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04 maggio 2016

Stati Uniti, il boom delle radio pirata.

La YouTube Cam di Radio Concorde, emittente "non 
autorizzata" degli haitiani di Boston

Raid, sequestri, arresti, multe salate. L'FCC li perseguita da anni, ma il risultato è che i pirati dell'FM negli USA per un po' se ne stanno tranquilli, magari passando direttamente al Web, magari adottande strategie social, organizzando eventi live. Ma prima o poi molti scelgono di tornare on air, e la caccia al pirata riparte. Gli impianti di trasmissione, del resto, costano sempre meno, e nelle complesse realtà delle metropoli come New York o Miami è facile nascondere antenne sui tetti, da cui coprire qualche isolato. Il commissario del regolatore americano Mike O'Rielly è diventato famoso, tra gli osservatori del fenomeno, per i suoi interventi sul blog ufficiale del sito Fcc.gov. L'ultimo risale a ottobre e presenta una concisa ricetta anti-pirateria, in cui O'Rielly reitera azioni che abbiamo già visto applicare dall'OFCOM britannico: sensibilizzare il pubblico, creare il vuoto intorno alle emittenti abusive, coinvolgere persino i proprietari degli stabili e i portinai. Poi, naturalmente, c'è la carota che accompagna il bastone: da qualche anno c'è negli USA una parziale deregulation per la trasmissione FM a bassa potenza. Una legge che ha beneficiato decine e decine di organizzazioni, ma che non è facile farla valere nelle città grandi, dove operano molti impianti ad alta potenza e le frequenze scarseggiano.

I giornali non smettono di occuparsi della questione. Il lungo reportage firmato da Ben Filley di Assocaited Press è stato ripreso da testate come lo StarTribune. Il pezzo racconta delle stazioni non autorizzate che affollano l'etere di Brooklyn, della periferia di Boston, della bilingue Miami. Stazioni hip-hop, caraibiche, haitiane, kosher, irlandesi, ce n'è per tutti i gusti. L'associazione dei broadcaster, il NAB, stima che solo a New York, tra un "buco" nell'etere e l'altro, si contano cento stazioni irregolari. John Nathan Anderson, della scuola di giornalismo del Brooklyn College sostiene che l'FM è una sorta di ultima spiaggia per chi non trova altri mezzi di espressione per raggiungere comunità piuttosto estese. «Ad alcuni la radio sembrava definitivamente morta ma per molti versi stiamo assistendo a un Rinascimento di un mezzo che entra nel suo secondo secolo di vita.» In barba alle tecnologie alternative, più o meno funzionanti. Anderson è un vero esperto in materia. Sul suo Do-it-yoruself Media segue da anni le evoluzioni della radiofonia indipendente e un paio d'anni fa ha scritto pubblicato Radio's Digital Dilemma, un saggio molto critico sul sistema digitale HD Radio, giudicato fallimentare. 
In un recente intervento su DIYMedia, Anderson torna a citare O'Rielly, che in un seminario del febbraio scorso ha a sua volta ripreso il tema del controllo delle trasmissioni illegali. Sempre a febbraio, il magazine di Boston, DigBoston, ha pubblicato a sua volta un lungo articolo dedicato a emittenti come BigCity FM e Boston87.7, emittenti che possono contare su un pubblico appassionato, pronto persino a farsi coinvolgere in eventi rap pre-natalizi. Dal 2011, anno dell'entrata in vigore della nuova legge sulle stazioni low power, la metro area di Boston ha visto il rilascio di due sole autorizzazioni "licenseless". Troppo poche per soddisfare la voglia di radio libera, ma libera veramente.

24 gennaio 2011

NPR, un disegno di legge per tagliarne i fondi

La possibilità che i cordoni della borsa vengano stretti per l'emittenza pubblica americana (la televisiva PBS e la radiofonica NPR) è sempre più concreta ora che la nuova maggioranza repubblicana al Congresso ha messo nero su bianco la sua politica di tagli alle spese federali "inutili" con due disegni di legge H.R. 68 e 69 a firma del deputato repubblicano Doug Lamborn. La prima proposta riguarda i sussidi federali alla Corporation for Public Broadcasting, la "controllante" di NPR. La seconda riguarda in modo più specifico la rete di stazioni pubbliche, che negli Stati Uniti gode di molto favore da parte di determinate fasce di ascoltatori. L'onorevole Lamborn, un avvocato che ha studiato giornalismo e dice di apprezzare i programmi NPR, è convinto che i tagli proposti possono contribuire ad alleviare il peso dei 14 mila miliardi di dollari di debito pubblico. Un debito che la destra americana ritiene evidentemente fuori controllo ora che è stata approvata la riforma sanitaria di Obama (sul cui finanziamento è pronta a dare battaglia). In passato nessuno ha mai sollevato la minima obiezione su una spesa militare che nel 2010 ammontava a 680 miliardi di dollari destinati al Dipartimento della difesa e una somma variabile tra una stima di 319 e 654 miliardi in fondi esterni al Dipartimento. Bene che vada i contribuenti americani versano più di mille miliardi di dollari nelle casse dell'erario per raggiungere i successi militari dell'Iraq e dell'Afghanistan, ma i risparmi devono cominciare dai 430 milioni di dollari concessi alla CPB (sui documenti rilasciati da quest'ultima il bilancio provvisorio 2010 parla di 422 milioni). E' chiaro che la spesa militare ha molte positive ricadute sull'occupazione e la ricerca scientifica, a sua volta fonte di nuovo reddito nell'economia civile. Ma trovo insopportabile che la politica di destra si rifiuti di prendere in considerazione, negli Stati Uniti come altrove, il valore di una spesa pubblica rivolta alla produzione giornalistica, culturale, artistica, cinematografica, teatrale. Tante voci "intangibili" che hanno effetti enormi sulla qualità della vita, sulla nostra formazione interiore e civica. Condividere qualche briciola (430 milioni di oltre mille miliardi!) di quanto possediamo per realizzare, almeno qualche volta, delle cose belle e interessanti invece di imbracciare (per le cause più nobili di questo mondo) un fucile mitragliatore, è un segno di appartenenza a una comunità di persone, di amore nei confronti dell'altro.
Pubblico qui lo scambio indiretto che il blog The Hill ha ospitato tra Doug Lamborn e la NPR. Il rappresentante del Colorado sostiene che la NPR è perfettamente in grado di essere autonoma finanziariamente, con i soldi generati dalle donazioni, dalla pubblicità e da altre iniziative commerciali. Siamo sempre alle solite. Le "iniziative commerciali" trovano soldi quando chi ce li mette pensa di ricavarne un vantaggio. Per quanto sia ascoltata, NPR fa una programmazione di nicchia e rifiuta l'idea di "svendere" i suoi contenuti cercando di accontentare il maggior numero di persone. Tutte le statistiche di questa terra dicono che le persone più scolarizzate guadagnano e spendono di più, non si capisce quale debba essere la motivazione economica della spinta verso il basso della qualità dei nostri mezzi di comunicazione voluta con tutte le forze dalle politiche neoliberiste.
NPR: A good place to start cutting federal spending (Rep. Doug Lamborn)
By Rep. Doug Lamborn (R-Colo.)
01/12/11

Critics claim that Republicans haven’t been specific enough in our pledge to cut government spending. That is simply not true. The very first day of the new Congress, I reintroduced two bills to make specific cuts to our out-of-control federal spending. One bill, H.R. 68, would end all federal subsidies for the Corporation for Public Broadcasting (CPB), the parent organization of National Public Radio (NPR). My second bill, H.R. 69 more narrowly restricts federal tax dollars from going just to NPR. Both are examples of specific cuts Congress can make now to keep our unsustainable federal debt of more than $14 trillion from getting worse.
I have nothing against NPR, despite what appeared to be liberal bias in their mishandling of Juan Williams. What I oppose is subsidizing an organization that no longer provides, if it ever did, an essential government service. When the federal government is now borrowing more than 40 cents of every dollar it spends, no one can justify paying for services that are widely available in the private market.
This year, American taxpayers will subsidize the CPB to the tune of over $430 million. Getting the exact amount of money that NPR alone gets has proved very difficult. The Congressional Research Service, the fact-finding arm of Congress, has been looking into that. They have concluded that NPR’s various revenue streams are so convoluted, they look like “a spaghetti plate of funding.” In order to gain greater access to their budgets, I have called for a formal investigation of NPR by the Government Accountability Office.[…]
As I have stated many times, I am a fan of some NPR programs. I believe they are fully capable of standing on their own two feet and getting commercial sponsors in the free market. NPR claims that less than two percent of its total annual budget comes from the federal government. If that is true, NPR has no reason to worry that pulling federal funding will cripple them. […]
Rep. Lamborn represents Colorado’s Fifth Congressional District. This is his third term in Congress.

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NPR accuses Republican lawmaker of trying to control public radio stations
By Gautham Nagesh
01/11/11

NPR pushed back on Tuesday against a Republican lawmaker who is trying to cut off federal funding for public broadcasting, accusing him of trying to interfere with how the nation's local public radio stations report the news.
"Congressman Lamborn’s legislation is an intrusion into the programming decision-making of America’s public radio stations," said NPR in an e-mailed response. "His legislation will disrupt and weaken the free and universal public media system that serves 170 million Americans each month."
NPR also called the goal of Lamborn's legislation misguided and said it would insert the federal government into the news decisions of local stations, which are primarily staffed locally and cover the news relevant to their communities.
"It seems ironic that Congressman Lamborn who seeks to withdraw federal support for public radio wants federal legislators in turn to assert control over how local public radio stations can make use of programming funds," NPR added.
"This legislation would ultimately dictate the daily editorial schedules and news programs of nearly one thousand public radio stations across America."
Lamborn has said he enjoys much of NPR's programming but views it as "completely unnecessary in a world of 500-channel cable TV and cell phone internet access." He also pointed to the 26 percent increase in CPB funding over the past decade, to a total of $430 million annually.

12 gennaio 2011

Caso Giffords: ballots don't work, talk radio does

Ancora una volta i talkshow radiofonici dei commentatori della destra americana più oltranzista vengono messi sotto accusa. Sono le ore immediatamente successive al ferimento della deputata democratica Gabrielle Giffords e lo sceriffo della Pima County, Clarence Dupnik, denuncia il clima "al vetriolo" costruito da certa retorica di destra intorno al dibattito politico negli Stati Uniti, affermando che questo clima può scatenare la rabbia incontrollata di individui "suscettibili" come l'esecutore della sparatoria, Jared Lee Loughner. Nel suo show di lunedì Rush Limbaugh, uno dei campioni più rappresentativi dello "hate speech" radiofonico ha usato termini molto espliciti contro Dupnik, dicendo in pratica che solo uno stupido può stabilire questo genere di collegamenti indiretti. In una successiva intervista alla ABC Dupnik conferma la sua opinione e definisce Limbaugh "un irresponsabile":


Il dibattito in corso in Arizona e in tutti gli Stati Uniti ha occupato l'altra sera un congruo spazio del nostro telegiornale TG3 Linea Notte, dove le perplessità dello sceriffo democratico sono state riprese da Giovanna Botteri mentre Christian Rocca sosteneva la tesi contraria, prendendo per così dire le parti (con parole infinitamente più equilibrate, va detto) di Limbaugh.
Il discorso è complicato e molte delle osservazioni di Rocca sono condivisibili, ma anch'io sono del parere che certe espressioni, un certo modo di porgersi, anche nella più accesa dialettica politica, andrebbero soppesati e rivisti. Nei lunghi mesi che vanno dalla campagna elettorale del Presidente Obama alla approvazione della sua riforma sanitaria, mentre il partito repubblicano riconquistava credibilità e forza elettorale, negli Stati Uniti è nato il movimento del Tea Party e la talk radio americana si è abbandonata a una selvaggia campagna di delegittimazione della leadership democratica. Joyce Kaufman, "host" di un talkshow della stazione WFTL, di Fort Lauderdale in Florida, è diventata famosa per un gioco di parole che sarebbe piaciuto moltissimo al nostro Senatùr: "if ballots don't work, bullets will", (i voti non funzionano? Le pallottole sì).
Non bisogna mai dimenticare che questa è l'America del Secondo Emendamento, un principio costituzionale che sancisce per i cittadini americano la libertà di armarsi. Poco conta che le parole di questo emendamento, approvato più di due secoli fa, lasciano anche una certa libertà di interpretazione. Potrebbero secondo alcuni riferirsi solo al diritto di armarsi in forma organizzata, per difendere l'incolumità dello Stato. Ma una clamorosa sentenza della Corte Suprema, ha stabilito nel 2008 che il diritto di detenere e portare armi è proprio dell'individuo e Jared Lee Loughner lo ha tranquillamente potuto esercitare. Francamente l'ipotesi che certe idee gli possano essere entrate in testa ascoltando alla radio qualche ora di Rush Limbaugh non mi sembra poi tanto remota. Malgrado compagni di scuola, insegnanti e conoscenti lo abbiano definito uno squilibrato, lo scorso 30 novembre Loughner è entrato in una armeria di Tucson, ha sostenuto un breve esame attitudinale computerizzato ed è tornato a casa con una pistola e un caricatore "extra" per una capacità complessiva di 33 colpi. Gran parte di questi proiettili hanno funzionato meglio dei voti che avevano determinato l'elezione dell'onorevole Giffords, devastando il suo emisfero cerebrale sinistro (sì, proprio l'emisfero del linguaggio). Non c'è nessuna speranza che Gabrielle, la prima deputata ebrea eletta dalla bigotta Arizona, possa tornare un giorno al suo posto di lavoro. Nessun pericolo che possa approvare un'altra riforma sanitaria. Bullets work better than ballots.
Gli altri colpi hanno cancellato, tra le altre, la vita (altra tremenda ironia) di un giudice federale e quella di una bambina di nove anni che era stata portata in un supermercato per imparare come funziona la democrazia americana. L'etere delle talk radio si è riempito di lacrime di coccodrillo condite da nuovi insulti per i democratici "nemici" della libertà di espressione. L'astioso esercito dei Limbaugh ha ripreso ad abbaiare il suo dissenso nei confronti della ripresa della fairness doctrine - versione americana della nostra par condicio - una contromisura che nessuno prenderà mai e in ogni caso non rappresenterebbe quel bavaglio che certa destra vuole far credere. Da molte parti cominciano infine a comparire gli articoli che "smontano" scientificamente la figura dello sceriffo Dupnik. Nel migliore dei casi lo definiscono contraddittorio, un uomo di legge che in passato aveva preso posizioni ben diverse sul possesso di armi. E' la stessa tattica che vediamo utilizzata ogni giorno anche qui: un principio perfettamente legittimo e condivisibile viene svilito e negato attraverso la metodica distruzione dell'individuo che ha avuto l'ardire di affermarlo. In questo modo i principi giusti smettono semplicemente di esistere, perché nessuno è abbastanza "immacolato" da sostenerlo. Con buona pace dell'evangelico invito a non guardare la pagliuzza negli occhi altrui. In fin dei conti Clarence Dupkin si è limitato a sostenere quello che un bambino impara fin dalle elementari: that may be free speech, but it's not without consequences.

12 novembre 2010

FCC: frequenze per usi "sperimentali" e "opportunistici"

Il 30 novembre la FCC americana organizza un incontro pubblico aperto alla discussione su tre proposte abbastanza rivoluzionarie in materia di gestione dello spettro frequenziale. Le mie fonti americane mi dicono che certe questioni non erano mai state trattate in modo così trasparente. La prima riguarda le possibili misure per una gestione più efficiente dello spettro televisivo VHF/UHF nella prospettiva di un impiego ottimale delle risorse liberate grazie al passaggio alla tv analogica e destinate a servizi diversi, tipicamente di tipo telefonico o di larga banda in mobilità. Si tratterebbe di gestire le nuove risorse sulla base di decisioni meno complesse rispetto ai principi della radio cognitiva, ma sulla base delle informazioni sugli spazi liberi conservate in un database, una sorta di "catasto frequenziale". Questo renderebbe le cose più semplici anche dal punto di vista tecnologico in un settore ancora molto sperimentale.
Il secondo punto riguarda una parte poco conosciuta delle regole FCC sulle cosiddette "experimental licenses" licenze temporanee chieste da istituzioni come scuole e centri di ricerca per condurre le sperimentazioni su nuove tecnologie, impegnando anche risorse generalmente assegnate ad altri a patto di non generare interferenza. L'intenzione è anche qui rendere più facile il rilascio per stimolare lo sviluppo di nuovi servizi.
Infine c'è una parte di discussione sul cosiddetto us "opportunistico" di porzioni di spettro che prevedono determinati impieghi con o senza licenza. Dagli Stati Uniti mi spiegano che non si tratta di una semplice forma di "subaffitto" da parte dei licenziatari o utenti di una determinata frequenza, queste sono forme già previste e si basano su criteri geografici (un licenziatario che dispone di una frequenza che non serve a coprire una determinata area può affittarla a un terzo). Un criterio opportunistico è invece su base temporale e prevede la possibilità di utilizzare lo spettro nei momenti in cui questo non venga impegnato e ha evidentemente a che fare anche con tecnologie di radio cognitiva. Questo è un punto molto delicato per le sue implicazioni anche politiche e il fatto che venga discusso in pubblico rappresenta una grande novità legata alle trasformazioni della FCC nell'era di Obama.
L'aspetto che mi interessa è proprio questo grado di trasparenza nell'affrontare le nuove modalità di impiego delle radiofrequenze e il potenziale innovativo delle regole che verranno delineate in seguito alla discussione.
  • TV Spectrum Innovation NPRM: A Notice of Proposed Rulemaking seeking comment on rules to facilitate the most efficient use of the UHF and VHF TV bands. These proposals, an important step toward the agency’s spectrum goals as outlined in the National Broadband Plan, would remove a host of obstacles to mobile broadband use within spectrum currently reserved for use by TV broadcasters, including through innovations such as channel sharing and generating increased value within the VHF band.
  • Experimental Licensing NPRM: A Notice of Proposed Rulemaking seeking comment on proposed rules to facilitate greater experimentation in the wireless space. The NPRM suggests making the Commission’s experimental licensing rules more flexible, including by easing testing restrictions on universities, research organizations, and other institutions that are developing new wireless services and devices. The goal is that the resulting testbeds would encourage innovation and help speed the time to market for new technologies.
  • Opportunistic Use NOI: A Notice of Inquiry seeking comment on ways to accelerate “opportunistic use” of underdeveloped spectrum in both licensed and unlicensed bands, including how technological innovations can effectively foster secondary markets.

20 luglio 2010

L'oscuro potere parallelo della Top Secret America

Basta leggere le prime righe della prima parte dell'inchiesta pubblicata questa mattina (diciamo il nostro mezzogiorno del 19 luglio) dal Washington Post, il comunicato stampa di presentazione, l'efficace infografica animata che cerca di far luce su una cinquantina delle entità coinvolte e delle loro sottosezioni, per arrivare a una conclusione disarmante: il 9 settembre 2001 la cellula terroristica che è riuscita a colpire così clamorosamente alcuni dei simboli più significativi dell'estabilshment e della cultura americani ha, molto semplicemente, vinto la sua guerra contro una parte così importante dell'Occidente.
Non hanno vinto per aver distrutto diverse migliaia di vite e sbriciolato grattacieli, edifici, velivoli. Hanno vinto perché hanno corrotto speriamo non in modo irreversibile una complessa psicologia collettiva. Hanno inoculato nell'America che conoscevamo il virus autoreplicante della mania di persecuzione. Hanno creato una nazione - e un governo - di veri e propri paranoici.
Così facendo - questa è in pratica la tesi molto ben documentata di Dana Priest e William Arkin - sono riusciti a scardinare uno dei fondamenti principali, forse il più importante della democrazia americana, il rispetto assoluto, magari con qualche temporaneo cedimento sempre ricondotto, anche faticosamente, su binari precisi, del principio della trasparenza e del reciproco controllo tra poteri. Nella patria delle teorie cospirazioniste, dello stile paranoico della politica, come titolava nel suo celeberrimo saggio del 1964 Richard Hofstadter, c'è sempre spazio per le rivelazioni, le commissioni di inchiesta, le leggi (come il Freedom of Information Act) che tutelano il diritto del cittadino di conoscere i fatti, anche quando c'è qualcuno che vorrebbe manipolarli o nasconderli.
E c'è la stampa libera, i giornali come il Washington Post, che 40 anni e più anni dopo il Watergate pubblica in prima pagina il primo di tre articoli che non potranno non far discutere. La presidenza coinvolta, quella di George W. Bush (figlio) e del suo esiziale "vice" Dick Cheney, questa volta non rischia di cadere. Ma gli americani, affermano Priest e Arkin, faticheranno a lungo per fare chiarezza e pulizia. Sotto l'ondata di permissiva emotività causata dal Nine Eleven, Bush e Cheney hanno autorizzato una catena di risposte che ha portato alla creazione di una maglia di sicurezza e controllo parallela, oscura e talmente radicata e complessa da sfidare ogni capacità di ricostruzione. Una rete di quasi 1.300 organizzazioni governative che coordinano quasi 2.000 "contractors" (come le famigerate società di sicurezza privata attive in Iraq a tutela degli interessi di non si sa bene chi). Una America Top Secret che brucia una montagna di denaro, costruisce e ristruttura edifici in tutti gli Stati dell'Unione, mobilita un totale di 850 mila persone (avete letto bene) con in tasca un tesserino che dice "questa persona opera segretamente per conto del governo e non deve essere disturbata".
Una rete talmente segreta da essere ormai sfuggita a ogni forma di controllo incrociato. Che conosce talmente poco se stessa da dar luogo a forme fantasmagoriche di ridondanza; di lavori identici svolti e continuamente rieseguiti; di informazioni accumulate, senza alcun costrutto, da una miriade di fonti con tecniche di ascolto, intercettazione, rilevamento molto sofisticate; di propaganda e guerriglia psicologica coordinata attraverso televisioni, radio, giornali, social network. Con quali ritorni, si chiede il giornale? Con quali vantaggi per la collettività in termini di sicurezza reale, di attentati sventati, di terroristi arrestati? Sono domande cui nessuno riesce a dare risposta.
Grazie al Tg3 e a Giovanna Bottieri per avermi sospinto stasera verso il sito del Washington Post. Incredibile pensare che solo Il Mattino di Napoli esce in edicola oggi citando in prima l'inchiesta dei colleghi americani. Se il Washington Post ha ragione c'è solo da domandarsi se l'America della trasparenza riuscirà a sconfiggere l'America dei segreti. Quand'anche il verminaio scoperto dal quotidiano fosse di dimensioni più contenute, ci sarebbe comunque da interrogarsi su quanto siamo disposti a concedere alla paura, se davvero vogliamo rinunciare alla certezza delle nostre prerogative democratiche in cambio della discutibile sicurezza di una vita (forse) priva di attentati terroristici ma comunque piena di terrore. E' una domanda che faremmo bene a porci tutti quanti, ogni volta che ascoltiamo le ipocrite promesse di chi vuol darci "più sicurezza" e sempre meno voglia di vivere insieme.


Washington Post Investigates the Intelligence World Responsible for America’s Safety

Two-Year Long Review Explores Redundancy, Unwieldiness in Top Secret Government Agencies

WASHINGTON--July 19, 2010--The Washington Post today published the first story in a new series exploring the Top Secret world created in response to the terrorist attacks of September 11, 2001. The series titled "Top Secret America” (www.TopSecretAmerica.com), describes and analyzes a defense and intelligence structure that has become so large, so unwieldy, and so secretive that no one knows how much money it costs, how many people it employs, or whether it is making the United States safer.

Among the highlights:

-Some 1,271 government organizations and 1,931 private companies work on Top Secret programs related to counter-terrorism, homeland security, and intelligence at over 10,000 locations across the country. Over 850,000 Americans have Top Secret clearances.

-Redundancy and overlap are major problems and a symptom of the ongoing lack of coordination between agencies.

-In the Washington area alone, 33 building complexes for Top Secret work are under construction or have been built since September 2001.

This is the first and most comprehensive examination of the complex system. It was reported by two-time Pulitzer Prize winner Dana Priest and author, researcher, and military expert William M. Arkin. The findings are based on hundreds of interviews with current and former military and intelligence officials and public records. Nearly two dozen journalists worked on the investigation, including investigative reporters, cartography experts, database reporters, video journalists, researchers, interactive graphic designers, digital designers, graphic designers, and graphics editors at The Washington Post.

“This country’s top-secret national-security enterprise is both enormous and opaque,” Marcus Brauchli, The Post’s executive editor said. “We have sought through this long-term investigative project to describe it and enable our readers— including citizens, taxpayers, policymakers and legislators—to understand the scale and effectiveness of what has been created. The Post remains firmly committed to this kind of accountability journalism.”

In addition to the stories in the series, a blog will anchor the Top Secret America site providing updates on Top Secret America coverage, original journalism and insight around related national security matters. The Top Secret America blog will serve as an online destination for further reporting, discussion, analysis, and interaction. Priest and Arkin will host this continuing conversation throughout the rest of the year, working alongside readers to lead inquiries about dimensions of Top Secret America that remain unexplored.

Other multimedia features include:

-A searchable database illustrates information about government organizations that contract out Top Secret work, companies they contract to, the types of work they do, and the places where they do it.

-A map displays locations of all the clusters of Top Secret activity and some basic information about those areas.

-Each of nearly 2,000 companies and 45 government organizations has a profile page with basic information about its role in Top Secret America, and readers can filter searches by companies doing a specific kind of work, all companies mentioned in the story, or all companies with more than $750 million in revenue.

-A video guide to Top Secret America provides a concise, 90-second visual overview of the project’s major findings and implications.

-A video produced by PBS Frontline previews the series and illuminates the process of reporting. From the high-tech barn where Arkin worked to Priest’s guided-tour outside the NSA campus to a photographer’s experience shooting, the video captures how the information was gathered and evolved into the final series.

A second story to be published Tuesday takes an in-depth look at the government's dependence on private contractors and how it may be degrading the quality of the federal workforce. Managers of the intelligence agencies do not necessarily know how many contractors work for them. The Post estimates the number of contractors who work on Top Secret programs to be 265,000.

A third story to be published Wednesday focuses on the economic and cultural impact of a high concentration of Top Secret work within a community located around the National Security Agency. While the rest of the country struggles with an economic recession, in the clusters of Top Secret America, expansion continues and the unemployment rate is low. The NSA plans to expand by two-thirds its current size over the next 15 years.

The first installment of the series is available now online at:
as well as at:

Dana Priest is an investigative reporter for The Washington Post. She was the Post's intelligence reporter for three years and its Pentagon correspondent for seven years before that. She has traveled widely with Army Special Forces, Army infantry troops on peacekeeping missions and the Pentagon’s four-star regional commanders. Priest received the 2008 Pulitzer Prize for Public Service for “The Other Walter Reed” and the 2006 Pulitzer for Beat Reporting for her work on CIA secret prisons and counterterrorism operations overseas. She authored the 2003 book, “THE MISSION: Waging War and Keeping Peace With America’s Military” about the military’s expanding influence over U.S. foreign affairs.

William Arkin is a reporter for The Washington Post and has been a columnist since 1998. He has been working on the subject of government secrecy and national security affairs for over 30 years and has visited war zones in Afghanistan, Iraq, and the former Yugoslavia. He has authored or co-authored more than a dozen books about the U.S. military and national security including seven basic reference works. He has been a consultant for Natural Resources Defense Council, Human Rights Watch, the United Nations, and the U.S. Air Force.