

Evening
1030 to 1130 hrs UTC in Kayah on 7345 kHz
1130 to 1230 hrs UTC in Gekho on 7345 kHz
1230 to 1330 hrs UTC in Mon on 7345 kHz

27 dicembre 2010

Quando Radio Northsea vinse le elezioni

La politica dei tagli che ha caratterizzato queste ultime settimane di governo Berlusconi ha causato un forte malcontento tra gli editori radiotelevisivi che hanno dovuto assistere inermi all'azzeramento delle provvigioni a sostegno dell'emittenza locale (45 milioni cancellati dal decreto Milleproroghe dopo le "promesse" scritte nero su bianco nella legge sulla stabilità), cui si aggiungono i 50 milioni decurtati dai fondi per l'editoria. Ciò nonostante, non riesco a pensare che se e quando torneremo a votare, sulle scelte dell'elettorato - tra quelle che potremmo ironicamente definire le "Milleragioni" per un voto contro Kim Silvio Sung - avranno un peso anche le istanze delle radio libere.
Secondo il cronista politico della BBC, Paul Rowley, autore di uno splendido radiodocumentario trasmesso in questi giorni sulle stazioni locali di BBC Radio 2, le cose andarono diversamente in Gran Bretagna quarant'anni fa, nel giugno del 1970, quando il governo labourista di Harold Wilson chiamò il Paese alle urne con diversi mesi di anticipo e smentendo tutti i sondaggi perse di misura contro il conservatore Edward Heath. Allora si disse che gli elettori rimasero colpiti negativamente dalle cifre della bilancia dei pagamenti e che la sconfitta dell'Inghilterra alla Coppa del Mondo di Mexico '70 (proprio contro la Germania che noi sconfiggemmo per 4 a 3) aveva fatto incazzare milioni di persone.
Ma Rowley, che ha prodotto in questi anni diversi documentari sulle gloriose radio pirata offshore, si chiede in "Radio election" quale fu il peso elettorale dei giovani diciottenni che per la prima volta nella storia inglese furono chiamati alle urne. A soli tre anni di distanza dalla legge labourista che aveva decretato la fine di Radio Caroline e di tante altre paladine della musica rock.



Furono proprio i socialisti britannici a combattere il fenomeno delle radio pirata, con il suo rivoluzionario modello commerciale: audience in cambio di pubblicità. E se le grandi aziende - era questo, a grandi linee, il ragionamento - avessero preso il controllo di un bene collettivo come l'etere radiofonico? Al contrario, il manifesto elettorale di Heath prevedeva la creazione delle stazioni radiotelevisive commerciali. I conservatori mantennero la loro promessa, ma nel frattempo gli elettori dovevano aver cambiato di nuovo idea perché nel febbraio del 1974 Heath perse a sua volta le elezioni restituendo favore e scranno di primo ministro a Wilson. Pochi mesi prima, nell'ottobre del 1973, era andata on air la London Broadcasting Company.
Rowley osserva oggi che dall'analisi del voto nelle aree sudorientali del Regno Unito, dove le stazioni pirata avevano avuto molto seguito, i consensi per i conservatori furono molto numerosi. Durante la campagna elettorale, da Radio Northsea International, ancorata al largo delle acque olandesi fuori dalla giurisdizione britannica, gli appelli a favore del partito conservatore si sprecarono. Il governo di Wilson decise addirittura di disturbarne i programmi con del jamming, una manovra antidemocratica che neppure durante la Seconda guerra mondiale era mai stata messa in atto.
Sulla rivista online Radiomusications trovate un bell'articolo scritto da Robin Carmody nel 2007, The politics of offshore radio. E' un saggio conciso ma molto ben fatto sui retroscena politici della battaglia contro il monopolio della BBC. Lo scontro fu un elemento chiave in quel cocktail di crisi economica, stanchezza nei confronti del centralismo dirigista e voglia di modernità che alla fine degli anni 70 portò alla vittoria della Thatcher. Fu soprattutto un buon esempio di come, in politica, anche le buone intenzioni possono avere conseguenze spiacevoli. I labouristi erano probabilmente in buona fede quando vollero negare un pezzo di libertà a tutti pur di impedire che pochi potenti se la prendessero tutta. I conservatori erano sinceramente disposti ad accettare il rischio di qualche voce di potenziale dissenso in cambio di un fiorente mercato della pubblicità. Avevano ragione entrambi, o erano viceversa entrambi nel torto?
Quello che possiamo dire in Italia è che da solo il mercato della pubblicità non basta a sostenere le attività dell'emittenza radiotelevisiva privata, almeno non in un assetto normativo oggettivamente distorto e privo di solidi presupposti sul piano dell'analisi economica ancor prima che politica. Nelle nostre condizioni è una destra liberista solo sulla carta - ma oberata nella realtà dal macigno del conflitto di interessi berlusconiano - a guardare con maggior sospetto al pluralismo dell'etere. Per la sinistra è una ben magra consolazione l'essere stata in grado di prevedere la deriva dell'oligopolio mediatico. Mi chiedo, con una certa angoscia, se anche in questo caso l'elettorato giovanile potrà avere un ruolo nell'indirizzarci verso il cambiamento.

07 marzo 2010

Italia 2010: l'ombra della censura sulla democrazia

Non è la prima volta che mi chiedo se in Italia la libertà di espressione sia una realtà effettiva, sancita, incoraggiata e tutelata, o una mera convenzione. Qualcosa di scolpito nella pietra di una tavola o tracciato sulla sabbia, frettolosamente e perché si "deve fare". Penso che debba chiederselo chiunque scriva, più o meno meritatamente, su un grande giornale, visto che è in tale contesto che è doveroso verificare la presenza di eventuali condizionamenti (purtroppo ci sono).
Ma in questi giorni il dubbio si è fatto particolarmente angoscioso. Tanto da farmi chiedere se una volta postami la domanda ho davvero voglia di conoscere la risposta. Che in Italia, prima di Internet, l'accessibilità ai mezzi comunicazione fosse un po' meno incondizionata che altrove, lo si sospetta da tempo. I media a controllo pubblico garantiscono solo una equa visibilità dei controllori, a scapito di tutto il resto. Potrebbe bastare se i controllori rappresentassero davvero gli elettori, ma con questa legge elettorale non basta. I media non pubblici, commerciali o no profit, sono manchevoli: i primi sono affetti da troppe impurità politiche, i secondi, quando non sono semplicemente negati, sono troppo fievoli. Il piccolo universo delle radiotelevisioni minori si è improvvisamente trovato in una situazione insostenibile quando il governo ha approvato una versione del decreto delle delle mille proroghe (che bizantinismo anacrologico) che sospende l'erogazione dei rimborsi per spese elettriche e di agenzia stampa alle emittenti che non siano affiliate a un partito o a una corrente politica. Per certi versi è una decisione che non sorprende, provenendo da un governo ormai apertamente autocratico. Ma sono convinto che si sia trattato della ennesima, banale dimostrazione della totale incapacità di una parte consistente di chi è stato portato in Parlamento (comunque la pensiamo o abbiamo votato, non siamo noi ad aver scelto quelle persone, noi ci siamo limitati a fare un segno su un vuoto simbolo, esattamente come si faceva nei paesi del blocco sovietico il cui destino non democratico ci era stato, apparentemente, negato).
Le emittenti che hanno ricevuto questo brutto schiaffo autoritario da un governo che interpreta il concetto di semplificazione non riducendo e razionalizzando leggi discusse in aula ma incrementando a dismisura il numero di decreti (traduzione: diktat), stanno facendo sentire la loro protesta, per esempio con spot come quello che potete ascoltare qui sotto, messo gratuitamente a disposizione dagli ormai fraterni amici di Newslinet. Seguite questo link per leggere invece il comunicato di Radio Popolare di Milano.

I sostegni economici tolti si possono reinstaurare e il governo, persino questo governo, finirà per provvedere, se non altro per cancellare una delle tante figuracce inanellate in questi mesi. Non sarà altrettanto rimediabile la vergogna della sospensione di programmi radiotelevisivi con "contenuti politici" alla vigilia di elezioni, oltretutto amministrative e in presenza di scandali macroscopici come l'abuso emergentistico perpetrato dagli inquisiti della protezione civile. La sospensione di quelle trasmissioni puzza manifestamente di mordacchia, è pura e semplice censura preventiva.
Il bavaglio di stato è caduto come una mannaia anche sul programma televisivo Protestantesimo, curato dalla federazione delle Chiese evangeliche di cui faccio parte. A febbraio la Rai ha fatto sapere che la puntata di protestantesimo con due servizi dedicati agli scontri razziali in Calabria e alla nostra costituzione (il 17 febbraio i protestanti italiani celebrano le "patenti" del 1848 con cui Carlo Alberto di Savoia garantì, a noi cristiani non cattolici e agli ebrei, la libertà di culto), sarebbe dovuta slittare a dopo le elezioni, togliendo di fatto agli spettatori italiani uno spunto di riflessione in più in una nazione in cui le amministrazioni locali come quella di Goito, nel Mantovano, possono permettersi di calpestare la Carta costituente chiudendo le porte degli asili comunali ai non cristiani. Riporto qui la lettera del Pastore Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche italiane. A commento della censura subita da Protestantesimo.
Soppressione servizi "Protestantesimo" (Raidue)

La recentissima legge sull’informazione in campagna elettorale ci ha sorpresi con una nuova ed imprevedibile norma.
Avevamo preparato servizi senza alcun esponente politico e istituzionale, ma non pensavamo che addirittura si arrivasse a vietare di trattare temi politici in programmi non giornalistici.
Abbiamo cercato di trattare con , il nostro direttore (Massimo Lavatore) ha cercato di sostenerci ma l’ufficio legale della RAI è stato implacabile e ci ha cancellato i due servizi che avevamo preparato per la settimana della libertà, uno su “Immigrare dopo Rosarno” e l’altro su “Difendiamo la costituzione”.
In allegato trovate il testo dell’editoriale del Pastore Massimo Aquilante, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, che aprirà la puntata di Protestantesimo in onda lunedì 22 febbraio alle 01,30 circa e successive repliche. I successivi servizi saranno: “Ti racconto la mia storia”, in incontro con il Pastore Romolo Ricciardiello delle chiese evangeliche della Valle del Sele, “Resistere in Zimbabwe: un incontro con Henry Chiromo, pastore dell’Unione Battista dello Zimbabwe; chiuderà il programma il 4° episodio della serie biblica: “L’Evangelo secondo Schubert”.

Marco Davite
Protestantesimo


Per gli evangelici italiani il 17 febbraio è una festa della libertà. Si ricorda, infatti, il 17 febbraio del 1848, quando il re Carlo Alberto concesse i diritti civili ai valdesi, presenti da secoli nel nostro Paese. Da quel giorno, ogni anno nelle Valli valdesi del Piemonte, si accendono grandi fuochi, a memoria, appunto, dell’inizio di quel cammino di libertà che, attraverso il Risorgimento e la Resistenza, avrebbe trovato compimento nella Costituzione repubblicana del 1946.
Da anni ormai questa ricorrenza è diventata una festa non solo per i valdesi ma per tutti i protestanti italiani. E’ la “settimana della libertà”, nella quale le chiese evangeliche organizzano iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della libertà. Siamo infatti consapevoli che non può esservi piena libertà per una parte – la nostra – se non vi è, contemporaneamente e altrettanto pienamente, la libertà per gli altri .
Questa è la ragione per cui la Federazione delle chiese evangeliche in Italia ha voluto dedicare la Settimana della libertà di quest’anno alla questione dell’immigrazione, e in particolare ai fatti avvenuti nella cittadina calabrese di Rosarno, all’inizio di gennaio. Riteniamo, infatti, che da quella tristissima vicenda sia emerso chiaramente un problema di libertà e di rispetto dei diritti fon damentali, che riguarda il Paese nel suo complesso. Da decenni, le chiese evangeliche sono fortemente impegnate nel campo dell’accoglienza agli stranieri. E in una direzione ben precisa: quella della costruzione di esperienze di integrazione. Si vive insieme la stessa fede in Gesù Cristo, condividendo i doni che ciascuno ha ricevuto, arricchendoci reciprocamente delle diverse spiritualità e sensibilità culturali, edificando insieme la chiesa e la sua testimonianza nel Paese.
La Federazione delle chiese evangeliche ha prodotto un dossier, che raccoglie vari articoli, e due servizi televisivi per la rubrica Protestantesimo di oggi, uno sull’immigrazione e l’altro sulla Costituzione italiana. Il dossier è facilmente reperibile presso le nostre chiese. I due servizi, invece, non potranno andare in onda. La recentissima legge in materia di informazione pubblica stabilisce infatti che i programmi televisivi non riconducibili ad una testata giornalistica non possano affrontare temi di rilevanza politica durante il tempo della campagna elettorale. E poiché non si può parlare di immigrazione senza parlare contemporaneamente di politiche dell’immigrazione, come non si può parlare di Costituzione senza fare riferimento agli attacchi cui è soggetta negli ultimi tempi, dovrete aspettare, cari telespettatori, la fine della competizione elettorale per poterli vedere.
Le leggi si rispettano, non v’è dubbio. Tuttavia, vogliamo esprimere il nostro disagio. Ci è stato detto che una rubrica religiosa come Protestantesimo deve occuparsi solo di religione e lasciar perdere il resto. Per noi protestanti, però, la confessione della fede non può che essere strettamente legata alle questioni fondamentali della vita: la libertà, la democrazia, la giustizia. La fede non è soltanto un sentimento da esprimere la domenica in chiesa, ma è un impegno a vivere l’evangelo della grazia e della liberazione in Cristo nelle cose di tutti i giorni che riguardano tutti: un messaggio da confrontare criticamente con la realtà personale, ma anche sociale e politica, del nostro tempo. Che dire? Nell’invitarvi a rimanere con noi per il prossimo servizio, vi chiediamo anche di riflettere insieme a noi.

Per adesso, si dirà, c'è ancora l'indipendenza di Internet. Ma attenti, la libertà d'espressione deve valere per tutti i mezzi perché la censura è un virus molto contagioso. E i cavi della rete sono sotto il controllo di operatori pesantemente indebitati e in mano ad amministratori dalla condotta non sempre irreprensibile, deboli, esposti ai condizionamenti della politica e dei gruppi di interesse. E' in fin dei conti una libertà di espressione per la quale versiamo mensilmente un canone: non è troppo diversa da quella radiotelevisiva. Chi percepisce i nostri sudati canoni, con o senza il controllo parlamentare alle spalle, avrà sempre l'ultima parola.

06 aprile 2009

Talk radio, campagne elettorali e bugie

Un infinito processo alle intenzioni. Un tormentone basato su fatti del tutto inconsistenti - una manciata di dichiarazioni quasi sempre peraltro seguite da smentite ben più autorevoli - per montare la panna della "pubblica opinione", con la frusta della manipolazione retorica. La discussione sulla possibile (ma quando mai...) reintroduzione negli USA della Fairness Doctrine, la par condicio mediatica sulla discussione dei temi politici, continua a servire alla destra conservatrice per mettere la sinistra di potere sul banco degli imputati, per accusare quel socialista bolscevico del presidente Obama di voler censurare l'opposizione.
Il prossimo anello in una catena che sembra non finire mai (e assomiglia così tristemente agli artifizi di cui si servono a piene mani i media assai più condizionati e condizionabili di casa nostra) è un libro che uscirà a maggio per un grande editore, Simon&Schuster, scritto da uno dei padri della talk radio conservatrice americana: Brian Jennings. Il volume-denuncia si intitola manco a dirlo "Censorship, The threat to silence talk radio" e mette sullo stesso piano le forbici di una censura dittatoriale (e già questo in un paese retto da un Parlamento democratico è parecchio azzardato) e una legge abolita da vent'anni che cercava forse in modo artificioso, ingenuo e inefficace, di fissare le regole di una forma di discussione più equilibrata, assegnando alle diverse parti politiche lo stesso peso in termini di tempo di trasmissione. La par condicio può essere una stupidaggine, il frutto di una visione romantica e ottimistica del dibattito politico come leale confronto di idee tutte egualmente costruttive. Ma non è censura. Farlo credere, gridare allo scandalo ancor prima di una eventuale proposta di legge, non è un modo per essere democraticamente vigili, per tenere deste le coscienze. E' pura disinformazione, oltretutto di perfetto stampo staliniano. A questo punto viene anche il sospetto che sia un ottimo modo per occupare tante ore di programmazione con un argomento inesistente, solo per mascherare un vuoto di idee che à invece molto concreto e dovrebbe preoccupare i conservatori più di quanto abbia fatto l'elezione di Obama.
Questo è quello che penso e potrei sbagliare. Ma il tema riguarda comunque certi meccanismi di creazione del consenso, un gioco non sempre trasparente in cui la radio riveste un ruolo importante. La storia di uno dei fatti citati nel libro di Jennings e riportati anche dallo stesso autore in un suo post del blog conservatore "Big Hollywood" è molto rivelatrice:

Pardon the Obama Media Hypocrisy!
by Brian Jennings


When writing my book Censorship: The Threat To Silence Talk Radio, I included one of the Obama campaign’s most hypocritical moments. After reading this, you’ll have no question why the “Teleprompter of the United States” needs one. John McCain was no challenge in the debates but Obama avoided this confrontation. An excerpt from my book which Simon & Schuster will publish May 5th:
In late August, 2008, Obama supporters unleashed their venom on Chicago’s WGN radio for allowing a critic of Barack to come on the air. The station had scheduled an interview with Stanley Kurtz, author of an article that linked Obama to 60’s radical William Ayers. (Ayers - now a professor in the College of Education at University of Illinois - was co-founder of a radical left-wing organization called the Weather Underground that was responsible for bombings of public buildings in the 60’s and 70’s, resulting in injuries to and deaths of several people.)
Obama supporters were incensed that the radio station would interview someone whom they accused of being a “hatchet man”, spreading what they considered to be lies and distortions about their chosen candidate. Their intent was clear and to the point. They wanted to intimidate WGN and force management to reverse its decision to put Kurtz on the air. They urged their supporters to send intimidating e-mails and make phone calls to WGN radio to complain; the station was deluged with calls and e-mails.
This controversy developed into a major story not only in Chicago, on Obama’s home turf, but all across the country. It was yet another frontal assault on free speech. According to my long-time friend, former WGN Program Director Bob Shomper - who now programs WLS in Chicago - the controversy developed as a result of trying to give Obama’s campaign the opportunity to come on the radio show with Kurtz. How ironic! In other words, the station offered to fairly balance the show, but Obama supporters declined that offer and continued their intimidating tactics to try to prevent the interview from being aired. Shomper said, “Instead, they e-blasted their national database to clog our call-in lines.” Rather than choosing to debate the issues, the campaign resorted to intimidation.
Footnote: Because the mainstream media endorsed and worshipped Obama, few of them will now leave the alter. For their own sake, they need him to succeed. Otherwise, they run the risk of a total credibility meltdown. Journalism is dead in America. That’s a topic for another day. Thank you.
Jennings si riferisce a un altro autore conservatore, Stanley Kurtz, che durante la campagna presidenziale si è occupato dei rapporti tra Obama e un vecchio attivista politico radicale, William Ayers. Per i candidati conservatori è stato uno dei temi "forti" di queste elezioni, in cui Obama veniva accusato di aver frequentato e favorito gruppi che non esitavano a ricorrere a bombe e bottiglie molotov. In Censorship, Jennings rivela per esempio che la stazione WGN di Chicago, che aveva intervistato Kurtz mesi prima delle elezioni, era stata sommersa di telefonate e mail di protesta da parte di un gruppo di supporter di Obama organizzati in una community online, il cosiddetto Obama Action Wire (la storia viene raccontata anche dal Chicago Tribune). L'Action Wire ha funzionato davvero, ha avuto le sue pagine Web e il suo gruppo su Facebook, ed era un modo molto attuale per organizzare l'attivismo politico pro Obama e sfruttarne meglio le capacità di confronto delle varie opinioni, per cercare di smascherare i tentativi di ledere l'immagine di un avversario politico con "fatti" inconsistenti e distorti. Certo, c'era sempre il rischio che anche l'Action Wire diffondesse notizie fasulle e interpretazioni basate su fatti inventati. Ma l'attenzione del discorso di Jennings è rivolta su un unico punto: se l'Action Wire esiste e coinvolge un certo numero di persone e queste persone automaticamente, qualsiasi cosa dicano, magari anche quando dicono la verità diventano pericolosi automi in mano a forze ostili. Insomma, inviare un messaggio di posta elettronica a una stazione radio o discutere di politica sono gesti "intimidatori", per definizione. A campagna conclusa, William Ayers in persona ha scritto sul New York Times un editoriale che spiega con chiarezza certi retroscena. Riporto qui il paragrafo conclusivo dell'articolo di Ayers:
The dishonesty of the narrative about Mr. Obama during the campaign went a step further with its assumption that if you can place two people in the same room at the same time, or if you can show that they held a conversation, shared a cup of coffee, took the bus downtown together or had any of a thousand other associations, then you have demonstrated that they share ideas, policies, outlook, influences and, especially, responsibility for each other’s behavior. There is a long and sad history of guilt by association in our political culture, and at crucial times we’ve been unable to rise above it.
President-elect Obama and I sat on a board together; we lived in the same diverse and yet close-knit community; we sometimes passed in the bookstore. We didn’t pal around, and I had nothing to do with his positions. I knew him as well as thousands of others did, and like millions of others, I wish I knew him better.
Demonization, guilt by association, and the politics of fear did not triumph, not this time. Let’s hope they never will again. And let’s hope we might now assert that in our wildly diverse society, talking and listening to the widest range of people is not a sin, but a virtue.

12 novembre 2008

Ma sugli elettori democratici la talk radio ha pesato

Un altro contributo al dibattito sull'impatto che la talk radio ha avuto sul risultato elettorale negli Stati Uniti. La newsletter quotidiana TR-I, ospitata sul sito di Radio-Info, ospita il parere di Donna Halper, storica e sociologa della radio americana. Che sostiene che nel caso degli elettori democratici, la "nuova talk radio liberal ha avuto un notevole influsso e inaspettato. Se a destra i vari Savage, Limbaugh e Hannity hanno sostanzialmente fallito, a sinistra commentatori come Ed Schultz, Stephanie Miller (una sorta di Sabina Guzzanti a stelle e strisce) e Rachel Maddow (del rinato network democratico AirAmerica, qui mentre intervista il futuro President Elect), sono stati molto convincenti.

“Leftie talkers helped to get Obama elected.”

Donna Halper’s a Boston-based radio historian and assistant professor at Lesley University in Cambridge – and a T- R-I reader – and she leaps into the debate about whether radio had any effect on last week’s election. One reader thought conservative talkers like Rush and Hannity didn’t do much to sway opinion. But Halper says “I truly believe the results of the 2008 election proved that progressive talkers like Ed Schultz, Stephanie Miller and Rachel Maddow (along with TV progressives like Keith Olbermann) made a major difference. They put forth the liberal point of view in a way that was absent from 2000 and 2004…Despite predictions of the demise of progressive talk, and despite some of the well-documented problems, progressive talk is still around, and since 2004, a number of individual hosts have continued to build a name for themselves, turn a profit, and above all, give the progressive viewpoint a chance to be heard. While these progressive hosts may not be on as many stations as, let's say, Limbaugh or Hannity, their value was that they were able to operate on several levels - doing their radio show, but also being pundits on Larry King Live or on the late night shows like Letterman or Leno. With that increased exposure, they were able to refute conservative talking points on a regular basis. Thus, my belief is that leftie talkers helped to get Obama elected.”

08 novembre 2008

Talk Radio? Sempre meno influente e ascoltata

Ancora a margine del fenomeno talk radio, ma questa volta con un "op ed" sul Boston Globe che trae dalle ultime lezioni una conclusione amara per il nostro medium preferito: per quanto rumorose e colorite possano essere le tirate dei vari conduttori-choc, la talk radio radicale non ha spostato i risultati di un millimetro. La radio parlata sta diventando marginale, i suoi ascoltatori calcificati su un format che non è riuscito a cambiare, anche per colpa di conduttori che usano le onde radio solo per dar voce alle proprie opinioni e nemmeno usano più l'interattività del telefono. Tutti gli altri mezzi, scrivono Steve Elman e Alan Tolz, conduttori radiofonici e autori di libri, hanno guadagnato audience in questi anni. La radio musicale non sta benissimo ma cerca di resistere. E invece la talk radio non è sempre più isolata, di nicchia. Sarà possibile una inversione di tendenza (magari approfittando del riconquistato ruolo di opposizione a oltranza)? Secondo i due commentatori, no.

The rising irrelevance of talk radio

By Steve Elman and Alan Tolz
November 8, 2008

ONE MORE note on the significance of the presidential election of 2008: It's the first one in more than 30 years on which talk radio had no major impact.
Perhaps the Carter-Ford contest in 1976 was the last in which talk radio was so irrelevant to public opinion on candidates and issues. In retrospect, 1979 (the year the Iranian hostage crisis began) and 2004 (the year of George W. Bush's reelection) may well be regarded as bookends of talk radio's greatest influence on American politics.
Consider some of the major stumbles this year by the medium's 800-pound gorilla. Rush Limbaugh vigorously promoted three separate political objectives over the past year, all of which failed: derailing John McCain's quest for the Republican nomination, sabotaging Barack Obama's drive for the Democratic nomination by fomenting Republican crossover votes for Hillary Clinton, and ultimately stopping Obama's march to victory in the general election. Contrast this with the impact talk radio once had on local taxes, the impeachment of Bill Clinton, congressional pay raises, a mandatory seat belt law, etc.
What happened?
Most radio people hate to discuss the primary factor: overall use of their medium is in decline. Although the trend is affecting news and talk (including public radio) less than music programming, it is inexorable.
Alternatives to broadcast radio have proliferated - satellite, netcasts, downloads, blogalogue, iPod entertainment, cellphone updates. As a result, younger listeners largely ignore talk radio, and its existing audience is calcifying.
New ears - even middle-aged or senior ears - are vital to talk radio's influence because they are attached to brains that are available for persuasion, rather than brains that have already made a choice. In other words, if Limbaugh and Michael Savage (not to mention Rachel Maddow, Ed Schultz, and other more recent adventurers in talk) fail to attract many new listeners, they end up talking only to those who agree with their opinions, and thus have a smaller chance to affect the ideas of the electorate in general.
Beyond the shift in media usage are three factors of content and style.
First, news-and-comment television has gradually usurped talk radio's position as the destination of choice for freewheeling opinion. Keith Olbermann and Bill O'Reilly are the major faces of the form, but news with an edge now defines the programming on Fox News, MSNBC, and CNN. Talk radio, even when its sounds stimulate imaginary pictures in the minds of listeners, is low-def.
Second, American listeners no longer expect talk-radio hosts to be reasonable - or even rational. Most listeners now assume that when they strike a talk show as they cruise across the dial, the talker will be a (sometimes rabid) promoter of a particular point of view.
Third, talk radio no longer even pretends to be a "town meeting of the air." The telephone call itself, which was a primary reason for the form's wide acceptance, has become an inconvenient appendage to most programs. Hosts, along with the usually inaudible producers, programmers, managers, and owners, ordinarily do not perceive callers' contributions as valuable use of airtime.
Phone calls from listeners once occupied 40 to 50 percent of a typical program. A host would often spend five to 10 minutes, and sometimes much more, with an individual caller, if the caller's ideas warranted it. Past paragons of talk familiar to many Bostonians - hosts like Jerry Williams, Paul Benzaquin, and David Brudnoy - actually argued with their callers. They asked them questions like, "What makes you say that?" or "Why do you feel that way?" This led the majority of listeners, the people who never made calls themselves, to value the medium as a place they could sample the ideas of others - even if they didn't agree with them.
But there's no going back, even if a modern host wanted to try. The American mass audience is dispersing, and talk radio, if it is to survive, will have to adapt to a nichified world.

Steve Elman worked for WBUR for 30 years. Alan Tolz is executive vice president and chief operating officer for Marlin Broadcasting. They are the authors of "Burning Up the Air: Jerry Williams, Talk Radio and the Life in Between."

07 novembre 2008

Lunga vita a Obama. Parola di "stazione dell'odio"

Il vincitore morale della corsa elettorale americana si chiama, evidentemente, Barack Obama. La sua è una vittoria che parla, nel quarantesimo anniversario dell'uccisione del Pastore battista Martin Luther King, di riscatto per chi ha subito torti e pregiudizi, di rilancio di valori collettivi che otto anni di una presidenza impregnata di arroganza e interessi particolari avevano bellamente calpestato.
Ma c'è anche uno strano vincitore immorale, l'insieme delle cosiddette "hate stations", le stazioni radio dell'odio, quello riversato sul candidato Obama e paradossalmente sul suo avversario McCain giudicato troppo debole e non sufficientemente schierato dalla parte dell'America bianca, tradizionalista e radicale. Le talk radio ultraconservatrici, l'acida "operazione caos" diretta da Rush Limbaugh, non sono riuscite a contrastare il vento di cambiamento soffiato da Obama. Hanno perso le elezioni. O no?
All'indomani della proclamazione dei risultati la stampa americana è quasi unanime nel riconoscere che una presidenza Obama non può che giovare ai commentatori oltranzisti. Che scaveranno le loro trincee e ricominceranno a vomitare il loro veleno contro tutte le iniziative della nuova amministrazione. Soprattutto contro la temutissima ripresa della Fairness Doctrine, la legge sulla par condicio nei media, che la FCC ha abolito nel 1987 su iniziativa dell'allora commissario Mark Fowler, guarda caso uno dei capi della campagna elettorale di Ronald Reagan.
Il sito del buon Rush, smessi gli inutili manifesti di Operation Chaos, oggi commenta il risultato negativo di una Borsa ormai compromessa da anni di finanza creativa neoliberista con uno spudorato "Obama recession in full swing", come se i crolli in atto da un mese a questa parte fossero una sorta di reazione preventiva alla inevitabile elezione del president elect "abbronzato".
I toni utilizzati dai vari Limbaugh e Savage fanno sembrare il nostro Libero un sobrio quotidiano britannico, un tempio dell'understatement. E Gasparri misurato come un parlamentare svizzero. Tanto da spingere gli analisti mediatici americani a interrogarsi sugli effetti devastanti che i continui insulti, la paranoia, gli appelli alla resistenza armata (il figlio di Ronald Reagan tempo fa sproloquiava nel corso del suo programma radiofonico sulla necessità di armarsi e andare a sparare al regista Michael Moore: "prendete la pistola è sparategli, è vostro diritto eliminare i traditori degli Stati Uniti"), finiscono per avere sul dibattito politico. Ho scovato, grazie agli archivi di CurrentTV, un bellissimo documentario realizzato per il canale televisivo pubblico PBS, nel programma Bill Moyers Journal. Tra l'altro l'archivio della PBS inserisce anche l'intera trascrizione del voice over, si può seguire la storia con tutta calma. La trasmissione Rage on the radio, Rabbia alla radio, era andata in onda il 12 settembre, quasi due mesi prima delle elezioni. Una spietata denuncia dell'industria degli "shock jock", i conduttori-choc della radio più velenosa in America. Shock Jock è anche il titolo di un libro del critico liberal Rory O'Connor (ne ho parlato tempo fa, qui su RP). Nel programma di Moyers gli intervistati arrivano a sostenere che i conduttori-choc riescono ormai a influire sull'iter delle leggi. E uno dei tanti folli assassini che negli Stati Uniti entrano nelle scuole armati fino ai denti e sparano a qualunque cosa si muova dopo l'arresto aveva dichiarato di aver agito così perché glielo aveva detta la radio. La stessa PBS ha realizzato una pagina dedicata alla storia della talk radio. Un fenomeno, un linguaggio grondante astio e indignazione maniacale, che oltreoceano vengono presi estremamente sul serio. Perché una democrazia non può vivere se una parte dell'elettorato se ne sta asserragliato in trincea interpretando ogni minimo intervento governativo come una specie di attacco personale, come un soppruso. E sogna neanche tanto nascostamente di sparare all'avversario. E' una cosa che dovrebbe fare paura a tutti.
Altro che i sorrisini condiscendenti che dalle nostre parti infiocchettano i volti patibolari, le tragiche maschere di arroganza e incompetenza dei nostri rappresentanti politici ogni volta che il loro capo supremo pronuncia una delle sue divertentissime e opportunissime battute.

Right-wing radio feasts like its ’92
They talk gloom, but face boom

By Jessica Heslam Thursday, November 6, 2008

Conservative talk radio yakkers took to the airwaves yesterday as though they were approaching the guillotine, all doom and gloom the morning after Barack Obama’s presidential victory. “The process of rebuilding the conservative movement has begun,” declared Rush Limbaugh. WTKK-FM (96.9) host Jay Severin played a clip of Obama’s acceptance speech, then told the president-elect to “go screw yourself.”
Over at WRKO-AM (680), Howie Carr told listeners, “We live in a moonbat country now.” They can moan and groan all they want, but the reality is an Obama presidency and Democratic rule is great for right-wing radio.
Just ask Limbaugh what Bill Clinton did for his radio career. “It’ll be very good for conservative talk radio, because they’ll be able to play the role that talk radio plays so well - and that is challenging power and the establisment,” said Michael Harrison, publisher of Talkers Magazine.
Harrison said the conservative movement in America feels “like it’s up against the world” right now and that’s when people “rally around any medium that supports it - when it feels put upon.” That’s the biggest problem liberal talk radio has always had, Harrison said. “Even when they were in opposition to George Bush and his administration, they still didn’t feel that the world was against them,” Harrison said.
WTKK’s Michael Graham said there’s going to be a “boon overall” for talk radio, because “where else will you go” to complain? More than 450 listeners sent e-mails to the conservative’s show yesterday and his phone lines have been loaded for weeks. “This is a huge opportunity for talk radio to step up and do what we do great, which is add the context, put people’s feet to the fire and let the voters themselves make their voice heard,” Graham said.
Of course, many right-wing gabsters are voicing fears that the Democrats will put them out of business by reviving the Fairness Doctrine, an FCC regulation that required broadcasters to give equal time to opposing views. As for Democratic presidents, Harrison said there’s no question that having Clinton in the White House “served Rush Limbaugh very well.”
“I just can not imagine in the privacy of the voting booth Rush Limbaugh having voted for Bob Dole, that would have been so against his interests as the performer in radio,” Harrison said.

05 novembre 2008

Parolacce volanti, la terza vittima cade su Joe l'idraulico

Tempi durissimi per i commentatori radiofonici, tempi di oscenità volanti. Dopo gli annunciatori della BBC giubilati per scherzi telefonici e battibecchi coi tifosi, l'ultima vittima della parolaccia in libertà - lo rivela uno dei blog del Wall Street Journal - è Charles Bouley, detto "Karel", titolare di un programma del finesettimana di KGO, una delle stazioni più popolare della Bay Area di San Francisco (questo il blog di Karel sul sito della sua radio). Nel passare dallo studio al notiziario della ABC, Bouley ha lasciato inavvertitamente aperto il microfono e si è lanciato in un commento poco simpatico nei confronti di Joe l'idraulico, il personaggio diventato suo malgrado un simbolo della campagna di McCain contro l'aumento delle tasse. Il problema è che Bouley non si è limitato a qualche affermazione di parte. Si è lanciato nella "M/F word", uno degli insulti più politically incorrect che si possa trovare nei vocabolari americani. Nel clip immediatamente fatto circolare su YouTube, si sente benissimo la voce di Karel che si sovrappone al notiziario nel momento in cui si fa riferimento all'incolpevole Joe sentenziando: "I want that motherfucker Joe the plumber dead".
Bouley è stato temporaneamente sospeso dai suoi programmi in attesa di una decisione da parte dei responsabili di KGO, che appartiene al gruppo Citadel.





November 4, 2008
Karel the Radio Host Gets Booted After Joe the Plumber Comment

Sarah McBride reports on the presidential race.

Joe the Plumber has ticked off a lot of pundits, but over the weekend, he cost one his job, at least temporarily.
Charles “Karel” Bouley, a weekend radio personality on San Francisco’s KGO, had just gone from a listener phone call into the top-of-the-hour news feed, with his microphone off– or so he thought. Instead, his mic was still live, broadcasting his musings on that night’s news to thousands of listeners to KGO, the Bay Area’s #1 radio station.
He didn’t have nice things to say about Joe Wurzelbacher, the unlicensed Ohio plumber who ended up caught in the tug of war between presidential candidates Barack Obama and John McCain over tax policy.
Bouley bellowed a few obscenities over McCain’s comments about the suddenly famous Ohio everyman. (The clip is here.)
Now, Bouley is off the air while station executives at the Citadel Broadcasting Corp.-owned station ponder his fate. “It’s a personnel matter and it’s under review,” said Jack Swanson, operations director at KGO. “It is clear what happened wasn’t intentional.” Bouley’s evening timeslot this coming Saturday is pre-empted by a football game anyway; the station still hasn’t announced who will fill in on Sunday.
Bouley, who also blogs for Huffington Post, could get a second chance. After all, KGO is owned by Citadel, the same folks who snapped up radio personality Don Imus after CBS Corp. kicked him off the air for racist comments.
UPDATE: Bouley apologized for the outburst on the open mic. “I was, and am deeply sorry that went out,” said Bouley, who called Wurzelbacher “an actor playing the character of Joe the Plumber.”

04 novembre 2008

Il falso Sarko radiofonico imbarazza la Palin

Hanno subito sbancato YouTube i sei minuti di conversazione telefonica tra la candidata alla vicepresidenza USA Sarah Palin e una coppia di comici radiofonici di Montreal che hanno chiamato gli uffici della governatrice dell'Alaska spacciandosi per Nicholas Sarkozy e il suo staff. Sébastien Trudel e Marc-Antoine Audette, i "Giustizieri Mascherati" non sono nuovi a queste imprese. Anche Bill Gates, Paul McCartney e Mick Jagger sono annoverati tra le vittime degli scherzi. Forse la Palin avrebbe dovuto sospettare qualcosa quando il presunto Sarko le ha rivelato di seguire con attenzione la campagna presidenziale con l'aiuto del suo consigliere speciale Johnny Halliday e che la moglie Carla aveva appena composto una canzone su Joe the Plumber, l'idraulico che fa da personaggio-tormentone nei comizi della controversa candidata. Oltre all'articolo del Journal de Montréal potete leggere (e ascoltare lo scherzo) quanto pubblicato sul sito di CKOI, la stazione FM da dove i Giustizieri trasmettono le loro burle.
Nel frattempo i giornali americani danno la notizia del coinvolgimento nella campagna per l'elezione del successore di Bush di una star come Barbara "Babs" Streisand, che ha voluto dare il suo contributo nelle ultime ore del duello intervenendo in diverse stazioni radio negli Stati dove Barack Obama è ancora in bilico. Babs ha risposto alle domande degli ascoltatori di cinque stazioni in Missouri, Indiana, Nevada, Pennsylvania, Ohio. E adesso, vinca il migliore.

JUSTICIERS MASQUÉS
«Complètement fou»
Philippe Renault et Louis Mathieu Gagné

Le Journal de Montréal
03-11-2008

Le tour de force qu'ont réalisé les Justiciers masqués en piégeant Sarah Palin au téléphone reçoit une attention internationale inouïe, en commençant bien sûr par nos voisins américains. Les deux humoristes se sont d'ailleurs envolés pour New York hier après-midi afin de participer à des émissions sur la populaire chaîne de télévision CBS.
Joint hier après-midi alors qu'il se trouvait à l'aéroport Pierre-Elliott-Trudeau en compagnie de son acolyte de toujours Sébastien Trudel, Marc- Antoine Audette n'en revenait pas.
«C'est complètement fou. Ce que nous vivons, c'est comme Céline, mais avec l'argent en moins !», lance celui qui a personnifié le président français Nicolas Sarkozy lors du coup de téléphone dont a été victime samedi la candidate républicaine à la vice-présidence.
«On a reçu des centaines de courriels et 95 % d'entre eux sont positifs. Les gens disent wow, ça prouve que Sarah Palin n'a pas les compétences requises. Sur notre site hier, 500 personnes à la seconde se connectaient. Nous sommes comme dans une twiligh zone !», lâche Sébastien Trudel.
La vidéo de l'entretien était d'ailleurs la plus vue hier sur YouTube. À 19h, elle avait été visionnée plus de 1 000 000 fois.

De l'Australie à l'Afrique

Jamais le duo qui sévit sur les ondes de CKOI depuis 10 ans n'aurait osé imaginer recevoir une telle attention.
«À NBC, ils ont passé intégralement le coup de téléphone. Il y a même quelqu'un du Parti républicain qui disait que c'était le der nier clou dans le cercueil», poursuit-il avec amusement, faisant référence au découragement des troupes républicaines.
«Le clan Palin a réagi et le candidat à la vice-présidence de Barack Obama en a parlé en conférence de presse», mentionne fièrement Sébastien Trudel.
Les médias américains ont fait grand état hier du coup fumant des «Masked Avengers». Des plus populaires comme FOX et le USA Today aux plus sérieux tels que CNN et le Washington Post, tous ont souligné leur exploit.
Le duo est d'ailleurs attendu ce matin au très populaire Early Show. Suivra ensuite le Inside Edition, toujours sur CBS.
L'histoire a eu des échos aux quatre coins du monde, allant de la Chine à la France en passant par l'Australie, la Russie et le Royaume-Uni. Même la Thaïlande, l'Afrique du Sud et Israël n'y ont pas échappé !
La totalité de l'entretien est accessible au www.justiciers.tv.


29 ottobre 2008

Le elezioni presidenziali a Poli.radio

Giorni fa ho fatto una conversazione-intervista con Nick Lupone (ex-KF e più recentemente di Radiografia) in preparazione di un programma che il giovane podcaster, studente in Statale qui a Milano, sta preparando per il suo nuovo "datore di lavoro," la stazione Web del Politecnico Poli.radio. Sono contento per entrambi: quella del "Poli" è una delle Web radio universitarie più serie e con Nick in organico sarà anche meglio. Ammiccamenti a parte, Poli.radio si appresta a seguire l'evento delle elezioni presidenziali americane con una programmazione speciale che andrà in streaming nella lunga notte dei risultati. Nick mi ha consultato per un parere sul ruolo delle stazioni radio nella propaganda dei due candidati. Abbiamo parlato di diversi fenomeni politici in radio - per esempio le stazioni ultraconservatrici - ma mi sono trovato in difficoltà nel raccontare fatti di grande rilievo. La radio è ancora oggi un medium autorevole, ma gli investimenti pubblicitari, incluso probabilmente quelli elettorali, sono rivolti altrove come ha dimostrato ieri lo spottone di mezz'ora acquistato da Obama su sette network importanti.
E invece questo recente articolo di USA Today mi smentisce in parte, perché sembra che nelle ultimissime settimane il numero di spot radiofonici di Obama e McCain sia aumentato. Per la verità la reporter del quodiano ammette che non è facile capire se si tratta di un'autentica "rinascita" del mezzo, ma diversi intervistato affermano che la radio può essere molto convincente. Non solo i candidati, ma anche diversi gruppi di interesse, tra cui la National Rifle Association, acquistano economici pacchetti di spot per chiedere alla gente di andare a votare. Speriamo che ascoltino la stazione giusta.

Voters blasted by variety of radio ads

By Jill Lawrence, USA TODAY

WASHINGTON — Stuck in traffic in a battleground state? Chances are you'll be barraged with radio ads from presidential candidates and those who love — or hate — them.
Democrat Barack Obama has money to burn and is spending it everywhere. Republican John McCain has been watching his wallet, and radio spots are good value. Labor unions and the National Rifle Association are also in the mix.
"Radio was all but given up for dead," media analyst Evan Tracey says. "We're going back to the future."
Radio ads are cheap to make and run, and easy to target. Obama and McCain ads run the gamut from stem cell research and taxes to Iraq and trade, on stations aimed at blacks, Hispanics, conservatives, evangelicals, news and sports junkies, and hunters.
As Election Day nears, independent groups are making closing arguments and imploring people to vote. In AFL-CIO ads on urban and Spanish stations in 16 cities, celebrities such as rapper Ludacris advise listeners to bring ID to the polls and stay in line even after closing. The American Federation of Government Employees, in a national buy, urges people to disregard race and gender in deciding their vote.
The NRA is telling gun owners in key states that Obama will take away their rights. The pro-McCain Family Research Council and the pro-Obama Matthew 25 Network (after the Bible verse about being judged on how one treats "the least" among us) are fighting over Obama's abortion views on Christian radio.
The United Auto Workers union is spending $3 million in six states on TV and radio ads about jobs and health care. "Radio is a very good medium to reach people who work for a living, going back and forth to their jobs," UAW spokesman Roger Kerson says.
Northern Virginia, in the Washington, D.C., media market, is a top battleground. Tracey says it costs an average $1,700 to $2,500 to run a 30-second political ad on a network TV affiliate.
A 30-second ad on all-news radio in the same market costs the NRA $500 to $600 per airing, NRA spokesman Andrew Arulanandam says. The ads run often and "people hear your message more than once," he says.
Interest groups usually publicize their plans, but political radio ads are hard to track. TV ad watchers don't follow them and candidates rarely announce them.
A recent Internet search yielded eight McCain radio spots and 14 for Obama. Obama spokesman Bill Burton called that "pretty far under the mark" but did not provide further details. McCain spokesman Tucker Bounds also said he could not comment on radio strategy.
This approach keeps the other side off-guard and also helps obscure the tone of the ads. They are often negative and sometimes make misleading claims.
McCain, for example, has charged that Obama's tax plans are "a recipe for economic disaster," said he'll raise taxes on just about everyone, accused him of using tax money to "reward his friends" and attacked him (wrongly) for opposing clean coal technology.
Obama has accused McCain of opposing federally funded stem cell research (false) and abortion (true). He has gone after McCain's health care plan and his position on Iraq.
In Colorado, Obama attacked McCain's stand on a water compact. In Ohio, he tried to tie McCain's campaign manager to a threatened plant shutdown. In Milwaukee, he has highlighted McCain's 2004 comment that he'd "hate to live in Milwaukee."
When radio ads are announced, it's usually an endorsement. McCain recently spread word of a Florida ad in which Republican Gov. Charlie Crist calls him "my friend" and says he'll cut taxes.
Among the ads Obama has announced: Indiana musician John Mellencamp vouching for him in Indiana, Democratic Florida Sen. Bill Nelson (a former astronaut) doing the same in Florida, and bluegrass legend Ralph Stanley — against guitar-picking and wailing vocals — telling rural southwest Virginians that Obama is a "devoted husband" who will "cut taxes for everyday folks."
Tracey says many people now use iPods and "radio is suffering." But it's playing an important role in the 2008 campaign, he says, as are traditional network newscasts and anchors: "The old medias at least for this election have made a very strong comeback."

19 ottobre 2008

Malawi, chiusa la stazione radio del maggior oppositore

Nessun giorno dovrebbe passare senza insegnarci qualcosa di nuovo. Oggi ho imparato che in Malawi, un terzo della superficie italiana, 11 milioni di abitanti, 45 anni di indipendenza dalla corona britannica, ebbene il Malawi ha una legge sul conflitto di interessi. La norma in questione vieta a qualsiasi uomo politico di possedere una stazione radio. La radio è un mezzo di comunicazione, i mezzi di comunicazione possono influenzare l'opinione pubblica, l'opinione pubblica elegge i politici e i politici non possono controllare le stazioni radio. Lo direbbe anche un bambino, no? Un bambino del Malawi, ovviamente, che qui se proprio gli dovesse andar bene entrerebbe in una bella classe differenziata. Se gli dovesse andar male invece potrebbe rompersi una gamba sbarcando a Lampedusa e vedersi negare l'assistenza medica in quanto clandestino (ma chi abbiamo nominato alla sanità, il dottor Mengele?).
Ma torniamo a questo stato del Bengodi dell'Africa centro-sud-orientale, che ha tenuto la sua prima elezione democratica nel 1995. Un posto dove la legge sul conflitto di interessi c'è davvero ma sembra che possa essere stata applicata un po' "all'italiana". Pare infatti che il regolatore locale, il MACRA, abbia ordinato la chiusura di Joy Radio, una emittente molto popolare, perché in parte controllata finanziariamente dal leader dell'opposzione Bakili Muluzi (nella foto, senza tuta mimetica) che del Malawi è stato il presidente e che dovrebbe ricandidarsi nel 2009. Ironia della sorte, l'attuale presidente e controllore della tv pubblica, Bingu wa Mutharika, ispiratore della decisione del MACRA, è proprio la persona che Muluzi aveva designato come successore nel 2004, una volta raggiunto il secondo mandato consecutivo e la non eliggibilità. La televisione statale secondo il Le Monde ha iniziato a trasmettere in Malawi solo nel 1999, lo stesso anno in cui sono state autorizzate le radio private. Prima esisteva solo la radio pubblica, che si sentiva perfettamente qui da noi sulle bande tropicali.
Gregory Gondwe, sul "citizen journal" collettivo GroundReport, informa che Joy Radio avrebbe già sospeso le trasmissioni venerdì scorso e che i suoi avvocati sarebbero già al lavoro. “Non abbiamo più trasmesso programmi politici", dicono i responsabili. Che il MACRA fosse deciso a intervenire, in effetti, lo si sapeva già da mesi. Questo e quest'altro articolo del Nyasa Times risalgono all'estate scorsa e rivelano diversi particolari di questa vicenda. Ma il regolatore del Malawi James Chimera (come una legge sul conflitto di interessi qui in Italia, insomma...) replica che la legge è uguale per tutti e che il problema sta nel fatto che Muluzi non era proprietario di Joy Radio quando la licenza era stata concessa: lo è diventato gradualmente solo in seguito, con evidenti obiettivi elettoralistici.
Allora, rispetto della legalità o museruola politica?
Malawi Agency Shuts Down Joy Radio, Citing Political Ties
by Gregory Gondwe October 18, 2008

The Malawi Communications Regulatory Authority (MACRA) has shut down Joy Radio Station with immediate effect after revoking its licence for what it called ‘breaching its licence conditions’. According to communication hand delivered by a senior MACRA official to the offices of the radio, the broadcaster has been breaching Communications Act by transferring ownership of the radio into the hands of a politician.
Former President Bakili Muluzi owns the radio and according to Section 44 of the Act, no politician or a group of a political party shall be given a broadcasting licence to operate a radio.
“Initially, when the radio was issued with a broadcasting licence it was owned by different people but by and by the ownership started shifting and ended up into the hands of politicians,” said acting Director General of MACRA James Chimera.
Chimera who is a former broadcaster himself said they had been constantly warning the radio but it never took heed. However, Joy Radio Management Coordinator Joseph Chapuma said they had been complying with directives to change some things, which MACRA ordered them to improve on.
“For four weeks now we have not been broadcasting programmes that were viewed politically biased following their directive, but MACRA has nonetheless decided to revoke our licence,” he said. The radio, which went off air at exactly 18 hours on Friday, says it has engaged its lawyers to challenge the decision by MACRA. Relationship between MACRA and Joy radio has been sour for sometime now. Early this year the regulatory body also shutdown Joy Television for operating without proper legislation.

***

Le Malawi ordonne la fermeture de la radio privée de l'ex-président Muluzi

18.10.08

Le gouvernement du Malawi a ordonné la fermeture d'une chaîne de radio privée détenue par l'ex-chef de l'Etat Bakili Muluzi, qui est candidat à la présidentielle de mai 2009, a-t-on appris samedi de source officielle. "Nous avons révoqué l'autorisation d'émettre de Joy Radio avec effet immédiat parce qu'elle viole les réglementations", a déclaré à l'AFP le directeur de l'Autorité de régulation des communications du Malawi, James Chimera. "La loi du Malawi interdit aux hommes et aux partis politiques de posséder des stations de radio, mais Joy Radio appartient à la famille Muluzi et l'ancien président lui-même est à la tête du conseil d'adminsitration", a-t-il expliqué. Joy Radio a régulièrement été accusée de servir de machine de propagande à M. Muluzi notamment pour répondre aux campagnes contre lui menées par les médias d'Etat.
La télévision publique et les radios privées n'ont commencé à émettre qu'en 1999 au Malawi, petit pays pauvre d'Afrique australe qui avait tenu ses première élections démocratiques cinq ans plus tôt. La télévision publique est contrôlée par le gouvernement du président Bingu wa Mutharika, qui avait été choisi par M. Muluzi en 2004 pour lui succéder après qu'il eut effectué le maximum de deux mandats successifs. Les deux hommes sont entrés en conflit après que M. Mutharika eut abandonné le parti de M. Muluzi pour créer sa propre formation politique. M. Muluzi, qui possède de nombreux actifs dans le domaine immobilier et le secteur des transports, a été choisi par son parti pour se représenter à l'élection présidentielle du 19 mai 2009.


14 luglio 2008

Angola, Radio Despertar non vuole cedere

Se volete farci chiudere, mandateci la polizia. Lo dice il direttore di Radio Despertar, emittente angolana legata al partito di opposizione UNITA - ragazzi, che ricordi, la mia generazione di imbecilli scendeva in piazza per l'Angola e ora quegli stessi imbecilli che scendevano in piazza siedono su ben altri scranni e vengono a dire a gente come me, allora iscritta alla federazione giovanile repubblicana, che fare la fila a Cologno per diventare veline è meglio, o comunque meno deprecabile - dopo che il regolatore angolano ha annunciato una sospensione temporanea della licenza. Temporanea, neh? Solo tre mesi. Luglio, agosto, settembre... Ehi, ma a settembre in Angola si vota! Ah sì? Davvero? Eh,già, eh già. Si', ma che volete farci sono questioni tecniche, Despertar ha la licenza per Luanda, ma nel nord del paese, nella sperduta Uìge, Radio Nacional è interferita. Nao, nao, non ci siamo, adesso spengete bambini, ne riparliamo dopo le elezioni.
Nella sarcastica eleganza della lingua portoghese, l'ambasciatore angolano a Lisbona, consultato da Patricia Vìegas del Diàrio de Noticias, replica di non aver nada mais a acrescentar ao que foi dito.

"Não vamos deixar de emitir, a não ser que mandem a polícia"

PATRÍCIA VIEGAS

Angola. O director da rádio Despertar falou sobre a ordem de suspensão ao DN
"Não vamos deixar de emitir, a não ser que mandem a polícia", declarou ao DN Alexandre Solombe Neto, actual director da rádio Despertar, acrescentando que enviou uma carta aos ministérios da Justiça e da Comunicação Social angolanos a contestar a notificação de suspensão que recebeu do Instituto das Comunicações Angolano (INACOM).
A notificação dizia que a estação, tida como próxima da UNITA, iria ser suspensa durante 180 dias por estar a cobrir uma área superior à autorizada pelo alvará, ou seja, Luanda. O documento, citado pela Lusa, refere que no Uíge, Norte de Angola, as emissões da Rádio Nacional de Angola estavam a sofrer interferências produzidas pelas da Despertar.
"O despacho não explica quando entra em vigor o período de suspensão e, por isso, estamos a emitir, enquanto esperamos resposta à carta", explicou Alexandre Solombe Neto, considerando curioso o facto de a rádio Ecclesia não ter sido visada, apesar de estar na mesma situação. "O INACOM faz favores ao Governo [que é dominado pelo MPLA]. Talvez eles não queiram arranjar uma guerra com a igreja [Católica]. Estamos numa situação de filhos e enteados."
Questionado sobre uma eventual leitura política desta decisão, diz que há uma coincidência entre ela e as declarações feitas pelo porta-voz do MPLA, Kwata Kanawa, o qual considerou "preocupante" a linha editorial seguida pela rádio Despertar.
A estação foi criada em 2006, na sequência dos acordos de paz, sendo a substituta natural da rádio que durante a guerra era o órgão oficial da UNITA de Jonas Savimbi. Mas ao contrário da Vorgan tem estatuto legal e carácter comercial.
"Isto é uma maneira de calar esta rádio durante o processo eleitoral [para as legislativas de Setembro]. Não porque ela apoia a UNITA. Mas porque dá espaço a todos os partidos e aos problemas das pessoas", afirmou ao DN Emanuel Lopes, secretário para a Informação da UNITA.
O director nacional de Informação do Ministério da Comunicação Social angolano, Luís de Matos, garantiu à Lusa que "não se trata de uma decisão política mas técnica". Ao DN o gabinete de imprensa da embaixada de Angola em Lisboa disse não haver, neste momento, "nada mais a acrescentar ao que foi dito".

31 marzo 2008

Paraguay, il presidente invita a spegnere le radio

Una settimana dopo l'Italia, anche il Paraguay è chiamato alle urne per eleggere il sostituto del presidente Nicanor Duarte Frutos, il rappresentante del mitico Partido Colorado, una sorta di partito-famiglia al potere da sessant'anni. Il 20 aprile ad Asuncion si fronteggiano tre candidati che sembrano usciti da un romanzo latinoamericano moderno, tra Allende, Vargas Llosa e Marquez. Fernando Lugo è un vescovo cattolico che ha chiesto a Roma di essere ridotto a laico per questa campagna ma è stato semplicemente sospeso. Lino Oviedo è ancora più incredibile e la sua vicenda giudiziaria fa impallidire i processi "politici" di casa nostra. Oviedo è un generale ex golpista, imprigionato per aver fatto fuori un vicepresidente, assolto in extremis e ora candidato a rimpiazzare Duarte Frutos a destra (lo stesso Nicanor dice che è un totalitario, figuriamoci). Per il Colorado c'è la bella Blanca Ovelar, attuale ministra dell'Educazione, che nelle elezioni interne ha vinto di misura (si dice imbrogliando) contro quello che era stato designato come il candidato ideale dell'ambascatore degli Stati Uniti. Il clima, come si vede, è completamente italiano. Non manca un presidente in carica che invita tutti i suoi elettori a non ascoltare la radio e a non leggere i giornali, rei di esprimere un sacco di "menzogne" sull'eterno partito di governo (colorado perché sempreverde, immagino). Riporto qui, per il vostro istruttivo divertimento la cronaca del recente comizio di Nicanor e l'approfondimento pubblicato dal giornalista uruguayo Raúl Zibechi.
A noi non resta che rimpiangere la messa fuori onda di Radio Nacional del Paraguay (9735 kHz), spenta da parecchio tempo. Sarebbe stata una interessante fonte di informazioni "controllate" ma pur sempre di prima mano.

Nicanor pidió a sus correligionarios no escuchar radio ni leer diarios

Enviados Especiales.San Pedro.-El presidente Nicanor Duarte Frutos pidió ayer a sus correligionarios que se concentraron en un gran acto realizado en la Plaza Municipal de Capiibary a no escuchar los ataques contra los colorados y el gobierno vertidos por los medios de comunicación de Asunción, cuyos propietarios solo pretenden la caída del Partido Colorado.
“Nosotros estamos abriendo una picada y en donde hacemos picada siempre nos saltan las víboras, a mi mucho ya me atacaron pero ya tengo la piel curtida, pero no tengamos miedo a las víboras porque nosotros tenemos que tener confianza en nosotros, no escuchemos la radio capitalina o la prensa de Asunción que de noche y de día lanzan mentiras contra nosotros”, dijo el mandatario.
Señaló que “(los medios de prensa) quieren que nos debilitemos, lanzan mentiras sobre nuestros líderes, sobre nuestras autoridades, sobre los colorados, solo para que dejemos de confiar en nosotros mismos. Los dueños de las radios, televisión y diario de Asunción quieren que el Partido Colorado caiga y se seque, pero el Partido Colorado no caerá, tendrá nuevos brotes y se levantará hasta el cielo porque tiene el respaldo del pueblo colorado”.
Las manifestaciones de Duarte Frutos, quien es considerado por la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) como uno de los presidentes de la región que más ataca a la prensa, fueron vertidas al inicio de una intensa gira que realizó ayer en el norte del país, en compañía de los candidatos a la diputación Juan José Vázquez Vázquez, Arístides Da Rosa, Perla de Vázquez, el candidato a gobernador Carlos Maggi y el candidato a senador Jorge Céspedes. La gira culminó anoche con un acto en San Pedro del Ycuamandyyú.
El jefe de Estado no se olvidó de Lino Oviedo, y Fernando Lugo, a quienes calificó de “incapaces” de administrar el país. “No se preocupen de Lugo, que es incapaz de administrar un quiosco y mucho menos de Oviedo que ya tuvo el poder por siete meses a través de Raúl Cubas y teniendo el poder lo perdió por culpa de su actitud intolerante, por su vocación totalitaria”, señaló.
“Lugo tiene a su lado a unos cuantos liberales, sinvergüenzas partida que no quieren al Partido Colorado, en Ciudad del Este se fue la gente de Tekojoja y también Lugo con Federico Franco y la gente de Tekojoja saltó al escenario, le golpeó por el pecho para quitarle el micrófono, no quieren ver si por un micrófono se están peleando ahora antes de llegar al poder, si por ahí mañana van a elegir para el ministro de Hacienda, como colador se van agujerear, vamos a levantarnos todos entre todos en el Paraguay si llegan estos infelices al poder, pero no van a llegar”, señaló Nicanor.
Del acto de Capiibary, el mandatario se trasladó hasta el distrito de Karapai, luego a la inauguración de viviendas populares en Choré y culminó su gira en San Pedro del Ycuamandyyú con la concentración política.


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Paraguay: Elecciones, fiebre amarilla y un embajador entrometido
por Raúl Zibechi (Uruguay) JUEVES, 13 DE MARZO DE 2008

El clima electoral paraguayo se está tensando ante la posible derrota del Partido Colorado, en el poder desde hace más de medio siglo. La intromisión del embajador de Estados Unidos en la campaña electoral y la epidemia de fiebre amarilla contribuyen a crispar los ánimos.
"Miau", fue la respuesta del embajador de los Estados Unidos en Paraguay, James Cason, cuando los periodistas le pidieron que expresara su opinión sobre los dichos del principal senador oficialista, Juan Carlos Galaverna. "Miau" repitió una vez más. "Mba'embo la ha'étava (y qué puedo decir)", agregó en un perfecto guaraní. "A palabras necias, oídos sordos", remató el embajador [1].
Las relaciones entre el embajador y el gobierno se tensaron desde las elecciones internas del Partido Colorado, celebradas el 16 de diciembre, para elegir candidato a las presidenciales que se celebrarán el 20 de abril. Se enfrentaron Blanca Ovelar, apoyada por el presidente Nicanor Duarte, y el vicepresidente Luis Castiglioni, amigo personal de Donald Rumsfeld y candidato preferido de Washington. Todo el aparato clientelar del oficialismo se volcó con Ovelar, que ganó por un exiguo margen en medio de acusaciones de fraude.
La escalada verbal entre el oficialismo y el embajador Cason resume el estilo de la política paraguaya. La intervención de la embajada a favor de Castiglioni fue evidente y grosera, a través del apoyo político y de grandes sumas de dinero que se canalizaron a través de organismos de cooperación. El 6 de febrero Galaverna dijo que Cason es "un embajadorcillo de cuarta" y lo tildó de "hijo de puta" y "pobre gato" porque el embajador promueve una investigación sobre corrupción contra el senador. Galaverna contraatacó: "No van a encontrar en mis antecedentes haberme metido para liquidar gente en Latinoamérica, o haberme metido en naciones extranjeras para tumbar gobiernos".
Si este es el tono de la disputa entre el senador más destacado del gobierno y el embajador de los Estados Unidos, puede imaginarse cómo se manejan los políticos en las relaciones internas. La acusación más suave es la de corrupción, que afecta en realidad a casi toda la clase política del país.

El ex obispo a la cabeza

Según todas las encuestas Fernando Lugo, de Alianza Patrótica para el Cambio, marcha al frente con un margen de entre cinco y trece puntos de ventaja sobre Lino Oviedo de la Unace (Unión Nacional de Ciudadanos Eticos) y Ovelar del Partido Colorado. Pero, a su vez, una abrumadora mayoría de paraguayos creen que será la candidata colorada la que llegará al palacio de gobierno. En efecto, pese a que Lugo cuenta con mayores chances, todos saben que una vez que el aceitado aparato colorado se pone en marcha, con su amplio reparto de favores—empleos, sobornos, dinero en efectivo—todo puede cambiar.
De hecho, los colorados nunca perdieron una votación. Su base de sustentación son las fuerzas armadas y policiales y la profusa burocracia estatal, quienes son movilizados para captar votos en base a afinidades familiares y territoriales. Pero esta vez las cosas podrían ser diferentes, por tres razones: la crisis interna del Partido Colorado, el enorme desprestigio del presidente Duarte y la aparición en escena de un candidato de centroizquierda que puede romper el eterno bipartidismo entre colorados y liberales.
A sólo 50 días de las votaciones el aparato colorado está profundamente dividido. Las heridas provocadas por la fuerte disputa interna amenazan convertirse en crisis. Sectores colorados se pasaron a la oposición encabezada por Lugo y algunos apoyan a Oviedo. En los hechos, el aparato colorado aún no se ha puesto en movimiento y es posible que no pueda hacerlo.
Por otro lado, Ovelar no consigue subir en las intenciones de voto y pierde posiciones. Algunas encuestas la sitúan tercera, detrás de Oviedo. Su apego al presidente Duarte, acusado de malversación y apropiación de fondos públicos, parece una de las principales causas del mal desempeño de la candidata colorada. Aún no se sabe qué actitud adoptará Castiglioni, derrotado en las internas y enemigo ahora de Duarte. Se lo considera el principal representante del poderoso lobby de la soja, el primer producto de exportación del Paraguay, y la postura que adopte puede inclinar la balanza.
El ex hombre fuerte de Paraguay, Oviedo, fue amnistiado de su pena de cárcel por diversos delitos, entre los cuales figura el asesinato del vicepresidente Luis María Argaña en 1999, en una jugada atribuida al presidente Duarte para dividir los votos de la oposición. Sus bases de apoyo están en los extremos. Los muy ricos y los más pobres del campo son los más fieles seguidores de un candidato tosco y elemental, que hace campaña contra los homosexuales y amenaza con derrotar a sus adversarios a "votazos", con el mismo ímpetu que en 1989 derrocó a "cañonazos" al dictador Alfredo Stroessner.
Por el lado de la oposición, no escasean tampoco los problemas. Lugo se presenta en alianza con el Partido Liberal (PLRA), con quien comparte la vicepresidencia, y es apoyado por un amplio conglomerado de 15 listas que van desde la democracia cristiana hasta la izquierda fragmentada en un sinfín de candidaturas. Sólo el grupo más afín a Lugo, Tekojoja, tiene posibilidades de conseguir bancas en el parlamento, además por supuesto de los liberales. Aquí está uno de sus mayores problemas: aunque consiga la presidencia, va a gobernar en minoría en un parlamento mayoritariamente colorado. El riesgo de ingobernabilidad puede restarle votos.
Uno de los ejes de su campaña consiste en renegociar el tratado de Itaipú, la mayor represa hidroeléctrica del mundo que provee el 20% de la energía eléctrica que consume Brasil. Ese tratado, junto al de Yacyretá [2] con Argentina, fue firmado por la dictadura de Stroessner en 1973 y, según el equipo de Lugo, representa un despojo de la soberanía hidroeléctrica paraguaya.
Por un lado, los tratados obligan a ceder el "derecho de compra" a Brasil y Argentina, países que han sobrefacturado la construcción de ambas represas en beneficio de sus estados y empresas y en perjuicio de Paraguay. Pero, además, los precios a los que compran la energía están muy por debajo de los que se pagan en el mercado. El precio de mercado de la energía paraguaya vendida a Brasil y Argentina es de unos 3.645 millones de dólares anuales (más del 60% del PI B de Paraguay), pero el país recibe apenas 250 millones por año [3]. Hasta ahora ha sido imposible renegociar los tratados, aunque parece evidente que para un país pobre como Paraguay podría ser la única forma de salir adelante.

La fiebre amarilla como emergente

Largas colas de hasta ocho y diez cuadras pudieron verse durante la tercera semana de febrero en las calles de Asunción. La población, desesperada, desbordó los hospitales para ser vacunada contra la fiebre amarilla, que causó en pocos días entre cinco y ocho muertes según diversas fuentes. En algunos sitios se vivieron escenas de pánico y se produjeron cortes de calles ante la falta de vacunas.
En 2006 la epidemia de dengue causó once muertos y puso en evidencia la ineficacia y corrupción del sistema sanitario. El último informe anual del Serpaj sostiene que en Paraguay "la salud antes que un derecho es una mercancía", pero además "una mercancía de escasa calidad" [4]. El 9% cuenta con seguro privado; el 12,5% aporta a la previsión social y el resto debe acudir al sistema público atravesado "por la ineptitud y la partidización impuesta por quienes lo lideran". Miles de paraguayos cruzan la frontera para recibir una atención médica digna y gratuita, algo que en su país resulta impensable.
La imprevista epidemia comenzó en plena campaña electoral, de modo que el oficialismo no puede negar su responsabilidad por el deficiente sistema sanitario como por la incapacidad para controlar el brote. El gobierno debió acudir a la ayuda internacional ya que no tenía provisión de vacunas suficientes. Fueron muchos los países donantes de vacunas, desde Brasil hasta Bolivia. Ante la ineficacia del gobierno, son los vecinos quienes a través de mingas (trabajo colectivo solidario) se encargan de limpiar los miles de predios baldíos convertidos en criaderos de mosquitos.
Todo indica que más allá del resultado del 20 de abril, Paraguay quedará firmemente alineado con los países de la región, muy en particular con Brasil. El que e ra uno de los aliados de Washington, ha dado un giro radical en los dos últimos años. A tal punto que el presidente Duarte dijo hace pocas semanas que se siente más cercano de Hugo Chávez que de Bush. La oficialista Ovelar está dispuesta a continuar la política exterior del actual presidente o de alinearse aún más con la nueva izquierda latinoamericana. Si algún cambio se dibujara en el horizonte, como el que puede surgir del triunfo de Lugo, no irá en el sentido que desea Washington. Tal vez eso explique la beligerancia de Cason.

Notas
[1] Ultimas Noticias, 22 de febrero de 2008.
[2] Así como Itaipú es una represa binacional con Brasil, Yaciretá lo es con Argentina.
[3] Ricardo Canese, "La recuperación de la soberanía hidroeléctrica del Paraguay", Asunción, 2007.
[4] Servicio de Paz y Justicia, "Derechos Humanos en Paraguay 2007", Asunción, diciembre de 2007, p. 371.

- Raúl Zibechi es miembro del Consejo de Redacción del semanario Brecha de Montevideo, docente e investigador sobre movimientos sociales en la Multiversidad Franciscana de América Latina, y asesor a varios grupos sociales. Es colaborador mensual con el Programa de las Américas (www.ircamericas.org).