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02 gennaio 2014

Il dilemma irrisolto della radiofonia digitale in una tesi di dottorato americana


L'editore accademico impone un prezzo piuttosto oneroso al volume di John Nathan Anderson, "Radio's Digital Dilemma: Broadcasting in the Twenty-First Century" Fortunatamente, prima ancora di apparire nel catalogo della Routledge Research in Cultural and Media Studies il lavoro di Anderson è stato oggetto della sua tesi di laurea di dottorato presso la University of Illinois at Urbana-Champaign e in tale veste può essere scaricata gratuitamente

Anche se non mancano cenni riguardanti la situazione in Europa e in altre parti del mondo, Anderson si è soffermato ovviamente sul caso della transizione al digitale negli Stati Uniti, dove il sistema HD Radio ha però registrato un imbarazzante insuccesso commerciale. Visto che il sistema ibrido (trasmissione mista del segnale analogico e digitale) messo a punto da IBOC risulta meno traumatico rispetto al DAB, per il momento gli USA non si sono posti il problema di un eventuale regolamentazione della digitalizzazione della radio, lasciando che il mercato decidesse sulla validità del sistema. E il verdetto del mercato parla di un forte investimento privato in una tecnologia che è stato adottato, ma solo parzialmente, sia dalle stazioni private che facevano capo agli investitori di HD Radio, sia nelle stazioni "Public Radio" che hanno creduto molto nella radio digitale e hanno potuto approfittare di sovvenzioni pubbliche. A fronte di queste spese, il numero di stazioni FM che hanno adottato lo standard IBOC è lontano dall'essere maggioritario, mentre le stazioni in onde medie sopravvissute sono davvero poche. Delle circa 4.500 stazioni attive (forse meno) meno di 200 utilizzano la doppia trasmissione oggi, con un picco di circa 300 raggiunto qualche anno fa. 
L'ipotesi di Anderson è che tutta la questione della radio digitale sia viziata dalla scarsa lungimiranza di un approccio calato dall'alto e basato su un semplice concetto di sostituzione (quello del tipo di modulazione) nei confronti di un medium considerato come un fenomeno a sé stante, senza la dovuta attenzione da porre al ricco e variegato contesto mediatico in cui la radio è venuta a trovarsi.

30 novembre 2012

OFCOM/IPO, I pirati digitali? Sono quelli che comperano più contenuti


OFCOM pubblica per conto dell'IPO (Intellectual Property Office) un rapporto sul consumo di contenuti illegali su Internet e i dati che emergono sono a dir poco sconcertanti. A parte il dato sulla scarsa consapevolezza del campione intervistato (metà dei navigatori non sa neppure dire se quello che scarica da Internet sia legale o viceversa violi qualche diritto), ci sono due tendenze che dovrebbero far riflettere a lungo l'industria dell'audiovisivo digitale. Il primo dice che c'è una forte predisposizione all'acquisto di contenuti legali se questi avessero un prezzo adeguato e soprattutto se i cataloghi degli editori fossero davvero completi. L'altra informazione è addirittura paradossale: se prendete gli individui che ammetto di avere sui loro dischi sia contenuti legali, sia file piratati, i loro volumi di acquisto legale, cioè di soldi spesi in contenuti, sono superiori ai volumi di acquisto di chi consuma o solo contenuti legali o solo contenuti illegali. Come dire: se sei un pirata digitale e ogni tanto compri qualcosa, compri comunque più di chi pirata non è.

Il messaggio è piuttosto chiaro. Il modo migliore per combattere il fenomeno della pirateria totale è quello di aumentare la quantità, la qualità e la varietà dei contenuti digitali online e contemporaneamente diminuire i prezzi. Finora è avvenuto esattamente il contrario: i cataloghi online offrono solo una piccola parte di quanto prodotto su supporti non online e i prezzi sono in alcuni casi (vedi gli ebook) anche superiori a quelli nei mercati fisici, mentre editori e società consortili premono per imporre leggi sempre più severe contro la pirateria. C'è da chiedersi perché visto che basterebbe aprire il negozio (ben fornito) per cominciare a vendere. 
Alla discussione su questa anomalia partecipa anche TechDirt con diversi post centrati sullo studio OFCOM e su altre analisi che riguardano la situazione americana. Ci si arriva facilmente partendo dai link contenuti in questo.

12 novembre 2012

IFPI: le case discografiche investono nella scoperta di nuovi talenti musicali


Un report molto corposo (scaricarlo richiede una buona connessione perché sono 15 mega di pdf) realizzato da IFPI, la federazione mondiale dei proprietari di diritti intellettuali musicali, ossia le case discografiche, rivela che queste ultime hanno ancora un ruolo importantissimo nella scoperta e nella promozione di nuovi talenti musicali: cantanti, gruppi, autori... Nel suo recente studio "Investing in music" l'associazione, che è presieduta dal grande baritono Placido Domingo, calcola che le cosiddette attività di "artists and repertoire" - l'equivalente della "ricerca e sviluppo" di talento per un editore discografico - rappresentano ancora un investimento significativo. Almeno 4 miliardi di dollari e mezzo se si includono anche le attività di promozione. Da solo l'"A&R" degli editori discografici vale 2,7 miliardi di dollari, il 16% del fatturato annuo dell'industria discografica. Malgrado il grande successo delle band indipendenti e dei social network musicali che guidano milioni di persone verso i brani di artisti poco conosciuti e innovativi, la casa discografica è ancora un punto di riferimento fondamentale e che molti cantanti e complessi puntano ad avere un editore. The Unsigned Guide ha condotto un’indagine nel Regno Unito dalla quale è emerso che il 71% degli artisti britannici ancora senza un contratto vorrebbero stipularne uno con un discografico.

Questo non significa che gli editori non stiano perseguendo strategie nuove per la vendita online e lo streaming della musica. Nel comunicato stampa in italiano che ho appena ricevuto dalla FIMI, la federazione confindustriale degli editori discografici italiani, leggo che l'economia tuttora legata al disco o alle sue alternative digitali legali, vale molto più di quella generata per esempio dai concerti live. «Il live - scrive la FIMI, non ha sostituito il mercato discografico come fonte di ricavi, mentre le case discografiche investono 2,7 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, non ci sono prove di investimenti di tale portata in altri settori dell’entertainment musicale. I primi cinque concerti globali dal vivo del 2011 - U2, Bon Jovi, Take That, Roger Waters e Taylor Swift - hanno tutti i cataloghi e prodotti musicali importanti alle spalle.» La lettura del comunicato FIMI è molto istruttiva e contribuisce comunque all'analisi di un mercato sempre più complesso, lo trovate qui.

03 settembre 2012

Radio digitale DAB, il punto in 30 nazioni firmato WorldDMB

Fresca di stampa elettronica per i tipi della WorldDMB, l'associazione che promuove a livello industriale, normativo e commerciale gli standard della "famiglia" DAB per la radio digitale, arriva la consueta edizione del Global Digital Radio Broadcasting Update 2012. Una quarantina di pagine che fanno il punto della radio digitale "della banda III" nelle nazioni che l'hanno adottata o la stanno sperimentando (eternamente, in Italia).
I lettori assidui di questo blog non troveranno novità sostanziali, ma la guida può essere utile per ricercatori, tecnici e ascoltatori interessati al futuro della radio. Rimando in particolare alle schede per Regno Unito e Norvegia, dove la possibilità che la radiofonia analogica in modulazione di frequenza venga spenta in modo parziale o definitivo è più concreta. Leggendo in questi giorni le aspre (e fondate) critiche rivolte, almeno in Italia, alla televisione digitale che ha preso il posto di quella analogica, penso che l'eventuale switchoff della radio che conosciamo meriti un approccio un po' più meditato.

31 gennaio 2012

IFPI, quasi 13,5 milioni di abbonati alla musica in streaming nel mondo

Con un certo anticipo sulla normale data di pubblicazione del suo report annuale IFPI, l'associazione mondiale dei fonografici (gli editori dei dischi) ha rilasciato l'edizione 2012 del Digital Music Report. E' la solita bella brochure di 32 pagine piena di dati sul mercato mondiale della musica liquida, le iniziative per lo streaming e il download di brani musicali e la lotta alla pirateria. Nel 2011 il mercato della musica digitale ha superato quota 5 miliardi di dollari, arriva a coprire il 32% delle revenues musicali (in altre parole c'è molta più musica digitale che film, giornali e libri digitali) e IFPI annuncia con un certo entusiasmo la forte crescita (+65%) degli abbonati a servizi come Deezer o Rara, le grandi discoteche di brani ascoltabili senza limiti di tempo in streaming in cambio di un modesto fee mensile. Nel mondo ci sono ormai più di 13 milioni di abbonati e le prospettive di ulteriore crescita sono ottime considerando che solo nel 2011 siamo passati da 23 a 58 nazioni in cui è possibile accedere a un servizio del genere.
Ecco, proprio a questo proposito vorrei fare una piccola osservazione. Il Report si occupa moltissimo di pirateria e applaude sia all'approvazione di normative come la recente ACTA o l'Hadopi in Francia, sottolineano come in nazioni come la Francia e la Nuova Zelanda (ma viene citata anche l'Italia del dopo-chiusura di Pirate Bay), le severe leggi che sanzionano pesantemente il P2P e il download non autorizzati, hanno determinato un aumento di fatturati. In realtà io mi permetto di dubitare che, come scrive IFPI, in Francia la legge Hadopi (che introduce, lo ricordo, un meccanismo punitivo graduale, che parte da semplici ammonizioni e può arrivare a salate multe e guai giudiziari assortiti) ha determinato un aumento del 23% delle entrate. Aumento, sostiene IFPI, che senza Hadopi non ci sarebbe stato. In mancanza di una controprova vera e propria mi sembrano proiezioni non realistiche.
Ho infatti la personale sensazione che il pubblico sarebbe più che disposto a versare modeste cifre per abbonarsi a servizi musicali in streaming. Il vero problema è che fuori dagli Stati Uniti e da un pugno di nazioni europee certi servizi faticano molto ad arrivare. I fatturati aumentano perché questo è un settore sempre più maturo, in cui la gente comune comincia a percepire i vantaggi di un servizio pay ricco di contenuti e bravo a farsi vedere in rete. Esattamente come l'eventuale sbarco di Netflix determinerebbe un forte interesse nei confronti del noleggio online di video. Potrei tuttavia sbagliarmi.
Ecco i link per i vari download: il Digital Music Report 2012 completo, la sintesi delle key figures e il famoso studio sugli effetti positivi delle normative antipirateria sui fatturati. Ricordo anche che la nostra FIMI, Federazione Industria Musicale Italiana, l'anno scorso ha pubblicato la versione italiana del DMR e in teoria dovrebbe farlo anche quest'anno.

16 dicembre 2011

Cisco: come strumento informativo la radio sparisce e perde, insieme alla tv, ogni primato tecnologico

Cisco Systems ha pubblicato la seconda edizione del suo Connected World Report, una analisi delle abitudini mediatiche di consumatori e lavoratori, con importanti finestre sui dispositivi digitali considerati prioritari e sulle differenze che separano la popolazione generale dalla cosiddetta generazione dei "millennials", quella dei giovani circa ventenni che vanno all'università. Il grosso dell'inchiesta - condotta su due campioni di 1.400 persone ciascuno, e in 14 nazioni diverse tra cui l'Italia - si concentra sull'aspetto della "consumerizzazione" della tecnologia informatica nelle imprese e sulle aspettative dei giovanissimi sul posto di lavoro, ma c'è anche un primo capitolo più statistico da cui estraggo un paio di tabelle. Una riguarda le principali fonti di approvvigionamento di informazioni e notizie giornalistiche, l'altra la tecnologia della vita quotidiana considerata imprescindibile.
La radio, a parte qualche moderata eccezione, sta praticamente smettendo di esistere. In Italia per esempio solo l'1% dichiara di utilizzarla come strumento informativo primario (percentuale che curiosamente in Germania sale al 10%, il 6% tra gli studenti), mentre solo 12 studenti su 100 trovano nella tv la principale fonte di informazione (il 21% della popolazione generale). Per quanto concerne le tecnologie principali, un misero 1% dei consumatori considera la radio come tecnologia principale e solo il 7% trova questa funzione nella tv (contro il 6% che invece ritiene più importante il tablet computer!). In Spagna, che pure è una nazione molto radiofonica, la percentuale di chi mette al primo posto tra le tecnologie la radio è pari a zero. Se un sondaggio come questo rispecchiasse effettivamente la realtà e io fossi un editore radiofonico sarei preoccupato, o mi impegnerei a sperimentare nuovi linguaggi. Ma se fossi un editore televisivo sarei davvero disperato. Nel complesso, solo il 16% della popolazione cerca informazioni principalmente in tv e solo 8 su 100 (percentuale che scende al 6 tra gli studenti) la considerano una tecnologia fondamentale.





06 dicembre 2011

Consumo di radio digitale in UK, accessibilità e offerta


OFCOM, l'autorità regolatrice britannica, ha appena pubblicato il suo annuale studio sulla consumer experience in materia di servizi di telecomunicazione, Internet e radiotelevisione digitale. Il report offre un interessante visuale su quali e quanti servizi sono disponibili in Gran Bretagna, incrociando le informazioni di accessibilità, spesa, consumo per fascia anagrafica. Ecco tre chart riferite alla radio digitale e analogica, con l'accessibilità ai servizi, la spesa per nucleo familiare e la quantità di programmi disponibili. Come si vede la posizione del DAB come potenziale di penetrazione è molto alta. Oggi in UK vengono trasmessi 297 canali radiofonici, 131 in simulcast su DAB e 39 esclusivamente su DAB.







21 settembre 2011

Arbitron, nell'auto la radio è ancora regina

Arbitron, che negli Stati Uniti misura le audience radiofoniche, ha appena pubblicato un interessante studio svolto in collaborazione con Edison Research e Scarborough Research su un campione di 1.500 automobilisti. Obiettivo dell'indagine, effettuata lo scorso luglio, era individuare le offerte mediatiche "in car" preferite da chi guida l'auto o viaggia a bordo di essa. Una analoga inchiesta era stata condotta nel 2003 ed è divertente osservare l'esplosiva crescita della "biodiversità" con cui il vincitore di allora e di oggi - la radio in onde medie e modulazione di frequenza - viene messo a confronto. Rispetto a otto anni fa la radio è sicuramente in calo, ma mantiene il primo posto nella classifica dei media più utilizzati. Ma se nel 2003 era in corsa contro il lettore CD, il cellulare e poco altro, oggi la radio è solo una tra sedici alternative individuate da Arbitron. Non stupisce troppo vedere che la concorrenza ha eroso dodici punti percentuali secchi di popolarità: nel 2003 la radio era il medium primario per il 96% di guidatori e passeggeri; nel 2011 lo è per l'84%. I 12 punti persi sono andati tutti a vantaggio dei lettori di Cd, vetusti ma primari per il 68% dei consumatori mediatici, contro il 56% del 2003. Dopo i due leader, una pletora di dispositivi e servizi che vede in discreta posizione un nuovo arrivato come la radio satellitare di Sirius XM (8%) e persino gli streaming musicali (ricevuti via cellulare) di Pandora (un lusinghiero 6%). Solo il 2% ascolta primariamente la radio digitale terrestre di HD Radio, segno che la tecnologia non riesce proprio a fare breccia.
La radio convenzionale perde colpi soprattutto tra i giovani e tra i rispondenti che affermano di non essere semplici "utenti", ma veri e propri "innamorati" delle loro tecnologie preferite. Qui la classifica si rovescia in modo quasi speculare. L'amore per il mezzo riguarda in primo luogo la radio satellitare, poi l'audio mp3 e al terzo posto gli audiolibri, un "genere" che qui in Italia non riesce a prendere piede. Molto buono il posizionamento di HD Radio, amata dal 37% dei rispondenti. Forse il dato più significativo è quello che riguarda il mezzo considerato essenziale, irrinunciabile. In una domanda da cose da conservare sull'isola deserta, emerge che solo il 51% delle persone si terrebbe la radio se dovesse rinunciare a tutti i mezzi tranne uno. Nel 2003 però erano il 71%.
Per rimediare alle cifre che denunciano una perdita di consensi Arbitron deve inventarsi un "indice di passione". Moltiplicando la percentuale ottenuta con la domanda sui mezzi preferiti (alta per la radio) per quella che riguarda invece le tecnologie più amate (dove la radio si comporta proprio male), si individuano gli utenti più "appassionati". In questo modo la radio risulta ovviamente il mezzo con la più alta percentuale di utenti appassionati (il 23%), seguita da Cd e lettori mp3.
Insomma, come tutti i sondaggi anche questo sembra un po' pilotato dal committente (la conclusione per esempio è che fare pubblicità sulla radio conviene moltissimo), ma è sempre interessante osservare l'andamento di certe tendenze. Lo studio, intitolato "The Road Ahead", si può scaricare a questo indirizzo. L'interesse riguarda anche le strategie di Arbitron, che sta sempre più potenziando i suoi strumenti analitici per adattarsi ai nuovi stili di vita mobili. L'ascolto della radio in automobile non è certo una novità, ma al di là dell'auto i nostri consumi mediatici avvengono sempre più in contesti esterni all'abitazione, dove in genere è più facile far intervenire gli strumenti di misura. A fine luglio, Arbitron ha annunciato l'acquisto di una azienda specializzata finlandese, Zokem, che sviluppa soluzioni di misurazione destinate a rilevare l'audience dei dispositivi mobili. Oggi questa azienda si chiama Arbitron Mobile e a differenza della casa madre è basata in Europa, dove ha già acquisito diversi clienti. Un passo importante per un brand molto americano che potrebbe andare a caccia di nuove opportunità anche in nazioni come la nostra (e ne abbiamo bisogno).

ZOKEM IS NOW ARBITRON MOBILE
July 28, 2011

Finnish research & technology company becomes new Arbitron division;
Expands Arbitron technology portfolio and global footprint

Helsinki, Finland; July 28, 2011 – Arbitron Inc., (NYSE: ARB) announced today that it has acquired Zokem Oy, a Finland-based mobile audience measurement and analytics firm for a payment of approximately $11.7 million in cash at closing with possible additional incremental cash payments through 2014 of up to $12 million based on future financial performance.
Zokem provides custom and syndicated mobile research panels, plug-and-play mobile media measurement tools and software building blocks for mobile device tracking to the leading companies in the marketing research, wireless, Internet, media and marketing industries.
Through its proprietary and passive mobile application, Zokem customers can track and interpret consumer use of mobile devices and media. The technology also provides information on network performance and effectiveness of mobile ad campaigns. Zokem currently operates panels in 14 global markets and has relationships with a number of the largest mobile industry participants around the world.
Zokem will operate as Arbitron Mobile, a new division of Arbitron Inc., which will be led by Dr. Hannu Verkasalo, Zokem founder and CEO, and will report to Sean Creamer, executive vice president, U.S. Media Services for Arbitron.
“To better position themselves in the global mobile marketplace, advertisers, content providers and mobile operators are more eager than ever to understand how consumers are using mobile devices,” said William T. Kerr, president and chief executive officer, Arbitron Inc. “The acquisition of Zokem enhances our capabilities in the mobile audience measurement arena and provides Arbitron with valuable new resources for our growing cross-platform initiatives.”
“Arbitron’s expertise in survey methodology, its currency panels for media measurement and its established sales channels are a tremendous complement to Zokem’s mobile technology, mobile expertise and international footprint. We will be in a strong position to capitalize on these assets while continuing to work with our existing partners,” said Hannu Verkasalo, founder and chief executive officer, Zokem Oy. “We are already delivering unique and valuable insights to advertisers and media buyers around the world who want a better understanding of how consumers rely on their mobile devices and services. Arbitron Mobile is now better positioned to enhance and expand these insights. For Zokem’s management, employees, customers and investors, this acquisition is a welcome step forward”.

About Zokem

Zokem is a market leader in next-generation mobile analytics, offering a 360˚ view of the mobile consumer through passive on-device measurements. With 10 years of experience from the field, Zokem has been growing due to rapid adoption of mobile devices such as smartphones and tablets with an accompanying shift of ad dollars to mobile advertising. Zokem conducts custom research projects for product development, consumer insights and benchmarking purposes and operates opt-in mobile research panels in 14 major markets globally. Zokem partners with the top firms in the field, including China Mobile and Nokia Siemens Networks, to interpret the world’s fast growing mass medium – mobile. Zokem has offices in Espoo, Finland as well as sales representatives in London, Paris, New York City and Singapore.

29 giugno 2011

Radio pubblica europea, l'EBU analizza le strategie Web

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La versione integrale del report conta duecento pagine ed è riservata agli iscritti all'Unione radiofonica europea, ma anche l'executive summary liberamente scaricabile a questo indirizzo contiene molte informazioni interessanti. Con il suo studio sulla situazione attuale delle emittenti radiofoniche pubbliche in Europa e le loro relazioni con i social media, l'ufficio ricerche EBU guidato da Alex Shulzycki ha preso in esame la questione dei consumi radiofonici nelle varie fasce di età e popolazione in 28 nazioni, ponendoli in relazione al consumo di servizi via Internet, siano essi indipendenti o direttamente curati dalle stesse radioemittenti statali.
Con poche eccezioni, anche legate ai cambiamenti subiti dalle metodiche di indagine applicate nei vari paesi, l'audience radiofonica negli ultimi cinque anni è in calo quasi dappertutto. Vistosissimo (prossimo al -15%) il crollo dell'ascolto della radio in Svezia, dove la fascia di giovani tra i 19 e i 24 anni ascolta soprattutto il servizio di musica in streaming Spotify, seguito dalle stazioni radio commerciali e per una modesta percentuale da Sverige Radio. In Italia la contrazione è di pochi decimi di punto percentuale, ma i dati - come sappiamo - sono fermi a ben prima dell'infausta autodistruzione di Audiradio.
Il report analizza anche le strategie Internet delle emittenti e offre un approfondimento su una trentina di programmi di successo che utilizzano il Web, i social network e altre forme di interazione non radiofonica per stabilire una relazione con gli ascoltatori e inventare nuove formule e linguaggi. I programmi RAI presi in esame sono Caterpillar, Fahrenheit, Ruggito del coniglio e RaiTunes. Il ritratto è quello ormai abbastanza scontato ma senz'altro convincente, di un mezzo che soffre molto la concorrenza dei media digitali, almeno fino alle fasce di pubblico più maturo o anziano. Ma che proprio attraverso i media digitali riesce a percorrere strade diverse, forse più tortuose, spesso fallaci, ma non necessariamente meno coinvolgenti.

The European Broadcasting Union today released the results of an in-depth study on the situation of public service radio and its relation to social media.

The report includes data on international radio consumption from 31 EBU Member organizations in 28 countries. It also features 28 case studies on radio programme formats, as well as social- and cross-media strategies in seven European countries France, Germany, UK, Italy, Spain, Poland, Sweden plus the USA.
The study found that public service broadcasters are successfully exploiting social media to reach new listeners and boost their relevance.
One key finding was that while traditional AM/FM radio consumption is down, most public service radio broadcasters now provide online and mobile services, social media interactivity and smartphone applications that have actually extended their reach. Public radio broadcasters are adapting to and even shaping the new radio landscape by building their cross-platform presence to raise their profile and make their content more accessible.
EBU Head of Research Alex Shulzycki said the data showed that the heightened social media activity of radio presenters and their programmes meant public service radio's relevance was continuing to grow.
“In an increasingly competitive radio market, European public broadcasters maintained a strong average 37% share for their national radio channels in 2010, unchanged from the previous year and this is also due to multiplatform distribution and social media,” says Shulzycki.
Mike Mullane, Head of News, Sports & New Radio at the EBU, stated that public radio broadcasters were meeting head-on the challenge posed by music-on-demand websites.
“When these services began to gain a foothold, some people were predicting the end of music-based public service radio. What this study shows is that listeners are still tuning in because they value the interactive human experience that radio offers, but which is not available from music streaming sites,” says Mullane.
The programme case studies showed that European public service radio is engaging with diverse audiences. Programme formats analysed varied from morning shows to cultural magazines and documentaries, but all had social media strategies designed to hold listeners' attention after the radio is turned off.

14 dicembre 2010

USA: gli "streamers" ascoltano la radio solo via Internet


L'importanza di Internet come piattaforma di distribuzione di contenuti "radio-like" alternativa e complementare ai tradizionali canali broadcast è ormai un fatto compiuto e sarebbe un errore non considerare questo fattore nel cammino verso la digitalizzazione della radiofonia.
Uno studio effettuato negli Stati Uniti da Coleman Insight su un campione di persone che appartengono a quel 17% di quota di consumatori che ascoltano contenuti audio/radiofonici via Internet (gli "streamers"), rivela che queste stesse persone stanno assumendo un comportamento esclusivo: ascoltano *solo* via Internet. Una scoperta che deve fare paura ai broadcaster? Non del tutto, risponde Coleman Insight, perché l'analisi svolta dimostra che queste persone sono anche molto orientate a ritrovare su Internet i brand delle stazioni
AM/FM che prima ascoltavano via etere:

“On the surface these numbers should be of some concern to radio broadcasters,” said
Coleman Insights Vice President Sam Milkman, who authored the study. “However, our findings suggest that they are not the result of many streaming audio users disengaging from radio brands, but simply changing the distribution platform they use to consume radio content.”

Coleman pubblica sul proprio sito due report gratuiti intitolati Successful Audio Streaming Strategies e SASS, Additional Findings, uno rilasciato a fine settembre in occasione del RAIN Summit East organizzato dalla Radio and Internet Newsletter, l'altro con nuove informazioni analizzate a inizio dicembre. Tra i dati rilevati da osservare che la percentuale degli "streamers" che affermano di non seguire più la radio via etere è più elevata
nei maschi rispetto alle femmine, nei giovani rispetto ai vecchi (e questo non deve sorprendere) ma anche tra i cosiddetti consumatori di contenuti minoritari etnici, che evidentemente trovano più comodo utilizzare la rete per i loro ascolto. Un segnale positivo evidenziato dallo studio riguarda la percezione del valore del brand, che negli streamers tende ancora a premiare le stazioni radio e i pochi brand Internet di rilievo, come Pandora:


La conclusione è che gli spazi per chi offre questi contenuti nel "paesaggio mentale" dei nuovi ascoltatori via Internet è ancora tutto da conquistare. Mentre al contrario - aggiungo io - il paesaggio mentale della radio trasmessa via etere in tecnica digitale è ancora largamente desertico.

13 dicembre 2010

Yankee Groups, più audio che video sul 4G

Malgrado le motivate obiezioni del World DMB Forum sui costi reali della distribuzione di contenuti audio su reti Ip, la crescente capillarità delle infrastrutture broadband mobili mette inevitabilmente sotto pressione il mondo broadcast e le sue ambizioni digitali. Yankee Group ha appena pubblicato un conciso report "4g fuels the decade of disruption" formulando una serie di previsioni sul potenziale delle future reti radiomobili di quarta generazione. Secondo la società di analisi di mercato la larga banda mobile 4G non sarà - tanto per cambiare - il presupposto del successo del video in mobilità. Al contrario, i numeri più interessanti arriveranno dalle "app" mobili e da servizi musicali come Pandora o Slacker, non tanto per questioni di larghezza di banda disponibile ma per il livello di attenzione che il video richiede e che gli utenti mobili non saranno in grado di prestare.
Lo studio può essere scaricato gratuitamente previa compilazione di un modulo di richiesta. Il comunicato stampa si può leggere qui.

Prediction 8: Mobile Video Will Not Drive Consumers to 4G

The Upshot: Despite huge bandwidth demands, video won’t move consumers to 4G. Mobile apps and Web browsing will continue to drive revenue on upgraded networks.

4G consumer adoption will ramp up the mobile app gold rush going on today (see the March 2010 Yankee Group Report, “The Mobile App Gold Rush Speeds Up”). The average 4G user today downloads eight apps every 90 days compared with only six apps every 90 days for non-4G users. Based on this fact and our prior research, Yankee Group predicts mobile apps will exceed U.S.$5.4 billion globally in app revenue for 2011.
Despite the prodigious amounts of network bandwidth video applications consume, they do so largely on behalf of only 30 percent of mobile users—those who watch video at least once a week. Mobile video use isn’t just constrained by bandwidth, but also by how much undivided attention mobile consumers can spend on video. Without today’s constraints on mobile bandwidth, we see consumers increasing their use of music services such as Pandora and Slacker—which can be enjoyed while consumers do other mobile activities (such as driving or walking)—more than their video consumption. We expect Web browsing and mobile apps to remain the vast majority of 4G network use for the foreseeable future.
Companies such as Smule, Chillingo, DataViz and others that have invested in serious mobile app development and production will either grow to become mega-businesses or be acquired by other companies that already are mega-developers. The losers will be those companies that have spent millions to develop pay mobile video platforms that largely go unused through 95 percent of a 4G user’s day. Companies such as Flo TV have already gone bust; expect more to join their ranks as unpaid video distributors such as YouTube continue to dominate the majority of 4G video usage.

02 dicembre 2010

Communications Report OFCOM: dubbi sui dati italiani

Torna all'appuntamento The Communications Market Report, lo studio OFCOM sul mercato globale delle comunicazioni. Ancora una volta le cifre della radio parlano di un mezzo globalmente in contrazione come valori economici, ma con aree di grande crescita, come la Cina. Qui il report completo, mentre le chart relative alla radio, si trovano qui. Nelle 17 nazioni coperte dallo studio il valore del mercato radiofonico è passato dal 2005 al 2009 da 26 a 24 miliardi di sterline, una contrazione del 6,5%. Seguono decine di altri grafici che confrontano tra loro i vari media e, per la radio, forniscono interessanti indicazioni sulle abitudini di ascolto, tra digitale e Internet. Ho trovato un unico neo, purtroppo macroscopico. Il valore del mercato radiofonico in Italia viene indicato (sulla base di analisi PriceWaterhouseCoopers) in 1,1 miliardi di sterline. Oltre 650 milioni sarebbero in denaro dai canoni. Ovviamente questa valutazione non sta né in cielo né in terra. Basta questo per togliere più di mezzo miliardo al totale di 24 miliardi del settore. Sarebbe opportuno fare qualche verifica in più, amici di OFCOM.

18 settembre 2010

Autoradio "Internet enabled": qual è il vero appeal?


Mark Ramsey, blogger e consulente sulle questioni relative alla Radio 2.0 ha condotto con VIP Research uno studio a campione per valutare l'impatto che una eventuale autoradio "sintonizzabile" su Internet potrebbe avere sull'ascolto della normale radiofonia terrestre. Allo studio hanno partecipato duemila persone in una ventina di "mercati", i bacini pubblicitari delle stazioni radio americane.
Nel complesso, ragiona Ramsey, la radio terrestre ha tutte le ragioni a essere preoccupata per la possibile concorrenza delle car Internet radio. E' infatti risultato che una quota pari al 34% del campione ha dichiarato che si, disporre di una radio di bordo in grado di sintonizzarsi su migliaia di stazioni di tutto il mondo la indurrebbe a smettere di ascoltare solo le radio locali terrestri. L'interesse cresce - evidentemente - al diminuire dell'età e la tendenza è quella di preferire una vera e proprio autoradio da cruscotto connessa al Web piuttosto che un player MP3 esterno che integri funzioni di Internet radio.
Il risultato dell'indagine non mi sorprende affatto ma a mio modesto parere è inconcludente. Dimostra solo quanto sia difficile saggiare i "veri" gusti dei consumatori di dispositivi elettronici e dei fruitori di mezzi di comunicazione. Secondo me è il tipico caso di domanda formulata in modo da influire sulla risposta. "Se domani fosse possibile avere accesso a Internet dal cruscotto della vostra automobile e sintonizzare migliaia di stazioni radio da tutto il mondo, lei continuerebbe lo stesso ad ascoltare la sua stazione locale?" Ma che razza di domanda è? E' come chiedere: se domani aprissero un ristorante dove vengono servite gratis migliaia di pietanze da un centinaio di tradizioni gastronomiche diverse, lei continuerebbe ad andare a mangiare un toast al bar? Una quota significativa di americani non ha la minima idea di dove si trovi la Francia e si stupisce quando viene a sapere che in Francia non parlano mica come nel South Dakota. Come dovrebbe rispondere uno abituato a trovare quattro, cinque stazioni sulla sua autoradio quando gli chiedono se preferirebbe trovarne quindicimila?
Se valesse il principio della quantità, qualsiasi ristorante sarebbe in grado di battere la concorrenza semplicemente con un menu di 350 alternative cucinate coi piedi. E invece bastano quindici buoni piatti, preparati con cura. Quanto durerebbe la fascinazione nei confronti di un'autoradio capace di farti ascoltare, nel Nebraska, una ventina di stazioni da Cipro? Un consulente serio come Ramsey, uno che capisce il valore della buona programmazione, non dovrebbe farsi prendere la mano da una visione puramente statistica del mezzo radiofonico e delle sue nuove modalità di fruizione. Se lo studio vi interessa comunque, lo trovate qui.

30 agosto 2010

Internet mobile o meno, la nuova radio va imparata


Non è tanto una questione legata allo scontro tra "modello broadcast" e "modello broadband", di Internet mobile che va a sostituire la radio. Nella contemporaneità la radio cambia comunque pelle e natura, soprattutto impara a mescolare la tradizionale informazione sonora con informazioni di tipo prettamente visuale: dai testi alle immagini in movimento. Di conseguenza il broadcaster deve imparare non solo a dominare la nuova integrazione tra questi vecchi linguaggi, ma anche a padroneggiare le tecnologie che gli consentano di distribuire questi contenuti in una modalità sincronizzata, che faccia arrivare il contenuto giusto - o una combinazione di essi - alle radio dei loro ascoltatori e alla molteplicità di dispositivi digitali e wireless che questi ultimi stanno già utilizzando.
E' in estrema sintesi la conclusione di un conciso report che il consulente Skip Pizzi ha preparato per conto della società Station Resource Group su iniziativa delle "public radio" americane a proposito dell'impatto di Internet mobile sul mondo della radiofonia. Sfrondando il bla-bla della inevitabile retorica autopromozionale e della terminologia markettara, le indicazioni fornite da Pizzi mi sembrano del tutto condivisibili, almeno in questa fase di transizione in cui vecchie e nuove modalità distributive inevitabilmente si accavallano. Per ora, sostiene anche Pizzi, il modello broadcast non può essere facilmente rimpiazzato. Io aggiungo che per una consistente fetta di pubblico dobbiamo pensare che la radio "non-broadcast" - l'uso che facciamo della radio e dei suoi contenuti sulle piattaforme e con i dispositivi di Internet - è già sotto assedio. Più in fretta ci adegueremo a questa realtà, più cose la radio che conosciamo avrà da dire anche in futuro.
Intanto ecco il testo del riassunto che la newsletter TechCheck della National Association of Broadcasters americana ha pubblicato a proposito di "The Mobile Internet: A Replacement for Radio? A briefing memo for executives and board members of the Station Resource Group". Se volete prelevare il pdf del documento e leggervelo nella sua interezza, questo è il link.

Public Radio Investigates Impact of Mobile Streaming Media

With the advent of “streaming apps” and pervasive mobile broadband availability, pundits both within and outside of the broadcasting industry have been pondering the impact this will have on free over-the-air local radio. In a recent white paper written for the Station Resource Group (SRG, Takoma Park, Md., www.srg.org), Media Technology Consultant Skip Pizzi reviews the technology behind wireless streaming and concludes that while the mobile Internet’s impact will be significant, it is not a replacement for radio broadcasting.

Skip'’s paper, entitled “The Mobile Internet: a Replacement for Radio?” is excerpted below. The complete paper made available by the SRG, is at www.srg.org/delivery/10-06-28%20Mobile%20Internet%20&%20Broadcast%20Radio.pdf. SRG is an alliance of public media organizations that operate leading public radio stations across the U.S.
Wireless (or “mobile/portable”) Internet radio – A substantially different environment from wired (or “fixed”) Internet radio is now emerging, in which Internet radio streams are available via fully wireless means. This puts Internet radio much closer to parity with broadcast radio, at least in terms of the locations in which it is available. It is expected that such broader access will increase the growth rate of Internet radio usage, although such trends are countered by the cost of service, availability and cost of devices, and complexity of usage for Internet radio listening.
At present, it is too early to extrapolate with much precision what kind of uptick in Internet radio listening such mobile broadband usage will bring. (It is important here to avoid the practice of some analysts to overestimate the short-term and underestimate the long-term impacts of popular new technologies.) It does seem safe to conclude that Internet radio usage will continue to grow as a result of these products’ and services’ relatively rapid deployments; although the real impact on listening behavior may not be felt for some time.
Apps versus Web streams (HTML5) – complicating matters is the fact that most Internet radio services require a specialized application (“app”) to be properly or easily received on these handheld devices. Such applications must be individually developed for each operating system (e.g., iOS, Android, Blackberry, Palm, Windows Mobile, etc.), which is a labor-intensive and expensive requirement. It also requires users to download (for free or by purchase, depending on the app) and continually update these apps, for each separate service they wish to listen to on their devices.
This obstacle may soon dissipate, however, as the gradual release of HTML5 support in browsers and devices continues. Among HTML5’s highly anticipated features is native audio support by browsers, which may eliminate the need for streaming media apps in mobile devices (and for that matter, eliminate the need for browser “plug-ins” or media players on PCs for streaming media playback). Just when this development will occur is a complex question, since it varies by browser and by streaming media codec supported. But there is at least hope on the horizon that the requirement for development of platform-specific apps for mobile Internet radio listening is not a permanent prerequisite.
Broadcast +/- online–another key trend likely to emerge soon may bring to the marketplace an increasing number of devices that include both broadcast radio reception and Internet access capability. While both services are massively deployed, the ability to access them both rarely appears on the same device today. This omission is unlikely to last much longer in the age of broadly converged multi-function personal devices.
Given this prediction, it is worth considering ways in which broadcast- and Internet-delivered services might work together to bring a rich media experience to the user. This is another fundamental change, in that up to the present we have thought about broadcast and the Internet in an “either/or” position for delivery methods. The most obvious reaction is a reduction in duplication of services by broadcasters. If local listeners can largely receive both broadcast and online services, it is inefficient to provide identical content on both platforms.
Obstacles to a complete transition – While the above discussion indicates just how competitive Internet radio has become to broadcast radio, the two services remain widely divergent. One is a broadcast service and the other is a telecommunications service. This is akin to positing that a radio and a telephone are equivalent because they both produce audio. The two services are regulated differently and have wholly differing delivery architectures (broadcast being a one-way, point-to-multipoint service, and the Internet being a two-way, point-to-point connection). Regardless of their movement toward parity from the radio listener’s perspective, each service offers broadcasters a different value proposition, cost-per-listener calculation and monetization model.
While such similarities to the user may allow broadcasters to apply some of their tried and true experience with broadcast radio to the provision of online service, there are many unique elements to Internet radio service, which traditional radio service providers will need to fully understand if they are to succeed equally in the online space.
Technical differences – The primary distinction between broadcast and Internet radio is one of potential audience reach. Within a given service area, broadcast radio’s potential audience is unlimited. On the other hand, while Internet radio’s service area is essentially unlimited, its ability to serve individual users is always finite. Regardless of how much infrastructure is developed, it is impossible for Internet radio service to reach the truly infinite scalability that broadcast radio inherently provides within its service area. Therefore some constraint will always exist regarding audience members’ access to Internet-streamed services, and this could be seen as particularly inappropriate for services produced by publicly funded broadcasting entities. Retaining at least a baseline of broadcast-delivered channels precludes such potential denial of service.
That said, the bandwidth requirements of audio-only services are relatively small, and ongoing codec development continues to reduce these requirements. Thus, in contrast to theoretical constraints, the practical limits of available Internet bandwidth may indeed be adequate to service all the users a given Internet radio service attracts in the wired environment described above.
In the wireless domain, however, additional constraints apply. Even though a given Internet radio channel’s server architecture and Internet backbone requirements may be adequate to respond to all users, the users in a particular area served at “the last mile” by a given wireless service provider may at some time overwhelm that provider’s capacity at that location (“maxxing out the cell site”). Therefore wireless Internet radio remains particularly vulnerable to occasional service outages due to scalability problems.
Looking ahead – Rather than being preoccupied by the question of Internet versus Broadcast service, the key process that broadcasters should consider today for planning and future investment is the development of compelling visual content to enhance their radio services, along with examination of the currently emerging methods proposed for synchronous delivery of such content to enabled devices.

19 agosto 2010

OFCOM, in UK l'economia della radio tiene ma a fatica


Il mese di agosto si ripete il tradizionale appuntamento con il Communications Market Report, lo studio dell'economia mediatica realizzata dal regolatore britannica. La sezione dedicata alla radio si può prelevare qui, mentre l'intero report in pdf si trova a questo indirizzo. La radio nel Regno Unito tiene ma un po' a fatica. Dalla tabella riassuntiva riportata qui in calce emerge un lento declino delle percentuali di audience e del numero di ore settimanali spese davanti all'altoparlante. Anche i valori di mercato e raccolta pubblicitaria sono in calo, in compenso nel 2009 la spesa radiofonica della BBC è aumentata in modo significativo. Con il nuovo governo c'è da aspettarsi un ridimensionamento. OFCOM sembra essere molto soddisfatto degli indici di penetrazione delle radio digitali DAB nelle famiglie, dato che potrebbe rendere più concreta un eventuale switch over di alcuni canali BBC dall'analogico al digitale, mentre ancora non si sente parlare di upgrade da un anacronistico DAB a un più plausibile DAB+.

09 aprile 2010

The Infinite Dial USA: la radio in calo resiste sul locale


Sempre interessante l'appuntamento con The Infinite Dial, lo studio sull'evoluzione digitale della radio condotto da Arbitron e Edison Research su un campione significativo di utenti americani. Sul sito Edison Research si possono prelevare gratuitamente le slide di questo studio e dal 9 aprile dovrebbe essere disponibile anche la registrazione di un "webinar" audiovideo organizzato
oggi per presentare i risultati.
Risultati che offrono uno quadro pieno di chiariscuri per quanto riguarda la percezione attuale e futura del mezzo radiofonica. Gli americani la considerano ancora un mezzo molto autorevole per dare notizie, soprattutto locali (tra l'altro è curioso che quando cercano notizie locali su Internet gli americani
preferiscono andare sui siti Web delle stazioni radio cittadine). Mentre radio e Internet sono ormai alla pari come strumento di ricerca di nuovi contenuti musicali (i giovani però preferiscono Internet). Incredibili i dati sulla penetrazione del Wi-Fi, presente in almeno sei case su dieci negli USA. Notevole l'interesse nei confronti di nuovi dispositivi per l'ascolto della radio via Internet anche in automobile. A dir poco deprimente la situazione per il sistema di radio digitale HD Radio, in cinque anni la percentuale di chi si dice interessato (solo interessato) a questo sistema è ferma sul 7%.
Circa il 30% degli intervistati afferma di averne sentito parlare ma è un dato da prendere con le molle in un mercato popolato di sigle e controsigle.
Nel rimandarvi allo studio completo e ai suoi interessanti dati mi limito a pubblicare due slide con la classifica di diversi mezzi, dispositivi e siti Internet nell'ordine del loro impatto sulla vita degli intervistati. Al primo posto c'è il cellulare, al secondo la tv, al terzo Internet (che ha scalzato la radio). Ultimo in classifica, con meno dell'uno percento, la radio digitale HD Radio.

Perspectives, News & Opinions From The Researchers At Edison

The Infinite Dial 2010: Digital Platforms and the Future of Radio
Entry by Tom Webster
Apr. 8, 2010

This study, originally delivered as a webcast on April 8th, 2010, is derived from the 18th Edison Research/Arbitron Internet and Multimedia Study, and represents an overview of American media and technology usage and habits. A complete PDF file of the principal findings can be downloaded here.

INSIGHTS:

Key Findings about Radio and Digital Platforms:

Nearly one in four Americans has listened to audio from an iPod or other MP3 player connected to a car stereo: Although consumers often have to deal with myriad adapters and other barriers to in-car listening, 54 percent of iPod/MP3 player owners have listened to their device in their car; this equates to 24 percent of all persons age 12 and older having listened to an iPod, iPhone or other MP3 player while connected to a car stereo.
Three in ten 12 to 24s are "very interested" in online radio in the car and on mobile devices: Among those age 12 to 24, 30 percent are "very interested" in listening to online radio in-car, while 28 percent are "very interested" in listening to online radio on mobile devices.
Consumers say radio station Web sites are improved but TV and print sites are leading the local battle: Nearly half of people age 12 and older give credit to radio for improvements in their Web sites. Forty- eight percent say that radio station Web sites have gotten more interesting compared to 17 percent believing them to be worse or less interesting. However, monthly visitation to radio station Web sites (16 percent) among persons 12+ lags visitation to local TV and local newspaper Web sites.

Other key findings:

The Internet passes TV as most essential medium in Americans' lives: For the first time, more Americans say the Internet is "most essential" to their lives when given a choice along with television, radio, and newspapers; 42 percent chose the Internet as "most essential," with 37 percent selecting television, 14 percent choosing radio, and 5 percent said newspapers. While television still leads among those over the age of 45, Internet dominates among younger persons age 12 to 44.
More than six in ten households with Internet access have a Wi-Fi network at home: Sixty-two percent of homes with Internet access have wireless network set-ups in their homes, more easily enabling the consumption of digital media in any room of their home, as more and more devices feature built-in Wi-Fi such as the new Apple iPad.
Texting has become a daily activity for nearly half of all mobile phone owners: Nearly half of mobile phone owners (45 percent) age 12 and older text multiple times a day. Three quarters of teens (75 percent) and persons age 18 to 24 (76 percent) text multiple times a day compared with nearly two thirds (63 percent) of 25 to 34s; and four in ten (42 percent) 35 to 44s and 45 to 54s (37 percent).
Broadband access has leveled and growth has stabilized for some digital platforms: Growth of residential broadband has leveled off, with 84 percent of homes with Internet access having broadband connections. The slower growth of residential broadband is associated with little year over year change in weekly usage of online radio (17 percent) and online video (29 percent). The study suggests that expanded use of use of mobile devices and in-car Internet may spark the next wave of growth.
How the study was conductedA total of 1,753 people were interviewed to investigate Americans' use of digital platforms and new media. From January 25 to February 22, 2010, telephone interviews were conducted with respondents age 12 and older chosen at random from a national sample of Arbitron's Fall 2009 survey diarykeepers and through random digit dialing (RDD) sampling in certain geographic areas where Arbitron diarykeepers were not available for the survey. Diarykeepers represent 51% of the completed interviews and RDD sampled respondents represent 49% of the completed interviews. The study includes a total of 371 cell phone interviews.

22 febbraio 2010

Il Futuro dei media secondo la FCC

Davanti ai licenziamenti e alle chiusure di sana pianta di molti quotidiani, di fronte alla moria di emittenti locali e alla contrazione dei programmi rivolti alle singole comunità, l'intera democrazia americana - quella che i nostri zelanti capi "ultraliberali" scendono in piazza a difendere, dopo aver firmato ogni sorta di comportamento abusivo della libertà di stampa - reagisce interrogandosi sul futuro dei mezzi di informazione, sulle cose da fare per evitarne la crisi e l'impoverimento.
La FCC ha lanciato un ambizioso piano di discussione con il progetto Future of the media, una consultazione aperta i cui obiettivi sono «to assess whether all Americans have access to vibrant, diverse sources of news and information that will enable them to enrich their lives, their communities and our democracy» valutare cioè se tutti gli americani abbiano accesso a fonti di informazioni diversificate e "vibranti", capaci di arricchire la loro vita, le loro comunità, la nostra democrazia.
Mentre da noi i direttori dei telegiornali pubblici vengono accuratamente selezionati in base alla loro capacità nell'anestetizzare la pubblica opinione, nelle democrazie vere l'industria mediatica viene criticata e discussa. Il documento pubblicato oggi dalla FCC è reperibile a questo indirizzo e riguarda ovviamente anche la situazione della radiofonia locale, nazionale, non commerciale. Un sito Web sul Future of media è stato aperto all'indirizzo http://reboot.fcc.gov/futureofmedia Nel documento che dà il via a questo importante dibattito, la FCC cita un primo rapporto confezionato dalla Knight Commission dell'Aspen Institute, una importante organizzazione no profit che promuove la discussione pubblica su tematiche fondamentali per la politica e l'economia. Anche questo rapporto, Informing Communities - Sustaining democracy in the digital age, è disponibile online sul sito della Commissione e può essere scaricato qui.

FCC Cites Knight Commission in Future of Media Project

Informing Communities: Sustaining Democracy in the Digital Age, the report of the Knight Commission on the Information Needs of Communities in a Democracy, is the result of a year-long study to assess the information needs of communities across the United States. The report sets a vision for healthy, informed democratic communities and offers 15 policy measures to help citizens meet their local information needs. This report has received considerable press coverage as well as attention at the Federal Communications Commission.
The FCC announced January 21, 2010:
"As the nation’s expert agency involved in media and communications policies, the FCC has begun an examination of the future of media and the information needs of communities in a digital age. The objective of this review is to assess whether all Americans have access to vibrant, diverse sources of news and information that will enable them to enrich their lives, their communities and our democracy. The Future of Media project will produce a report providing a clear, precise assessment of the current media landscape, analyze policy options and, as appropriate, make policy recommendations to the FCC, other government entities, and other parties."
"The bipartisan Knight Commission on Information Needs of Communities recently declared: America is at a critical juncture in the history of communications. Information technology is changing our lives in ways that we cannot easily foresee."
"The digital age is creating an information and communications renaissance. But it is not serving all Americans and their local communities equally. It is not yet serving democracy fully. How we react, individually and collectively, to this democratic shortfall will affect the quality of our lives and the very nature of our communities."
Read the complete FCC Public Notice. Learn more about the Future of media at its web site http://reboot.fcc.gov/futureofmedia.

More on the Knight Commission

The Knight Commission is the first major national commission to report on news and information in the digital era. It is comprised of 17 respected leaders from the fields of media, public policy and community organization, including co-chairs Theodore B. Olson and Marissa Mayer. Alberto Ibargüen, Knight Foundation president and CEO, and Walter Isaacson, Aspen Institute president and CEO, served as ex-officio members. The John S. and James L. Knight Foundation provided funding for the Commission and the Aspen Institute Communications and Society Program gave the Commission its institutional home. Peter M. Shane, the Davis and Davis Chair in Law at the Moritz College of Law at Ohio State University, served as the Commission’s executive director.

09 dicembre 2009

Censis: bene la radio, malissimo i quotidiani


Sono andato a leggermi, come lo scorso anno, il capitolo sui comportamenti mediatici degli italiani analizzati nell'ultima edizione del Rapporto annuale del Censis, presentato la scorsa settimana. Molti dati erano già stati resi noti in uno studio più specifico presentato pochi giorni prima, il 19 novembre: I media tra crisi e metamorfosi (leggete qui di seguito il comunicato stampa). Per la radio le cose vanno bene. Non solo resiste e guadagna di seguito ma è anche quello che negli ultimi dieci anni cresce di più in proporzione. Nel 2001 la percentuale di italiani che affermava di "frequentare" la radio almeno una volta alla settimana era del 68,8 percento. Nel 2009 è dell'81,2%, un delta addirittura superiore a quello del telefono cellulare.
A preoccupare piuttosto è la situazione dei quotidiani, che nonostante i tre punti abbondanti guadagnati tra 2001 e 2009 sono precipitati rispetto al picco raggiunto nel 2007. In soli due anni gli italiani nel loro mix mediatico hanno sostituito i giornali e si cibano di tv e Internet. Il partito dei frequentatori abituali di quotidiani (un giornale sfogliato tre volte alla settimana) perde quota visibilmente. Nel 2007 era sopra i 51 punti, oggi intorno al 35%. Il Censis lo chiama "press divide" e con tutti i difetti dei mondo dei giornali, per il quale lavoro, la cosa non mi entusiasma per niente

Nasce il press divide: i mezzi a stampa fuori dalla «dieta mediatica» del 39,3% degli italiani

Presentato l'8° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione «I media tra crisi e metamorfosi»
Consumi in crescita, ma si fanno i conti con la crisi. Decollano le nuove Tv, si riduce il digital divide, anno nero per la carta stampata

Roma, 19 novembre 2009 – L’evoluzione dei consumi mediatici. In crescita la diffusione di tutti i mezzi di comunicazione tra il 2001 e il 2009. Aumentano gli utenti di Internet (+26,9%) e dei telefoni cellulari (+12,2%), ma anche la radio - che ormai si può ascoltare anche dal lettore mp3, dal telefonino e dal web - fa un grande balzo in avanti (+12,4%), così come crescono, anche se di poco, i lettori di libri (+2,5%) e di giornali (+3,6%), e la stessa televisione raggiunge praticamente la quasi totalità degli italiani (+2%). Gli utenti della Tv arrivano a quota 97,8% della popolazione, il cellulare sale all’85%, la radio all’81,2% (in particolare, l’ascolto della radio dal lettore mp3 è tipico del 46,7% dei giovani tra 14 e 29 anni), i giornali al 64,2%, i libri al 56,5%, Internet al 47%. La diffusione dei nuovi media non ha penalizzato quelli già esistenti: nella società digitale i nuovi mezzi di comunicazione non sostituiscono i vecchi, anzi, affiancandosi ad essi, creano nuovi stimoli al loro impiego secondo la logica della moltiplicazione e integrazione.
I riflessi della crisi. La crisi che stiamo attraversando – che è anche la prima grande crisi conosciuta dalla società digitale – ha accelerato il processo di trasformazione del sistema dei media già in atto, sospinto dalle innovazioni tecnologiche, determinando con notevole rapidità un riposizionamento dei diversi mezzi. Si rileva l’espansione dei media gratuiti e la sostanziale battuta d’arresto di quelli a pagamento (ad eccezione della Tv digitale). Mentre l’uso complessivo del telefono cellulare rimane pressoché stabile tra il 2007 e il 2009 (con un leggero calo dall’86,4% all’85% della popolazione), a crescere notevolmente è stato l’uso del cellulare nelle sue funzioni di base (dal 48,3% al 70%), mentre quelle più sofisticate – e costose – sono diminuite: l’uso dello smartphone è sceso dal 30,1% al 14,3%, il videofonino dall’8% allo 0,8%. Questi dati non verificano il possesso dell’apparecchio, bensì ne misurano l’uso effettivo. Il telefonino è dunque un bene a cui non si può rinunciare, neanche in tempi di crisi, però qualcosa si può risparmiare, magari inviando qualche sms in più ed evitando di connettersi a Internet con i costosissimi servizi wap.
Le nuove Tv. Le nuove forme di televisione sono entrate a far parte delle abitudini degli italiani. Negli ultimi due anni, tra il 2007 e il 2009, l’utenza della Tv satellitare passa dal 27,3% al 35,4% della popolazione e il digitale terrestre raddoppia il suo pubblico (dal 13,4% al 28%), benché lo switch over del segnale analogico abbia interessato finora solo alcune zone del territorio nazionale. La Tv via Internet triplica la sua utenza, passando dal 4,6% al 15,2%, e la mobile Tv interessa già l’1,7% della popolazione. In tempi di crisi, dovendo fare delle scelte, gli italiani si sono orientati verso l’investimento nei media che forniscono più servizi, di diverso genere e cumulabili tra i membri della famiglia, come i pacchetti delle pay Tv: oggi il 60,7% di chi guarda la Tv digitale (satellitare o terrestre) ha sottoscritto un abbonamento, soprattutto per guardare le partite di calcio e gli eventi sportivi in esclusiva (31,2%), i film in prima visione (24,8%), i cartoni animati per i bambini (13%).
Si rinuncia alla carta stampata. Negli ultimi due anni la lettura dei quotidiani a pagamento passa dal 67% al 54,8%, invertendo la tendenza leggermente positiva che si era registrata negli anni immediatamente precedenti al 2007. Questo è il dato dell’utenza complessiva, cioè chi legge un quotidiano almeno una volta la settimana. L’utenza abituale, cioè chi lo legge almeno tre volte la settimana, passa dal 51,1% del 2007 al 34,5% del 2009. Se prima della crisi la metà degli italiani aveva un contatto stabile con i quotidiani, adesso questa porzione si è ridotta a un terzo. Se si pensa che in questa quota sono compresi anche i quotidiani sportivi, si può capire quanto la crisi abbia reso ancora più marginale il ruolo della carta stampata nel processo di formazione dell’opinione pubblica nel nostro Paese. La flessione non è neanche compensata dall’aumento della diffusione della free press, che rimane pressoché stabile (l’utenza passa dal 34,7% al 35,7%). La lettura, anche occasionale, dei settimanali coinvolge nel 2009 il 26,1% degli italiani (-14,2% rispetto al 2007) e quella dei mensili il 18,6% (-8,1%). In leggera flessione anche la lettura dei libri, che era cresciuta per tutto il decennio, raggiungendo il 59,4% della popolazione nel 2007, per ripiegare poi al 56,5% nel 2009.
Verso la saturazione dell’utenza di Internet. L’impiego di Internet tra gli italiani è passato dal 45,3% del 2007 al 47% della popolazione nel 2009. Quando ormai il web è diventato familiare per l’80,7% dei giovani e il 67,2% delle persone più istruite, il dato complessivo potrà aumentare solo di poco nel breve periodo. Per quanto riguarda i quotidiani on line, si registra una flessione dell’utenza (dal 21,1% al 17,7%) che non è certo riconducibile a motivi economici, bensì all’evoluzione degli impieghi della rete: si pensi ai portali che pubblicano anche notizie di cronaca e di costume, a link e finestre informative aperte nei blog e nei social network abitualmente frequentati, ai motori di ricerca e agli aggregatori che rintracciano automaticamente le notizie in rete.
Nasce il press divide. Il numero delle persone che hanno un rapporto esclusivo con i media audiovisivi (radio e Tv) rimane praticamente stabile (26,4%), mentre diminuiscono quanti hanno una «dieta mediatica» basata al tempo stesso su mezzi audiovisivi e mezzi a stampa (dal 42,8% al 24,9% tra il 2006 e il 2009). La somma di questi due gruppi rappresenta il totale di quanti non hanno ancora colmato il digital divide, la cui soglia si collocava nel 2006 al 71% e scende oggi al 51,3% della popolazione. Nasce però un nuovo divario tra quanti contemplano nelle proprie diete i media a stampa (insieme a radio, Tv e Internet) e quanti non li hanno ancora o non li hanno più. Se il digital divide si sta attenuando, il press divide invece aumenta, visto che nel 2006 era il 33,9% degli italiani a non avere contatti con i mezzi a stampa, mentre nel 2009 si è arrivati al 39,3% (+5,4%). Ad aumentare negli ultimi anni l’estraneità ai mezzi a stampa, e in misura rilevante, sono stati i giovani (+10%), gli uomini (+9,9%) e i più istruiti (+8,2%), cioè i soggetti da sempre ritenuti il traino della modernizzazione del Paese.

28 aprile 2009

Mobile TV, in crescita secondo Accenture

La società di consulenza e sviluppo informatico Accenture pubblica da qualche tempo un report sull'industria dei media che propone sempre delle analisi interessante. Il focus dell'ultima edizione è sui consumi televisivi e mette in evidenza un incremento delle modalità di accesso alternative alla televisione tradizionale, consumata davanti al salotto. In particolare sono in crescita gli spettatori della mobile tv e della IPTV. Non si capisce bene con quali prospettive economiche, ma i numeri sembrano confermare il gradimento da parte dei consumatori.
Il report, Global Broadcast Consumer Survey, può essere prelevato da questo indirizzo.

Television Viewing Becomes Increasingly Fragmented as Overall Consumption Grows, Accenture Global Survey Finds

Data confirm consumers rapidly adopting multiple viewing platforms

NEW YORK; April 20, 2009 – Consumers are increasingly watching television content on multiple platforms, contributing to the fragmentation of the traditional viewing experience, according to findings from Accenture’s (NYSE: ACN) second annual Global Broadcast Consumer Survey. Although the consumption of broadcast television content continues to grow, viewers are adapting quickly to new choices that change how, when and where they watch programming.
Accenture conducted its survey of nearly 14,000 consumers across 13 countries to assess how people in different markets view and respond to broadcast content and how they are adapting to new content delivery methods and platforms.

Among the study’s most significant findings:

· Viewing of all content – including television – is growing across all platforms;

· Opportunities in new media abound in emerging markets; and

· Consumers indicate a willingness to pay favoring subscription services.

More viewing on more platforms

The most significant survey finding is that while fragmentation of the audience viewing traditional television formats is continuing, the consumption of broadcast content on all platforms, including traditional television, is clearly growing.
The results of this year’s survey indicate that television viewership has grown since last year, with an increase in viewers watching six or more television channels (40 percent of respondents this year vs. 35 percent in 2008) and watching eight or more television programs per week (39 percent this year vs. 33 percent last year). The number of respondents who said they would also enjoy viewing content on other devices increased over the last year, with 13-point increases in the number who would watch content on personal computers (74 percent in 2009 vs. 61 percent in 2008) and on mobile devices (45 percent in 2009 vs. 32 percent in 2008).
(continua)

19 aprile 2009

Arbitron Edison: lo stato della radio online negli USA

Quasi il trenta percento degli americani ascolterebbe con regolarità la radio attraverso Internet. I risultati dell'ultimo studio di Arbitron e Edison Research (Infinitedial) sulla radiofonia e i media digitali negli Stati Uniti tratteggiano il quadro di un mezzo ancora vitale, ma ormai intrecciato con i destini del Web e della larga banda fissa e mobile. Sapranno i sistemi di modulazione/trasmissione digitale scavarsi uno spazio in questo scenario? Forse, ma appare ogni giorno che passa uno spazio più problematico. I contenuti della radio vengono sono veicolati da infrastrutture diffusive di tipo convenzionale e in misura crescente dalle varie articolazioni delle reti Ip. Le modulazioni digitali che conosciamo sono un terza via che cerca di prendere in prestito il meglio dei due modelli: la capacità di coprire con una sola antenna interi bacini di ascolto del broadcast e quella di intrecciare in un unico flusso informazioni di tipo testuale e multimediale della modulazione numerica (cosa che con le modulazioni analogiche è possibile solo in parte). Intendiamoci, non è una idea sbagliata. Solo che finora non hanno funzionato i modelli implementativi e la radio digitale non ha convinto come tracciato evolutivo di una radiofonia che avrà i suoi difetti ma che evidentemente continua a funzionare. E che sta trovando da sola il modo di cambiare, sfruttando le naturali sinergie con un altro mezzo.
La versione PDF della presentazione dello studio Arbitron Edison si può scaricare qui. Sul sito Arbitron trovate anche lo storico degli studi precedenti dal 2006 a oggi.

Study: Online Radio Gaining in Popularity
April 16, 2009

Paul Heine, Radio and Records

There is good news in the radio industry: online radio is gaining in popularity. The number of Americans that tune in weekly to online radio grew to 42 million, up from 33 million in 2008. Stuck in the 11 percent to 13 percent range for the past three years, weekly online listening now reaches 17 percent of the population, according to Arbitron and Edison Research, which released their 17th annual Infinity Dial study Thursday (April 16).
The number of monthly online listeners is 69 million or 27 percent of the population. And nearly half of the population, or 49 percent, an astounding 125 million, have ever listened to online radio.
The Arbitron/Edison survey, conducted this year from January 16 to February 15 with 1,858 participants, also showed the demographics of online radio listeners don’t skew as young as they once did, more closely resembling the audience composition of traditional radio. Twenty percent of adults 25-54 said they listened to Web radio in the last week, up from 15 percent a year earlier.
"The sharp growth in weekly usage of online radio in this year's study provides compelling evidence that radio's digital platforms may be reaching critical mass," said Bill Rose, senior vp of marketing for Arbitron. "The growth of online radio is reinforced with what we are seeing in the portable people meter. We are beginning to see encoded streams of AM/FM broadcasts with significant audience in local markets."
Still, iPod usage is cutting into the time people spend with radio. While the penetration of iPod or MP3 player ownership plateaued among 12- to 17-year-olds at 71 percent, it rose sharply among older demos: from 51 percent to 64 percent among the 18-24 demo; from 48 percent to 55 percent among 25-34 demo; 46 percent to 52 percent among 35-44; 31 percent to 34 percent among 45-54; and 15 percent to 24 percent among 55-64. Across all demos, more than four in 10 own an iPod or MP3 player, up from 25 percent in 2005.
While broadcasters can take some comfort in the fact that only 14 percent of listeners report less radio listening due to time spent with their iPod (up from 10 percent last year), that number masks alarming youth audience erosion. A full 32 percent among the 12-17 and 18-24 age groups say iPod usage has cut into their radio listening time, up from 22 percent and 17 percent, respectively, in 2008.
The new figures parallel incremental increases in online audiences reported by radio companies, which are betting that online radio develops into a lucrative revenue stream. Clear Channel, which has been developing its online presence for more than four years, has seen streaming comprise between 10 percent and 15 percent of station audiences.
Advertising dollars have followed. According to a number of sources, online radio revenue accounts for between 5 percent and 8 percent of a group's total revenue. For example, estimates put Clear Channel’s online advertising, including in-stream spots, account for close to 5 percent of the company’s total $3.3 billion in radio revenue.
"Web radio is one of the bright spots; dollars are migrating there," said Brad Adgate, senior vp and director of corporate research for Horizon Media. "The future for Internet radio is perhaps brighter than over-the-air radio."
A cross-current of factors is driving the spike in Web radio listening. For one, the availability of high-quality, professionally produced online video has consumers spending more time in front of their computer screens. Internet video consumption solidly increased last year, from 18 percent of survey respondents saying they watch it on a weekly basis in January 2008 to 27 percent, or roughly 69 million, this year.