19 maggio 2009

Svizzera: la radio come politica di integrazione


Manco a farlo apposta, ora che abbiamo parlato a lungo di problematiche di immigrazione e integrazione, ecco il portale SwissInfo (la segnalazione viene dal neo-residente elvetico Andrea Borgnino) affrontare il tema con la notizia di uno studio che il regolatore federale Ufcom ha commissionato all'Università di Zurigo per analizzare il fenomeno dei programmi in lingua straniera diffusi in Svizzera dalle stazioni radio libere non commerciali. Uno studio approfondito ("Migration, Medien un Integration") che mi sembra di aver individuato sul sito di Ufcom. Sono più di 200 pagine in tedesco pubblicate in PDF nell'agosto scorso, a meno che la notizia di SwissInfo non si riferisca a un aggiornamento.
L'analisi della programmazione di diverse emittenti dei cantoni Argovia, Zurigo, Berna, Ginevra, Basilea che nell'insieme producono trasmissioni in ben 25 lingue, dimostra il ruolo della radio come facilitatrice, come strumento in grado di comunicare ai lavoratori migranti l'essenziale della cultura e delle regole del paese ospitante. In questo caso il discorso è ancora più interessante perché non si tratta di emittenti pubbliche. Non è lo stato Svizzero che si fa carico di un pezzo di politica dell'immigrazione, ma il terzo settore, cioè la stessa comunità che accoglie gli stranieri che arrivano per cercare nuove opportunità e in cambio danno quello che sono, il loro lavoro, la loro disponibilità, il loro valore di donne e uomini. Il bene più prezioso che hanno, che tutti noi abbiamo.
Ecco la differenza tra i messaggi che circolano in una nazione perfettibile ma civile come la Svizzera e quelli dati in una nazione perfettibilissima come l'Italia, dove l'autorità dello stato, con la sua politica di respingimento armato trasferisce ai suoi cittadini una cultura tutta affatto opposta. Là dove l'immigrazione costituisce un "problema" - ed è inevitabile che sia così per certi aspetti - la soluzione non sta nell'affrontare il fenomeno con una politica razionale e generosa, che dia spazio agli aspetti positivi del "problema", ma nell'erigere un muro, nell'accanirsi su poveri disgraziati con strumenti che sono legali per definizione (visto che sono stati votati da un Parlamento sovrano, anche se in possibile violazione dei principi fondamentali della Carta costituzionale e dei codici di comportamento internazionale) ma disumani nelle premesse e nei fatti. E per colmo di misura, non ci si accontenta di agire in modo crudele, ma davanti alle critiche interne ed esterne si reagisce con l'isterismo, la violenza verbale, la maleducazione. Insomma, la quintessenza del fascismo.
Non dico che la radio ci aiuterebbe a risolvere i problemi dei reati commessi dai migranti privi di permesso di soggiorno, equipirati per questo solo fatto (e, mi spiace dirlo, ma è qualche cosa di agghiacciante) a criminali da perseguire penalmente. Ma perché non provare questo e tanti altri strumenti, al posto delle navi da guerra e dei campi di concentramento che sembrano diventati l'unica freccia nella faretra dei nostri amministratori?

18 maggio 2009

La radio strumento d'integrazione

Uno studio dell'università di Zurigo evidenzia l'importanza delle trasmissioni in lingue straniere delle radio non commerciali nell'integrazione fra le diverse culture.
Le trasmissioni realizzate da migranti sono un elemento importante della programmazione delle radio "libere" e aiutano le comunità straniere a meglio capire la realtà svizzera, conclude la ricerca eseguita su mandato dell'Ufficio federale delle comunicazioni.
Sulle onde delle emittenti pubbliche e delle radio private commerciali gli argomenti legati alla migrazione hanno invece un'importanza marginale: rappresentano soltanto lo 6,4% delle rubriche di attualità interna. Per quanto riguarda le radio private commerciali, il tema della migrazione è inoltre quasi sempre legato a quello della criminalità.
L'inchiesta ha preso in esame i programmi trasmessi fra gennaio e febbraio del 2007 da sei radio non commerciali: Radio Kanal K (Argovia), Radio X (Basilea), Radio Rabe (Berna), Radio Cité (Ginevra), Radio RaSa (Sciaffusa)e Radio LoRa (Zurigo).
Queste emittenti realizzano programmi in più di 25 idiomi. Oltre agli argomenti politici, che riguardano circa il 40% di tutti i contributi in lingue straniere, anche i programmi di consigli agli ascoltatori e quelli che informano su manifestazioni culturali sono molto importanti per le comunità straniere.

Poddio, l'iPhone con l'audio studio dentro

E' sempre opportuno prendere con le molle le dichiarazioni dei responsabili marketing delle aziende. Sono personaggi spesso estrosi che però hanno un preciso obiettivo: convincere la gente ad acquistare i prodotti dei loro datori di lavoro. Nel caso dei beni completamente voluttuari, di cui faremmo perfettamente a meno, il marketing deve anche creare la sensazione che quel dato prodotto è "necessario", non ne puoi fare a meno. Ragion per cui uno finisce per accogliere con un certo scetticismo un discorso tipo "questo tal prodotto ridefinisce quello che la versione precedente era in grado di fare". Il più delle volte non è affatto vero, non c'è nessuna ridefinizione, nessuna rivoluzione. The same old garbage in a new box, come dicono gli americani.
Guardate per esempio alla categoria degli smartphone, i telefonini intelligenti. Belli, potenti, versatili. "Hanno dentro più capacità di calcolo di un mainframe di trent'anni fa, dicono i responsabili marketing. Ed è vero, anche se finora non si capiva bene a che cosa servisse tutta questa potenza se non a posizionare il prodotto in una fascia di prezzo più elevato. Lo smartphone, si sa, "ridefinisce". Ma ridefinisce che cosa? Il telefonino, il computer? Sarà piaggeria, la mia naturale propensione di utente Macintosh, ma personalmente credo che iPhone sia stato il primo smartphone capace di dare una certa concretezza al concetto di "redifinizione". Aiutato dalla sua interfaccia utente così "spiazzante" rispetto alla tradizione rappresentata da Windows Mobile e dallo stesso Symbian, iPhone sta diventando "un'altra cosa".
Prendete Poddio, l'applicazione recensita da Mashable (e da diverse altre fonti anche italiane) e segnalatami ora da Francesco Delucia. Poddio è un piccolo studio di registrazione e editing audio in grado di fare tante trucchi sulle vostre registrazioni, inclusi il taglia e incolla dei clip. Senza mouse, senza tastiera, con qualche abile svolazzo delle dita. Una pacchia per reporter, podcaster, amanti della musica. Una di quelle applicazioni che rende del tutto superfluo il lavoro dei responsabili marketing. Poddio è stato presentato a Las Vegas inoccasione del CES a gennaio e del NAB il mese scorso. E' stato sviluppato da VeriCorder Technology, una startup creata - guarda caso - da un ex giornalista della CBC, il broadcaster pubblico canadese. VeriCorder ha sviluppato, come accessorio, un piccolo microfono da utilizzare per registrare ma Poddio funziona anche con altri microfoni o con quello incorporato nell'iPhone.


17 maggio 2009

Quella foresta di antenne a Niscemi

Christian Diemoz mi ha passato il link a un servizio che RAINews24 ha trasmesso in questi giorni sulle iniziative prese dagli abitanti di Niscemi, in Sicilia, per fare luce sulle attività dell'impianto di comunicazioni della Marina militare americana. La NRTF di Niscemi rientra nell'area di competenza del NavComTelSta di Sigonella e ospita decine di antenne HF e un impianto LF per comunicazioni navali sottomarine che i monitor specializzati continuano a segnalare su 45,9 kHz. La popolazione locale è molto preoccupata per gli eventuali effetti sulla salute delle emissioni di quell'impianto (aperto nel 1991) e adesso è ancora più angosciata: Niscemi sarà una delle quattro stazioni di terra del sistema di comunicazione satellitare UHF MUOS (questa la scheda di Wikipedia, qui c'è l'analisi di Global Security, normalmente attendibile e invece qui trovate delle informazioni di background dei contractors del Mobile User Objective System, la Lockheed Martin e la General Dynamics. Il servizio di RAINews24 è a suo modo dettagliato e cerca di ascoltare le diverse fonti, ma il risultato, alla fine, è sempre lo stesso: sensazionalismo disinformato. Nessuno che spieghi che cosa succede a Niscemi, nessuno che parli delle frequenze impegnate, dei livelli di potenza, insomma, nessun dato scientifico degno di tale nome (anche se vengono interpellati molti scienziati). Tanto lo spettatore "non capirebbe" (già perché così...).
Non dico naturalmente che impianto che opera dalle LF alle frequenze satellitari non possa avere un impatto sulla salute della gente. Ma per avere delle risposte bisogna implementare analisi epidemiologiche molto complesse e molto costose. Per salute e la prevenzione si fa questo e altro, direte voi. Assolutamente vero. Eppure, per tanti studi del tutto inconcludenti sugli effetti dannosi delle radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti, ci sono migliaia di analisi altamente allarmanti sugli effetti del fumo, con ricadute costisissime sulla salute degli individui e sui costi per il sistema sanitario. E nessuno si sogna di far chiudere le tabaccherie.
Un'altra ragione d'allarme sarebbe la possibilità che le emissioni UHF del MUOS possano interferire con le operazioni di volo degli aerei militari e addirittura innescare e far esplodere le armi portate a bordo. Questo sarebbe uno dei motivi per cui le parabole del MUOS non sono vengono installate a Sigonella, sede della base aerea, ma a Niscemi. Un responsabile militare intervistato da RAINews24 ha detto che sì, le comunicazioni e il volo strumentale possono essere disturbate ma che non c'è nessun rischio per le armi. La questione resta ovviamente aperta e Internet si mobilita per cercare di fare più chiarezza (questo uno dei primi articoli, ben informato devo dire ma anche inutilmente cospirazionista, pubblicato da Arianna Editrice). Il locale comitato contro l'installazione del MUOS, costituito a fine febbraio, ha il suo sito Web a questo indirizzo.

14 maggio 2009

Babele 56, capolinea integrazione

Quando sono andato ad abitare dalle parti di Piazzale Loreto, a Milano, il muro di Berlino era ancora un confine politico e amministrativo e l'autobus 56 faceva capolinea a due passi, in Piazza Bacone. Avevo una fermata quasi sotto casa e mi capitava di prenderlo ogni tanto, un autoarticolato, lungo lungo e con un percorso che è rimasto quasi inalterato, solo un po' accorciato visto che solo il capolinea è stato spostato un po' più in là, nella piazza della famosa e macabra impiccagione del '45.
Il 56, anzi "la" 56 perché a Milano gli autobus si chiamano ancora come quando a indicarne il tracciato erano le lettere dell'alfabeto (la 56 poteva essere la F, o la H, faccio fatica a ricordare), arrivava in fondo a via Padova, zona periferica e popolare del nord est della città, dove i quartieri portano ancora il nome dei comuni inurbati da Mussolini, come la Crescenzago dove il bus fa capolinea. Una via per niente turistica che diventò di colpo famosa per il rogo di un cinema a luci rosse provocato da quei pazzi di Ludwig (era il 1983, forse il cinema era nella parallela viale Monza). Verso quegli anni cantavo in un coro che si riuniva per le prove in una traversa di quella specie di tunnel all'aria aperta di via Padova, nella legatoria del padre di uno dei soprani. Sulla 56 mi capitava di salirci spesso, già allora era una linea da passeggeri marginali, che in centro, si capiva benissimo, non ci arrivavano mai. Uno dei tanti pezzi della Milano grigia e invisibile, dimessa ma tanto più vera delle stranote vie della moda.
Mi sono ritrovato a bordo della 56 questa mattina ascoltando a Radio Popolare la voce di un giovane filosofo milanese, Giorgio Fontana, che quando io cantavo le mie parti di basso quasi in fondo a via Padova, a Cimiano, non era neppure nato. Oggi non canto più in quel coro ma il direttore, l'organista Umberto Balestrini, uno che ha lavorato a lungo nell'industria discografica, e che ha avuto un sacco di guai di salute, abita ancora da quelle parti, dove la vitalità della musica è felicemente rappresentata dalla meticcia Orchestra di via Padova.
Giorgio è autore di Babele 56, un piccolo libro che avrei voluto scrivere io e che dovrebbe essere letto nelle scuole di questa Milano sull'orlo dell'apartheid. Di questa Italia che si vanta, chiede e ottiene voti elettorali in cambio di quei "respingimenti" che somigliano tanto a certi carri bestiame piombati. Un libro vissuto e scritto dall'autore sull'autobus 56, che in questi anni ha percorso un lungo cammino verso una città sempre molto popolare ma profondamente diversa, che ha sostituito il dialetto dai tratti già monzesi con l'arabo e le lingue asiatiche e africane di un quartiere fortemente multietnico. E' una delle poche zone milanesi che possono sostenere il confronto con certi quartieri parigini, stranamente anch'essi collocati verso la banlieu nord, nord-est, abitati soprattutto da migranti. Via Padova è la nostra piccola Belleville, una Goutte d'Or collocata non a est di Montmartre - come lo straordinario villaggio urbano del XVIII arrondissement battezzato così, mi aveva spiegato il marito di una cara amica trapiantata a Parigi, perché nel medioevo le vigne producevano un bianco dorato apprezzato a corte - ma quasi ai confini della Sesto San Giovanni un tempo operaia. Dalla Milano benpensante e xenofoba via Padova è considerata una suburra fuori controllo, preda della criminalità di colore. Un ghetto bisognoso di pulizia e polizia. La realtà è che la stretta e diritta arteria qualche problema di mala l'ha sempre avuto, anche con episodi molto tragici e oggi una buona parte delle attività commerciali è gestita dai rappresentati delle varie comunità straniere. Straniere, non necessariamente estranee. O nemiche.
Babele 56, leggo sulla scheda pubblicata dall'editore Terredimezzo, raccoglie le vite di «Karkadan, rapper tunisino. Kamal, giocatore di cricket dello Sri Lanka, portinaio per campare. José e Milca, editori peruviani a piazzale Loreto... Un viaggio in otto fermate affidato alla penna di un giovane scrittore di grande talento: i capitoli del libro sono intervallati da un racconto ambientato sull’autobus numero 56, che percorre avanti e indietro via Padova, una della vie più multietniche di Milano, "una via che racconta una storia a ogni passo, e ogni storia è fatta di un colore diverso".» Sul sito di Giorgio Fontana, che ha vissuto diversi periodi fuori dall'Italia, a Dublino, in Canada, ho trovato molti scritti stimolanti sulla problematica dell'esilio, dello sradicamento, delle lingue apprese quasi per caso e di lingue disimparate per volontà. Lingue che hanno il coraggio di cambiare e arricchirsi e lingue, come la nostra, che si impoveriscono per l'irrefrenabile paura di quelli che vorremmo rispedire "a casa loro". Potete trovare alcune sue cose anche su Eleanore Rigby, il più importante pamphlet letterario del mondo, che Giorgio "co-dirige", mentre qui c'è una bella intervista di Repubblica Tv, che lo ha intervistato a bordo del suo autobus.
Grazie a Giorgio e a Radio Popolare che ne ha parlato, la 56 che ho preso questa mattina mi ha condotto infine a Marco Mancassola un altro scrittore da tenere d'occhio.

Tunatic, (ri)conosci il tuo brano

Come si chiama questa canzone? Leggendo oggi la mailing list frequentata dagli utilizzatori del ricevitore SDR Perseus ho scoperto una applicazioncina molto curiosa che tra l'altro non è per niente nuova. Si chiama Tunatic, è stato sviluppato per Mac e per Windows da Sylvain Demongeot, e sa riconoscere i titoli delle canzoni "ascoltate" col microfono del computer o passate a Tunatic con cavetti virtuali come VAC (Windows) o Soundflower (Mac). Bastano pochi secondi a questa specie di concorrente del Musichiere in versione algoritmica per individuare il nome del brano trasmesso dalla radio e fornire il link allo store di iTunes o al provider di suonerie per cellulari. Il riconoscimento avviene sulla base di un database di canzoni che un'altra applicazione di Demongeot, Tunalyzer, permette di incrementare attraverso la condivisione della musica custodita sui dischi di chi è disposto a partecipare a questo progetto.
Tunatic è uscito nel 2005 e da allora è rimasto immutato, ma funziona incredibilmente bene, con ottime percentuali di riconoscimento. Purtroppo non serve per la musica classica. Da non perdere anche le altre piccole applicazioni musicali distribuite sul sito dello sviluppatore.

13 maggio 2009

La radio, unico fallimento di Google (e di Paul Allen)

Davvero magnifica la storia che Jessica Vascellaro del Wall Street Journal ha pubblicato per raccontare le sfortune di Google nei suoi tentativi di conquista dei mercati pubblicitari extra-Web. A fine mese il motore di ricerca chiuderà definitivamente i battenti sui suoi progetti che puntavano a meccanismi di vendita di spot radiofonici basati sugli stessi algoritmi della pubblicità associata alle parole chiave. L'avventura era iniziata nel 2006 con l'acquisizione di una piccola società di brokeraggio, ma non aveva mai convinto nessuno. Anche analoghi progetti per la vendita di pubblicità sui giornali sono stati accantonati e Google mantiene solo una presenza, anch'essa sperimentale, nel campo della vendita di spot televisivi. Secondo il Ceo di Google Eric Schmidt, riferisce la Vascellaro, i trucchi del re degli algoritmi non hanno funzionato perché al contrario del Web, la radio non consente di misurare l'efficacia dell'annuncio pubblicitario trasmesso. Ma il peccato originale di Google è quello di aver pensato che i suoi server potessero rimpiazzare completamente il fattore umano. Oggi la pubblicità su Internet in America vale 23 miliardi di dollari, è al terzo posto dopo giornali e televisione locale. La radio ne vale 17.


TECHNOLOGY - MAY 13, 2009
Radio Tunes Out Google in Rare Miss for Web Titan
By JESSICA E. VASCELLARO

Google Inc.'s foray into selling radio ads was supposed to show how its online-advertising brainpower could revolutionize an old-fashioned people business.

The company teamed up with Chad and Ryan Steelberg, brothers who were sharp dressers and wore deep Southern California tans. They had a technology for transmitting, scheduling and tracking radio ads. "Google is going to conquer radio," boasted the exuberant Chad in 2006.
Instead, radio tripped up Google. The company is pulling the plug on its attempt to automate radio-ad sales on May 31, exposing how far Google is from its goal of grabbing a big chunk of the multibillion-dollar business of off-line ad sales.
A look at what went wrong shows that Google misjudged the capacity of its technology to work beyond the Web, and underestimated the human side of the business. Radio stations refused to turn over airtime to a computer algorithm that set prices far lower than their own rates. Big advertisers steered clear.
The radio venture was relatively small for Google, and the company remains an overwhelming success in the ad game: It sells about one-third of all online ads in the U.S., by dollar amount. But its rare flop in radio has larger implications. Google has been on a mission to extend its wildly successful model for selling ads linked to Internet searches to traditional media such as print and TV. Now it is beating a partial retreat. This year, it also shut its newspaper ad-sales effort. Its remaining toehold in traditional media is an effort to sell TV ads.
(continua)


Del resto Google non è il solo multimiliardario del Web a ricevere delusioni dall'industria radiofonica. Anche Paul Allen, ex socio di Bill Gates in Microsoft e attivo investitore, ha recentemente ceduto molte delle stazioni radio rilevate in concomitanza delle sue attività economiche in campo sportivo, un settore che vede Allen proprietario di squadre di footbal e basket. Ecco quello che racconta la newsletter Taylor on Radio-Info:

Paul Allen’s selling his last radio stations, but his sports teams remain on the air there.

One of the things Larry Wilson’s new Alpha Broadcasting can bank on is an eight-year deal to carry the popular NBA Portland Trail Blazers – owned by Paul Allen. The FM will clear the NFL action of the Seattle Seahawks – also owned by Paul Allen. So not much will change for KXL and “Game” KXTG. Allen clearly loves sports (and certainly supports his native Northwest in lots of ways). Less than two years after he bought KXL and its FM, he paid $100 million for One-On-One Sports. He re-named it Sporting News Radio to complement the publication he’d acquired earlier that year, and along with One On One came some major-market O&Os. Radio hasn’t particularly worked out for Allen (worth an estimated $10.5 billion dollars from his stake in Microsoft). In the last 18 months, he’s sold the onetime O&O stations of Sporting News Radio Network, in Boston, L.A. and New York. Now he’s selling his Rose City Radio Portland combo. Radio also didn’t work out for another 21st century new media company –

Londra, premiata la radio dietro le sbarre

Ale Colombo (grazie, Ale) mi ha fatto un grande favore inviandomi il link all'articolo del Guardian di ieri con la notizia relativa al Sony Radio Academy Awards, che ogni anno premia, in diverse categorie, la migliore produzione radiofonica britannica. Con una certa sorpresa, la cerimonia finale dell'edizione 2009 del concorso ha visto assegnare ben quattro riconoscimenti (The Speech Award; The Listener Participation Award; The Interview Award; e The Community Award) a Electric Radio Brixton, una emittente che "cattura" - letteralmente - i suoi ascoltatori.
ERB trasmette infatti per gli 800 "inmates", i reclusi della prigione londinese di Brixton. La stazione ha inaugurato le sue trasmissioni circa un anno fa ed è uno dei progetti promossi dalla Prison Radio Association, una organizzazione benefica che affianca le varie amministrazioni carcerarie britanniche nell'allestimento di piccole stazioni low power, mettendosi a disposizione anche per formare lo staff dello studio e addestrarlo nelle tecniche delle interviste, della conduzione e della regia radiofonica.
Electric Radio Brixton ha battuto concorrenti assai più blasonati e ha fatto discutere molto i giornali locali, che hanno dedicato ampio spazio a una bella storia, una delle tante che dovrebbe farci riflettere vista la penosa situazione in cui versano molte prigioni italiane (e in un clima sempre più forcaiolo che vorrebbe le carceri sempre più affollate e oppressive). Ricevere la giusta punizione per i reati commessi non dovrebbe implicare un trattamento disumano, anche perché l'incarcerazione dovrebbe servire proprio a far percepire la differenza tra una collettività che segue e rispetta le regole e un'azione consciamente lesiva di questa collettività. E invece il carcere in Italia coincide troppo spesso con il punto di innesco di una violenta spirale di crimine, vendetta, emarginazione e nuovi reati, dove il significato del termine riabilitazione va completamente, anzi colpevolmente perduto.
BBC Radio 4 ha dedicato una parte della trasmissione mattutina Today dell'11 maggio a una serie di interviste sul caso di ERB e un lungo articolo che fa il paio con quello del Guardian segnalatomi da Ale. Ma da vedere è soprattutto il sito della Prison Radio Association, dove si trovano molte fotografie e clip audio, come questo augurio di natale rivolto a chi, uscendo, ritroverà la voglia di celebrarlo . Il programma che ha vinto il premio per la migliore intervista riguarda la conversazione di un giornalista di ERB con Jonathan Aitken, ministro britannico condannato a 18 mesi (sette dei quali scontati in cella) per aver cercato di manipolare i testimoni del suo processo per corruzione.

12 maggio 2009

Un seminario per il bricolage elettronico

Ricevo regolarmente dagli amici della associazione ticinese Nuove Proposte Culturali i comunicati relativi a diverse iniziative artistiche. Ma Home Made Ticino, che si svolgerà a Vico Morcote il prossimo agosto (l'evento richiede un numero minimo di iscrizioni, motivo per cui l'organizzazione chiede di prenotarsi per tempo) è sicuramente la più curiosa di cui mi sia giunta notizia. Si tratta di una intera settimana "per bricoleur dell'elettronica" promossa dalla "SGMK, Società svizzera di arte mecatronica". Un vero e proprio seminario dedicato agli appassionati di elettronica e autocostruzione, dove sarà possibile imparare a fare "ricerca e attività pratiche per tutti i possibili progetti do-it-yourself, tecnologici e artistici: circuiti sonori, mini-robot, installazioni, oggetti luminosi, dispositivi/microcontroller e altro ancora..."
Nei nostri computer troviamo microprocessori molto complessi, con set di istruzioni molto evoluti che rendono ardua la programmazione in codice macchina (per questo sono stati inventati i cosiddetti linguaggi di alto livello). Oggi questi processori sono circondati da una miriade di fratelli e cuginetti minori, i "microcontrollori", in genere oggetti un po' più semplici ma capaci di fare parecchie cose. Io parlo spesso di microcontrollori perché oggi è frequente trovarli in diversi dispositivi utilizzati dai radioamatori, per esempio i radiofari. Il microcontrollore infatti può essere utilizzato per modulare un segnale radio trasmesso o rielaborare i segnali in arrivo. A Vico Morcote si studieranno anche i risvolti "artistici" di queste forme di trattamento dell'informazione. Con i microcontrollori si possono manipolare suoni ed effetti luminosi, creare strane strutture meccaniche, con risultati interessanti. Protagonista del workshop, una coproduzione di Homemade-Labor di Culture and Science Migros, del collettivo artistico romando Cycle Operant e di Nuove Proposte Culturali, sarà il controller Arduino, di cui ho già avuto modo di parlare spesso.
Il seminario che si terrà dal 24 al 29 agosto prossimo, ha un costo molto contenuto, 295 franchi svizzeri, e comprende il vitto (ma i pasti si cucinano da soli) e l'alloggio nella villa dell'Istituto Internazionale di Architettura di Vico Morcote, un paesino in territorio svizzero non lontano da Ponte Tresa. Il docente sarà Uwe Schüler, ingegnere e artista elettronico. Non so se ci sarà una vera e propria lingua ufficiale ma se c'è una dote di cui gli svizzeri possono andare fieri è quella di riuscire a parlare un po' di tutto. Per informazioni sicuramente in italiano: info (at) nuoveproposteculturali (dot) ch.

Il sound di "Radio sole". Ciclo 24: massimo tra 4 anni

Fabrizio Magrone mi ha ricordato oggi un articolo apparso il 9 maggio sul sito Spaceweather, un breve testo per presentare il fenomeno dei "radio burst", vere e proprie esplosioni di rumore in banda radio associato a fenomeni solari come brillamenti. Queste esplosioni non sono tutte uguali ma sono classificate in funzione della dinamica e della loro struttura dal punto di vista spettrale. Spaceweather riporta un link in cui l'evento, registrato da un radiotelescopio del Nuovo Messico "puntato" su una frequenza di 21,1 MHz, può essere addirittura ascoltato. Questa la traccia grafica della radioesplosione, che mescola due fenomeni di Tipo III e V (la tabella classificativa inclusa viene dall'australiano IPS).


La stessa Spaceweather pubblicava qualche giorno prima un altro articolo, in cui si azzardano le prime stime sull'intensità e l'andamento del nuovo ciclo solare, il numero 24. Il picco, che dovrebbe essere raggiunto piuttosto lentamente, cioè tra quattro anni, sembra destinato a collocare il ciclo solare su un livello abbastanza basso, come non succedeva da 80 anni. Questo è il sito della NOAA dove il ciclo viene seguito passo dopo passo e dove si trovano molti grafici.



11 maggio 2009

Gli esercizi di Arrigo

Avevo iniziato a registrare, proprio con Vcast, i concerti notturni del finesettimana trasmessi da Radio 3 per Esercizi di Memoria. Amabile come sempre mariu mi aveva anticipato la trasmissione di alcuni cicli di lieder schumaniani e brahmsiani, a me molto cari, e avevo finito per lasciare i parametri di registrazione del programma in modo da rinnovarne la cattura.
Come lascia intuire il titolo, così felice e teneramente "imperativo", l'autore del programma compiva il suo esercizio negli archivi sonori della Rai, andando a scovare grandi esecuzioni di musicisti che oggi, il più delle volte, sopravvivono solo nelle incisioni. Molti concerti degli Esercizi erano dal vivo e i nastri in questi casi custodiscono la doppia magia del tocco degli interpreti e del clima di trepidante aspettativa, pronta a sciogliersi nell'applauso, del pubblico in sala. Tante perle di musica che sembrano appartenere, con la loro incerta ma onesta qualità analogica, più ai gusti e alle atmosfere proprie degli esecutori e dei loro ascoltatori che a compositori ormai fuori dal tempo. Un programma definitivamente retrò, se vogliamo, da "matusa" relegati nel dopomezzanotte di un canale radiofonico valoroso e negletto.
Due o tre settimane fa, andando a scaricare il file registrato scopro che Vcast non aveva catturato le musiche di archivio di Esercizi ma quelle messe in onda da Auditorium, utilizzate come tappabuchi dopo il laconico annuncio dello slittamento della consueta trasmissione. Lo stesso annuncio sarebbe stato ripetuto la domenica successiva. Solo oggi mi sono incuriosito al punto di andare a cercare la causa di questi continui annullamenti e ho scoperto che non si tratta di un problema tecnico ovviabile facilmente. L'autore di Esercizi, il critico e musicologo Arrigo Quattrocchi, se n'è andato, a 48 anni, a fine aprile. I suoi Esercizi sono terminati e immagino che Radio Rai stia faticando a trovare un erede altrettanto appassionato e competente. Leggo, spulciando tra giornali e blog, che Quattrocchi era costretto in sedia a rotelle e dalla rievocazione fatta da un collega del Manifesto, con il quale Arrigo collaborava da anni, capisco che poteva trattarsi, se non di un tumore, di una di quelle sindromi degenerative, dalla diagnosi precoce e infausta, che esclude ogni possibilità di pianificare il futuro. Forse era per questo che Arrigo si muoveva con tanta cura in quegli archivi, ansioso di scovare nel passato qualcosa che regalasse un motivo in più, un verso in musica, un accordo di settima irrisolto, a chi invece i piani futuri potrebbe farli ma si sente scoraggiato.
Sul sito di Esercizi trovate i link a due recenti trasmissioni che i colleghi di Radio 3 hanno dedicato ad Arrigo e da lì, dal breve omaggio all'archivista che non c'è più, ho estratto una sua trouvaille, un waltzer postumo di Chopin da un bis, mai classificato, che Benedetti Michelangeli aveva regalato durante un concerto del 1956. Due minuti di grazia distillata da una partitura polacca delicatamente evocativa, un piccolo gioiello del pianismo assoluto di Chopin, pieno di invenzione e tristezza, di nostalgia e voglia di futuro.