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11 gennaio 2016

Webcasting, podcasting e LPFM: luci e ombre di uno spirito della radio più vitale che mai

L'offerta di contenuti radiofonici originali in streaming è sempre più abbondante, grazie anche all'aumento del numero di Webradio nate con precisi obiettivi commerciali, spesso a carattere musicale ispirato a specifici generi. A queste si aggiungono le stazioni "Internet only" di tipo associativo e formativo-sperimentale, spesso più orientate alla creazione di format non necessariamente solo musicali. A questa offerta si aggiungono ovviamente i canali delle emittenti on air ripetuti anche in streaming, e quelli "extra" che le stazioni tradizionali, pubbliche o private, diffondono solo in formato digitale, Web o DAB+. Per non parlare di tutto il mondo dei contenuti originali e spesso esclusivi accessibili in modalità podcast, una piattaforma che negli USA, complice il successo di veri e propri hit come Serial (spinoff da This American Life, programma della NPR) già un anno fa spingeva un quotidiano come il San Jose Mercury News, ritenuto l'organo ufficiale della Silicon Valley, a titolare "Perché ci stiamo innamorando dell'ascolto dei podcast".   
Sta diventando sempre più solido, insomma, il fenomeno della radio basata su modelli distributivi non-broadcast, capace cioè di fare a meno di antenne e frequenze. Per alcuni siamo già arrivati al punto di un potenziale sorpasso, determinato soprattutto dalla rapida diffusione delle piattaforme di "connected car", che grazie ai collegamenti 3G/4G portano a bordo dell'automobile interattività, servizi e una varietà potenzialmente infinita di contenuti in streaming. In Italia mi vengono in mente, a parte il caso pionieristico e ormai globale di Spreaker, gli esempi di giovani imprenditori radio-digitali come Fabrizio Mondo, inventore con Web Radio Comando prima e oggi con la sua nuova creatura Zeptle, di un inedito concetto di aggregatore di flussi radiofonici Web coniugato a un sistema di canalizzazione preso in prestito dall'LCN della tv digitale terrestre. Zeptle, disponibile su Web e come app, è una specie di telecomando che permette di accedere alla Webradio preferita attraverso un codice numerico. Funziona un po' come le tradizionali piattaforme di aggregazione radiofonica alla TuneIn, ma la fruizione degli stream è più immediata e il modello di business di Zeptle prevede la possibilità di vendere all'asta tra le emittenti i numeri di canale più bassi o facili da memorizzare. 
Anche quando consideriamo il problema della saturazione delle frequenze combinato a una crescita effettivamente troppo lenta dell'alternativa della radio digitale, c'è da chiedersi se la radiofonia così come la conosciamo oggi sia destinata a tramontare, magari con gradualità ma in tempi sorprendentemente rapidi. Il Web si presenta oltretutto come una formidabile opportunità per i suoi bassi costi di avviamento: tutti o quasi possono fare radio con investimenti contenuti e minimi requisiti burocratici.
Per come la penso io la radio, diciamo "convenzionale", basata sul modello broadcast, resta imprescindibile come strumento per la distribuzione di contenuti audio su bacini di pubblico e territori di una certa ampiezza. La radio "on air" non richiede terminali utente complessi e non sposta il peso dei costi di produzione sulle spalle dei suoi ascoltatori, vincolandoli a sottoscrivere per il loro smartphone un supplemento di tariffa sui piani di abbonamento base.  La mia sensazione è che in un orizzonte temporale di qualche decennio stiamo andando verso uno scenario radiofonico ancora molto variegato, in cui broadcast e broadband avranno entrambi un ruolo determinante. Anche se la tecnologia ci porterà probabilmente a convergere verso un mondo di radiofonia full ip, in questa fase sarebbe stupido costruire delle barriere cercando di forzare in un senso o nell'altro l'evoluzione di questo mezzo. Si deve piuttosto cercare le giuste formule di convivenza. 
Queste riflessioni nascono fondamentalmente dalla lettura di alcuni articoli pubblicati in questi giorni sulla situazione americana, dove questa pluralità di scenari è già una realtà. Una notizia, riferita da Radiosurvivor e ancora prima da RAINNews, non è per niente positiva per le Webradio americane indipendenti. Il regime di tariffazione dei brani musicali diffusi in stream su Internet concordato nel 2006 con il Copyright Royalty Board è scaduto lo scorso dicembre e le nuove tariffe in vigore dal 1 gennaio non tengono conto, secondo le due testate specializzate, della speciale convenzione che il CRB aveva raggiunto nel 2009 con gli Internet broadcaster di piccole dimensioni, che finora hanno goduto di un regime speciale. Per ogni brano trasmesso, scrivono Brad Hill e Paul Riismandel, le Webradio "indie" oggi saranno costrette a pagare somme dieci, quindici volte superiori. A fronte di un aumento dei costi così ingenti, sarà veramente dura andare avanti, sia per la stazioni che si mantengono vendendo pubblicità, sia per chi ha scelto invece formule di subscription o altri sostegni da parte degli ascoltatori. Le speranze del settore di questi piccoli Webcaster sarebbero ormai riposte in SoundExchange, la società che raccoglie le royalties per conto delle case discografiche, con cui gli editori indipendenti potrebbero studiare accordi alternativi. 
Se i Webcaster non legati alle grandi piattaforme streaming sono preoccupati, anche i podcaster americani non riescono a godersi pienamente il momento di grande visibilità della loro programmazione "asincrona". Il problema in questo caso non è tanto legato ai costi di trasmissione, quanto piuttosto alla sostenibilità delle revenues pubblicitarie e da una relazione tra produttori dei contenuti e sponsor improntati a modelli vecchi di un secolo. I podcast, scrive Fastcompany, hanno un grandissimo successo ma faticano a sfruttare questa popolarità perché usano la pubblicità come avrebbero fatto le soap opera degli anni Cinquanta. Il podcasting, forse il simbolo più conosciuto di una radiofonia completamente "nuova", vive insomma il paradosso di ricorrere, in un mondo di metriche e analisi demografiche avanzatissimi, all'«and now a word from our sponsor» di settanta anni fa, con gli autori dei podcast che leggono gli annunci prima di cominciare.  La rivista dedicata all'innovazione nel business propone di rivoluzionare questo approccio prendendo come esempio il caso di Acast, una startup che dopo aver aperto i battenti in Svezia ha prima creato un ufficio a Londra per poi varcare l'Atlantico e concentrare la sua azione sulla patria del podcasting. «La strategia di Acast si muove su tre fronti - scrive Melissa Locker: aiutare gli ascoltatori a individuare nuovi podcast [attraverso una accurata selezione effettuata da redattori umani, NdR], abilitare i produttori nuovi entranti e quelli più consolidati a distribuire più efficacemente i loro podcast e assistere gli inserzionisti a sfruttare meglio il potenziale di un mercato in crescita facendo leva su metriche di miglior qualità su una targetizzazione più precisa.» Karl Rosander e Måns Ulvestam, i due fondatori di Acast puntano a costruire uno Spotify del podcasting, cercando soprattutto di coinvolgere, con la loro piattaforma e l'inevitabile app, i grandissimi sponsor. Negli Stati Uniti hanno già messo insieme un pool di competenze che include due esperti dal mondo della National Public Radio newyorkese e hanno stipulato accordi con portali come BuzzFeed
Mentre Webradio e podcasting vivono una contraddittoria fase di luci e ombre, segnali incoraggianti giungono secondo Rob Pegoraro di Yahoo! Tech proprio dal mondo della cara vecchia radio FM, un settore in cui la legge voluta dalla FCC dell'era Obama, il Local Community Radio Act del 2010,  ha aperto la strada a stazioni a bassissima potenza che riescono a convivere serenamente anche occupando frequenze vicine alle stazioni più grandi, titolari di licenze commerciali convenzionali. Citando come fonte lo stesso Radiosurvivor, Pegoraro loda stazioni come WERA di Arlington, Virginia, lanciata il 6 dicembre scorso da Arlington Independent Media - una organizzazione no profit che promuove la cultura e la tecnica dei media indipendenti - che con i suoi 21 watt riesce comunque a coprire parte della città di Washington D.C. Ancora Paul Riismandel su Radiosurvivor afferma che il 2015 è stata una grandissima annata per le stazioni LPFM, con oltre 520 nuove licenze. Una crescita quasi del 70% superiore rispetto agli andamenti registrati fino al 2013, la prima finestra aperta dalla FCC per la concessione di questi speciali permessi di trasmissione. «A quanto ne so non esiste un preciso censimento delle community station americane - scrive Riismandel, ma nei 25 anni che ho trascorso studiando questo settore radiofonico non ho mai registrato un anno con una analoga crescita.» I due esperti concludono che lo spirito della radio libera è ancora in ottima salute, anche negli affollati spazi dell'FM.

09 novembre 2007

FCC: poche locali potenti e tante microstazioni?

Mentre (vedi post precedente) ferve il dibattito sulla opportunità di allentare ulteriormente le norme che regolano la proprietà delle emittenti radiofoniche negli Stati Uniti, un altro articolo apparso sulla stampa di Seattle (dove oggi la FCC incontra i rappresentanti delle associazioni di categoria e della pubblica opinione) rivela che il presidente della Commissione Kevin Martin, potrebbe avere un piano B. Da un lato consentire ai grandi gruppi proprietari di stazioni regolari il possesso di un numero addirittura superiore di emittenti. Dall'altro però favorire anche lo sviluppo di stazioni FM a bassa potenza LPFM, una cateogoria fissata nel 2000 che prevede una potenza massima di 100 Watt in antenna.
Mi sembra un atteggiamento un po' schizofrenico, si toglie un po' spazio alle stazioni locali con buona copertura e in cambio si dà il contentino di tante micro-stazioni a carattere non commerciale, magari confidando che queste nuove stazioni non vengano aperte da nessuno. Ma se questo passa il convento forse ci si può accontentare. Come riferisce anche il sito del Prometheus Radio Project, la Commissione Commercio del Senato americano si è espressa a fine ottobre in favore di una proposta di legge che porterebbe a migliaia di nuove stazioni comunitarie LPFM:

The United States Senate Commerce Committee voted this afternoon to substantially expand the number of community media outlets in the United States. In a consensus vote, the Committee moved to report Senate Bill 1675, the Local Community Radio Act of 2007, to the full Senate -- and opened the door for thousands of new community radio stations to be built in America's largest cities, and smaller communities across the nation.
Senate Bill 1675, the bill designed to 'implement the recommendations of the Federal Communications Commission regarding Low Power FM', was introduced by Senators John McCain (R-AZ), and Maria Cantwell (D-WA). This bill is designed to allow thousands more Low Power FM community radio stations to reach Americans in cities, and all across the country.
The Senate Commerce Committee had moved twice in the past to expand low power FM radio opportunities to community groups in America's cities. This year, the bill is accompanied by a strong House of Representatives companion (House Bill 2802, sponsored by Mike Doyle (D-PA) and Lee Terry (R-NE)) with 55 cosponsors, and diverse bipartisan support from Georgia to Guam.


La storia che segue, invece, è stata pubblicata sul Seattle Post Intelligencer.

On Radio: FCC turns up volume on local radio

November 7, 2007 7:44 p.m. PT
By BILL VIRGIN


While there's likely to be an abundance of verbal posturing and sniping at Friday's Federal Communications Commission hearing Friday in Seattle on media ownership, there's one issue on which many of the parties are actually in agreement: putting more local content into local radio.
To that end, FCC Chairman Kevin Martin has in recent weeks talked about reviving a concept that at one time generated considerable excitement but in recent months has been largely dormant: low-power FM stations.
In testimony last month to the House Committee on Small Business, Martin said that "low-power FM provides a lower-cost opportunity for more new voices to get into the local radio market. The commission currently is considering an order that would ensure that LPFM stations have reasonable access to limited radio spectrum."
There's been other action on the LPFM front. Earlier this week, reports Radio-Info newsletter, the Senate Commerce Committee voted in favor of a change in spectrum licensing that could effectively open up more room on the FM dial for more stations. The Senate version of the Local Community Radio Act of 2007 was co-introduced by Sen. Maria Cantwell, D-Wash.
Low-power FM stations are non-commercial outlets that operate over a limited area with up to 100 watts of power (KUOW-FM/94.9, by contrast, operates at 100,000 watts of power). The FCC created the category in 2000, took in hundreds of applications and approved some to go on the air.
The theory behind LPFM was that the stations could be put on the air relatively easily and cheaply by governmental, community, educational, religious, cultural and other non-profit groups to provide local coverage and programming abandoned by many larger, commercial broadcasters.
In reality, the concept collided with competition from established broadcasters who argued the proliferation of LPFM stations would generate interference with their existing signals.
There's also the matter of competition for limited spectrum. As Radio-Info recently noted, LPFM stations will, in metropolitan markets such as Seattle, be going up against broadcasters trying to shoehorn new stations onto the FM band, and AM stations looking for FM translators for their signal. Radio-Info predicts a lobbying collision between activist groups such as the Prometheus Project, which is pushing for LPFM's expansion, and the National Association of Broadcasters.
One example of the competition for spectrum is KCFL-LP, a low-power station that operated in the Fall City area. That station's allocation has been caught up in the effort to move an Oregon station to this region, and then to move its transmitter closer to Seattle. The uncertainty over the station's future "made it impossible to raise money," says Sandi Woodruff, a broadcast consultant who has worked with LPFM stations in the region. Consequently, KCFL isn't operating.
Even if those issues get resolved, LPFM faces one other major challenge: sustaining and paying for stations once they're on the air.
Many of the LPFM stations operate with volunteer help, but they still need some sort of financial support to get by.
Woodruff says one station she has worked with in Aberdeen shifted in May from an oldies format to talk with a left-leaning perspective.
Studio and transmitter space is donated, with community contributions funding operating expenses.
What that station learned, Woodruff says by e-mail, is that "people need an emotional attachment to a program in order for them to donate." They won't contribute just to keep a station on the air, but they will for a specific program. "People have to fear a show's loss enough to make a contribution or the station doesn't make it." A unique music format, she says, "will fail to generate much income."


07 settembre 2007

Low power from the engineer

Michele D'Amico, docente del Politecnico di Milano (RP ha una platea di lettori degna di Nature, mi sa che devo cominciare a preoccuparmi di elevare gli standard tecnici dei contenuti), mi fa il piccolo ma graditissimo regalo del PDF di un articolo che l'autorevole Spectrum, organo ufficiale della IEEE, la voce degli ingegneri americani e di tutto il mondo, dedica al caso di una stazione LPFM del South Carolina. Una intensa storia di radio comunitaria a bassa potenza raccontata in un contesto che normalmente affronta temi tecnologici assai più avanzati e futuristici. WMXP ha finalmente avuto l'autorizzazione a trasmettere dopo una guerra durata sette anni. La sua storia per Spectrum è il pretesto per citare anche il ruolo dei consulenti di Prometheus Radio Project, una associazione no profit che aiuta negli Stati Uniti e in tutto il mondo ad applicare le tecnologie per la realizzazione di stazioni locali a bassa potenza. Nel caso di WMXP (MX sta, forse qualcuno l'ha capito, per Malcom X) il risultato finale è una "semplice" stazione in FM analogico, da pochi watt. Ma dietro la realizzazione ci sono anche ponti radio Wireless Lan e stadi di conversione del segnale digitale, un armamentario tecnologico di tutto rispetto che i giovani volontari di Prometheus aiutano a capire e a mettere in pratica.
Un gran bell'articolo, che potete scaricare dall'area PDF di Radiopassioni e soprattutto potete ancora trovare sul sito di Spectrum, insieme a uno slide show con le foto del progetto. Grazie, Michele.

Low Power to the People
By: Willie D. Jones

On Sunday evening, 10 June, WMXP-LP/95.5 FM, in Greenville, S.C., signed on the air for the first time. The event marked the end of a seven-year battle to provide an alternative to the city's large commercial stations for the African-American community, which makes up one-third of greater Greenville's 300 000 population. WMXP is a community radio station owned and operated by the local chapter of the Malcolm X Grassroots Movement for Self-Determination, situated in the heart of a long-depressed but rebounding black community that abuts Greenville Downtown Airport [see photo, “Against All Odds” The fight to get WMXP on the air exemplifies a growing movement that has pitted community activists, public interest lawyers, and electrical engineers against the National Association of Broadcasters, the lobbying organization in Washington, D.C., that represents commercial radio stations in the United States. NAB members fear that their listenership—and their advertising revenues—would suffer from the presence of alternative programming.
The Greenville radio station is a new beachhead in a conflict over whether political, ethnic, and religious groups, as well as neighborhoods and school authorities, may operate low-power FM (LPFM) radio stations, which—by dint of their small broadcast ranges—are necessarily focused on local interests. Starting in the late 1980s, activists and advocates created pirate LPFM stations and went to court, challenging radio rules. The aim was to change regulations that effectively shut out community organizations from the broadcast spectrum in favor of corporate media. The result was the Federal Communications Commission's 2000 decision to create LPFM licenses for community radio stations.
Currently there are approximately 600 LPFM stations in the United States that, like WMXP, broadcast at 10 to 100 watts. But organizations such as the Prometheus Radio Project, a Philadelphia-based activist group, say they won't be satisfied until they have helped knock down legal and administrative barriers that are preventing hundreds more from going on the air. Six hundred low-power stations may seem like a lot, but there are roughly 6000 full-power FM stations, many of which are capable of transmitting signals at up to 100 000 W, says Timothy L. Warner, an IEEE member in Asheville, N.C. Warner, an audio, acoustic, and communications systems designer, helped build the Greenville radio station.
The LPFM framework, as originally set up by the FCC, promised to make stations like WMXP and others that Prometheus has helped build—in places as diverse as Tennessee, Oregon, Tanzania, Nepal, and Guatemala—available in most cities. But commercial broadcasters lobbied the U.S. Congress intensely, claiming that low-power stations cause interference that prevents radio receivers from tuning in to the full-power stations' broadcasts.
In response, Congress inserted restrictions into the LPFM rules regarding usable frequencies and minimum distances between transmission towers; these hold low-power stations to more stringent standards than commercial stations. For example, high-powered repeaters that extend the signals from full-power stations hundreds of kilometers beyond the boundaries of their stated broadcast range can operate on the second-adjacent channel from a local station (meaning that the frequency at which its signal is broadcast has to be on average 400 kHz above or below the protected station's) as long as other conditions are met. Low-power stations, however, have to be at least 800 kHz away from local stations' towers and stations' repeaters, dramatically reducing the available frequencies. For example, if there had been stations in Greenville using frequencies anywhere between 94.9 MHz and 96.1 MHz, WMXP would not have been able to broadcast at 95.5 MHz.
An engineering study ordered by the FCC found the commercial broadcasters' contention regarding interference laughable. Nevertheless, Congress voted down proposed amendments to the LPFM restrictions introduced in 2005 and 2006 that would have liberalized the restrictions in favor of low-power radio. But groups such as Prometheus haven't given up. Senators John McCain, R-Ariz., Maria Cantwell, D-Wash., and Patrick Leahy, D-Vt., introduced a bill this summer containing amendments striking down the restrictions—which community radio advocates hope will become law.
Controversy over interference threatened to shut down the Greenville project before the station ever powered up. The original construction plan, submitted to the FCC in 2000, immediately after LPFM licenses first became available in South Carolina, called for the transmission tower to be located on the Malcolm X Center's premises. But that plan was scuttled, along with the entire low-power FM application, when the owner of a high-power commercial station located a few hundred kilometers away filed a motion asserting that erecting a tower there would inhibit the expansion of its broadcast area. “The preeminence of commercial stations over low-power FM stations resulted in our initial construction permit being withdrawn,” says Efia Nwangaza, the Malcolm X Center's founder and director.
With the assistance of a team of attorneys and engineers who volunteered their time or offered it at greatly reduced rates, Nwangaza, an attorney and longtime human rights activist, filed an amended application, and eventually the center received the broadcast license. (Nwangaza gained a measure of fame when, as a Green Party candidate for the U.S. Senate in 2004, she was one of two women barred from debates sponsored by the League of Women Voters.) The revamped plan required the transmission tower to be located in one of two sites, both of which were in residential areas. As fate would have it, one of the spots was in the backyard of another longtime community activist, who readily agreed to host the tower.
Once the station's advocates had overcome that hurdle, the Prometheus Radio Project organized a three-day event, a “barn raising,” to help build the station. Prometheus is a standard-bearer in an ongoing fight, in the words of Pete Tridish, one of the organization's cofounders, to “help demystify technology and put it in the hands of communities.” Volunteers from across the globe gathered in Greenville to lend their engineering, construction, programming, news gathering, community organizing, and fund-raising expertise (or just additional pairs of willing hands) to build the station from scratch and prepare locals to run it.
An important part of the task was creating a wireless Ethernet bridge connecting a 6-meter mast on the center's roof to the 10-story freestanding transmission tower that had already been built in the community activist's yard 3 km away. An IEEE 802.11a link carries the encoded digital signal from the station to the tower, where it is decoded, amplified, and routed to the broadcast antenna.
Although the accelerated construction timetable required almost an around-the-clock effort, sawing and soldering were only one part of the goings-on. Workshops each day offered bare-bones explanations of the physics of sound and radio transmission, as well as tips on applying for a radio license. Volunteers gave short courses on how to conduct interviews and elicit stories of interest to the local community.
When the participants weren't working or learning, they gathered at Greenville's Phillis Wheatley Community Center, which served as home base. From Friday afternoon through Sunday evening it resembled a commune, with some participants bunking and showering there, and most of the workers eating meals prepared by other volunteers. By the time the switch was flipped on Sunday evening, old friendships had been renewed, new acquaintances made, a radio station completed, and a battle for the expansion of community radio won.
“It's been an interesting experience,” Nwangaza says. “I have to give great credit to Prometheus in their commitment to the issue of community radio and their willingness to work with community people. I am certainly an example of that commitment and will be ever indebted to them—and so will Greenville.”

22 giugno 2007

I have a (low power) dream

Oggi nel solito sacco di messaggi elettronici ho visto questo annuncio relativo a un documentario di Radio New Zealand sulle stazioni low power in FM neozelandesi. Il programma sarà disponibile a partire dal 25 giugno e per un paio di settimane in un podcast accessibile da www.rnzi.com. Una legge in Nuova Zelanda riserva dieci frequenze FM all'uso più o meno libero da parte di scuole, associazioni e altri organismi no profit per la trasmissione a bassissima potenza. Come sapete, quello della radio comunitaria è un mio pallino senile. L'equivalente di un ecologismo di ritorno per la biodiversità della radio contrapposta alla grigiastra uniformità dei network, professionali quanto volete ma tutti dannatamente identici. Un mio sogno nel cassetto, che da queste parti mai si avvererà (e ammetto che le priorità inavverabili sono ben altre...).
On June 25 2007, Radio New Zealand International features a new Radio Heritage documentary during the Mailbox program and it's available as a podcast for two weeks at www.rnzi.com.
In New Zealand, a legal right to broadcast on over 10 nationwide FM channels exists so long as a few simple rules are observed. Since 1991, some 1100 such Low Power FM stations have broadcast, nearly 200 in Auckland alone.
There's a station called 'Mountains, Moo Cows and Mud 88.2 FM' run by school children, another called Splat FM, TLC The Little Country Radio, Radio Austral de Nueva Zelanda, Urban Breaks, The Wedge, Human FM, Red Dot Robot FM and hundreds more reflecting individual and community tastes from big cities to small settlements.
All reflect the tremendous passion for radio coming from all age groups, with music from rap to reggae, nostalgia to rock, jazz to trance dance and everything in between - all in a nation that some claim is already over radioed!
Proving that radio comes alive from the grassroots and where even 14 year olds can follow a dream and begin broadcasting to their town - from their own radio station - this documentary brings you the story of Kiwi LPFM and some great sounds as LPFM owners step up to the
microphone.
Mailbox is broadcast via shortwave by RNZI [full program schedules and times at www.rnzi.com] and is also available by on demand podcast. Look for 'more audio' and click on 'Mailbox' for June 25. For the full New Zealand LPFM Radio Guide listing some 1100 stations, examples of advertising and logo art work and stories of some of these LPFM stations, make sure you visit www.radioheritage.net today.

Coincidenza delle concidenze sono venuto a sapere che proprio ieri quattro deputati americani hanno presentato un progetto bipartizan per il ripristino di condizioni più eque per l'apertura di stazioni low power (LPFM) negli Stati Uniti. La legge punta a ripristinare l'intento di un regolamento FCC del 2000, regolamento che su pressioni - si dice - della NBA e dei flachi repubblicani che hanno dominato i recenti Congressi, è stato modificato imponendo alle stazioni LPFM gli stessi limiti operativi delle stazioni da 100 kW. A dispetto della norma che autorizza la trasmissione a potenza molto bassa per coperture di aree ristrettissime, queste stazioncine sono per esempio costrette a rispettare gli stessi limiti di spaziatura. Secondo MediaGeek il risultato è che nei radio market principali le stazioni low power non trovano un buco libero per funzionare. Quasi peggio che da noi. Il problema è che la nuova proposta di legge non sembra avere molte chance di successo. Anche Reclaim the Media ha una bella storia su questa lodevole iniziativa. Local is beautiful. Speriamo ce la facciano e che magari anche qui in Italia si riesca a dire qualcosa - di destra o di sinistra, non importa - su una regolamentazione che riesca davvero a creare nuove finestre di opportunità, invece di sfornare continuamente frittelle di aria sulle meraviglie, vere e presunte, del digitale.