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16 ottobre 2012

Jamming satellitare: guerra aperta tra Iran e Europa, che spegne IRIB su Eutelsat

La guerra delle interferenze che aveva caratterizzato gli anni della Guerra fredda, epoca in cui tutte le nazioni dell'allora blocco sovietico disponevano di potenti impianti in grado di diffondere un rumore elettronico, il cosiddetto "jamming" sulle stesse frequenze a onde corte usate dalle emittenti occidentali, non ha mai visto un vero e proprio armistizio. Nazioni come Cina e Iran hanno sempre continuato a disturbare le emissioni "scomode", a carattere giornalistico, politico ma anche religioso. Oggi però che molte di quelle emittenti non trasmettono più sulle onde corte, preferendo Internet o il satellite, il conflitto ha fatto un salto di qualità. E anche le contromisure. 
Da mesi i maggiori broadcaster internazionali, con in testa la Voice of America, accusano nazioni come l'Iran di disturbare scientemente le emissioni radio satellitari agendo sulle frequenze (in GHz) degli "uplink", i collegamenti terra-satellite che vengono poi ridistribuiti dai "downlink" dei ripetitori orbitanti. All'inizio del 2012 era stata depositata una petizione in seno all'ITU, un appello firmato da British Broadcasting Corporation (BBC), Deutsche Welle (DW), Audiovisuel Extérieur de la France (AEF), Radio Netherlands Worldwide (RNW) and the U.S. Broadcasting Board of Governors (BBG). Quest'ultimo ha reiterato le sue richieste, precisando che ancora una volta gli iraniani erano intervenuti per bloccare alla fonte le trasmissioni satellitari di Radio Farda e Free Europe/Liberty. Già a febbraio l'ITU aveva reagito esortando i proprietari degli impianti di jamming al rispetto delle normative internazionali, che vietano espressamente i disturbi alle comunicazioni via satellite.
Oggi per la prima volta l'occidente reagisce. In seguito alle richieste dell'UE di inasprire le sanzioni contro il regime iraniano, Eutelsat, d'accordo con il regolatore francese, il CSA, ha deciso di spegnere il transponder di Hot Bird che ripeteva i programmi televisivi e radiofonici dell'IRIB (una emittente che diffonde anche programmi radiofonici in lingua italiana, utilizzando onde corte, il Web e il satellite). Gli iraniani non sono rimasti con le antenne in mano. Una petizione "per salvare la libertà di espressione in Europa" (non in Iran), è apparsa oltre che sul sito di Voce dell'Iran "Radio Italiaanche su Facebook. Andrea Borgnino annuncia che la questione verrà affrontata venerdì in diretta alle 11.30 da Radio 3, nel programma Radio3Mondo.

18 gennaio 2012

La ristrutturazione della public diplomacy americana via radio

Il Broadcasting Board of Governors è pronto a una radicale riforma delle sue attività di trasmissione verso l'estero. Due i punti essenziali di questa revisione: l'accorpamento in una sola entità delle tre stazioni radio "non federali", ossia Radio Free Europe/Radio Liberty, Radio Free Asia e Middle East Broadcasting Networks; e approvazione di un nuovo progetto di legge denominato International Innovation Broadcasting Act 2012 (IBIA).
Come forse ricorderete i responsabili del BBG avevano già affidato ad alcune società di consulenza (Deloitte e Baker and Mackenzie) un accurato auditing della situazione attuale. Uno dei suggerimenti riguardava, ovviamente, un forte ridimensionamento delle trasmissioni in onde corte. Un riassunto delle decisioni prese si trova nella minuta della riunione che il BBG ha tenuto qualche giorno fa, il 13 gennaio. Ecco invece un estratto del comunicato stampa, con le dichiarazioni del presidente del BBG, Walter Isaacson:
Washington, D.C., January 18, 2012 – The Broadcasting Board of Governors (BBG) announced its intention to restructure U.S. international broadcasting. It will seek legislation that would include establishing a Chief Executive Officer to manage the enterprise. In addition, the Board called for a plan to consolidate the agency’s three non-federal broadcast networks: Radio Free Europe/Radio Liberty, Radio Free Asia, and the Middle East Broadcasting Networks.
“The Board is ready to strengthen U.S. international broadcasting in part by freeing up resources locked up in inefficient and duplicative administrative structures and reinvesting in programming,” said BBG Chairman Walter Isaacson. “This is a historic agreement by the Board to streamline international broadcasting into one great organization focused on quality journalism with many brands and many divisions but unified as one organization.”
In a resolution passed at its January 13 meeting in Washington, the Board announced its intention to restructure international broadcasting in accordance with its recently released 2012-2016 Strategic Plan. The Board outlined proposed reforms and its intent to develop a draft legislative package to be called the International Broadcasting Innovation Act of 2012 (the “IBIA”). It would establish a CEO who would report to the Board and provide day-to-day executive leadership. In addition the proposed package calls for a new organization that would reflect the optimal mix of federal and non-federal assets in support of international broadcasting; repeals the domestic dissemination ban in the Smith-Mundt Act; and renames the agency to reflect the mission of a unified structure. The restructuring package would be subject to appropriate administration approval and Congressional consideration.
“While there is a compelling case for streamlining the BBG’s complex structure and leveraging the highly professional newsgathering activities of our independent broadcast services, any reform plan will retain and celebrate the individual and historic brands and their journalistic mission,” said Isaacson in summarizing the Board’s recommendations. “We look forward to working with internal and external stakeholders and experts as well as with the Administration and Congress on these proposals.”
Al di là della triste constatazione di un mondo che sta profondamento cambiando, se non scomparendo, trovo notevole questo modo di procedere, così analitico. Mentre altri broadcaster pubblici devono semplicemente accettare chiusure e tagli decisi dai rispettivi governi, l'agenzia responsabile delle trasmissioni e delle attività di Radio Free Europe e di tanti altri brand a cavallo tra giornalismo e public diplomacy (nell'era del pre-politically correct si chiamava propaganda, ma molte cose sono cambiate) segue un approccio critico e costruttivo. Sarà interessante soprattutto vedere come finirà l'idea del progetto di legge, immagino uno dei primi se non il primo tanto circostanziato sul concetto di broadcasting internazionale. Sono un assiduo frequentatore dei siti Web di Radio Free Europe e confido che tutto questo grande lavoro di informazione sull'est europeo e l'Asia ex sovietica non vada perduto per sempre.
Immagino anche che sia un caso, ma il comunicato del BBG viene pubblicato quasi in concomitanza con un bellissimo articolo di un ex vicedirettore della Voice of America, Alan L. Heil, che sulla testata online American Diplomacy, dell'organizzazione no profit American Diplomacy Publishers (fondata da un gruppo di ex diplomatici americani) si interroga sui prossimi cinque anni di trasmissioni americane verso l'estero. Nel caso della VOA sono settant'anni di attività che, insieme a tante altre emittenti di Europa e Nord America, secondo Heil hanno offerto:

«... a window on the world and a beacon of hope for hundreds of millions of information-denied or impoverished people on the planet. They have done so by offering accurate, in-depth, credible news, ideas, educational and cultural fare, consistent with Western journalistic norms and the free flow of information enshrined in the 1948 U.N. Declaration of Human Rights. The broadcasts have enhanced America’s security, and even saved lives. They helped foster a largely peaceful end to the Cold War.»

Trovate l'articolo di Alan Heil, All quiet on the Western Front, titolo che ricalca quello di un celeberrimo romanzo, a questo indirizzo. Secondo l'autore oggi gli Stati Uniti hanno l'opportunità di colmare il vuoto lasciato da broacasters come la BBC, Deutsche Welle e Radio Nederland, nella fondamentale offerta di un contenuto vitale per una quota ancora molto significativa della popolazione mondiale: una spiegazione puntuale di quello che sta veramente succedendo nel mondo.

15 giugno 2011

Voice of America e il viale del tramonto delle onde corte

Questa volta è Boing Boing, autorevolissima voce online della cyberculture (ma prima ancora, fin dal 1988, fanzine, anzine "neurozine" culto della prima bit generation) a occuparsi del declino delle onde corte. L'argomento è un rapporto tecnologico della Voice of America, reso pubblico grazie alla legge americana sulla trasparenza della legislazione da Government Attic. Nel report, scaricabile da questa pagina del sito (insieme a un ghiotto catalogo degli archivi audio storici della VOA), si afferma che l'ente trasmissivo deve avviarsi verso il sunset, il tramonto delle onde corte. Per la verità la parole dell'autore del report non sono tagliate col coltello, c'è ampio margine all'interpretazione, l'invito sembra semmai orientato allo smantellamento degli impianti di proprietà a favore di formule di affitto e condivisione di risorse con altri broadcaster. Il grosso del rapporto riguarda l'infrastruttura interna, la rete Ip della VOA. In ogni caso i tagli sono già avvenuti, a incominciare dalle trasmissioni verso la Cina e hanno ricevuto aspre critiche, come questo articolo di Helle Dale per la Heritage Foundation a proposito di public diplomacy.
Voice of America operator plans "sunset" for shortwave radio broadcasts
Rob Beschizza
monday, Jun 6, 2011

The sun is setting on Voice of America's shortwave radio service, heard worldwide in dozens of languages for 70 years.
A strategic technology plan prepared by the Broadcasting Board of Governors (BBG), the federal agency responsible for Voice of America, Alhurra, Radio Free Asia and other international stations, concludes that it should end many shortwave broadcasts in favor of "more effective" media such as internet radio.
"The intrinsic high cost of operating high powered shortwave stations is constantly being weighed against the rapidly diminishing effectiveness of shortwave within a growing number of countries," the report states. "... the cost effectiveness of shortwave transmissions continues to wane and is expected to be circumscribed to a very small number of target countries in the relatively near future."
The "sun-setting strategy" proposed will reduce the number of stations owned by the BBG in favor of lease or sharing arrangements with—or outsourcing to—independent broadcasters. A "long-term analysis" of each country and language, and in-house research on shortwave's effectiveness in each, would determine which areas retain service.
The report, released following a Freedom of Information Act request by Government Attic, took six months to surface and it isn't clear to what extent its recommendations have been implemented. In February, however, Voice of America ceased shortwave broadcasts in China.
Its authors anticipate "political pressure" to continue widespread use of shortwave radio broadcasts. The BBG's own 2012 Budget Request (PDF) reported that it "must continue to broadcast via traditional technologies such as shortwave [because] the impact of not investing in infrastructure improvements will be the loss of capability and the loss of audience." It noted Burmese listeners as particularly dependent on shortwave service.
Titled 2010-2012 BBG Technology Strategic Plan, the report claims that BBG-funded broadcasts reach 101.9m people worldwide by radio, 81.5m by television, and 2.4m via internet. Internet broadcasts accounts for 1.4 percent of the unduplicated total audience.
The largest internet audiences are in Iraq, China and India, with large percentages of the population listening online in Oman, Kosovo and Morocco. The report notes that Voice of America's audience in Iran was about half that of the BBC World Service during recent electoral unrest there. A brief overview of anti-censorship software the BBG supports, such as Freegate and Tor, was also offered.
Much of report, however, is dedicated to describing the upgrades and management shake-ups required to address problems within the BBG's apparently shambolic I.T. department, whose failures are covered in detail and illustrated with photographs.
Throughout, the complexities of maintaining and staffing a worldwide, multilanguage broadcast media network weigh heavily on the report's author. But criticisms often fall upon particularly egregious lapses such as servers hidden under nests of network cabling, major software choices determined by the "dogmatic beliefs" of influential staffers, and redundant systems standing idle.
"The most serious situation presents itself at the heart of the BBG IT network," the report states. "Currently, the network is dependent on a single enterprise-class Cisco core router whose failure would severely cripple the entire agency for an extended period of time."
Adds the author: "Many other such situations exist ... such as servers equipped with dual power supplies but with both power cords plugged into the same electrical circuit."
While the engineering section is said to be well-functioning, disaster recovery plans rely on "the presence of key individuals." The department lacks "baseline operational discipline" and labors under "several historical and personality-related 'accommodations' designed to isolate certain individuals and maintain legacy reporting relationships."
Even the email system is outmoded, according to the report, which recommends platform consolidation, virtualization, systems colocation, cloud computing to cut the number of physical servers in use, "clear standards and expectations for interpersonal behavior," and adoption of MPEG-4 for broadcast and archive use, as part of a two-year plan to fix the problems while trimming costs.
The report was released after a FOIA request from Government Attic, which posted it in full at its archives early Monday morning. One paragraph of the report, concerning disaster recovery, was redacted.


19 febbraio 2011

Tagli al BBC World Service, tra pessimismo e speranze

Il 26 gennaio il governo britannico ha annunciato una pesante politica dei tagli ai finanziamenti concessi alla BBC per la conduzione del suo World Service. Sparizione di intere redazioni, drastica riduzione delle trasmissioni in onde corte. Ecco un riassunto delle decisioni che entrano in vigore in queste settimane, così come sono state comunicate pochi giorni fa.
Peter Horrocks, head of the BBC Global News Division, today announced the following closure dates:

1. BBC Portuguese for Africa and BBC Serbian will cease broadcasting on Friday 25 February.

2. BBC Albanian will cease broadcasting on Monday 28 February.

3. BBC Macedonian will deliver its final broadcast on Friday 4 March.

4. BBC Caribbean will cease broadcasting on Friday 25 March.

5. BBC Mundo radio will cease broadcasting on Friday 25 February.

6. BBC Russian radio and BBC Chinese radio will end on Friday 25 March.

7. BBC Vietnamese radio will cease broadcasting on Saturday 26 March.

8. BBC Azeri radio will end broadcasting on the weekend of 26/27 March.

9. It is proposed that SW distribution will cease for the following services on the weekend of 26/27 March: Indonesian, Kyrgyz, Nepali, Swahili, Great Lakes and Hindi.

10. The cessation of English on 648 MW and SW and the cessation of MW to Russia and the FSU are also proposed for the weekend of 26/27 March.

Grazie al forte dibattito scatenatosi su questa politica di tagli (una politica che incide direttamente sul profilo diplomatico della Gran Bretagna e sulla sua politica estera), il Guardian ha rivelato che il management della BBC starebbe studiando delle possibili alternative. Una di queste prevede la possibilità di utilizzare le trasmissioni a onde corte in una modalità ad hoc, contingente, quando la situazione internazionale dovessere richiederlo. In casi cioè come la rivolta in Egitto o nel Maghreb, quando le notizie diffuse attraverso le onde corte possono aggirare le misure di censura applicate a Internet o alla tv satellitare (casi di jamming di Al Jazeera sono stati riscontrati proprio nei giorni della crisi mediorientale):
The BBC is considering plans to reinstate axed short-wave World Service radio broadcasts on a short-term basis to regions where major events are taking place, following the revolution in Egypt.
Short-wave radio broadcasts of the BBC Arabic service, which has around 400,000 listeners in Egypt, will be significantly reduced within weeks as part of plans to save £46m from the World Service budget, a 20% cut from its £253m annual budget.
World Service broadcasts in short wave are being cut back in the Middle East, Europe, Africa and Asia as part of the cost saving drive.An email sent to Bush House staff on Wednesday by Peter Horrocks, the BBC's global news director, revealed plans to respond to major events in particular regions by buying up short-wave radio capacity, against a backdrop of violent political uprising sweeping across the Middle East.
"We also said in January that there would be changes to distribution, in particular changes to SW [shortwave] distribution," Horrocks said in the email, which has been seen by MediaGuardian.co.uk. "We are looking into the possibility of buying SW capacity at short notice to ensure we can react quickly should we need to, as highlighted recently in Egypt," he added. "I must stress that any changes we make to our original plans have to be made in the context of the tight financial settlement - what we can not do, is find new money."

Intanto, nuove prospettive si aprono grazie all'interessamento del Commons Foreign Affairs Committee del Parlamento inglese. Il 16 marzo è previsto l'intervento alla House of Commons del segretario di Stato Ron Hague, espressamente dedicato ai tagli al BBC WS.


Il 9 marzo ci sarà a Londra una riunione promossa tra gli altri dalla National Union of Journalists:


(La NUJ ha preparato un dettagliato documento sugli effetti dei tagli: http://www.nuj.org.uk/innerPagenuj.html?docid=1916)

Recentemente la stessa Commissione parlamentare ha pubblicato il suo Report on the Work of the BBC World Service 2008-2009

C'è anche una ricaduta interna che potrebbe avere molta importanza per un importante protagonista della radiofonia britannica: Radio Caroline. Da tempo i proprietari del marchio della radio pirata chiedono che il regolatore conceda all'emittente una frequenza in onde medie. L'OFCOM ha fatto sapere alla parlamentare inglese - che insieme a un'altra parlamentare, Tracey Crouch, sta facendo lobbying a favore di "una frequenza AM per Caroline" - che la stazione radio potrebbe chiedere e ottenere una licenza per i 648 kHz lasciati liberi dal BBC World Service per l'Europa. Ovviamente, l'OFCOM sottolinea che una richiesta in tal senso potrebbe arrivare insieme a molte altre analoghe richieste e non è certo garantito che Caroline possa spuntarla. Ma intanto è una prospettiva interessante.
La riduzione delle ore di trasmissione e delle lingue disponibili attraverso il World Service poteva sembrare ispirata a mere considerazioni di natura finanziaria. Ma è lecito nutrire qualche dubbio che non sia proprio così dopo che il primo ministro britannico David Cameron ha presentato il suo intervento a Monaco di Baviera, in occasione della Conferenza europea sulla sicurezza.

http://www.number10.gov.uk/news/speeches-and-transcripts/2011/02/pms-speech-at-munich-security-conference-60293

Molti giornali ne hanno parlato anche qui. Cameron ha in pratica dichiarato la sconfitta della politica di integrazione culturale e razziale adottata in Gran Bretagna, dichiarandola fallimentare perché troppo tollerante delle specificità culturali e soprattutto religiose dei vari gruppi. Il fatto di non aver imposto l'adozione di alcuni tratti culturali comuni, in particolare i sacrosanti principi della democrazia britannica, avrebbe contribuito alla creazione di "ghetti" culturali troppo chiusi e alla nascita di risentimenti che sono sfociati in atti violenti come gli attentati suicidi nella metropolitana londinese. Il discorso di Cameron ha diversi punti contraddittori, a mio modesto parere. Uno dei principi che secondo il Premier bisognava far rispettare consiste per esempio proprio nel non imporre alcun cliché. Cameron a un certo punto cita l'esempio dei matrimoni forzati imposti alle giovani delle famiglie musulmane osservanti. Quale sarebbe la soluzione a un problema del genere? Il governo dovrebbe entrare nelle case prima dei matrimoni e accertarsi che i futuri sposi siano tutti consenzienti? Un bell'esempio di libertà personale ispirato a una politica conservatrice!
La verità è che nelle nostre società multietniche c'è sempre più bisogno di dialogo, confronto, informazione, approfondimento. E che queste cose non nascono gratuitamente sulle piante, nei parchi cittadini. Si devono coltivare, incoraggiare, sostenere. Possibilmente con il denaro e le risorse controllate dal pubblico, da tutti noi. Il vero problema, per la nostra attuale classe politica, è che il dialogo e l'informazione hanno un effetto collaterale devastante per il cattivo governo: spesso finiscono per mettere in risalto le magagne della mediocre politica della retorica, della paura, del populismo becero messa in atto da personaggi privi di reale spessore culturale, etico, umano. I governi del mondo, anche nelle famose democrazie occidentali, vengono colonizzati da individui interessati solo al mantenimento del potere, alla politica come perfetta soluzione della propria incapacità. E questi individui hanno tutto l'interesse a licenziare bravi giornalisti, a non dare voce a un mondo di complessità che nessuno sa e vuole risolvere.
A noi non restano che le autoconsolazioni come quella Nicholas Walton in questo articolo pubblicato sul sito del think tank European Council for Foreign Relations, "Who needs the BBC World Service?" Walton sostiene che l'ondata di licenziamenti che falcidierà il servizio per l'estero della BBC avrà un effetto positivo, rilasciando sul mercato molti giornalisti preparati che troveranno altre collocazioni, specie nei nuovi media. Istituzioni come il World Service non devono essere delle riserve esclusive e paludate, afferma Walton. Vero. Ma almeno riescono ad accentrare e mettere a frutto risorse che sul libero mercato si diluiscono, spesso fino a sparire.

11 dicembre 2010

La New America Foundation e broadcasting internazionale

Un incontro organizzato dalla sezione Media Policy della New America Foundation a proposito dell'evoluzione del broadcasting internazionale ha offerto molti spunti di riflessione sul ruolo che emittenti come Voice of America e BBC World Service potrebbero continuare a svolgere in un contesto di "diplomazia della trasparenza". Dico potrebbero perché come ben sappiamo la funzione di questi broadcaster è minacciata da una politica di tagli indiscriminati messa in pratica dai governi di ogni colore. La motivazione di questi tagli è la crisi economica, ma a me sta francamente venendo il sospetto che la crisi sia diventata un ottimo paravento per nascondere intenzioni tutt'affatto diverse. La natura indipendente e qualificata di voci come la VOA o la BBC non deve essere vista di buon occhio da amministratori la cui insofferenza nei confronti delle critiche sembra essere direttamente proporzionale alle proprie incapacità. Governanti che prima adottano comportamenti scriteriati e sicuramente forieri di guai e tracolli finanziari e poi vengono a batter cassa con politiche anti-sociali che guarda caso colpiscono soprattutto la scuola e le fonti di informazione, sono molto somiglianti alle figure di dittatori che i programmi della VOA cercano di mettere nella giusta luce presso le popolazioni interessate dalle politiche antidemocratiche di certi regimi. Il fatto che anche i meccanismi elettorali democratici finiscano per dare il potere a governi altrettanto mediocri è deprimente. Le "azioni" svolte dai broadcaster internazionali, sono inoltre molto più comprensibili, sul piano dell'etica internazionale, delle guerre scatenate con motivazioni spesso fasulle o pretestuose dai politici che oggi mettono di fatto il bavaglio a questi "eserciti senza armi".
L'incontro tenutosi a Washington lo scorso 8 dicembre si è aperto con una interessantissima discussione con il preside della Columbia University Lee Bollinger e una giornalista di Foreign Policy a proposito del caso WikiLeaks. Il filmato di questa conversazione è disponibile sul sito di NAF.



Qualche mese prima la stessa Fondazione aveva realizzato un dibattito con Mark Thompson, direttore generale della BBC, a proposito di emittenza pubblica. Anche questo incontro può essere rivisto online insieme a molti altri sul canale YouTube di New America Foundation e non è meno stimolante.

New America Foundation
By Alie Perez
December 8, 2010

Leading lights in the international broadcasting space will be congregating at New America this afternoon to weigh in on the subject of International Broadcasting and Public Media: Mission and Innovation in the Digital Environment. Yet in many ways, this event is simply a continuation of previous discussions hosted by the Media Policy Initiative.
This fall, New America hosted Mark Thompson, the Director General of the British Broadcasting Corporation, for an event entitled “Public Media in a Digital Age: Broadcast, Broadband and Beyond.” Three panelists—Paula Kerger, President of the Public Broadcasting Service; Geneva Overholser, Director of USC Annenberg's School of Journalism; and Nicholas Lemann, Dean of Columbia University Graduate School of Journalism—joined Thompson for a discussion of the challenges of public media in the current digital age, moderated by Steve Coll, President of the New America Foundation.
And as we pointed out in a previous blog post, technological innovations are transforming the way public media and international broadcasting institutions do business. At the same time, international broadcasters’ missions and programming practices are being challenged and transformed around the world—from the BBC to Moscow-based multilingual television news network Russia Today to Al Jazeera, the international news network headquartered in Doha, Qatar.
For our purposes, U.S. international broadcasting orgs such as Public Radio International and Kerger’s own PBS have their own new path to blaze. From Mark Thompson’s remarks at New America and the ensuing panel discussion, for example, it is clear that U.S. public media (and thus, much of the country’s international broadcasting) have traditionally differed in several ways from the rest of the world’s public media entities.
In comparing the different approaches to public media in the UK and the US, it is clear that legal and cultural differences are at the heart of the countries’ varied uses of public media. American journalists, for example, tend to be against any appearance of the government having control over independent coverage. In the UK, on the other hand, government-funded media reaches 97% of the population and is often an marker of distinction on a journalist’s resume. Putting these differences aside, however, there is one area in which British public media veers most dramatically from that in the US: internationally distributed content.
A significant portion of the BBC’s resources has been channeled to fulfilling an international mission. Thompson’s speech centered on the idea that that mission is essential to the BBC’s character; the prominence of BBC World Service operations underscored this premise. Thompson noted that the BBC’s presence in Haiti, for example, outlasted most other media outlets, and the newly created Creole service out of Miami has been helpful to those involved with Haiti’s rebuilding efforts. While the focus in American media is usually on covering international events, the BBC has made a point of increasing its presence broadcasting to international markets, as well.
This focus on international coverage and distribution has not only been beneficial to the home audience in the UK but also to local audiences. Thompson referred to a recently commissioned survey of BBC consumers in Kenya, Egypt, Pakistan, and Turkey, where all four countries’ audiences said that out of the BBC, CNN International, Voice of America, and Al Jazeera, they would miss the BBC most if it went off the air. Moreover, the global impact of this news organization was later evident in the Q&A section, when a representative of the International Center for Journalists noted that the BBC is highly respected for hiring international journalists as content providers and for making investments through training local journalists.
Voice of America was motivated by different priorities at its start, perhaps. Yet the news service, broadcasting since 1942 “to get reliable news to people living in closed and war-torn societies,” estimates that it reaches around 125 million people around the world. Based on the provisions of the Smith-Mundt Act (the US Information and Educational Exchange Act of 1948) that established the news service, no VOA content can be broadcast domestically. Some strong challenges to this prohibition have been issued in recent years (see articles in Foreign Policy and World Politics Review), and the Senate Committee on Foreign Relations issued a report on this very topic this past June, including the following recommendation:
“Congress should revisit the Smith-Mundt legislation, which was passed originally in 1948 and later amended, which bans U.S. Government broadcasting within the U.S. for fear the government would unduly influence its own citizens. Today, however, Russia and China and other entities currently broadcast in English in the United States. Additionally, recent Arabic-speaking immigrants to the United States are able to watch Al Jazeera but prevented by Smith-Mundt from viewing Al Hurra. These realities, coupled with the rise of the Internet, which enables computer users in the U.S. to receive video and audio streams of BBG broadcasts and readily access BBG Web sites, demonstrate that aspects of the legislation are both anachronistic and potentially harmful.”
Considering the current financial straits of American journalism and the decreasing amount of foreign coverage, what does this prohibition really mean for American international broadcasting? Kerger noted during the panel that PBS, in contrast to commercial media outlets in America, is expanding its foreign bureaus and coverage. Perhaps it would be a better use of resources for there to be more cross-over between American public media and the Voice of America; maybe there are opportunities for VOA to collaborate with public media institutions—benefiting American interests abroad and domestic, without breaking the spirit of Smith-Mundt.
However, the culture has one problem that will be much tougher to crack: many journalists’ distrust of government in general, so that the idea of government funding is synonymous with government having editorial control. After noting that the British structure of public media was not likely to cross the pond anytime soon—an observation which drew a big laugh from the audience—Lemann suggested studying firewalls used in non-journalism contexts, such as at the Office of Management and Budget; that is, public media can explore and build on the mechanisms in place to prevent political influence and ensure the spread of accurate, independent data and conclusions.
"Public service broadcasting is an idea,” Thompson said. “At least in Britain, we still believe in that idea.” It now remains to be seen what directions American public media will take—whether the American public will come to view these news outlets as an even greater resource, and whether the journalistic establishment will ever come to see them as allies instead of threats.
As rapid technological change sweeps across the globe, affecting global audiences with the rise of the Internet and the fact that global youth today spend so much time reading blogs and playing computer games, it is clear that the mission of international broadcasters in the future may include practices and media that will be very different from the past.
International broadcasting is also an idea—one that can manifest itself practically in many ways due to technological innovations, cultural differences, and differing approaches. At New America’s event today, we expect to see lively discussion, as well as new ideas for the future of this vitally important field.

28 novembre 2010

Crittografia: dalla II Guerra mondiale a Wikileaks

La National Security Agency ha aperto i suoi archivi su un pezzo importante della storia della criptoanalisi della Seconda Guerra mondiale, diffondendo attraverso la sezione dedicata sul suo sito alle iniziative di "declassificazione" (noi diremmo desecretazione), una quantità di documenti prima riservati sulle attività di counterintelligence dell'esercito tedesco.
In pratica si viene a conoscenza di ciò che gli Alleati angloamericani sapevano a proposito dei "concorrenti" tedeschi di Bletchley Park e dei criptoanalisti americani. Sono nove volumi dattiloscritti con riferimenti eccezionali, incluso un lungo capitolo sull'analisi del traffico radio cifrato sovietico. Una lettura difficile, anche per una questione tipografica, ma piena di informazioni che fino a poco tempo fa erano protette dal segreto. I nove volumi risalgono al 1946 e solo nel 2009 sono stati giudicati desecretabili.
Impossibile sfuggire al paragone con quanto sta succedendo in queste ore di attesa delle rivelazioni promesse da Wikileaks, che sul suo canale Twitter il 21 novembre ha preannunciato il rilascio (sette volte più corposo rispetto alle scottanti rivelazioni sulla guerra in Iraq lo scorso ottobre) di informazioni confidenziali elaborate dalla diplomazia americana. The coming months will see a new world, where global history is redefined, scrive Wikileaks denunciando ambizioni che vanno al di là della richiesta (a mio parere sacrosanta) di una maggiore trasparenza nelle relazioni tra gli Stati e tra governi e cittadini.
La rassegna stampa accumulata da WL Central sito "non ufficiale" su Wikileaks, è davvero notevole e include un articolo pubblicato da Radio Free Europe che vi suggerisco fortemente di leggere.
Oggi su Repubblica.it c'è un articolo di un diplomatico italiano, Ferdinando Salleo, intitolato proprio "Quei messaggi cifrati chiave della diplomazia" che raggiunge conclusioni opposte rispetto al commento di RFE. Nel racconto di Salleo trovate uno di quei rari (per la stampa non specializzata) riferimenti alle macchine cifranti come Enigma, che l'autore del pezzo definisce "primordiali" ma che tanto inefficaci non erano se per crakkarle c'è voluto il cervello di Alan Turing. Salleo dice che la crittografia, la segretezza delle comunicazioni tra ambasciatori e ministeri degli Esteri è fondamentale, anche per una questione di sicurezza.
«L'utopica proposta di Woodrow Wilson contro la diplomazia della confidenzialità del tessuto negoziale - open covenants, openly arrived at - è stata discreditata da quasi un secolo per l'inevitabile deriva demagogica e propagandistica che rende più facili i conflitti: il caso del nucleare iraniano o quello della lotta contro il terrorismo e la proliferazione lo mostrano oggi chiaramente, se pur ve ne fosse stato bisogno. Ne impediatur legatio: nell'antica regola che ravvisa nella completa libertà di pensiero e d'azione dell'ambasciatore, nel solco delle sue istruzioni, la necessaria base dell'efficacia della missione diplomatica in cui deve quindi collocarsi la confidenzialità del rapporto con il proprio governo.» Questo Salleo.
Il discredito che avrebbe vanificato la proposta di Wilson non è del tutto ben posto dall'autorevole diplomatico: Wilson nel 1918 parlava di covenants of peace, trattati di pace, in un momento storico molto particolare di un mondo che cercava - come si vide poi, senza successo - di evitare il ripetersi di un conflitto devastante. Oggi il discorso sulla trasparenza nella public diplomacy è molto cambiato. La diplomazia tra Stati ha sicuramente il diritto di mantenere la riservatezza sulle proprie considerazioni interne. La crittografia serve anche per questo. Ma quando questa riservatezza serve ad autoproteggersi da decisioni sbagliate o addirittura dalla menzogna utilizzata come strumento politico e di condizionamento (vedi il caso della guerra in Iraq e della favola delle armi di distruzione di massa di Saddam), il segreto di Stato sconfina nell'omertà e un sito come Wikileaks ha tutto il diritto di provare a scardinarlo.
Il Dipartimento di Stato avverte che le rivelazioni di Wikileaks possono mettere a rischio delle vite umane, che la pubblicazione sarebbe un grave errore. Ma il vago "rischio" si traduce in terribile conta dei morti quando gli errori li fanno i capi degli eserciti e i governi che ne guidano le motivazioni e gli obiettivi. Ancora non si conosce la natura delle informazioni che verranno rese pubbliche, non sappiamo quale sia la loro origine: telegrammi e comunicazioni cifrate, o semplici messaggi di posta elettronica e i loro allegati? Quel che è certo è che se il Dipartimento di Stato considera il segreto un'arma, è suo dovere fare in modo che questa arma sia efficace. Di fronte alle perniciose decisioni di una classe politica molto spesso del tutto inadeguata (quando non platealmente inetta o peggio ancora corrotta), la trasparenza resta l'unica arma nelle mani degli elettori "truffati" ed è loro dovere, nostro dovere, fare in modo che sia sempre la più affilata possibile.
[aggiunta 19.24 - Secondo Ilpost.it ieri Der Spiegel avrebbe pubblicato per errore un primo assaggio delle informazioni rilasciate da WL. L'illustrazione presa dal sito del settimanale tedesco mostra un messaggio telex, dello stesso formato utilizzato per la residua trasmissione via HF di traffico diplomatico]