Quando sono andato ad abitare dalle parti di Piazzale Loreto, a Milano, il muro di Berlino era ancora un confine politico e amministrativo e l'autobus 56 faceva capolinea a due passi, in Piazza Bacone. Avevo una fermata quasi sotto casa e mi capitava di prenderlo ogni tanto, un autoarticolato, lungo lungo e con un percorso che è rimasto quasi inalterato, solo un po' accorciato visto che solo il capolinea è stato spostato un po' più in là, nella piazza della famosa e macabra impiccagione del '45.
Il 56, anzi "la" 56 perché a Milano gli autobus si chiamano ancora come quando a indicarne il tracciato erano le lettere dell'alfabeto (la 56 poteva essere la F, o la H, faccio fatica a ricordare), arrivava in fondo a via Padova, zona periferica e popolare del nord est della città, dove i quartieri portano ancora il nome dei comuni inurbati da Mussolini, come la Crescenzago dove il bus fa capolinea. Una via per niente turistica che diventò di colpo famosa per il rogo di un cinema a luci rosse provocato da quei pazzi di Ludwig (era il 1983, forse il cinema era nella parallela viale Monza). Verso quegli anni cantavo in un coro che si riuniva per le prove in una traversa di quella specie di tunnel all'aria aperta di via Padova, nella legatoria del padre di uno dei soprani. Sulla 56 mi capitava di salirci spesso, già allora era una linea da passeggeri marginali, che in centro, si capiva benissimo, non ci arrivavano mai. Uno dei tanti pezzi della Milano grigia e invisibile, dimessa ma tanto più vera delle stranote vie della moda.

Mi sono ritrovato a bordo della 56 questa mattina ascoltando a Radio Popolare la voce di un giovane filosofo milanese, Giorgio Fontana, che quando io cantavo le mie parti di basso quasi in fondo a via Padova, a Cimiano, non era neppure nato. Oggi non canto più in quel coro ma il direttore, l'organista Umberto Balestrini, uno che ha lavorato a lungo nell'industria discografica, e che ha avuto un sacco di guai di salute, abita ancora da quelle parti, dove la vitalità della musica è felicemente rappresentata dalla meticcia
Orchestra di via Padova.
Giorgio è autore di
Babele 56, un piccolo libro che avrei voluto scrivere io e che dovrebbe essere letto nelle scuole di questa Milano sull'orlo dell'apartheid. Di questa Italia che si vanta, chiede e ottiene voti elettorali in cambio di quei "respingimenti" che somigliano tanto a certi carri bestiame piombati. Un libro vissuto e scritto dall'autore sull'autobus 56, che in questi anni ha percorso un lungo cammino verso una città sempre molto popolare ma profondamente diversa, che ha sostituito il dialetto dai tratti già monzesi con l'arabo e le lingue asiatiche e africane di un quartiere fortemente multietnico.

E' una delle poche zone milanesi che possono sostenere il confronto con certi quartieri parigini, stranamente anch'essi collocati verso la
banlieu nord, nord-est, abitati soprattutto da migranti. Via Padova è la nostra piccola Belleville, una
Goutte d'Or collocata non a est di Montmartre - come lo straordinario villaggio urbano del XVIII arrondissement battezzato così, mi aveva spiegato il marito di una cara amica trapiantata a Parigi, perché nel medioevo le vigne producevano un bianco dorato apprezzato a corte - ma quasi ai confini della Sesto San Giovanni un tempo operaia. Dalla Milano benpensante e xenofoba via Padova è considerata una suburra fuori controllo, preda della criminalità di colore. Un ghetto bisognoso di pulizia e polizia. La realtà è che la stretta e diritta arteria qualche problema di mala l'ha sempre avuto, anche con episodi molto tragici e oggi una buona parte delle attività commerciali è gestita dai rappresentati delle varie comunità straniere. Straniere, non necessariamente estranee. O nemiche.
Babele 56, leggo
sulla scheda pubblicata dall'editore
Terredimezzo, raccoglie le vite di «Karkadan, rapper tunisino. Kamal, giocatore di cricket dello Sri Lanka, portinaio per campare. José e Milca, editori peruviani a piazzale Loreto... Un viaggio in otto fermate affidato alla penna di un giovane scrittore di grande talento: i capitoli del libro sono intervallati da un racconto ambientato sull’autobus numero 56, che percorre avanti e indietro via Padova, una della vie più multietniche di Milano, "una via che racconta una storia a ogni passo, e ogni storia è fatta di un colore diverso".» Sul
sito di Giorgio Fontana, che ha vissuto diversi periodi fuori dall'Italia, a Dublino, in Canada, ho trovato molti scritti stimolanti sulla problematica dell'esilio, dello sradicamento, delle lingue apprese quasi per caso e di lingue disimparate per volontà. Lingue che hanno il coraggio di cambiare e arricchirsi e lingue, come la nostra, che si impoveriscono per l'irrefrenabile paura di quelli che vorremmo rispedire "a casa loro". Potete trovare alcune sue cose anche su
Eleanore Rigby,
il più importante pamphlet letterario del mondo, che Giorgio "co-dirige", mentre qui c'è una
bella intervista di Repubblica Tv, che lo ha intervistato a bordo del suo autobus.
Grazie a Giorgio e a Radio Popolare che ne ha parlato, la 56 che ho preso questa mattina mi ha condotto infine a
Marco Mancassola un altro scrittore da tenere d'occhio.