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11 marzo 2010

Immigrati e media: tanti difetti, qualche virtù

Uscendo di casa questa mattina ho afferrato dalla cassetta della posta l'ultimo numero di Riforma, il settimanale delle chiese evangeliche e ho cominciato a leggere il pezzo d'apertura che vedete riportato in parte qui sotto (e che potete leggere online qui), dedicato all'immagine che i media italiani dipingono quotidianamente degli immigrati di tante nazioni. Un'immagine molto negativa, come emerge da una ricerca svolta dalla facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino. Alla fermata della metropolitana ho preso una copia del freepress City (gruppo RCS) dove oggi in prima pagina, di taglio basso, compare uno "strillo" che mi lascia molto perplesso. «Questa volta è andata meglio del previsto,» scrive City sotto il titolo Maltempo e neve: pochi disagi al traffico. «I quindici centimetri di neve previsti non hanno provocato disagi. Intanto continuano gli sgomberi dei rom dai campi.» Solo a pagina 19, trasformato in articolo, lo strillo spiega che gli unici ad aver subito le consueguenze del maltempo sono stati i rom di via Bonfadini, costretti dalla polizia ad abbandonare il campo malgrado la nevicata. Il giornale riporta anche i commenti critici di Opera Nomadi. Ma in "prima" sembra quasi che i rom debbano essere trattati alla stregua di mucchi di neve da spalare via.
E' esattamente il tipo di informazione parziale e sciatta di cui parla lo studio citato da Riforma. L'immigrato è innanzitutto un problema da risolvere, non una risorsa preziosa che in molte situazioni sta cavando fuori d'impaccio centinaia di migliaia di italiani (e che rappresenterebbero un'ottima opportunità economica trattandosi di consumatori con esigenze diverse e variegate). ll settimanale evangelico si dilunga anche sull'aspetto dei media radiofonici locali, considerati mediamente i più sensibili. A proposito della notizia della nascita di Ansi, Associazione nazionale stampa interculturale, il sindacato dei giornalisti stranieri, Riforma cita i dati raccolti dall'agenzia di comunicazione Isi Etnocommunication (specializzata in marketing interculturale e confezionamento di testate etniche) nel suo "Osservatorio media etnici", che recensisce 46 stazioni radio con programmazione rivolta, in 17 lingue, ai cittadini immigrati. Milano non è la più grande città europea, ma in diverse città europee anche più piccole mi è capitato di ascoltare intere stazioni create per le comunità straniere. Qui sull'etere metropolitano sentirete parlare solo in italiano, per gli italiani. Gli stranieri sono appunto un problema da delegare alle forze di polizia di uno Stato dalle tendenze razzistiche sempre meno celate.
Una recente ricerca su immigrati e mezzi di comunicazione
L'immigrato come problema

Giornali, radio, televisioni trasmettono prevalentemente messaggi negativi sulla presenza degli immigrati nel nostro paese. Passi indietro sull'intercultura
Emmanuela Banfo

Immigrati, extracomunitari, rifugiati, stranieri, clandestini, sono termini pressoché sinonimi nel linguaggio dell’informazione e perciò finiscono per rappresentare una nebulosa di persone, un magma indistinto, una macchia oscura che provoca paura e diffidenza. Giornali, radio, televisioni, trasmettono prevalentemente messaggi negativi. E il messaggio passa attraverso l’associazione di alcune parole, quali «problema», «sicurezza» ma anche «lavoro» e «organi di polizia». Emerge da una ricerca che sarà presentata il 12 marzo al Circolo della Stampa di Torino dove qualche giorno fa si è costituito il primo sindacato nazionale dei giornalisti stranieri, l’Ansi (Associazione nazionale della stampa interculturale). La ricerca, in estrema sintesi, conclude che sul piano dell’intercultura i mass-media hanno fatto passi indietro.
Ma che cosa si intende per intercultura? È un modo – spiegano i ricercatori – di relazionarsi, di rapportarsi, della società plurale. E nel momento in cui la comunicazione diventa interculturale significa che è capace di restituire punti di vista diversi sulla stessa società, letta con gli occhi delle diverse culture che la compongono. Un ideale, al momento lontano.
La ricerca, promossa da «Paralleli. Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest», ha visto impegnati tre docenti della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università subalpina, Marinella Belluati, Cristopher Cepernich e Michelangelo Conoscenti.
(...)
La ricerca non trascura, tuttavia, alcuni segnali di cambiamento. Prima di tutto va sottolineata la centralità che il sistema locale dei media ha acquisito nel campo della comunicazione e dell’informazione interculturale. Si sottovaluta troppo spesso – osservano i ricercatori – che il sistema dei media non è solo fatto dai grandi giornali, dalle tv nazionali o dai quotidiani, ma da «piccoli media» che, soprattutto in Piemonte, rappresentano una realtà importantissima. Media locali che sembrano essere più sensibili alle trasformazioni in senso multietnico delle comunità. Tra maggio e giugno 2009 sono state contattate tutte le redazioni regionali del Piemonte attraverso un questionario: 208 redazioni (69 radio, 110 periodici locali e 29 emittenti televisive). Al questionario ha risposto il 48, 8%. Le Province che hanno risposto di più sono state quelle del Verbano Cusio Ossola (93, 3% dei questionari inviati), di Novara (81, 1%), di Vercelli (64, 3%) e di Cuneo (58, 3%). In generale i ricercatori colgono segnali positivi più nelle radio e nelle tivù locali che non nella carta stampata e tra le realtà informative sono quelle a matrice religiosa cristiana a confermare la loro vocazione all’intercultura. Tra le «eccellenze» sottolineate dallo studio universitario è stata inserita Radio Beckwith Evangelica (Rbe) che, nata nel 1984 come radio a carattere comunitario legata alla Chiesa valdese, si rivolge alle minoranze linguistiche francofone e occitane. Radio Beckwith risulta particolarmente attenta ai temi dell’integrazione interculturale, in particolare con riferimento ai migranti dall’area africana. Nel complesso più della metà delle redazioni locali (60%) dichiara di occuparsi con frequenza delle questioni legate all’immigrazione, ma non sempre nella direzione dell’intercultura. Lo si deduce prima di tutto nel tipo di interesse giornalistico/redazionale ancora fortemente schiacciato sulla cronaca nera e sugli episodi di devianza. Dalle risposte ai questionari emerge una propensione a parlare di immigrazione quando lo straniero è autore di crimini (67% dei casi) e quando ne è vittima (56%). Sempre su questi mezzi di informazione però si evidenzia anche un altro dato più confortante: il 56% riconosce un certo interesse a documentare le good news ovvero le storie di integrazione riuscita e che danno conto di buone pratiche di convivenza presenti nelle comunità locali. Ed da questa nuova sensibilità che – stimolano i ricercatori – occorre partire.
(10 marzo 2010)

Non posso certo pretendere una copertura capillare dai poveri colleghi di City, ma solo grazie a Internet vengo a sapere che la Commissione Europea ha organizzato ieri e oggi a Bruxelles una importante conferenza dedicata ai progetti dell'Unione a favore della comunità Rom in occasione del "2010 Anno europeo di lotta contro la povertà e l'esclusione sociale" (ne sapevate qualcosa? no? strano, eh?). Ne ho sentito parlare solo grazie a Presseurop, nuova splendida iniziativa giornalistica in dieci lingue di Courrier International e Internazionale e ai link a Euranet, European Radio Network, consorzio di diverse emittenti europee da cui è vistosamente assente ogni rappresentanza italiana. Il servizio di Radio France Internationale dalla conferenza di Bruxelles propone una intervista al responsabile aggiunto di Amnesty International, David Diaz-Jogeix, che parla molto male della politica italiana nei confronti della popolazione nomade, sottoposta a un pessimo trattamento e vittima di una grave carenza di forme di assistenza pubblica strutturata. Così, se volete approfondire il tema di questo convegno potete non vi resta che seguire - alla conferenza sui "Roma" viene presentato un interessante progetto italiano del Laboratorio di Architettura Nomade - i link contenuti nel seguente comunicato o nei palinsesti di Euranet.

Mercredi 10 et jeudi 11 mars: Conférence consacrée aux projets de l’Union en faveur de la communauté rom

La nouvelle:

Dans le cadre de sa participation à «2010 - Année européenne de lutte contre la pauvreté et l’exclusion sociale», la DG Education et Culture (EAC) organise une exposition et une conférence consacrées à l’aide qu’apportent les programmes de l’Union européenne (UE) à la minorité rom.
La manifestation, qui réunira 500 personnes dans le bâtiment Charlemagne, s’articule autour d’une sélection des meilleurs projets en matière d’éducation, de culture et de jeunesse liés à la communauté rom et financés par les programmes de la DG EAC et par les Fonds structurels gérés par les directions générales chargées de l’emploi et de la politique régionale.

Le contexte:

La Commission a désigné 2010 «Année européenne de lutte contre la pauvreté et l’exclusion sociale».
La population rom constitue l’une des plus importantes minorités ethniques de l’UE. Ses quelques millions de membres sont répartis dans de nombreux États membres. Leur situation se caractérise par une discrimination persistante et une profonde exclusion sociale. Les Roms sont les Européens les plus exposés aux risques de pauvreté et de chômage. Plusieurs enquêtes d’opinion européennes et nationales indiquent que de nombreux Européens ont une perception négative de ce groupe, souvent due à des idées préconçues et à des préjugés. D’autres minorités ethniques européennes traditionnelles souffrent d’une situation similaire dans plusieurs États membres.
Beaucoup de domaines prioritaires pour l’intégration des Roms – éducation, emploi, insertion sociale, services de santé, égalité des sexes ou infrastructures et aménagement urbain – sont principalement, voire exclusivement, du ressort des autorités nationales. La Commission s’est engagée à soutenir les États membres dans la mise en place de politiques visant à améliorer la situation de la communauté rom.

L’événement:

La conférence sur les projets de l’UE en faveur de la communauté Rom aura lieu dans le bâtiment Charlemagne, au 170 rue de la Loi, à Bruxelles.
Elle est ouverte à la presse après inscription des journalistes sur le site web de la conférence: http://roma-conference.eu/web/roma/home

Les sources:

Site web de la Commission européenne sur l’éducation et la formation:

http://ec.europa.eu/education/index_fr.htm

Site web de la Commission européenne sur la culture:

http://ec.europa.eu/culture/index_fr.htm

Site web de la Commission européenne sur la jeunesse:

http://ec.europa.eu/youth/index_fr.htm

Site web de la commissaire Vassiliou:

http://www.ec.europa.eu/commission_2010-2014/vassiliou/index_en.htm

* I-058087 VNR: Citoyens européens oubliés : la défense des droits des Roms dans l'Union européenne (version longue)
* I-058853 Memo-clip: La situation des Roms dans l'UE


19 maggio 2009

Svizzera: la radio come politica di integrazione


Manco a farlo apposta, ora che abbiamo parlato a lungo di problematiche di immigrazione e integrazione, ecco il portale SwissInfo (la segnalazione viene dal neo-residente elvetico Andrea Borgnino) affrontare il tema con la notizia di uno studio che il regolatore federale Ufcom ha commissionato all'Università di Zurigo per analizzare il fenomeno dei programmi in lingua straniera diffusi in Svizzera dalle stazioni radio libere non commerciali. Uno studio approfondito ("Migration, Medien un Integration") che mi sembra di aver individuato sul sito di Ufcom. Sono più di 200 pagine in tedesco pubblicate in PDF nell'agosto scorso, a meno che la notizia di SwissInfo non si riferisca a un aggiornamento.
L'analisi della programmazione di diverse emittenti dei cantoni Argovia, Zurigo, Berna, Ginevra, Basilea che nell'insieme producono trasmissioni in ben 25 lingue, dimostra il ruolo della radio come facilitatrice, come strumento in grado di comunicare ai lavoratori migranti l'essenziale della cultura e delle regole del paese ospitante. In questo caso il discorso è ancora più interessante perché non si tratta di emittenti pubbliche. Non è lo stato Svizzero che si fa carico di un pezzo di politica dell'immigrazione, ma il terzo settore, cioè la stessa comunità che accoglie gli stranieri che arrivano per cercare nuove opportunità e in cambio danno quello che sono, il loro lavoro, la loro disponibilità, il loro valore di donne e uomini. Il bene più prezioso che hanno, che tutti noi abbiamo.
Ecco la differenza tra i messaggi che circolano in una nazione perfettibile ma civile come la Svizzera e quelli dati in una nazione perfettibilissima come l'Italia, dove l'autorità dello stato, con la sua politica di respingimento armato trasferisce ai suoi cittadini una cultura tutta affatto opposta. Là dove l'immigrazione costituisce un "problema" - ed è inevitabile che sia così per certi aspetti - la soluzione non sta nell'affrontare il fenomeno con una politica razionale e generosa, che dia spazio agli aspetti positivi del "problema", ma nell'erigere un muro, nell'accanirsi su poveri disgraziati con strumenti che sono legali per definizione (visto che sono stati votati da un Parlamento sovrano, anche se in possibile violazione dei principi fondamentali della Carta costituzionale e dei codici di comportamento internazionale) ma disumani nelle premesse e nei fatti. E per colmo di misura, non ci si accontenta di agire in modo crudele, ma davanti alle critiche interne ed esterne si reagisce con l'isterismo, la violenza verbale, la maleducazione. Insomma, la quintessenza del fascismo.
Non dico che la radio ci aiuterebbe a risolvere i problemi dei reati commessi dai migranti privi di permesso di soggiorno, equipirati per questo solo fatto (e, mi spiace dirlo, ma è qualche cosa di agghiacciante) a criminali da perseguire penalmente. Ma perché non provare questo e tanti altri strumenti, al posto delle navi da guerra e dei campi di concentramento che sembrano diventati l'unica freccia nella faretra dei nostri amministratori?

18 maggio 2009

La radio strumento d'integrazione

Uno studio dell'università di Zurigo evidenzia l'importanza delle trasmissioni in lingue straniere delle radio non commerciali nell'integrazione fra le diverse culture.
Le trasmissioni realizzate da migranti sono un elemento importante della programmazione delle radio "libere" e aiutano le comunità straniere a meglio capire la realtà svizzera, conclude la ricerca eseguita su mandato dell'Ufficio federale delle comunicazioni.
Sulle onde delle emittenti pubbliche e delle radio private commerciali gli argomenti legati alla migrazione hanno invece un'importanza marginale: rappresentano soltanto lo 6,4% delle rubriche di attualità interna. Per quanto riguarda le radio private commerciali, il tema della migrazione è inoltre quasi sempre legato a quello della criminalità.
L'inchiesta ha preso in esame i programmi trasmessi fra gennaio e febbraio del 2007 da sei radio non commerciali: Radio Kanal K (Argovia), Radio X (Basilea), Radio Rabe (Berna), Radio Cité (Ginevra), Radio RaSa (Sciaffusa)e Radio LoRa (Zurigo).
Queste emittenti realizzano programmi in più di 25 idiomi. Oltre agli argomenti politici, che riguardano circa il 40% di tutti i contributi in lingue straniere, anche i programmi di consigli agli ascoltatori e quelli che informano su manifestazioni culturali sono molto importanti per le comunità straniere.

17 gennaio 2009

La cultura del trattino

Ho già avuto modo di parlare di Lost City Radio/Radio Ciudad Perdida, un romanzo pubblicato qualche anno fa dall'autore peruano-americano Daniel Alarcón. Ma ho appena letto una sua intervista concessa a María Eugenia García, de La Nacion di Buenos Aires in occasione della prima uscita argentina di questo lavoro e volevo condividerla con voi. Radio Ciudad Perdida è una storia ambientata in una imprecisata città sudamericana dichiaratamente ispirata alle esperienze vissute dal giovane narratore, nato a Lima ma cresciuto da emigrante negli Stati Uniti, nell'Alabama. Il titolo del racconto è legato al ricordo di un programma dedicato alla ricerca delle persone scomparse, un Chi l'ha visto? radiofonico peruano, che Alarcón ascoltava nel corso del suo soggiorno nella città natale. Lo spunto è servito a raccontare di una grande metropoli che affronta uno sconvolgente fenomeno di migrazione interna, dell'afflusso di migliaia di ex contadini in cerca di nuove opportunità dopo la fuga da una periferia in declino.
Alla giornalista porteña lo scrittore spiega il suo particolarissimo modus operandi. Alarcón produce la prima versione dei suoi romanzi nella lingua con cui si sente maggiormente a suo agio, l'inglese, e successivamente procede a una riscrittura in spagnolo, un lavoro svolto con l'aiuto del padre, della redattrice della sua casa editrice e di un traduttore. Da tutto questo emerge un libro "doppio" più che un vero e proprio abbinamento originale-traduzione. Nell'intervista Daniel dice di Radio Ciudad Perdida che la versione spagnola ormai gli piace anche più di quella scritta nell'inglese che gli ha permesso in prima stesura, un maggior controllo, la possibilità di attraversare con qualche felice espressione i passaggi più ostici della narrazione. «Difficilmente se il libro non ti piace in spagnolo ti piacerà in inglese,» afferma. Trovate una breve ma intensa intervista radiofonica ad Alarcón da parte di NPR a proposito suo libro War by Candlelight/Guerra a la luz de las velas. Uno dei critici citati dal programma parla di hyphen literature, la letteratura giocata nel corto - ma indefinito - spazio tra "peruano" e "americano".
Tutto quello che ho letto nell'intervista, anche nella descrizione della sua vita californiana (Alarcón vive a Oakland, il contraltare di San Francisco sull'altra riva della Baia), testimonia di questa nuova generazione di autori figli della globalizzazione. Individui che mettono radici dappertutto, che si trovano giovanissimi a manipolare materiali linguistici diversi. Osservatori di una realtà ormai "delocalizzata", dove spesso l'unica cosa che viene chiamata "luogo" è Internet. L'autore di Radio Ciudad racconta per esempio di abitare in una zona di Oakland popolata da immigrati messicani, dalle stesse bande di spacciatori che vivono anche sul confine a San Diego. La frontiera messicana, dice, è a venti ore di macchina da qui, ma abitare a Oakland è un po' come stare a Tijuana, avverti la stessa sensazione di rischio. Quando in Messico la guerra tra bande imperversa, lo stesso accade nella ricca e tranquilla città del "centro norte" californiano.
Mi ha fatto molto riflettere su certi nazionalismi nostrani, sull'insensata pretesa di poter disporre di un territorio, della sua lingua, delle sua cultura, come se confini e lingue e culture fossero scolpiti nel marmo di una tavola divina; non determinati dal mutevole destino delle persone che in un dato momento si trovano ad attraversarlo. Forse il relativo benessere di questi ultimi 30 o 40 anni ci ha fatto venire strane idee sulla relativa stanzialità che ha caratterizzato tante aree importanti del mondo. E ora che il motore della migrazione ronza sempre più impetuoso e travolgente, rimescolando milioni di destini c'è chi reagisce costruendo muri.
Credo avremo molto da imparare da scrittori come Alarcón, così come abbiamo avuto molto da imparare da scrittori come Joseph Conrad, né Korzeniowski, il nobile polacco (oggi sarebbe ucraino) che imparò la sua lingua di scrittore a vent'anni compiuti, lavorando come marinaio a bordo dei mercantili inglesi e dando vita a racconti straordinari. Conrad fu un caso isolato, i libri doppi di Alarcón forse diventeranno una felice regola. Con buona pace di chi i libri non li legge neppure nell'unica lingua che conosce.

Nota de tapa - Daniel Alarcón
Un narrador entre dos idiomas

El autor de Radio Ciudad Perdida nació en Lima hace 31 años. Creció en Estados Unidos y escribe en inglés libros de temática latinoamericana que él mismo traduce

Sábado 17 de enero de 2009

Por María Eugenia García
Para LA NACION - Buenos Aires, 2008

Si el límite entre una lengua y otra pudiera dibujarse, como la frontera entre dos países en los mapas escolares, Daniel Alarcón estaría parado justo sobre la línea divisoria. Es que este autor -que nació en Lima, Perú, hace 31 años, y creció en Estados Unidos- parece poseedor de una lengua doble, que le permite ondular entre el español y el inglés con similar encanto.
La novela Radio Ciudad Perdida (2008, Alfaguara) es su primer libro editado en la Argentina, a pesar de haber debutado en 2005 con el volumen de cuentos Guerra a la luz de las velas . Escrita originalmente en inglés, Radio ? fue traducida al español a través de un cuidadoso proceso de ida y vuelta, y mano en mano, entre Alarcón, su padre, la editora y el traductor Jorge Cornejo. El resultado es tal que en el libro no quedaron huellas de tamaña transposición. "En inglés siento que tengo facilidad de prosa y estilo, que puedo opacar defectos del texto con una frase bonita -dice el escritor-. Pero cuando ves en bruto la primera traducción al español, aún sin pulir, todos esos defectos quedan al desnudo. En algunos casos he tenido que arreglar ciertas cosas, y creo que incluso quedó mejor que en inglés [ríe]. Ahora, creo que si el libro no te gusta en español, tampoco te gustará en inglés."
Hay una mujer, Norma, que perdió a su marido. Y hay un niño, Víctor, que perdió a su madre. Pero la verdadera protagonista de la novela es la ciudad, sin nombre pero a todas luces latinoamericana, que abre su enorme boca de dragón para devorar a los que se le rinden sin más. "Cuando vivía en Lima, en 2001, había un programa que buscaba personas en una de las cadenas nacionales de radio. El programa me parecía increíble, sintomático de algo que sucedía en Lima y que sucede en muchas ciudades, no sólo latinoamericanas. Tiene que ver con ese proceso de migración interna dentro de un país, en ciudades que no saben acoger a los residentes -explica Alarcón-. Hay una idea que tiene que ver con el desaparecido político latinoamericano de los años 70, que tiene una representación en la novela. Pero mi propósito inicial era escribir sobre el nuevo desaparecido latinoamericano, el desaparecido económico, el migrante del interior que llega a una ciudad donde no tiene familia ni amigos y que se pierde dentro del tumulto. Uno no puede hablar del crecimiento de una ciudad como Lima y de los trastornos sociales que acarrea, sin hablar del conflicto interno y de la guerra, porque los dos procesos van de la mano. La violencia que eso representa fue ganando terreno en la novela sin que yo lo planeara."

-¿Por qué, viviendo en Estados Unidos, elige escribir sobre América latina?

-Bueno, es que finalmente escribir sobre Perú es también escribir sobre Estados Unidos. Uno de los efectos de lo que se llama la globalización es que todo se va pareciendo. Hay muchas ciudades como Lima en todos los continentes. En pocos años, el 50% de la población de California va a ser hispanohablante. Un ejemplo muy puntual: yo vivo en Oakland, un barrio latino, con muchos inmigrantes. La guerra que se está librando ahora en la frontera de México entre los diferentes grupos de narcos tiene repercusión en mi barrio, con minibatallas entre pandillas. Yo leo las noticias de México con terror, y si las cosas van muy mal allí, cuando voy del subte a mi casa camino un poco más rápido, ¿entiendes? Aunque Oakland está a más de veinte horas de la frontera con México, es una ciudad fronteriza, igual que Tijuana.

-Usted señaló que ya existe en Estados Unidos una camada de escritores hijos de inmigrantes.

-Sí, hay una generación de escritores que terminan siendo intérpretes de la realidad de otros países porque sus padres vienen de otro país, pero los educaron en Estados Unidos y escriben en inglés. Entonces terminan siendo traductores de esa otra realidad. Embajadores. Pueden ser una presencia en su país de origen, pero no necesariamente. Ahora, el problema son los escritores que no se van a leer, que no se van a traducir al inglés, a causa de que al lector gringo promedio al que le interese América latina o Perú, le será más fácil leer mi libro que que le traduzcan la novela de Santiago Roncagliolo o de Miguel Gutiérrez. No hay una diversidad de voces, es preocupante.

-¿Cómo se recibió el libro en Estados Unidos?

-Allá pasan cosas muy raras, porque si alguien es un escritor de origen exótico, a veces lo tratan de encasillar en periodismo literario, le quitan la etiqueta de artista, mientras que con un escritor que sea norteamericano nato, gringo, dicen "Ah, éste es un artista". Siendo escritor latino en Estados Unidos, te tienes que acostumbrar a esto desde un comienzo. Cuántas veces he leído, por ejemplo en reseñas de mi libro, que mi familia se fugó de la violencia política de Perú, lo cual es algo totalmente falso. Cuando mi familia se fue del Perú en 1980, no había violencia política. Sin embargo, en Estados Unidos, aunque yo nunca lo he dicho, se lo inventan, lo ponen y se repite, porque le da cierto romance a mi biografía. Pero lo que en algún lado te puede fastidiar, por otro también te puede ayudar. Te dan becas, te dan premios, porque "al exótico, el peruanito, hay que apoyarlo". He pensado muchas veces, "Oye, qué buen apellido este" [se ríe]. En definitiva, yo creo que he tenido mucha suerte. Yo escribo en inglés por circunstancias con las que yo no he tenido nada que ver. Y llamo la atención por razones que son extraliterarias: en el Perú, porque escribo en inglés; en Estados Unidos, porque soy peruano, y en América latina, porque no hablo mal el español. ¡Salgo ganando en todos lados! Debo ser el escritor más suertudo del mundo.

02 gennaio 2009

L'ascesa di Tsega alla guida di radio Reshet Aleph

Quando è stata invitata a parlare a un gruppo di afroamericani nel corso di un suo recente viaggio negli Stati Uniti, la nuova direttrice di Reshet Aleph, il canale radiofonico culturale della emittente di stato israeliana IBA, si è trovata a rispondere alle più naturali domande sul colore della sua pelle. Tsega Melaku appartiene alla comunità dei falasha, gli ebrei di Etiopia. E a chi gli chiedeva come ci si trova a essere una professionista così importante in un mondo che non sembra essere particolarmente accogliente nei confronti di ebrei e neri, Tsega rispondeva: non dimenticate che sono anche una donna.
Una bellissima storia, quella di Tsega, arrivata in Israele (il termine ebraico per un abitante della diaspora che sceglie di diventare cittadino israeliano è "fare aliya", letteralmente "ascendere") nel 1984. Da quindici anni è dipendente della radio, dove prima di essere nominata direttrice del canale Aleph era responsabile dei programmi in amarico del canale per immigrati e stranieri Reka. E ora il salto alla direzione.
L'aliya rende Israele un posto ancora più complesso e per i falasha, gli ebrei etiopi (qui il termine più corretto sarebbe Beta Israel, perché falasha, "esiliato" in amarico, è molto peggiorativo), la vita lo è ancora di più. Specie se tanto per rendere la situazione ancora più intricata, la loro origine è riferibile al gruppo dei Falasha Mura, costretti cento anni fa a convertirsi al cristianesimo. Non tutti, in Israele, sono disposti a considerare i Mura formalmente ebrei.
Eppure Tsega è riuscita a conquistare una posizione invidiabile e molto delicata. Laureata in scienze politiche e con un master in business administration, ha fatto una carriera quasi fulminante, lei che era stata assunta per la sua fluenza in amarico e inglese e che essendo nata nel 1967 è ancora molto giovane. E gli ostacoli da superare non finiscono mai, fin dai primi test attitudinali che, racconta la giornalista, sembravano fatti apposta per tagliar fuori coloro che provengono da culture molto diverse da quella mainstream.
In questa intervista rilasciata al Jerusalem Post (per le sue risposte cliccate qui), Tsega racconta che dopo la sua nomina, recandosi un giorno alla sede dell'IBA era stata fermata da una donna che le aveva chiesto se fosse disponibile per farle le pulizie di casa. Anche Haaretz l'aveva intervistata poco dopo la sua nomina a direttrice, il pezzo lo trovate qui.

Dec 31, 2008
Radio days
By RUTH EGLASH

Tsega Melaku does not try to downplay the challenges she has faced in becoming the first Ethiopian director of Israel Radio's Reshet Alef. In fact, the 40-year-old recalls with irony a recent trip to the US where she spoke about her experiences of being an Ethiopian immigrant to a large group of African-Americans.
d me how I have managed to get so far in a world that is not welcoming to either Jews or blacks. I said that it is true the world does not like Jews or blacks, but I also had to remind them that I was a woman and on that level had to fight for success too," she quips.
"As an immigrant from Ethiopia, I wake up every morning to challenges but every challenge I face makes me stronger. Whenever I am made to feel unwelcome or told that I'm not wanted, I end up coming back bigger and stronger."
Melaku's gentle and soothing radio voice might be what has made her into somewhat of a celebrity in Ethiopian-Israeli circles - she managed Israel Radio's Amharic-language broadcasts for more than 15 years - but it only serves to belie the overwhelming determination that has placed her at the center of the mainstream and allowed her to become the first Ethiopian immigrant to achieve such success in the country's competitive communications industry.
"When I started at the radio, I was the youngest person and I was a woman," explains Melaku, who has a BA in political science and a master's in business administration. "I was a real threat [to the men there] but I am an optimistic person and really wanted to put myself into the center of Israeli society. When I was accepted to this position [a month-and-a-half-ago] it was like coming full circle for me."
Even though Melaku is now certainly at the core of Israel's society - she is responsible for programming a wide range of cultural and discussion shows covering many topics - as a black woman, she still faces insurmountable challenges on a daily basis.
"Just a few weeks after being appointed director of Reshet Alef, I was on my way to the radio station and a woman stopped me in the street, it was right outside the gates of the radio offices," recalls Melaku. "She asked me if I could come and clean her house."
While Melaku is no stranger to such ignorance from the average person on the street, she complains that even higher up the ladder a level of discrimination exists against Ethiopians. "What really bothers me is that I am a veteran journalist and have expertise in many areas, but I am never invited to speak [on other media shows] about topics outside of the Ethiopian community. If an Ethiopian man kills his wife or an Ethiopian child is denied access to a certain school, then my telephone does not stop ringing. But if they are talking about women's issues or other problems in Israeli society, I am not asked to talk."
In fact, Melaku is reluctant to talk about one of the main problems facing the Ethiopian community today - the continued immigration of the Falash Mura (Ethiopian Jews who were forced to convert to Christianity more than a century ago), which has ignited a debate over their right to continue coming.
"I am really tired of talking about this situation," she confesses. "There are so many opinions and so much politics involved. There is really no end to this immigration and everyone knows it."
Born in 1968 in the northern city of Gondar, where thousands of Ethiopians currently wait for permission to make aliya and not far from the cluster of Jewish villages that were once inhabited by the Beta Yisrael tribe, Melaku recalls that her father was one of the first Ethiopian Jews to study Hebrew during the 1950s.
"My father studied at a Jewish school and was one of the people who went out to the villages and taught the others about Israel and Judaism," she says, adding that he also worked for the Israeli construction company Solel Boneh in Ethiopia.
In 1984, after graduating from high school, 16-year-old Melaku was sent here with a group of young Ethiopian teens.
"When we arrived in Jerusalem, we thought that the people would greet us with open arms," she recalls. "But when we got here, everyone looked at us suspiciously and did not believe that we were really Jewish. I was shocked too, because I had never seen white Jews before. It was ironic really because they thought that we were the ones who weren't Jewish."
Feeling like an outsider, Melaku says, made her even more determined to become part of the mainstream and at the same time change popular perceptions of Ethiopian Jews.
"Fighting back is something that has always been in my character," she says with a laugh. "When I first arrived in Israel, they tried to make me change my name to Oshra but I refused and I'm proud that I have kept my Ethiopian heritage despite the odds."
Through the years, Melaku has vied to keep other Ethiopian traditions while at the same time working hard to integrate. "I am proud of my identity and where I come from and I would never try to hide that," says the mother of two. "If someone does not know where they come from, how can they move forward?"


31 dicembre 2008

Multikulti chiude, benvenuta (online) Multicult 2.0


Alle 22 di questa sera, dopo 14 anni, cesseranno le trasmissioni di Radio Multikulti, emittente multiculturale berlinese. Al suo posto, sulla frequenza in FM dell'emittente regionale del Brandeburgo, la RBB, verranno ripetuti i programmi di Funkhaus Europa, della WDR di Colonia. Ma per Multikulti, per fortuna, non sarà la fine. Alle 22.05, inizierà infatti a trasmettere, per ora solo su Internet, Radio Multicult 2.0, nuovo progetto portato avanti da una redazione di una quindicina di persone (la metà rispetto a Multikulti). L'evento verrà celebrato, a Berlino, con una festa di capodanno nella Listros Galerie che è anche sede di un progetto umanitario per gli interventi a favore dell'infanzia etiope (pensate, listros in amarico significa... sciuscià). Insieme alla notizia, apparsa sul Tagesspiel del lancio della nuova Web radio (che qualche speranza di ottenere in futuro anche una frequenza on air, le nutre) pubblico qui anche una bella storia di Multikulti estratta da uno dei blog della Frankfurter Allgemeine, "Haymat" (patria, ma scritto alla turca).
E' triste vedere come, tra le conseguenze della crisi finanziaria, ci sia anche la stretta sulle iniziative a favore dell'integrazione degli immigrati in occidente. I quali non vanno certo incontro a buone prospettive per il nuovo anno. L'altro giorno sono passato, a Lugano, dalla redazione di uno dei giornali con cui collaboro, Ticino Management. Nella pila dei giornali da leggere c'era un recente numero dell'edizione domenicale di un quotidiano tedesco o forse zurighese, con un paginone centrale dedicato a un tema su cui forse faremmo bene a soffermarci. La crisi in occidente, scriveva il giornale, sarà drammatica per gli occidentali, ma anche - forse soprattutto - per i tanti cittadini stranieri che lavorano per noi, a volte, come in Italia, in condizioni precarie e angariate. Nel mondo, in Europa ci sono nazioni, come la Moldavia, la cui economia si basa in percentuale notevole sulle rimesse dei cittadini emigrati. Gli effetti della disoccupazione di questi lavoratori potrebbero essere devastanti. E ora, a Berlino, rischiano anche di avere un po' meno voce. Auguri di buon anno, Multicult 2.0! Yilbasiniz kutlu olsun, come si dice in lingua turca.

''Radio Multi Kulti" geht online

Die Medienlandschaft in Berlin darf sich über eine innovative Idee freuen. Nachdem der Rundfunk Berlin Brandenburg den Radiosender Multikulti einstellt, gehen 15 Redakteure mit einer neuen Produktion online.

Berlin - Nach 14 Jahren stellt der Rundfunk Berlin-Brandenburg (RBB) um 22.00 Uhr die Integrationswelle "Radio Multikulti" ein. Fünf Minuten später wird nach Angaben der Projektinitiatorin Brigitta Gabrin im Internet ein ähnliches Programm unter "multicult20.de" auf Sendung gehen. Gesendet wird von dem Schiff "MS Heiterkeit All Around Music", das in ein Studio umfunktioniert wurde. Auf der bisherigen Frequenz 96,3 von "Radio Multikulti" soll das WDR-Programm Funkhaus Europa zu hören sein. Der RBB begründete die Einstellung mit Sparzwängen.
Berlin braucht ein multikulturelles Medium

Aus Protest gegen die Schließung haben sich etwa 15 ehemalige Mitarbeiter von "Radio Multikulti" zusammengeschlossen, die das neue Programm gestalten werden. Als zweitgrößter Medienstandort Deutschlands und als Hauptstadtregion brauche Berlin-Brandenburg ein multikulturelles Medium, das alle ethnischen Gruppen anspricht und verbindet. Berlins Bevölkerung bestehe zu über einem Viertel aus Migranten. Dieses Hörerpotenzial sei die zentrale Zielgruppe des neuen Internetsenders.
Geleitet wird die Gruppe von Brigitta Gabrin, elf Jahre lang freie Moderatorin des Multikulti-Mittagsmagazins "Metro“. "Eine Grundversorgung mit Weltmusik und Themen mit multikultureller Musik ist auch durch Funkhaus Europa gegeben, aber den lokalen Bezug, die Konzentration auf die Kieze werden die Hörer vermissen. Wir füllen die Lücke.“

Ehrenamtliche Produktion

Zunächst wird "multicult20" nur online zu hören sein. Mittel- und langfristig wird jedoch nach Angaben der Initiatoren das Ziel verfolgt, einen Sendeplatz in der Berlin-Brandenburger Radiolandschaft zu bekommen. Ein Vollprogramm werde es zunächst nicht geben. In der Anfangsphase beginne das Wortprogramm des Internetsenders ab 16.00 Uhr mit einer aktuellen Sendung.
Klar ist, dass bekannte Kolumnen und regelmäßige Beiträge des ehemaligen RBB-Programms im Internet weiter ausgestrahlt werden. "Radio Kanaka International“ von Don Rispetto zum Beispiel oder die "Russendisko“. Außerdem werden bisherige Multikulti-Autoren wie Peter Claus (RBB) oder Moderatorin Katrin Schmick im Internet-Radio vertreten sein. Das Projekt finanziert sich aus Spenden, das Team arbeitet erst mal ehrenamtlich. Mehrere Spenden liefen aus unerwarteten Quellen ein. Ein anonymer Spender sitzt in Sibirien und überwies 500 Euro. (ml/ddp/Tsp)

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Abschied von Multikulti

31. Dezember 2008, 15:30 Uhr

Heute Abend heißt es Abschied nehmen: Abschied von Radio Multikulti. Zwei Stunden vor dem Jahreswechsel wird der RBB den Sender abschalten. Auf der Berliner UKW-Frequenz 96,3 wird danach das WDR-Programm Funkhaus Europa aus Köln zu hören sein. Doch das Programm ist ein schlechter Ersatz - mit Radio Multikulti geht mehr als eine Berliner Ära zu Ende.
Der Auftrag zur Gründung von Radio Multikulti lautete, in der Hauptstadt ein Hörfunkprogramm zur Integration von Minderheiten anzubieten. Federführend bei der im Jahr 1993 entstandenen Idee waren die Grünen. Kurz zuvor hatte es die Anschläge von Solingen und Mölln gegeben - alle fanden die Idee deshalb gut. Mit Radio Multikulti sollte ein Zeichen gesetzt werden, dass es auch anders geht. Der Sender war von Anfang an ein politisches Symbol.
Radio Multikulti hat achtundzwanzig festangestellte Mitarbeiter, acht davon stammen aus dem ehemaligen Jugoslawien, aus Russland, Polen, Dänemark und aus der Türkei. Die Moderatorensprache von 6:00 bis 17:00 Uhr ist Deutsch, ab 17:00 Uhr wird in verschiedenen Sprachen gesendet. Unter anderem auch auf Türkisch. Die türkische Redaktion im Senderhaus in der Berliner Masurenallee gab es schon vor der Gründung von Radio Multikulti; sie existiert seit vierunddreißig Jahren. „Gastarbeitersendung" hieß das Programm damals noch, gesendet wurden erst zehn, dann fünfzehn Minuten am Tag. Aus den „Gastarbeitern" wurden irgendwann „ausländische Mitbürger", dann „Deutsche mit Migrationshintergrund". Seit der Gründung von Radio Multikulti im September 1994 sendete die türkische Redaktion eine Stunde am Tag.
Das Bedürfnis, auch in der Sprache der eigenen Herkunft informiert zu werden, einen Sender zu haben, der aktuelle Musik aus dem Land spielt, in dem ein Teil der eigenen kulturellen Wurzeln liegen, Themen von Menschen aufbereitet zu bekommen, deren Familien die Erfahrungen der Entwurzelung und Migration teilen, besteht noch immer. Radio Multikulti offerierte ein Programm, das sich auf sehr hohem Niveau mit Fragestellungen des türkischen Lebens auseinandersetzte. Ein Medium, das dies auf vergleichbare Weise erfüllt, gibt es in Deutschland nicht. Radio Multikulti war immer ein Gegengewicht zu jenen türkischsprachigen Medien, deren Berichterstattung vor allem auf Themen aus dem Boulevard abzielt.
Radio Multikulti war fest in Berlin verankert; nahm mit seinen Berichten direkt Bezug auf türkische Veranstaltungen und türkisches Leben in der Region und widmete sich Fragestellungen, mit denen Migranten sich in der Hauptstadt konfrontiert sahen. Das von Köln aus sendende Funkhaus Europa wird das nicht leisten können. Zwar hat es ebenfalls ein vielsprachiges Programm rund um die Uhr. Auf Berlin bezogene regionale Programmstrecken passen jedoch nicht in das Format.
Es wird also ein trauriger Abend werden.
Der Protest von Hörern und auch jenen, die Radio Multikulti nicht hörten, doch in dem Sender einfach eine gute Sache sahen, ist ungehört geblieben. Auch die über 30 000 gesammelten Unterschriften konnten den RBB von seiner im Mai gefällten Entscheidung nicht mehr abbringen. Der Grund für die Schließung ist Geld: Dem RBB fehlen in der Gebührenperiode von 2009 bis 2012 fast 54 Millionen Euro. Schätzungen sprechen von 12 Millionen Euro, die durch die Einstellung von Radio Multikulti gespart werden können.
Eine andere, sehr positive Entwicklung spielt sich derzeit in der Türkei ab. Ab morgen wird es das erste Mal in der Geschichte der türkischen Republik einen vom Staat initiierten kurdischsprachigen Fernsehsender geben: TRT 6. Das Programm soll eine Gegengewicht zu dem aus Dänemark sendenden kurdischsprachigen Roj TV sein, der als Sprachrohr der PKK gilt. Fernsehprogramme auf Persisch, Arabisch und Armenisch sollen folgen. Außerdem hat TRT angekündigt, dass es von Februar an einen armenischsprachigen Hörfunksender geben wird. Zudem sind Sendungen geplant, die sich der alevitischen Kultur widmen.
Ich wünsche allen ein schönes Neues Jahr! Yilbasiniz kutlu olsun!

12 novembre 2008

Voci amiche per i creoli rifugiati in Florida

Molto interessante questo articolo del Sun Sentinel, un quotidiano della Florida meridionale che offre uno spaccato della programmazione radiofonica dedicata alle comunità caraibiche residenti in questo stato-simbolo del melting pot americano. Per una volta non si tratta della potente comunità cubana di Little Havana ma di haitiani e creoli che vivono spesso in condizioni di estrema indigenza e in stato di clandestinità, sempre con il timore di essere forzatamente rimpatriati in luoghi dove le prospettive di vita sono di gran lunga peggiori.

Ethnic radio is a lifeline for Caribbean expatriates in South Florida
S. Florida transplants rely on local stations for news of home

By Georgia East | South Florida Sun-Sentinel November 11, 2008

FORT LAUDERDALE - It was 6 a.m. on a Wednesday morning, and Paul Andre Mondesir was trying to save a life. The caller had given up hope. He had no job. He was sleeping on a friend's front porch, living with the fear that he could be deported to Haiti at any time because of his illegal immigration status. He heard Mondesir's radio program on 1320 AM while scanning the dial and felt the urge to call. Mondesir, whose listeners call him "Doc," told the caller that as long as there is a tomorrow there is hope. Then he swiftly ticked off a list of resources that could possibly offer him some temporary assistance. "I give them information with a little self-motivation," Mondesir said.
The incident points to the unique role radio plays in South Florida's Caribbean-American community. It goes beyond entertainment. For local transplants, ethnic radio serves as an information hotline, crisis lifeline and communication link to the islands they left behind. "It's like an umbilical cord to their cultural heritage," said Jean Jabouin, host of the morning show Good Morning Diaspora, which up until recently broadcasted on WSRF 1580 AM, a Haitian station.
Caribbean radio in South Florida can be heard on almost a dozen stations. The majority of the programs are on AM, and most are in Creole. But there are at least two English-language stations. WAVS 1170 AM, which serves the English-speaking Caribbean community, had 43,700 listeners when surveyed this past spring, according to media research firm Arbitron, and some say those estimates are low. There are about 500,000 Caribbean natives in South Florida.
Even with ethnic radio's reach, some within the medium say there's often an uphill battle to get major businesses to advertise with their station. In March, Mystik Radio, a Caribbean AM radio station, pulled the plug. Part of the problem, radio officials say, is that mainstream radio rating systems don't get an accurate count of their listeners.Arbitron sends out listening diaries to a sample of the community, spokeswoman Jessica Benbow said. But some within the Caribbean community say those diaries don't reach their listeners.
At WPBR 1340 AM in West Palm Beach, General Manager Markes Pierre-Louis refers to his station as the CNN of Haitian radio. "We have news live from Haiti every day," Pierre-Louis said. On Friday, when a school full of children collapsed in Petionville, Haiti, many of the Creole-language radio stations here launched into live reports on the victims and recovery efforts. "People want to know what's going on in Haiti because a lot of people want to see change there," said Rodrigue Sejour, a talk radio host on WPBR. On Monday evening, Sejour took questions from local listeners and fielded a debate about reports that the school was shoddily built. "I have a bunch of callers who can't wait to respond."
Fort Lauderdale taxi driver Miche Auguste counts on the radio to fill his cab with everything from compas music and political commentary to a roundup of news from Haiti. It was the first place he turned when friends and family called to say storms were battering his homeland last month."What they do is important," he said. "No matter what, home is home." While some advertisers are still slow to come on board with ethnic radio, politicians recognize itsreach. On the Duke of Earle's show on WAVS 1170 AM, for instance, candidates running for local offices made steady appearances to tap into the Caribbean base.
Last month, Patrick Gaspard, the national political director of Barack Obama's campaign, went on Jabouin's show to talk to Haitians about the campaign. Gaspard is Haitian-American. Most of the Caribbean-formatted stations in South Florida operate on a brokered system: Radio hosts essentially buy time on air and bring their own advertisers. "I don't think some of the larger advertisers understand the value of our community and the value of radio in our community," said Pat Montague, president of Princess PM Productions and a radio host on WAVS.
Just ask Hopeton Green. Before the Hollywood furniture refinisher grabs his drill or pounds any nails, he turns his radio to 1170 AM. It's as automatic as switching on the lights. This is where he can count on hearing a reggae classic. He's also an avid listener of Winston Barnes' Open Mic, a show where listeners talk about everything from politics to the economy, and he makes it a point to catch the Caribbean news roundups. "I have to know what's happening back home because I go home all the time," Green said.


31 maggio 2008

RBB spegne Multikulti e accende i motori del Cessna

L'Internet magazine del giornale tedesco Die Zeit, "Zuender", ha intervistato il direttore dell'ente radiofonico di Berlino/Brandeburgo, RBB, sulla decisione di sospendere i programmi di Radio Multikulti, canale creato nel 1994 e fino a oggi impegnato a diffondere in 21 lingue diverse a beneficio delle comunità di immigrati della regione di Berlino. Per ragioni finanziarie Radio Multikulti con quest'anno cesserà di esistere. Non ci sono tutti i soldi di cui avremmo bisogno, ammette sconsolato Christoph Singelnstein. La decisione di sospendere proprio questo prodotto - che verrà rimpiazzato via etere dal relay dei programmi di Funkhaus Europa da Colonia (RBB è in trattativa per produrre almeno qualche contributo da Berlino) - appare del tutto giustificata osservando i dati di ascolto di RBB. Su un totale di 850 mila ascoltatori, corrispondenti a una quota del mercato regionale pari al 32,7%, Radio Multikulti registra appena 23 mila ascoltatori, la metà di Kulturradio. Quando Zuender chiede se servire questo tipo di nicchie non debba essere la missione di una stazione radiofonica pubblica come RBB, Singelnstein risponde, «sì, ma d'altra parte non possiamo ridurre a questo la nostra missione. Tutti i contribuenti hanno diritto a essere rappresentati. E non dimentichiamo che Multikulti serve gli immigrati che ancora non parlano tedesco, non tutti si trovano in questa situazione.»
Per la nuova reporter Sandra Fritsch (brava e carina bisogna ammettere), che da questo mese percorre il cielo sopra Berlino a bordo di un Cessna per riferire agli ascoltatori di Antenne Brandenburg della situazione del traffico, i soldi si trovano. «Il nostro compito è offrire programmi attraenti come questo.»
Ora però, ricorda un altro giornale berlinese, il Tagesspiegel, intervistando la direttrice di WDR (produttrice di Funkhaus Europa) Monika Piel, si apre una questione riferibile proprio alla ripartizione dei soldi dei contribuenti. Gli abitanti di Colonia si trovano a finanziare un programma che verrà ascoltato, ma non supportato, a Berlino. Sembra che la chiusura di Multikulti porterà a 3 milioni di euro di risparmio, ma non è detto che questa sia la somma che si dovrà sobbarcare WDR. In ogni caso la Piel sembra ritenere opportuna una diversa ripartizione dei fondi destinati alle diverse emittenti regionali dall'ARD, l'ente federato nazionale.
Un terzo giornale, la mitica TAZ, ci riferisce invece delle numerose proteste che il piccolo ma agguerrito pubblico di Multikulti sta facendo pervenire alle autorità. Anche il regolatore del Land del Brandeburgo ha dichiarato il suo disappunto. I redattori di Multikulti hanno pubblicato una lettera aperta e c'è anche chi, come Kai Kesper, ha creato un sito Web (Multikulti forever) per raccogliere le dichiarazioni di stima di chi non vuole questa chiusura. Kesper ascolta la stazione via Internet, perché abitando a Willingen, non lontano da Dortmund, non può sintonizzarsi sui 96,3 MHz di Berlino. Tra le comunità più attive in difesa dei programmi di Multikulti c'è quella turca, che pure a Berlino può contare su una stazione come Radio Metropol FM. Aypa-TV, agenzia di stampa e Web tv ha creato un doppio wiki in tedesco e turco, con annessi Google Groups per discutere della questione.

27 maggio 2008

USA: voci autorevoli per l'immigrazione messicana

Qualche sera fa sogguardavo il programma televisivo Tatami, dove a un certo punto mi sono trovato a penare davanti a una discussione tra Moni Ovadia e un rappresentante leghista del consiglio comunale di Milano. Uno che non mi va di citare per nome ma che viene spesso invitato su RAI 3 per fare la parte del leghista da manuale e dare voce a quei sentimenti di destra che la sinistra viene accusata di trascurare. Per certi versi è un compito ingrato, ma il nostro se la cava benissimo. Tanto più che fare il mastino oggi paga, eccome, nel segreto delle urne elettorali.
L'argomento ovviamente era la "sicurezza", che nel nostro vocabolario politico-televisivo oggi serve solo a definire - e quel che è peggio giustificare - un forte sentimento di esclusione nei confronti del diverso, specie se poveraccio e originario dei Carpazi. Lasciamo stare i toni di disprezzo con cui il povero Ovadia, in collegamento da un suo viaggio in Florida, veniva liquidato come uno dei tanti radical chic così lontani dai problemi della gente. Andatevi a leggere L'irritante questione delle camere a gas di Valentina Pisanty e capirete molto della logica (e dei toni sprezzanti) del negazionismo. La tesi favorevole alle leggi draconiane delle espulsioni e dei centri di detenzione sono sempre quelle: il diverso di turno (e ormai la lista è lunghetta) ruba, delinque, non va a scuola. Insomma, "non si integra". Questo detto da uomini politici eletti che in sessanta e più anni di storia della Repubblica non hanno mai fatto neanche uno straccio di politica dell'integrazione. Di politica vera, fatta di strutture di accoglienza, lezioni di lingua italiana, uffici di collocamento, assistenti sociali, interpreti, leggi moderne sull'ingresso, in Italia, di persone che indossano gli stessi identici panni che gli italiani conoscono assai bene, per aver fatto parte di ondate migratorie che hanno dato enormi contributi all'economia, la storia, la cultura di altre nazioni (e guardate che l'argomento per cui gli italiani hanno portato con sé anche una criminalità forse peggiore di quei ladri di polli che oggi ci fanno tanto paura non lo sfioro neppure).
Dedico ai nostri illuminati ma pigri legislatori la storia del Piolìn, popolare conduttore radiofonico ispanico. Eduardo Sotelo ha fatto parte del gruppo di 18 mila immigrati (!) che pochi giorni fa, a Los Angeles, hanno giurato sulla bandiera a stelle e strisce. Con i suoi programmi, ascoltatissimi, Piolìn ha spinto molti suoi connazionali messicani a chiedere la cittadinanza americana. Con un preciso obiettivo: poter votare e portare in Parlamento rappresentati capaci di comprendere le istanze dell'immigrazione. Non sarà questo a far paura alla destra italiana? Eduardo è arrivato negli Stati Uniti da clandestino e precario, ma ha trovato lavoro nella radiofonia, ha conquistato un grande seguito, è diventato importante. E ora che si sente ed è americano a tutti gli effetti, grazie a una seria politica dell'immigrazione, non dimentica le sue origini e vuole che il suo esempio serva a qualcosa. Chissà, magari a fugare le eccessive paure di chi si sente assediato dai "diversi", dalle orde di barbari pronti a erodere presunti privilegi e falsi sensi di superiorità. La diversità è sempre un fattore destabilizzante, ma nove volte su dieci alla fine i risultti sono positivi (guardate per esempio quanto può essere positiva una ricca varietà di programmi radiofonici e televisivi, con buona pace dei profitti goduti da un pugno di oligopolisti).

LA welcomes 18,000 new citizens, a city record
By CHRISTINA HOAG Associated Press Writer
05/22/2008

LOS ANGELES—Record crowds of immigrants—more than 18,000 in all—took citizenship oaths here Thursday, a showing credited to rising fees, a heated debate over illegal immigration and one of the brand-new Americans raising their hands.
In becoming a citizen, radio host Eduardo "Piolin" Sotelo was taking the advice he has frequently dispensed on the nation's most popular Spanish-language radio show. "This is a new page in my life," the native of Mexico said as he was swarmed by well wishers and fans clamoring for a photo. "We have to make a difference."
Sotelo, who came to the country illegally 22 years ago in a car trunk, chronicled his own citizenship process as he urged fellow Hispanics to seek citizenship at a time when immigration is still a hot-button issue and a presidential election is underway. The need for three separate ceremonies at the Los Angeles Convention Center—a local record for the number of people sworn in one day—reflected a 350 percent increase in citizenship applications last summer before immigration fees jumped from $400 to $675 on Aug. 1.
On top of that, Spanish-language media, including Univision and Telemundo, launched massive campaigns to get more immigrants to become citizens and vote. Sotelo, the outspoken host of the Los Angeles-based morning show "Piolin por la manana," has used his syndicated soapbox to rally hundreds of thousands to march for immigration reform and encourage legal residents to become Americans. The show is aired in at least a dozen U.S. markets. "Now we have one more vote to defend our rights," Sotelo said of his citizenship. Sotelo went from collecting cans to working in radio but got fired because he was an illegal immigrant. He later got a work permit in Sacramento, where his radio career began to take off.
Maury Martinez, 32, who was born in El Salvador and emigrated 14 years ago, said the citizenship drives ultimately led him to the convention center where he was sworn in before a giant star spangled banner. "It was everywhere," Martinez said as he clutched a miniature flag in one hand and his citizenship certificate in the other. "I want to vote. It's time we take action to shape the way the country is being run."
New citizens hailed from some 100 countries, with the largest number, 7,770, from Mexico, followed by 1,882 from El Salvador and 1,477 from the Philippines. The government administered 468,878 oaths of citizenship in the U.S. from Oct. 1 through April 30, up 35 percent from 348,591 during the same period a year earlier, said Chris Rhatigan, a spokeswoman for U.S. Citizenship and Immigration Services.
Immigration officials could not immediately say if the number of new citizens set a record nationally. Los Angeles and Miami favor huge ceremonies while other cities administer oaths as soon as applications are approved. Miami has five ceremonies scheduled over two days next week to administer 15,000 oaths at the Miami Beach Convention Center.
While the Orange Bowl in Miami hosted a citizenship ceremony for 14,200 people on July 4, 1986, the Miami office typically has held four ceremonies over two days every three months, administering 12,000 oaths each round at the convention center, said CIS spokeswoman Ana Santiago.
Los Angeles normally has two ceremonies with about 6,000 people each. To the east in Pomona, another regularly held citizenship ceremony produced 10,500 new citizens last month, three times more than usual according to local immigration officials.
Rhatigan said congressional debate to overhaul immigration, which heated up in 2006, fueled an increase in citizenship applications. The plan that would have granted a path to citizenship for millions eventually failed, as did a proposal that would have made illegal immigration a felony.
Voting is a key reason people of all nationalities choose to become citizens, said immigration officials, who had set up voter registration tables inside the ceremony hall as well as a passport application and photo area. "I want to be part of America," said Jay Kim, 27, of South Korea. "I feel it's my home and I want my voice heard."

12 maggio 2008

Integrazione e media. Premio europeo, non italiano

Il 9 maggio a Ljubljana sono stati assegnati i premi che la fondazione tedesca CIVIS Media Foundation assegna da una ventina d'anni a questa parte ai programmi radiofonici e televisivi più interessanti sul tema dell'integrazione. Qui di seguito riporto la notizia data dalla radio tedesca SWR. Il premio è aperto alla partecipazione di tutti i media radiotelevisivi europei e include una sezione specifica per i programmi prodotti in Germania.
Adesso vi faccio una domanda estremamente difficile. Qual è l'importante nazione europea che pur avendo una popolazione immigrata piuttosto consistente (se non ho letto male si tratta di quasi due milioni e mezzo di regolari) non risulta nella lista dei premiati dal 1987 a oggi? Visto che la risposta è molto difficile vi lascio un mese di tempo. Poi, mi spiace, sarà il foglio di via. Ecco però un aiutino. Due rappresentanti di questa importante nazione sono Maria Consiglia Squillante, autrice per la SWR tedesca di un programma su una dottoressa turca specialista in medicina d'urgenza e Giuseppe Maio, autore per Deutschlandradio Berlin di un documentario sull'album di una famiglia di immigrati italiani in Germania.
Oltre alla tematica generale dell'immigrazione, un tema specifico del CIVIS (non so se l'avete notato, CIVIS viene chiaramente dal latino, la lingua parlata dai romani) di quest'anno era l'economia. A vincere la trasmissione Café Global di Radio Multikulti di RBB Berlin. Il premio generale per la radio è andato a un documentario sull'apprendimento del tedesco trasmesso da SWR2 (programmi lunghi) e a Berlin needs you, un breve programma che Deutschlandradio Kultur dedica ai giovani immigrati.
Naturalmente conosco già l'obiezione. "Basta che lavorino e non delinquano e per noi gli immigrati vanno benissimo. Mica siamo dei razzisti, noi". Ma questa, a casa mia, si chiama elemosina, non integrazione. Forzata accettazione che quasi sempre sconfina nella paura del diverso. Integrare i lavoratori stranieri in una comunità significa accoglierli come risorsa, non come male minore. E soprattutto significa non ricorrere perrennemente alle generalizzazioni e alle semplificazioni. Quelle stesse semplificazioni per cui gli italiani nel mondo hanno sofferto l'accusa di essere dei macaroni maffiosi, pizza mandolino. Quando chiunque abbia in tasca un passaporto rumeno viene considerato con sospetto, come diavolo si può dire che "a me basta che lavori"? Vedremo in queste ore la deriva che il nostro plebiscitario governo, quello eletto dal popolo "a cui la sinistra non sa parlare", imprimerà alla futura relazione con due milioni e mezzo di persone. Io, da bravo mezzosangue, provo una vergogna infinita.

Europäischer Civis Medienpreis für Integration verliehenIntegration in Fernsehen und Radio
13 Radio- und Fernsehautoren sind in der slowenischen Hauptstadt Ljubljana mit dem europäischen Civis Medienpreis ausgezeichnet worden. Sie erhielten den Medienpreis für Integration, da ihre Beiträge besonders geeignet seien, das friedliche Zusammenleben in der europäischen Einwanderungsgesellschaft zu fördern.

Schicksale von Flüchtlingen und Gastarbeitern

Der Europäische Civis Fernsehpreis im Bereich Information ging an die WDR-Redakteure Michael Grytz und Klaus Martens für ihren Film ''Todesfahrt im Fischerboot. Afrikas Flüchtlinge und Europas Interessen'' aus der Reihe ''die story'' (WDR). Die französischen Autorinnen Catherine Borgella und Chantal Picault erhielten den Preis in der Kategorie Unterhaltung für den Fernsehfilm ''Un histoire a ma fille'' (France 2). Sie erzählen die Geschichte eines algerischen Gastarbeiters, der nach Jahren in Frankreich in seine algerische Heimat zurückkehrt.

Auszeichnung auch für Fernsehkrimi

Mit dem deutschen Civis Fernsehpreis im Bereich Information wurden Marianne Strauch und Rainer Kahrs ausgezeichnet. In ihrer Dokumentation ''Schule der Toleranz - Kinderdemokratie in Tenever'' (RB) stellen sie ausländische Schüler an einer Bremer Grundschule vor. Im Bereich Unterhaltung ging die Auszeichnung an die Fernsehjournalisten Waltraud Ehrhardt und Peter Obrist für den ZDF-Fernsehkrimi ''Unter anderen Umständen - Bis dass der Tod euch scheidet''.
Für ihr Hörfunkfeature ''Meine erstes Wort war Schokolade - Wie ich als Gastarbeiterkind Deutsch lernte'' (SWR) nahm die Journalistin Hürü Meryem Kök den europäischen Civis Radiopreis im Bereich lange Programme entgegen. Im Bereich kurze Programme gewann Christine Rubarths Reportage ''Ortszeit: Berlin braucht Dich! - Integrationsprojekt für junge Migranten'' (Deutschlandradio Kultur).
Preis für Intergration in Wirtschaft und Industrie

Zum ersten Mal wurde in diesem Jahr der Civis Themenpreis für Integration in Wirtschaft und Industrie vergeben. Sylvia Bleßmann wurde im Bereich Fernsehen für ihren ZDF-auslandsjournal-Beitrag ''Polnischer Unternehmer'' ausgezeichnet. Der Preis im Bereich Radio ging an Konstantina Vassiliou-Enz für ''Nicht dumm, nicht blond, nicht deutsch - Erfolgsprofil Ausländer: Der Bestatter'' aus der Serie ''Café Global'' (RBB).
Den Förderpreis Young Civis Media Prize erhielt Silvana Santamaria für ihren Dokumentarfilm ''Status: Geduldet'' (Filmakademie Baden-Württemberg).
Für den diesjährigen Wettbewerb wurden 588 Beiträge eingereicht. Ausgeschrieben wird der Preis von der ARD, vertreten durch den Westdeutschen Rundfunk, und der Freudenberg Stiftung. Insgesamt ist er mit 47.000 Euro dotiert. Die Preisträger nahmen die Auszeichnung unter anderem vom slowenischen Präsidenten Danilo Türk und vom Präsidenten des Europäischen Parlaments, Hans Gert Pöttering, entgegen.

10 marzo 2008

Ancona e Vienna, due Radio Africa

Come sapete sono un grande fautore della radio come mezzo di comunicazione ideale per le comunità di immigrati, specie in una realtà come quella italiana, dove l'apparato normativo è a dir poco kafkiano, gli uffici pubblici e la burocrazia hanno una soglia di accessibilità ardua anche per chi ha in tasca una laurea in giurisprudenza e la conoscenza delle lingue straniere, tra i pubblici funzionari, è talmente poco diffusa da rendere assurdamente complessa la vita di chiunque arrivi qui con tante speranze (e troppe illusioni. Leggo ora sulla testata telematica Go Marche, di una lodevole iniziativa promossa dalla Provincia di Ancona, la Web station di Radio Africa.
Lunedì 10 Marzo 2008 15:05
Ancona, presentata la web radio degli immigrati

Si chiama www.radioafrica.eu la web radio dedicata alle questioni dell’immigrazione locale lanciata dal circolo culturale Africa e sostenuta dalla Provincia di Ancona.
ANCONA – Si chiama www.radioafrica.eu la web radio dedicata alle questioni dell’immigrazione locale lanciata dal circolo culturale Africa e sostenuta dalla Provincia di Ancona. Un progetto che, unendo le caratteristiche di un mezzo popolare come la radio alle potenzialità delle nuove tecnologie della rete, ha l’obiettivo di rafforzare la comunicazione e la promozione di attività rivolte ai cittadini immigrati presenti nel nostro territorio, con particolare attenzione alle seconde generazioni.
“Siamo felici – spiega Carla Virili, assessore alle Politiche sociali e all’Immigrazione della Provincia di Ancona – di contribuire alla realizzazione di questo progetto di integrazione che, attraverso l’avvio di una web radio sui temi più sentiti dalle comunità straniere del nostro territorio, consente di estendere il campo d’azione dei processi di comunicazione con un innovativo strumento rivolto soprattutto ai giovani delle seconde generazioni”.
Gli obiettivi chiave che il progetto intende perseguire sono una conoscenza più approfondita del fenomeno immigratorio locale, il costante aggiornamento sui corsi di formazione promossi dalle autorità locali, statali ed europee rivolti agli immigrati, la condivisione di una cultura aperta e consapevole sui fenomeni in atto nella società italiana ed europea, senza perdere di vista il complesso fenomeno della globalizzazione.
Nel palinsesto di www.radioafrica.eu, anche uno sportello virtuale, al quale si potranno rivolgere gli immigrati per avere informazioni su questioni di natura amministrativa o legate ai problemi pratici della quotidianità.
Il servizio si articolerà in quattro ore al giorno (due alla mattina e due al pomeriggio) per tutto l’arco della settimana e sarà curato dal circolo culturale Africa, in collaborazione con giovani del servizio volontario europeo, che parteciperanno attivamente alla programmazione della radio.
Durante la presentazione, l’assessore Virili è intervenuta anche sulla questione delle seconde generazioni di emigranti, cioè i figli di quei tanti italiani che negli scorsi anni partirono in cerca di miglior fortuna verso altri Paesi.
“Abbiamo recentemente firmato un protocollo d’intesa con la Regione Marche per prendere contatto con queste seconde generazioni di emigranti e costruire azioni di scambio culturale con la nostra provincia per favorire una loro migliore conoscenza della propria la propria terra d’origine”.
Continuo a pensare che un segnale diffuso via Web forse non è del tutto sufficiente se si vuole raggiungere chi al massimo dispone di un telefono cellulare ricaricabile, ma è già qualcosa. Provate a confrontare la Radio Africa di Ancona con la Radio Afrika di Vienna, una esperienza on air (e naturalmente sul Web) che dura da undici anni. L'ho scoperta approfondendo il caso dei podacst delle ferrovie austriache, grazie al blog di Treffpunkt Radio, da dove ho preso l'articolo che segue. Radio Afrika è ripetuta da Radio Orange a Vienna (da sola una esperienza di eccezionale interesse) e dall'impianto in onde medie di 1476 kHz, dalle 21.30 alle 23. Proprio sulle onde medie avvennero le prime trasmissioni, ideate da un giornalista della ORF. Anche qui le emissioni sono in un misto della lingua nazionale (il tedesco), inglese, francese.
Radio Afrika sendet seit elf Jahren gegen Klischees

Seit nahezu elf Jahren sendet Radio Afrika von Wien aus gegen die mediale Unterrepräsentation Afrikas an. Mit professionellem Programm setzt sich das rund 50-köpfige Team gegen Vorurteile und Stereotypisierungen ein. Die journalistische Arbeit ist dabei aber nur eine Ebene unter vielen.
"Über die Jahre hinweg haben wir uns zu einer multiplen Informations- und Projektplattform für die Austro-Afrikanische Community entwickelt", erklärt Gründer Alexis Neuberg. Er stellte seinen Sender gestern, Mittwochabend, beim 46. "Treffpunkt Radio im Ottimo" in Wien vor.
Die Idee für ein afrikanisches Radioprogramm entstand, als der in Ruanda geborene Journalist Neuberg auf das ORF-Radio-Urgestein Rainer Rosenberg traf. Am 21. März 1997 war Radio Afrika erstmals auf dem ORF-Mittelwellensender 1476 KHz zu hören. Die einzige Auflage für Neuberg und sein Team: "Es darf dem ORF nichts kosten." Infolge wurde ein Musikprogramm und Studiogespräche über relevante Themen für in Österreich lebende Afrikaner auf die Beine gestellt. Der Geist sei "dynamisch" gewesen, so Neuberg, der sich heute noch an die von den ORF-Kollegen mit Staunen aufgenommenen "Moderationen ohne Sessel" erinnert.
Bald nach dem Start wurde das Programm um Nachrichten über Afrika und später um afrikaspezifische Berichterstattung, Reportagen und Analysen aus den Bereichen Politik, Wirtschaft, Kultur und Traditionen erweitert. Zu Französisch und Englisch, den Anfangssprachen des Senders, kamen bald deutsche Programmteile sowie die Sprachen Kinyarwanda und Swahili dazu. Mittlerweile ist man neben der Mittelwellenfrequenz 1476 KHz (europaweit) auch auf Radio Orange FM 94.0 (Wien) sowie über Internet empfangbar. Außerdem produziert das Team seit einiger Zeit eine wöchentliche Afrika TV-Sendung, die mit täglichen Wiederholungen auf dem Fersehkanal Okto (Kabel 8) ausgestrahlt wird.
Das Team arbeitet ausschließlich ehrenamtlich, wie Neuberg betont. Die Themenbereiche sind dabei keineswegs auf Afrika beschränkt. Wer Programm machen oder eine bestimmte Sprachgruppe vertreten kann, darf sich engagieren. Deswegen sind auf Radio Afrika auch serbokroatische Sendungsbestandteile zu hören. "Bei uns gibt es Menschen aus allen Ländern. Eine kleine UNO sozusagen. Die Leute kommen aus Neugier und bleiben aus Überzeugung", meinte Neuberg.
In den elf Radio Afrika-Jahren haben sich neben der eigentlichen Sendetätigkeit noch einige zusätzliche Aktionsfelder angesammelt. Die mehrsprachige Gratis-Print-Publikation "Tribüne Afrikas wird als Promotions-Blatt gezielt in afrikanischen Lokalen und Vereinen verteilt. Daneben wird an Integrationsprojekten mitgearbeitet und eine Plattform für Schülerradio angeboten. Aktuell organisiert man wieder ein "Radio exchange", ein Austauschprogramm zwischen afrikanischen und österreichischen Journalisten, dieses Jahr mit Schwerpunkt auf die Länder Sudan und Tansania.
Abgesehen davon will Neuberg künftig auf der geschäftlichen Ebene den Sender mehr in Richtung Know-how-Anbieter und Expertise positionieren. "Unser Angebot ist ein stabiler Kontakt und eine Basis zur afrikanischen Community", erklärte der Senderchef. Auch beim sendereigenen Geschäftsfeld Eventmanagement ist man derzeit aktiv: Heuer findet zum zweiten Mal der Afrika-Frühlingsball statt. Als Stargäste sind unter anderen Willi Resetarits und Arabella Kiesbauer angesagt. Die Benefizveranstaltung für Radio Afrika TV und das Integrationshaus geht am 14. März im Wiener Jugendstiltheater über die Bühne.
"Treffpunkt Radio im Ottimo", ist der Treffpunkt für Redakteure, Moderatoren und Producer aus der österreichischen Radiolandschaft, für PR-Verantwortliche aus Agenturen und Unternehmen sowie für all jene, denen etwas an Österreichs Radiolandschaft liegt. "Treffpunkt Radio" ist eine Initiative der Mödlinger Radio-Service-Agentur Putz & Stingl, dem Österreichischen Journalisten Club und APA-OTS Originaltext-Service und findet jeden ersten Mittwoch im Monat statt.
Im Weblog http://treffpunktradio.ots.at finden sich Berichte und Audiobeträge über die vergangenen Veranstaltungen des Treffpunkt Radio. Außerdem können User über eine Posting-Funktion nicht nur direkt mit den Machern des "Treffpunkt Radio" in Kontakt treten, sondern auch untereinander Meinungen austauschen. (KRO)