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26 gennaio 2013

Zattoo e Aereo, la tv on air entra nei dispositivi di Internet


Il nuovo servizio lanciato dall'operatore elvetico Zattoo è un ottimo spunto per tornare a discutere della più ampia questione riguardante l'accesso ai contenuti radiotelevisivi e multimediali, che oggi avviene in grossa parte attraverso due modalità contrapposte: le reti diffusive analogiche o digitali intese in senso "broadcast" e le reti fisse o mobili basate sui protocolli di Internet e dorsali/linee abbonato a banda larga o "broadband". Zattoo non è un provider - o meglio - un broker di contenuti facilmente classificabili. Anzi la sua proposta è decisamente ibrida: chi si collega al sito della società zurighese  ha infatti la possibilità di usufruire di contenuti televisivi che vengono normalmente diffusi via satellite, attraverso la tv terrestre o (ricordiamoci che siamo in Svizzera) via cavo. Zattoo in altre parole agisce da ponte veicolando la tv convenzionale sulla rete IP, il broadcast che diventa broadband. L'offerta, per comprensibili questioni di diritti, è strettamente limitata al territorio svizzero e alla Germania, nonché a Spagna, Danimarca, Francia, UK dove il servizio si deve pagare o non fornisce tutti i canali visibili via etere. Zattoo ha sempre combattuto strenuamente contro i vari servizi di "proxy" che consentono l'uso per così dire mascherato di servizi che effettuano un controllo sugli indirizzi IP di provenienza. Anche con questo limite, l'esperienza di Zattoo non è di quelle che troverete in giro facilmente, la Internet Tv intesa in questa maniera è ancora molto controversa, in Europa e altrove.

Oggi Zattoo introduce un servizio che renderebbe ancora più intensa - almeno qui in Italia dove una offerta abbastanza simile della torinese VCast alla fine è stata sospesa - la discussione sui diritti e la condivisione delle revenues. Gli utenti di Zattoo.com e delle nuove app per iPad (Zattoo promette di dare tutta l'assistenza necessaria per lo sviluppo di app Android e W8) possono ora registrare fino a 20 programmi preferiti trasmessi sui 100 canali visibili attraverso questa piattaforma online. Le registrazioni vengono conservate per 20 giorni. Gli abbonati paganti al servizio Zattoo HiQ, che hanno a disposizione 25 canali HD, potranno usufruire di una time machine di una settimana per rivedere tutti i programmi di questi canali e in più avranno a loro disposizione uno spazio per registrare e conservare senza limiti di tempo, 250 singoli programmi (una partita, un film, una puntata di un serial). 
La funzione di personal network recording rende sempre più somigliante Zattoo a uno dei vari operatori di Internet Tv gestiti dalle Telco o da player cosiddetti "over the top", cioè non vincolati al controllo di una rete di accesso o di uno specifico set top box. Infatti la piattaforma distributiva è la "plain" Internet, il Web così com'è.


Zattoo vous offre gratuitement et à présent un espace d'enregistrement en ligne pour 20 émissions TV.
Matchs de football, films, documentaires ou séries préférées - avec la nouvelle fonction d'enregistrement, vous pouvez facilement enregistrer et regarder quand vous le souhaitez toutes les émissions de plus de 100 chaînes diffusées par Zattoo. Il vous suffit de sélectionner les émissions sur le guide des programmes, la fonction de recherche ou le programme en cours, et de les ajouter à votre playlist personnelle. Les émissions sont disponibles pendant 20 jours après leur diffusion.
La fonction d'enregistrement est disponible sur zattoo.com et dans notre application iPhone et iPad. Nous mettons tout en oeuvre pour l'intégrer à nos applications pour Android, Windows Phone 7 et Windows 8.
Avec un abonnement Zattoo HiQ, vous disposez de fonctions d'enregistrement supplémentaires. Zattoo HiQ vous permet non seulement de regarder 25 chaînes en qualité HD, mais aussi de bénéficier, avec la fonction Recall, du "plus grand magnétoscope de tous les temps": ainsi, vous aurez accès à toutes les émissions des 7 derniers jours et à une playlist d'une durée illimitée dotée d'un espace d'enregistrement pour 250 émissions.

La società elvetica è oggi all'avanguardia in Europa per quanto riguarda la tv "on air" (terrestre o via satellite) ricevibile (e registrabile) via Internet. Ma negli Stati Uniti c'è un operatore ancora più rivoluzionario che è partito dalla città di New York lo scorso anno e al recente CES di Las Vegas ha annunciato l'intenzione di espandere il servizio a oltre venti città americane. Che cosa si è inventato Aereo? Un geniale sistema di remotizzazione di antenne televisive terrestri. Sono antenne UHF molto particolari, piccole come un francobollo. Aereo ne ha installate migliaia sul tetto del suo data center e ciascuna di queste antenne viene "affittata", a pagamento (a partire da 8 dollari al mese) agli abbonati che potranno così guardare la televisione su qualsiasi dispositivo connesso a Internet o utilizzare il sistema per registrare e conservare i propri programmi. A patto di utilizzare indirizzi IP dell'area metropolitana di New York, la stessa della copertura televisiva in altre parole. 
La scelta è un po' limitata perché a New York la tv digital on air non è come la nostra, ci saranno una trentina di canali. Ma la flessibilità è garantita. Chet Kanojia, il fondatore e CEO, nel giro di poco tempo è stato sommerso da una valanga di cause ma nel luglio scorso un giudice federale ha stabilità che il servizio è legale. L'antenna che riceve i segnali e il server che registra i programmi o li trasmette all'abbonato è praticamente come un televisore con videoregistratore sistemato in una stanza d'affitto: qualcosa che uso soltanto io. Probabilmente aiuterà anche il fatto di avere alle spalle un investitore come Barry Diller, di IAC, un magnate che ha fatto nascere Fox Broadcasting e presiedette Paramount ai tempi di Febbre del sabato sera. Lo stesso Kanojia è un grande innovatore, che è riuscito a piazzare la sua precedente società, Navic Networks, sviluppatrice di tecnologie per la gestione di campagne pubblicitarie e la misurazione dell'audience, addirittura a Microsoft, nel 2008. Dopo questa avventura sarà la volta di Bamboon che cambierà nome in Aereo quando tra gli investitori arriva Diller. L'approccio usato da Aereo e il suo momentaneo successo in tribunale hanno ringalluzzito concorrenti come FilmOn o Skitter, ma l'approccio utilizzato da Aereo è davvero unico.
E in Italia? Siamo fermi come rocce. La piazza dei contenuti digitali ci sarebbe, la propensioni degli spettatori anche, ma nessuno ha il coraggio di affrontare un mercato  e un quadro normativo dominato da monopolisti, arretratezze e incertezze. Da noi è complicato anche far arrivare operatori solo musicali come Spotify. Dobbiamo rassegnarci al nostro ruolo periferico.

16 aprile 2012

SCF, accordo fatto con i network commerciali

Accordo raggiunto tra discografici e network radiofonici. SCF ed i principali network nazionali - Radio 101 , Radio 105, Radio Capital, Radio Italia, RDS, Radio Deejay, Radio Montecarlo, M2O, Virgin Radio - ponendo fine al contenzioso giudiziario avviato nel 2009, hanno firmato un nuovo accordo quadriennale che copre tutte le aree di utilizzazione di musica sul fronte broadcasting, qualunque sia la piattaforma tecnologica utilizzata per la distribuzione dei programmi. L’accordo prevede un adeguamento del 25% della percentuale del compenso spettante agli artisti ed ai produttori discografici per la diffusione al pubblico del loro repertorio ed una puntuale rendicontazione analitica da parte delle emittenti, che consentirà una più precisa attribuzione dei compensi agli aventi diritto. Oltre al nuovo accordo, SCF e le radio hanno anche sottoscritto una transazione riguardante tutto il contenzioso precedente, oggetto di una complessa controversia giudiziaria.
“Siamo particolarmente soddisfatti della positiva risoluzione dell’intesa raggiunta con i network” - afferma il presidente di SCF, Enzo Mazza - “un accordo che oltre a remunerare in maniera più moderna ed efficace i titolari dei diritti, case discografiche ed artisti, ristabilisce un rapporto più sereno tra due settori che da sempre sono partner nella promozione della musica".
La Società Consortile Fonografica, costituita nel 2000, è il consorzio che gestisce in Italia la raccolta e la distribuzione dei compensi dovuti ad artisti e produttori discografici, per l'utilizzo in pubblico di musica registrata, come stabilito dalle direttive dell'Unione Europea e dalla legge sul diritto d'autore. Approvato dall'Antitrust, il consorzio è oggi composto da case discografiche major e indipendenti e attualmente tutela i diritti discografici di oltre 300 imprese, rappresentative di larga parte del repertorio discografico nazionale e internazionale pubblicato in Italia (circa il 95% del mercato). SCF gestisce, inoltre, i diritti di decine di migliaia di artisti ed interpreti italiani e stranieri, grazie agli accordi di collaborazione con IMAIE, Istituto Mutualistico Artisti Interpreti Esecutori. Infine, per conto di AUDIOCOOP, SCF raccoglie i compensi riferiti al repertorio delle etichette discografiche loro associate, nell'ambito del settore della pubblica diffusione. Al servizio degli utilizzatori, per la diffusione di musica nel rispetto della legalità. Attraverso il rilascio di un'unica licenza, SCF consente agli utilizzatori di diffondere in pubblico il repertorio musicale di tutte le case discografiche rappresentate dal consorzio, nel rispetto di quanto stabilito per legge.
L'ultimo accordo collettivo risale al febbraio di quest'anno e riguarda la convenzione con Confesercenti rivolta ad oltre 350.000 imprese del commercio, del turismo, dei servizi, dell'artigianato, nonché alle pmi dell'industria. Quella convenzione definiva termini, condizioni applicative e procedure semplificate per la determinazione e il conseguente riconoscimento dell’equo compenso, dovuto ad artisti e produttori discografici per l’utilizzo in pubblico di musica registrata, come previsto dalla legge sul diritto d’autore e dalle direttive dell’Unione Europea (la famosa questione della "radio in negozio").

31 ottobre 2010

Web radio ed economia della musica. Costi da rivedere?

A volte fare un po' rumore serve a cambiare qualcosa, anche qui nella tanto vituperata - e sovra/sottostimata, mai una volta che venga vista in modo equilibrato - blogosfera. Dopo che questo spazio ha contribuito a rilanciare, poche settimane fa, la notizia della scomparsa della voce "Web radio personali" dai moduli che la SIAE fa compilare a chi deve versare l'imposta prevista per chi vuole diffondere musica via Web attraverso un canale in streaming, la SIAE ha fatto marcia indietro. Prima il modulo in questione è stato ritirato dalla circolazione. Poi è stato sostituito con una nuova versione. Dove le Web radio personali ricompaiono come "terza categoria". Ecco la definizione fornita dalla stessa SIAE sul suo sito.

WebRadio

L'autorizzazione per le webradio è rivolta ai soggetti titolari di siti che hanno come unico contenuto musicale una programmazione predefinita in cui l'utente non può in alcun modo accedere a contenuti musicali on demand.

L'Autorizzazione prevede distinte tariffe per le seguenti categorie:

- web radio commerciali: sono tali quelle che danno luogo a introiti diretti o indiretti attraverso il sito o sono inserite in siti che promuovono attività commerciali o professionali, servizi, prodotti.

- webradio istituzionali o di organismi pubblici: sono tali se appartenenti a fondazioni, onlus, istituzioni, enti locali e non generano in capo ad essi alcun vantaggio commerciale diretto o indiretto.

- web radio personali: sono tali le web radio presenti su siti di persone fisiche, privi di introiti e di finalità commerciali, anche indirette.

L'importo annuo fissato per ciascuno "canale" musicale che una persona fisica vuole trasmettere su Internet viene fissato in 400 euro più IVA al 20%, pari a 480 euro. Il modulo per regolarizzare le Web Radio in base alla vigente normativa sul diritto d'autore si può prelevare qui. Sono anche in grado di rivelarvi che Radiopassioni ha quasi sicuramente contribuito a questo piccolo cambiamento. So per certo che il mio post del 6 ottobre è stato letto negli uffici di SCF e SIAE. Evviva.
Il fatto che anche le Web radio no profit siano rientrate così nell'alveo del valore economico associato alla produzione e ascolto della musica, diventa importante se letto insieme a un'altra notizia recente. In settimana è stata presentata l'edizione 2010 del Rapporto "Economia della musica in Italia", curato da SIAE, SCF, DISMA Muisca e FEM. Ecco il paragrafo dedicato, nell'ambito della cosiddetta "musica sparsa", agli introiti derivanti dai diritti versati a SIAE e SCF dalle emittenti nazionali e locali, da cui si evince che nel 2009 sono stati incassati da SIAE e SCF 21,7 milioni di euro (15 alla sola SIAE), pari al 5,8% delle entrate pubblicitarie radiofoniche (nel 2009 solo 371 milioni).

4.3 La musica sparsa: le radio

Negli scorsi rapporti sullʼeconomia della musica identificavamo un aggregato, che definivamo della “musica sparsa” ad indicare tutta la musica fruita in modo indiretto ed al di fuori dei tradizionali luoghi dedicati allʼascolto. La musica sparsa è allora la musica che ascoltiamo alla radio, nelle colonne sonore di un documentario televisivo, in un grande magazzino, in una discoteca o in una palestra. Certamente non possiamo immaginare una radio senza musica, una discoteca senza musica o una emittente televisiva che non usi jingle, non trasmetta canzoni ma trasmetta solo programmi (film e documentari inclusi) senza musica. Questi comparti, seppure con qualche diversità hanno qualcosa in comune: lʼimpresa radiofonica, quella televisiva, oppure la discoteca utilizzano la musica come un fattore della produzione allʼinterno del proprio processo produttivo e dunque sono tenute, per legge, a remunerare la filiera musicale in modo diverso rispetto al semplice acquisto di unʼopera musicale per un uso privato. La logica è in fondo semplice: quando la musica diventa un fattore produttivo di qualche altro prodotto venduto in altri mercati, tutti coloro che hanno contribuito alla produzione devono essere considerati compartecipi e dunque essere remunerati.
La diffusione di musica genera dei diritti dʼautore e dei diritti connessi discografici, raccolti rispettivamente da SIAE e SCF e ripartiti nel modo mostrato dalla figura seguente. Le radio pagano alla SIAE un contributo proporzionale alla loro dimensione (misurata sui ricavi) e devono rendicontare i brani trasmessi, per consentire poi alla SIAE di remunerare nel modo corretto gli aventi diritto. Il diritto discografico dovuto a SCF è anchʼesso proporzionato alla dimensione dellʼemittente. Successivamente SCF ripartisce ai propri associati questa entrata in proporzione ai brani effettivamente utilizzati, ove esista il rendiconto, altrimenti ai diritti fonomeccanici versati alla SIAE.
Il settore radiofonico, nel 2009 ha raccolto 371 milioni di euro dalla pubblicità, diminuendo il proprio fatturato del 7,8% rispetto al 2008. Da notare che tutti i mesi hanno fatto registrare delle contrazioni del fatturato rispetto ai mesi corrispondenti del 2008 con le sole eccezioni di settembre e dicembre. Il mese di gennaio aveva registrato addirittura un -30% e solo la parte finale dellʼanno ha consentito di contenere la contrazione del fatturato.
La pubblicità radiofonica raccoglie circa il 6% di tutta la pubblicità nazionale ed è opportuno ricordare che nel 2009 la pubblicità, a livello nazionale, si è contratta del 13% mettendo in seria difficoltà quasi tutti i mercati dei media che hanno dalla pubblicità una rilevantissima risorsa: primo tra questi il mercato dei periodici. Una riduzione “solo” del 7,8% per un business che, ad eccezione della radio pubblica, è interamente basato sulla pubblicità costituisce una performance relativamente molto buona.
I diritti che le radio versano al resto della filiera sono la somma dei diritti pagati alla SIAE (classe III) dalle radio nazionali e locali e dei diritti discografici versati a SCF. La somma di questi diritti è 21,7 milioni di euro (6,7 milioni raccolti da SCF e 15 milioni da SIAE), cioè circa il 5,8% del fatturato complessivo delle radio.

Non sono in grado di precisare in questo momento se tale somma include anche la quota versata dalle emittenti Web. Il Rapporto viene infatti realizzato calcolando i dati di "sell-out" (in pratica il valore effettivo generato) costruiti sui fatturati degli editori e sugli incassi di chi percepisce i diritti d'autore. Le categorie che potrebbero interessare al fenomeno delle Web radio sono quelle della "musica digitale" (dove esiste una sottocategoria "streaming" che ha generato nel 2009 un fatturato di 2 milioni) e - appunto - delle "radio" nel segmento complessivo della "musica sparsa". E' ipotizzabile che tutto confluisca nella voce "radio", perché forse gli streaming digitali riguardano altre modalità di consumo della musica online. Il discorso che volevo fare è un altro. Se le radio italiane generano circa 22 milioni di diritti musicali versati e a questi aggiungiamo in ogni caso i 2 milioni degli streaming digitali, arriviamo a stabilire che il 6,3% dei fatturati pubblicitari delle radio viene versato sottoforma di diritti d'autore. Ora, per le Web radio musicali commerciali solo la SIAE chiede il versamento forfettario del 7% degli introiti quando la programmazione musicale supera il 75% del tempo complessivo di "Webcasting". Non è che è una percentuale eccessiva, anche assumendo che il valore pubblicitario delle emittenti Web sia paragonabile a quello delle emittenti via etere (ipotesi irrealistica)? Intanto, anche la REA Radiotelevisioni Europee Associate promuove una iniziativa congiunta tra emittenti e Web radio per una rinegoziazione delle aliquote da versare alla SIAE, invocando un maggiore allineamento agli introiti effettivi.
Ecco un ulteriore spunto di riflessione, insieme al fenomeno sempre più articolato della produzione e del consumo di musica Creative Commons, nell'appassionante dibattito sul diritto d'autore nel contesto dei nuovi modelli di business digitali. Proprio ieri, 30 ottobre, era in programma al centro sociale Officina99 di Napoli, una tavola rotonda sulla gestione discografica della musica CC proposta da Subcava Sonora insieme al concerto di lancio del nuovo album dei Sula Ventrebianco, vincitori del premio Martelive 2010 per la sezione musica.


15 ottobre 2010

Radio in sala d'attesa, condannato dentista milanese

Un lettore commenta la notizia riguardante scomparsa della voce "Web radio personali" dal modulo SIAE per la registrazione delle attività trasmissive online, segnalandomi che dopo il mio post è scomparso anche il "Modello AWR" da utilizzare per registrare le attività di trasmissione online. La URL per il download rimanda a un documento con una solta scritta: "documento in costruzione". Segno che in SIAE sono in atto ripensamenti?
In attesa di ulteriori sviluppi, la questione dei diritti, questa volta discografici, si ripropone con questo comunicato stampa della SCF, il consorzio "che gestisce la raccolta e la distribuzione dei compensi, dovuti ad artisti e produttori discografici, per l’utilizzo in pubblico di musica registrata, come previsto dalla legge italiana sul diritto d’autore e dalle direttive dell’Unione Europea." La SCF dà ampio spazio alla sentenza del Tribunale di Milano 10901/2010, che ha condannato un dentista a una multa per aver diffuso musica nel suo studio, attraverso una radio. Anche su queste forme di diffusione in pubblico (anche se diciamolo, non credo che i clienti del professionista milanese fossero molto concentrati sulla musica) la legge impone di pagare i diritti discografici ai produttori. Diritti, lo ricordiamo, che sono indipendenti e separati dai diritti d'autore versati alla SIAE. Pur ribadendo in modo esplicito "che il ricorso alla via giudiziaria non è certo la strada che SCF intende perseguire per affermare i diritti degli artisti e dei produttori," il presidente del consorzio Saverio Lupico, sottolinea l'importanza di questa sentenza, la quale costituirà sicuramente un precedente.
Bisogna senz'altro dare atto a SCF del pacato realismo scelto nell'approccio verso una questione che comunque la si veda mette in risalto il problema dell'adeguamento della normativa sui diritti d'autore alle specificità dei nuovi media, ma mi chiedo se in una situazione di questo tipo, dove l'ascolto "personale" della radio viene esteso a un pubblico oggettivamente molto ristretto, non si debba ricorrere a meccanismi di tutela più accomodanti, fissando delle eccezioni che oltretutto possono giovare all'immagine complessiva di regole sacrosante (il pagamento di tasse e diritti) troppo spesso percepite come insopportabili "balzelli". Ma mi rendo anche conto che il mio ragionamento corre a sua volta il rischio di degenerare in una forma di generale disprezzo della norma.
Nella definizione statutaria di questo organismo si legge che "SCF negozia con i singoli “utilizzatori” o con le loro associazioni di categoria la misura del compenso dovuto ad artisti e produttori discografici. Attraverso il rilascio di un’unica licenza, consente agli utilizzatori di diffondere in pubblico il repertorio musicale di tutte le case discografiche rappresentate, nel rispetto di quanto stabilito dalla legge." Decisamente, l'unica soluzione è discutere e decidere insieme, magari tenendo conto delle esigenze e delle capacità di spesa di singoli (vedi il caso delle Web radio individuali) che non hanno ambizioni commerciali.

DENTISTA CONDANNATO A MILANO: DIFFONDEVA MUSICA SENZA PAGARE I DIRITTI A SCF. STORICA SENTENZA, CHE INTERESSA TUTTI GLI STUDI PROFESSIONALI.

La musica dal dentista è una forma di “pubblica diffusione”, analoga a quella utilizzata in contesti come bar, ristoranti, alberghi. Così il Tribunale di Milano ha condannato un dentista per il mancato pagamento dei ‘diritti discografici’. Saverio Lupica, Presidente di SCF “una sentenza innovativa applicabile a tutti gli studi professionali”.

Milano, 15 ottobre 2010 – Storica sentenza a favore dei diritti connessi discografici. Il Tribunale di Milano ha condannato il titolare di uno studio dentistico per aver diffuso musica attraverso una radio senza aver corrisposto a SCF i compensi, previsti dalla legge sul diritto d’autore, a favore di artisti e produttori discografici (autonomi e indipendenti rispetto a quanto dovuto a Siae per i diritti d’autore).
Con sent.10901/2010 il Tribunale di Milano ha confermato che la diffusione di musica all’interno di studi professionali privati - come quelli dentistici - rappresenta una forma di “pubblica utilizzazione”, come definita espressamente nella Legge sul Diritto d’Autore (art. 73 bis - L.D.A. 633/41).
Nello specifico, in linea con quanto già ampiamente riconosciuto dalla giurisprudenza (sent. C-306/05 - Corte di Giustizia), la decisione conferma come l’elemento discriminante rispetto all’insorgenza del diritto sia la messa a disposizione delle registrazioni discografiche ‘a un pubblico di persone’, a prescindere dal carattere pubblico o privato del luogo in cui avviene la diffusione di musica.
I giudici milanesi hanno, infatti, stabilito che la clientela di uno studio dentistico è qualificabile come ‘pubblico’, in quanto appare potenzialmente indeterminata sia nel numero, che nella sua composizione; il fatto che l’accesso dei clienti allo studio avvenga in maniera programmata rappresenta una mera modalità organizzativa.
La sentenza di Milano conferma e rafforza l’orientamento giurisprudenziale che ha caratterizzato la tutela dei diritti di artisti e discografici in questi ultimi anni, riaffermando che il pagamento del compenso SCF è dovuto qualsiasi sia il mezzo utilizzato, anche una radio. Nello specifico è in linea con la normativa europea e con quanto già da tempo avviene negli altri paesi dell’Unione, dove gli studi medici e dentistici riconoscono regolarmente il pagamento dei diritti discografici a fronte dell’utilizzo di musica d’ambiente, per offrire ai propri pazienti un ambiente più confortevole e rilassante.

“La sentenza del tribunale di Milano rappresenta un provvedimento estremamente positivo e innovativo perché fissa di fatto un principio di applicabilità di più ampio respiro, che interessa a questo punto tutti gli studi professionali, come per esempio in generale tutte le altre tipologie di studi medici, quelli di avvocati, di architetti, commercialisti, notai.” - commenta Saverio Lupica, Presidente di SCF Consorzio Fonografici - “Si tratta indiscutibilmente di un ottimo risultato sul fronte della tutela dei diritti discografici. In questa occasione teniamo comunque a ribadire e confermare, ancora una volta, che il ricorso alla via giudiziaria non è certo la strada che SCF intende perseguire per affermare i diritti degli artisti e dei produttori. Al contrario: crediamo che il dialogo e la negoziazione siano le uniche soluzioni ragionevoli per dare applicazione a quello che è a tutti gli effetti un obbligo di legge, nel rispetto delle parti coinvolte. Una tesi, la nostra, che trova ogni giorno sempre più facile applicazione grazie al comportamento responsabile di un numero sempre maggiore di operatori professionali, attivi nei più svariati settori, che, grazie anche alla collaborazione instaurata con le rispettive associazioni di categoria, fanno uso di musica riconoscendo spontaneamente i diritti di artisti e produttori discografici”.

29 novembre 2009

NEXA Conference: etica ed economia della condivisione

Non è facile di questi tempi riuscire ad organizzare un convegno su problematiche inflazionate come il copyright nell'era digitale e tenere - per sette ore buone - sempre molto elevato il livello della discussione e ben desta l'attenzione del pubblico. Ci sono riusciti brillantemente Juan Carlos De Martin, Philippe Aigrain, Marco Ricolfi e tutto lo staff del centro NEXA, Centre for Internet & Society, allestendo un menu di interventi sul diritto d'autore digitale, il Creative Commons, il Copy.left, l'open access e altre articolazioni di ciò che possiamo classificare sotto l'ampio dominio della network neutrality. Oltre a essere risultato particolarmente istruttivo, il convegno mi è sembrato felicemente pervaso dell'autentico spirito della Rete nell'affrontare la materia della condivisione, la keyword più utilizzata dell'intera giornata.
Gli speaker hanno affrontato una quantità di implicazioni dell'accesso ai contenuti digitali e della loro condivisione su infrastrutture IP. Si è parlato appunto di revisione e ampliamento della normativa (vecchia di trecento anni) sul copyright, di creatività condivisa, di open access nella ricerca e nelle pubblicazioni scientifiche (pubblicazioni, è bene ricordarlo, che contribuiscono a determinare la reputazione e la qualità di ricercatori e docenti universitari). Ma soprattutto si è parlato di una nuova visione dell'economia, della proprietà, della politica, dell'etica. In una parola di un mondo che smette finalmente di mettere al centro di tutto il possesso e il profitto economico legato a tale possesso (di una materia prima, di una struttura produttiva, di un bene artistico e intellettuale), spostando l'attenzione sulle nostre qualità di esseri umani, sul valore - anche economico, per carità - che la nostra conoscenza, la nostra creatività possono generare in un mercato basato su regole del tutto nuove, più eque e sostenibili.
Marco Ciurcina ha per esempio illustrato il concetto di licenza collettiva che potrebbe aiutarci a risolvere i problemi di legalità dei contenuti veicolati attraverso reti di file sharing peer-to-peer, facendo emergere a vantaggio di tutti un mercato oggi inesistente. Proprio alla fine della giornata due protagonisti italiani sulla scena della musica su Internet, DJ Pony (Feelgoodproductions) e DJ ENIAC (Fabio Battistetti di Chewz.net), hanno parlato di net labelism, nuovi modelli di business per la musica nell'era successiva alla "morte del disco" e anche di Web radio.
Ho pubblicato l'intero audio del convegno Torinese in tre parti disponibili in condivisione su questa cartella di Mediafire. L'estratto con l'intervento di DJ Pony e DJ ENIAC si trova in questo file separato. Immagino che sul sito della conferenza verranno messi a disposizione altri materiali. Nel clip qui in basso Juan Carlos spiega il concetto di neutralità della rete.

28 novembre 2009

La radio in negozio paga il biglietto per la musica?

Sono a Torino per assistere alla conferenza del centro del Politecnico torinese NEXA su "Internet & Società 2009". I temi forti affrontati in questa edizione riguardano contenuti e licenze Creative Commons, open access, copy left… E mentre posto sul blog mi contatta Andrea Borgnino per segnalarmi che i consorzi dei fonografici italiani stanno inviando raffiche di lettere agli esercenti di bar e altri locali pubblici per chiedere il pagamento di un fee sui diritti per la musica trasmessa da radio accese e impianti di diffusione sonora. Sto scrivendo per CorrierEconomia proprio a questo proposito e sto parlando con i titolari dei diritti digitali. (tra parentesi: SCF, il consorzio di aziende fonografiche citato nell'articolo estratto da Repubblica di oggi, ha pubblicato il suo annuale rapporto sul mercato della musica in Italia, vi riferirò). Parlando con i rappresentanti dei titolari di diritti d'autore rilevo molta ragionevolezza e apertura, ma credo che di queste cose si debba ancora discutere, e molto, per raggiungere soluzioni di compromesso ed equità che tengano conto delle ragioni degli autori/esecutori in un'epoca in cui il frutto del loro lavoro non si può più confinare così facilmente.

Esercenti in rivolta: "ci chiedono di versare altri diritti oltre a quelli Siae" Cifre riscosse dal consorzio dei fonografici Scf in base all'articolo di una legge del 1941

Radio accesa nei bar e negozi i discografici presentano il conto
di PAOLA COPPOLA

ROMA - Basta avere una radio, un lettore cd o una tv e, naturalmente, tenerli accesi. Che faccia da sottofondo in un negozio, siano note soft in un ristorante, una compilation "sparata" dal parrucchiere o in un bar, e persino un disco messo su in parrocchia: tutto questo ha un costo, come per la musica in discoteca.
Rivendicato in migliaia di lettere che stanno arrivano agli interessati. I gestori di pubblici esercizi, negozianti e artigiani sono infuriati: fanno fatica a capire perché, se c'è il diritto d'autore corrisposto alla Siae, per l'utilizzo in pubblico di musica registrata si debba versare un altro compenso che va nelle casse delle case discografiche.
Non si tratta di una truffa ma dei diritti (connessi a quelli d'autore) previsti da un articolo di una legge del 1941. Sì, una legge del secolo scorso. Cifre comprese tra 70 e 600 euro in base all'ampiezza del locale, riscosse dal consorzio dei fonografici Scf, che riunisce le case discografiche e tutela oltre 300 imprese. C'è chi si adegua e paga, anche perché diverse associazioni di categoria hanno stretto accordi con Scf ottenendo sconti (tra gli altri Federdistribuzione, Confcommercio, Federmoda). E c'è chi minaccia di ricorrere al giudice e invita a non pagare.
(28 novembre 2009) (continua)

15 luglio 2009

Microsoft prepara un servizio musicale free?

Microsoft come Spotify, il servizio di streaming musicale supportato dagli annunci pubblicitari o di download a pagamento. Secondo il quotidiano inglese Telegraph, che riporta le dichiarazioni di un dirigente di MSN, entro la fine del mese Microsoft lancerà un analogo servizio, forse per rendere ancora più appetibile l'acquisto del player musicale Zune, anch'esso annunciato per l'autunno.
Rischia di diventare alquanto affollato il mercato internettiano delle alternative alla radio. La materia prima è sempre la musica. Il cui consumo, secondo il modello genericamente riferibile a iTunes di Apple viene sempre più manovrato dal basso, coinvolgendo in prima persona l'appassionato che si informa in modo attivo attraverso i social network e riceve input automatici dai vari sistemi di "raccomandazione" musicale, anche loro sociali.
C'è una sola pecca in tutto questo discorso: la sostenibilità economica dei siti di raccomandazione e aggregazione (che per mantenere la legalità devono pagare i diritti e quindi finanziarsi in qualche modo) e le possibili ricadute sul mercato tradizionale della musica, che per il momento fatica a trovare online la sua nuova strada. Per un iTunes che ha successo ci sono decine di proposte alternative sul cui futuro a medio-lungo termine è impossibile fare previsioni.

Microsoft is launching a music streaming service this month

Microsoft is gearing up to launch a music streaming service similar to Spotify by the end of this month.

By Emma Barnett, Technology and Digital Media Correspondent
Published: 13 Jul 2009

The service, which Microsoft aims to have ready by the end of July, will offer users the chance to stream music for free and also download to own.
Peter Bale, executive producer of MSN, Microsoft’s news and entertainment portal, told The Telegraph exclusively: “Music is an important area for Microsoft. We are looking at launching a music streaming service imminently.
It will be a similar principle to Spotify but we are still examining how the business model will work.”
Spotify users can stream music for free in exchange for listening to around a minute of advertising every half hour but for £9.99 a month, the ads will be turned off. It is thought Microsoft’s offering will be ad-supported too as well as having a paid-for premium service.
Mr Bale added: “We are looking at how other similar businesses have structured their business models and trying to figure out what will work best for both consumer and Mircosoft.”
The service would be operated and owned by Microsoft, while being promoted through MSN and other parts of the Microsoft network.
He also hinted the service could be tied in with Microsoft’s Xbox gaming console, but would not be drawn on the details of how a partnership would work. The addition of a Microsoft-owned music streaming service would tie in with an increasingly consumer focussed strategy from company to make its Xbox 360 console the main “entertainment hub” in the family home. Users are already able to download movies through their console and play games against one another online.
In what is becoming an increasingly competitive marketplace, Mr Bale thinks Microsoft can bring “scale and a quality of product” to the music streaming scene.
The service is expected to bolster the appeal of Zune, Microsoft’s music player. Mr Bale said the knowledge of the music industry the company had gleaned via Zune and also the player’s technology, had all been incorporated into the service’s development process. Microsoft recently announced it would launch a high definition version of its music player, but it will only be available in the United States.
No download partner has been signed yet but Microsoft is in discussions with several companies. Spotify’s download partner is 7digital and is in the process of offering one-click to own functionality.

08 luglio 2009

Web radio: accordo con i discografici; e Pandora limita

Il sito Paid Content (grazie a Francesco per la segnalazione) fa il punto sull'accordo raggiunto tra le case discografiche americane e le stazioni radio via Internet o i servizi di musica free tipo Pandora, che in base alla nuova regolamentazione del 2007 avrebbero dovuto versare royalties molto onerose ai titolari dei diritti dei brani musicali trasmessi. Gli accordi prevedono la possibilità di versare dei fee in funzione dei brani diffusi o, in alternativa, in base alle revenues complessive (un balzello piuttosto salato: il 25%). La nuova convenzione, che dovrebbe favorire le entità "pureplay" - i business esclusivamente musicali - permettendo loro di tirare avanti, era stata contestata da aziende come RealNetworks, che forniscono anche altri servizi e tecnologie. Real in effetti continua a dirsi non soddisfatta del patto. Quanto a Pandora, facendo i suoi calcoli ha deciso che d'ora in poi chi usufruisce del servizio gratuito non potrà ascoltare più di 40 ore di musica al mese. Oltre questo limite gli utenti saranno tenuti a versare, ogni mese, 99 centesimi di dollaro, o passare direttamente al servizio a pagamento Pandora One.

Labels, Online Radio Stations Agree On New Royalty Rates; Pandora Will Limit Listening


After years of uncertainty, so-called “pureplay” internet broadcasters finally have a copyright deal that should give them enough breathing room to stay in business. The agreement announced today between the record labels and the online radio stations offers an alternative to the higher royalty payments imposed in 2007 by the Copyright Royalty Board—providing a form of revenue sharing and more detailed reporting in exchange for lower per stream rates. Earlier this year, settlement talks faltered at the last minute when the two couldn’t get past the idea of charging companies like RealNetworks based on their overall revenue, rather than streaming music alone.
This still doesn’t help Real, the company says, since it isn’t “pureplay” but Pandora, the poster child for the idea that the new rate could kill businesses, is pretty pleased even though founder Tim Westergren says the rates are “quite high” and that the free service’s top listeners face limits.
Westergren told readers of the Pandora blog that users of the free version will be limited to 40 hours a month; he estimates that will effect about 10 percent. They will be able to pay an opt-in fee of 99 cents when they hit the limit in a given month: “In essence, we’re asking our heaviest users to put a dollar (well, almost a dollar) in the tip jar in any month in which they listen over 40 hours. We hope this is relatively painless and affordable—the same price as a single song download.” Or they can upgrade to premium Pandora One.
For its part, the music industry isn’t letting go of the earlier ruling. John Simson, executive director of SoundExchange, stresses that this is an experimental formula and that the rates “the rates the CRB set were appropriate and fair.” The nonprofit collects royalties for copyright owners. This, Stimson said in a statement, “gives certain pureplay webcasters the opportunity to flesh out various business models and the creators of music the opportunity to share in the success their recordings generate.” These rates are extended through 2014 for small pureplay webcasters, and through 2015 for the others; it’s retroactive to 2006 for all.
The final settlement includes three rate classes, each starting with a $25,000 minimum annual fee that can be applied to royalties owed and with a minimum percentage of all their U.S. revenues up to 25 percent:

—Large pureplay webcasters: Pay the greater of either a per performance rate or 25 percent of total revenue; agree to provide “more comprehensive reporting” about the sound recordings used than currently required.

—Small pureplay webcasters (those earning $1.25 million or less in total revenues with a cap on music streamed): Through 2014, they will have the option of paying the greater of a percentage of revenue or a percentage of expenses, and “in certain circumstances” can have less stringent reporting requirements in exchange for a “proxy fee.” That option could keep the paperwork down, something that can be intense for smaller operations.

—Pureplay webcasters that provide bundled, syndicated or subscription services: Will pay per-performance fees that are the same as those contained in an agreement cocluded earlier in the year by SoundExchange with the National Association of Broadcasters.

—Update: Real spokesman Bill Hankes explained the company’s situation via e-mail: “None of the settlements are a good fit for our diverse business. Our goal is to arrive at a rate that is feasible for both free-to-the-user and bundled music services. We’d like to reach an agreement that makes sense, but if that proves impossible we are prepared to adhere to the rates established by the Copyright Royalty Judges.”

31 maggio 2009

Royalties, gli abbonati pagheranno al posto di Sirius XM

Nuovi guai in vista per l'operatore satellitare Siurius XM, che dopo il merger deve poter contare sui flussi di cassa generati dagli abbonamenti per risolvare la sua non facile situazione debitoria. Ma conservare la fedeltà degli abbonati rischia di diventare problematico perchè dopo gli aumenti delle tariffe entrati in vigore nei mesi scorsi ora l'operatore ha preso una decisione che non risulterà troppo popolare: a partire dal mese prossimo Sirius XM trasferirà agli ascoltatori la tassa di circa due dollari attualmente versata per coprire i costi dei diritti sui brani musicali trasmessi, diritti che vengono percipiti non dagli autori ma dagli interpreti dei brani e dalle loro case discografiche.
E' la stessa tassa che discografici e cantanti vogliono imporre alle stazioni radiofoniche terrestri (con un progetto di legge molto controverso) e che le stazioni radio via Web e gli operatori di radio digitale come Sirius XM versano da tempo, tra l'altro con aumenti anche cospicui. Fino a oggi Sirius si sobbarcava il balzello. In questi giorni, un memo interno fatto circolare su Internet (ecco per esempio il testo pubblicato da Satellite Guys, un forum di appassionati) ha rivelato l'intezione di riversarlo su chi si abbona.
Dopo aver salvato la sua azienda per il rotto della cuffia, con il prestito di un altro operatore satellitare, Liberty Media, per Mel Karmazin, audace e fortunato Ceo di Sirius XM, la fedeltà degli abbonati è una priorità assoluta. Quanta pressione potrà permettersi di esercitare su di loro? E se l'azienda dovesse fallire, chi trasmetterà i brani musicali le cui royalties vanno a rimpinguare solo le tasse dei discografici?

31 marzo 2009

USA: meno soldi dai radiospot, più tasse sulla musica

Sembra ormai assodato, almeno negli Stati Uniti, che la radio come mezzo pubblicitario vale ormai meno del Web. Uno studio di PricewaterhouseCoopers commissionato dall'Internet Advertising Bureau stabilisce che nel 2008 il fatturato pubblicitario di Internet ha raggiunto il livello recordo di 23,4 miliardi di dollari (10,6% in più sul 2007), mentre la radio non riesce neppure a sfondare quota 20 miliardi e con una contrazione del 9% si attesta su 19 miliardi e mezzo.
Non è un bel momento per affrontare con la dovuta serenità l'iter parlamentare - iniziato questo lunedì con la presentazione in Senato - della proposta di legge (il Performance Right Act) che potrebbe obbligare le stazioni radio americane a versare le royalties agli esecutori di brani musicali (e non semplicemente agli autori delle canzoni), cosa che del resto stanno già facendo le stazioni via Web. Chissà però se questo argomento può servire a lobbysti della National Association of Broadcaster. Forse il Congresso si impietosirà davanti a questa notizia e continuerà a prolungare la franchigia riservata a operatori diventati all'improvviso un po' più poveri. Non sembrano esserci molte chances a dire il vero. Proprio oggi il capo del sottocomitato Telecomunicazioni al Congresso, onorevole Rick Boucher, ha suggerito agli editori radiofonici di sedersi allo stesso tavolo dei titolari dei diritti musicali e negoziare un accordo. Le notizie che seguono vengono dalla testata telematica RadioInk.

Internet Ad Revenue At Record High In '08, Passes Radio

NEW YORK -- March 31, 2009: The Internet Advertising Bureau and PricewaterhouseCoopers report that Internet ad revenues rose by 10.6 percent in 2008, to a record-high $23.4 billion, up from $21.2 billion in 2007. That's compared to $19.5 billion in 2008 revenue for radio as reported by the RAB, down 9 percent from '07.
In the fourth quarter of 2008, Internet revenues came in at $6.1 billion, up 2.6 percent from $5.9 billion in Q4 '07 and also a record high.
"We are seeing an ongoing secular shift from traditional to online media as marketers recognize that ad dollars invested in interactive media are effective at influencing consumers and delivering measurable results," said IAB President/CEO Randall Rothenberg. "In this uncertain economy, where marketers know they need to do more with less, interactive advertising provides the tools for them to build deep, engaging relationships with consumers -- the experience marketers gain from this will deliver dividends, especially after the economy turns around."
Search advertising is the big driver of online ad growth, says the IAB, moving up 19.8 percent in 2008. Digital video is still relatively small, but growing fast -- up 126 percent, to $734 million in 2008 from $324 million a year before. Banner ads and lead generation were up in 2008, while rich media ads, sponsorships, classifieds, and e-mail advertising were all down somewhat on the year.
The leading categories for online ads last year were retail, financial services, computing, and automotive, the same as in 2007. PricewaterhouseCoopers Partner/Assurance David Silverman said, "Though some categories in the fourth quarter slowed or even dipped, reflecting the current economic challenges, the overall performance is up, confirming interactive's ever-growing importance to the successful marketing mix."

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Boucher Suggests Radio Negotiate Royalties; NAB Responds

WASHINGTON -- March 31, 2009: The NAB is holding its annual State Leadership Conference in Washington, DC, and at the event, Rep. Rick Boucher, who chairs the House Telecom Subcommittee, suggested that radio negotiate with record labels to come to terms on a new performance royalty for radio.
NAB EVP Dennis Wharton said in a statement in response, "NAB has great respect for Chairman Boucher, but we would submit that the real negotiation should take place between the record labels and recording artists. After the record labels have renegotiated all the abusive deals they have forced on artists, they should come see us."
Now before Congress are the Performance Right Act, which would for the first time impose performance royalties on broadcast radio. Lobbying on behalf of the PRA is MusicFIRST, an RIAA-backed group formed for that purpose. Countering the PRA is the Local Radio Freedom Act, a non-binding resolution declaring that Congress should not impose such royalties. The resolution has more than 150 co-sponsors in the House and was introduced in the Senate Monday with three initial co-sponsors.

18 febbraio 2009

USA, NAB strappa uno sconto sul webcasting

La notizia è che la National Association of Broadcasters americana e SoundExchange, la società che raccoglie i diritti per la diffusione della musica, hanno raggiunto un nuovo accordo per il cosiddetto simulcast via Internet, il flusso di programmazione che l'emittente radiofonica tradizionale difffonde in simultanea via etere e sul Web. Sono tariffe piuttosto elevate e destinate a crescere notevolmente nei prossimi cinque anni, ma quel che conta per la NAB è che fino al 2010 i suoi associati pagheranno lo streaming musicale su Web a tariffe comunque più convenienti rispetto a quelle a loro tempo fissate dal Copyright Royalty Board.
Restano i dubbi sulle povere emittenti che trasmettono solo su Internet, esterne al NAB e quindi escluse dalle tariffe preferenziali e impossibilitate a giocare su diversi canali pubblicitari (cosa ha già spinto AOL e Yahoo a liberarsi delle loro Web radio). Ma attenzione, scrive nel commento che segue la newsletter Audiographics. Le famose tariffe concordate con SoundExchange, forfettizzano il pagamento dei diritti in funzione del numero di ascoltatori che si collegano allo stream, in ragione di un tot ogni migliaio di ascoltatori. Le radio devono cominciare a convivere con l'idea che in futuro, diversamente da quanto è sempre accaduto per il modello diffusivo, un pubblico più esteso implicherà un maggior costo per la trasmissionedi brani musicali. E di conseguenza anche il modo di coprire tali costi - cioè la vendita di inserzioni - dovrà seguire un analogo ragionamento. Gli inserzionisti dovranno pagare di più per una pubblicità assai più mirata e misurabile, perché legata a un contenuto trasmesso via Internet e non via etere. Non solo. Nella pubblicità radiofonica ibrida via etere/Web, cambia anche radicalmente il concetto di localismo. Si sa che il mercato pubblicitario radiofonico americano viene suddiviso in tanti bacini e gli inserzionisti che acquistano uno spazio per essere ascoltati in un dato bacino sono anche quelli che si muovono, commercialmente, nell'ambito di quel territorio. Un brand nazionale non farà mai pubblicità su una stazione che si ascolta in una piccola città o comunque non investirà mai troppi soldi. E invece, con lo stream via Internet, cambiano anche quelle carte in tavola. Oggi una stazione non può andare a vendere pubblicità a un inserzionista che lavora in aree non coperte dal segnale. Ma se l'inserzionista in questione ha un sito Web raggiungibile da tutte le località americane la stazione ha uno stream Web che potenzialmente le consente di arrivare ovunque, perché l'inserzionista non dovrebbe acquistare uno spazio su quello stream? Un discorso molto logico, che dimostra come Internet, in una certa misura, ha davvero cambiato le vecchie regole e i mezzi tradizionali devono ancora abituarsi all'idea.
NAB reaches webcasting deal with SoundExchange
February 16, 2009

Soundexchange Two down, four or more to go. SoundExchange, the firm that collects royalties on behalf of labels and performing artists, announced a compromise today with the National Assn. of Broadcasters that settles a nearly 2-year-old dispute over royalties for online radio simulcasts. The deal comes one month after SoundExchange reached agreement with the Corporation for Public Broadcasting. Those pacts leave commercial webcasters, religious broadcasters, college radio and, possibly, hobbyists still seeking better terms than a Copyright Royalty Board decreed early in 2007. Unfortunately, the NAB deal isn't likely to break the logjam for the other webcasters -- simulcasts have much better economics than webcasts do, so NAB members can afford higher rates.
Many webcasters viewed the CRB's order as devastating because it would have more than doubled the royalty rate per song played online. The rate from 1998 to 2005 was 76 cents per 1,000 listeners for large commercial stations, and 20 cents for non-commercial ones. The CRB set a common per-song rate for both that rose from 80 cents per 1,000 listeners in 2006 to $1.90 in 2010. Combined with bandwidth costs and other expenses, those fees test the limits of what some webcasters can make selling advertisements. In response, SoundExchange argues that just as webcasters can't expect discounts from ISPs and utilities, they shouldn't demand "subsidies" from recording artists and record labels. Yet the rates apparently were high enough to prompt dramatic retreats by two of the most popular webcasters, AOL and Yahoo. Both turned over their radio streams to CBS, which was better positioned to market them to radio-friendly local advertisers.
Under the deal announced today, local radio stations will pay a per-song rate of $1.50 per thousand listeners in 2009 and 2010, compared with the CRB's $1.80 and $1.90, respectively. But the deal also calls for rates to rise to $2.50 by 2015. It's worth noting that commercial radio simulcasts (simultaneous online transmissions of over-the-air feeds) can be more lucrative than made-for-the-Internet webcasts because they cost little to produce and include far more commercials per hour. That's why it seems unlikely that the terms agreed to by the NAB will be appealing to other webcasters.
Congress had given each group of webcasters and SoundExchange until Sunday to negotiate deals whose terms would become available to every member of that group. With the deadline passed, it's not clear what will happen next. The courts will soon weigh in: A federal appeals panel in Washington is set to hear the webcasters' legal challenge to the CRB's ruling on March 19.

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"Local" Covers Larger Area in Radio Today

If there's anything good to come out of the NAB agreement with SoundExchange for local broadcasters, it's that the radio industry will soon understand it must stretch its concept of the term "local" to survive after paying those streaming rates.
Let's quickly go over the terms: from $0.0015, a gradual increase to $0.0025 for each listener for each recording by 2015. It starts at 16% less than what is being demanded of pure-play internet radio stations. If you are interested in seeing what was offered to small webcasters, the agreement is here and the agreement term sheet is here.
There are two thoughts about NAB signing this deal:

1) Radio won't make it work without reconstructing how it sells its online audience.

2) The streaming fee will go up as each station builds its audience online.

Let's take the second point first because it's far from anything the radio industry has ever had to deal with: an escalating expense associated with extending audience reach. This brings a new metric to radio, "Revenue Per Visitor." It's a mathematically certain way to show whether each audience member makes you money, or costs you. The formula is Revenue Generated/Visitors = Revenue Per Visitor.
With server log analytics, you'll see how minor adjustments in web site programming elements add to your revenue or cause people to leave.
Revenue Per Visitor was never considered in a radio station's programming cost before because you could never track audience size. At $0.0025 for each listener, for each recording, you now know that it's technically possible to count an online audience accurately. You may also begin to see the granularity of measurements a radio sales staff can offer in its web site ad package.
It's no secret that HOW radio sells itself is antiquated. So, reconstructing your sales plan is useful if moving this old approach online.
As the NAB and SoundExchange agreement proves, accounting of an online audience is accurate enough to base your costs on it. The natural extension, then, is to offer clients this same granular accountability as a premium service attached to an advertising campaign. You can establish separate revenue streams for a variety of reports you are now able to provide advertisers.
Now about those advertisers, and getting back to our mention of stretching the concept of "local." Anyone listening to your radio station online, who lives in your ADI, helps represent approximately 40% of your web site's total visitors. (That's a very general/generous estimate based on years of watching data like this.) 60% of your web site traffic will come from outside of your market.
Focus selling to the 60% of outsiders by targeting (as advertisers) your town's businesses which have web sites offering online transactions.
If the radio industry is going to sign agreements to pay by audience numbers, it needs to establish methods of charging advertisers using the same audience numbers. (BTW: $0.0025 per listener for each recording may not sound like much until you extrapolate that over an AQH of 15,000.)
By setting up to pay these very high copyright royalty fees, NAB may have just pushed its radio members into tomorrow. Radio industry executives must now look at audience numbers on a much more molecular scale - where most in-the-know ad buyers are starting to settle.
When these execs look, their eyes will open wide; only we won't be able to tell if it's from an amazement at what stands before them, or the amount of money they will need to pay for streaming to an online audience.

09 febbraio 2009

Jamendo Pro, l'anti SIAE per l'ambient music

Ricevo dagli amici di Jamendo, portale lussemburghese di musica digitale royalty free, l'annuncio del lancio della versione professionale di Jamendo, espressamente rivolta a punti vendita, sale d'attesa, centri benessere nonché per la sonorizzazione di eventi e siti Web. Jamendo si propone in modo esplicito come sorgente musicale alternativa a quella per la quale si devono versare i diritti SIAE. Band, gruppi e cantanti "federati" con Jamendo mettono la loro musica a disposizione dei singoli consumatori ricevendo un equo compenso. Chi ascolta via Web per scopi non commerciali non deve pagare nulla, neppure per scaricare la musica. Non saranno artisti "famosi", ma i generi musicali sono coperti tutti, dal metal al rock, dall'hip hop alla electro.
Veronika, dell'ufficio stampa, mi fa sapere anche che probabilmente Jamendo sarà presente in occasione del Document Freedom Day 2009, il prossimo 25 marzo, in una località del milanese. L'evento internazionale, che a Milano viene organizzato dal Free Software User Group Italia, si propone di promuovere l'uso dei formati di documento aperti e in generale degli standard aperti (ma non nel senso voluto da Microsoft).

Jamendo offre un'alternativa alla SIAE

Oggi jamendo lancia un servizio innovatore di musica d'ambiente per luoghi pubblici. Oltre 180.000 titoli non appartenenti al catalogo SIAE da ora disponibili per i bar, ristoranti, alberghi, negozi...
...saloni parrucchiera, sale d'attesa e centri di benessere : i destinatari della nuova offerta di musica d'ambiente di jamendo. Questo servizio è da oggi disponibile in lingua italiana : http://pro.jamendo.com/it. La musica viene diffusa via streaming internet o supporti fisici.

I professionisti possono diffondere musica di qualità, senza pubblicità e interruzioni, e di vari generi : pop, lounge, jazz, rock, musica classica, electro...
Jamendo vuole creare la filiera corta dell'industria musicale, e si presenta come la società collettiva del XXI secolo : al minimo 50 % dei ricavi sono distribuiti fra gli artisti senza alcun intermediario. Le licenze Creative Commons, la versione adotatta del copyright tradizionale, sono riconosciute in oltre 60 Paesi, e assicurano la protezione legale delle opere.

I vantaggi:

Per i professionisti:
  • un servizio economico di musica d'ambiente rispetto alle tariffe SIAE e altre società di gestione
  • uso semplice
  • alcuna pubblicità
  • grande scelta di musica adattabile all'ambiente del locale
  • un certificato conforme alla legge che certifica l'origine della musica e la sua non appartenenza alla SIAE
Per gli artisti:
  • rimunerazione equa e immediata
  • un mezzo efficace per diffondere la propria musica
Jamendo inoltre propone delle licenze per ogni uso professionale della musica : pubblicità, televisione, documentari, DVD, videogiochi, film, siti web, ecc.
Dall'altra parte, gli utenti privati possono scaricare la musica di jamendo gratuitamente, legalmente e senza limite.

01 gennaio 2009

Diritti musicali e radio USA: nuove regole per le playlist

Non è affatto conclusa la vicenda, che ha tenuto banco per tutto l'anno passato, delle royalties che le radio americane devono versare per la diffusione di brani musicali. Dalla Copyright Royalty Board è arrivata una nota che fissa alcune novità sul sistema che le stazioni via etere, Internet, cavo e satellite devono utilizzare per riferire alla Commissione i brani effettivamente trasmessi e avere, sulla base di questi elenchi, l'esatta indicazione di quanto pagare. Le regole stabilite cinque anni fa imponevano alle stazioni radio di comunicare le rispettive "playlist" relative a periodi di due settimane ogni trimestre e ora invece la CRB intende chiedere elenchi continui e dettagliati. Per stazioni come Pandora non ci saranno problemi (le playlist vengono già comunicate in elettronico), ma questo nuovo requisito potrebbe risultare oneroso da rispettare per le radio più piccole, per esempio le stazioni universitarie. Ancora non sono state prese decisioni definitive, perché le controparti hanno adesso un mese di tempo per commentare sulla nuova proposta di regolamento. Inoltre, osserva questa breve cronaca di PC Magazine, per le Web radio non è ancora stata chiusa definitivamente la questione dell'entità dei diritti da versare. Una legge dello scorso ottobre aveva fissato il 15 febbraio prossimo come scadenza per la stesura di un accordo tra emittenti e titolari dei diritti. Se l'accordo non ci sarà, sarà la stessa CRB a fissare le tariffe

Web Radio Royalty Battle Takes New Turn

12.31.08

by Chloe Albanesius

The battle over radio royalty rates will likely continue into 2009, with the latest issue tackling how and when cable, satellite, and Internet stations should report their playlists to copyright holders in order to determine payment.
The Copyright Royalty Board, a government body that sets royalty rates, released a notice on Tuesday that suggests altering the reporting requirements for stations.
CRB wants any entity that pays royalties under sections 112 and 114 of the Copyright Act, including Internet radio, satellite radio, digital cable radio, and any other radio-like services delivered by digital means to report every single song they play on the air to SoundExchange, which governs the music industry's royalty rates. Under current rules established in 2004, they are only required to report their playlists for two weeks every quarter.
Pure Internet radio stations like Pandora will not really be affected by this type of "census reporting" because they already agreed last summer to report all activity electronically.
CRB also noted that satellite and cable could have difficulty actually calculating how many users are listening to a particular song, and might have to come up with an alternative means of payment.
"Where this change is likely to have the most impact is in connection with the operations of broadcasters who also stream their programs on the Internet," David Oxenford, a partner with Davis Wright Tremaine, wrote in a blog post. "Noncommercial broadcasters, such as college radio stations, have repeatedly complained that their small staffs to not have the ability to maintain these electronic records, especially where the stations are volunteer-programmed by DJs who select their own music on the spot."
Comments on this proposal are due to the CRB by January 29.
The board also questioned whether it was feasible for SoundExchange to set up a Web site for receiving playlist data to make it easier for smaller operations. SoundExchange has thus far resisted this idea for security and financial reasons. At this point, SoundExchange accepts data via FTP, e-mail attachments, CD-Rom delivery, or via floppy discs.
Though Internet radio already abides by census reporting, royalty payment status is still up in the air. Under a bill signed into law in October, Internet radio and copyright holders have until February 15 to come up with a royalty agreement or the decision will be handed back to the CRB.

11 dicembre 2008

Le Web radio "valgono" 300mila € di diritti discografici


Sono stato questa mattina alla presentazione della prima ricerca sul valore del mercato della musica in Italia. In realtà non è il primo studio di questo tipo. Negli anni passati i committenti, SCF Consorzio Fonografici, DismaMusica (associazione di categoria di chi vende strumenti musicali) e FEM (Federazione Editori Musicali), avevano affidato lo studio alla Bocconi. L'edizione 2008, con i dati relativi al 2007, è invece stata curata, con una nuova metodologia, dall'università milanese IULM, da un team coordinato da Luca Barbarito e Antonella Ardizzone. Quanto "vale" la musica in Italia e perché il dato deve interessare anche me e Radiopassioni? La risposta alla prima domanda è: 4,1 miliardi di euro, molto poco se confrontiamo il dato con quello di altre nazioni europee, alla faccia di una tradizione che, forse lo dimentichiamo, non si è più rinnovata più o meno dalla morte di Verdi.
Alla seconda domanda è ancora più banale rispondere: perché una quota significativa di questo valore è rappresentato dai flussi generati dalle radio e dalle televisioni, quelli che riguardano l'area chiamata dal professor Barbarito, docente di Economia dei media, la "musica sparsa", quella di cui fruiamo senza direttamente acquistare un supporto fisico come il CD (a proposito, è praticamente un tracollo per il disco di policarbonato o vinile - sì vinile, sta ritornando - che perde 19 punti percentuali sul 2006 e si attesta a 406 miseri milioni). Insieme alle discoteche, radio e televisioni generano 1,34 miliardi di euro e registrano un discreto aumento.
L'aspetto molto interessante per noi, ne ho parlato un po' con Gianluigi Chiodaroli, (nell'immagine durante il suo intervento) presidente di SCF è la crescita in termini di flussi economici "ufficiali" del fenomeno Web radio. «E' un'area se vogliamo marginale, in cui siamo entrati su mandato degli associati, più con intenti esplorativi e culturali che con l'idea di porre dei limiti,» mi ha detto Chiodaroli. L'SCF, nata nel 2000 («si pensi che la nostra omologa britannica, la PPL, è nata nel 1934, proprio in seguito alla nascita della radio»), è il consorzio che raccoglie i "diritti del disco" e dell'artista che esegue un brano. Molti in Italia non sanno neppure che assolvere i diritti di autore attraverso la SIAE è solo un pezzo dei requisiti da ottemperare quando si fa musica in pubblico, anche attraverso la radio. L'altro pezzo riguarda i diritti di proprietà di chi produce il disco o di chi esegue una canzone altrui. La raccolta di tali diritti spetta appunto all'SCF, con la quale anche le Web radio possono ormai sottoscrivere un accordo di licenza. Sono previste tre tipologie di contratto, mi spiega Chiodaroli, perché molto presto è apparso chiaro che in questo nuovo ambito esistevano modalità e finalità troppo diverse. Ci sono quindi Web radio istituzionali, per esempio quelle aperte dai paritti politici in occasione delle elezioni, quelle commerciali, magari associate al lancio di un prodotto, di una campagna pubblicitaria. E le radio su Web "amatoriali" spesso animate dallo stesso spirito delle radio libere negli anni Settanta. Nel complesso, da queste tre fasce di radio di nuova generazione, sono arrivati circa 110mila euro nel 2007. «Ma il dato del 2008 che stiamo per chiudere ci dice,» mi ha anticipato Chiodaroli, «che questo valore è già triplicato, abbiamo superato i 300 mila euro.» Che cosa comporta l'accordo con SCF per una Web radio? «La possibilità di mettere online qualsiasi titolo discografico, a patto che la funzione di download non riguardi un singolo brano ma, per esempio, un intero programma in cui vengono eseguite delle canzoni, che poi è più o meno la stessa cosa.»
Sul sito di SCF sarà presto disponibile lo studio, insieme a molta altra documentazione. Appena possibile metterò online anche l'audio della conferenza stampa.

09 luglio 2008

Legge sulle royalties, il Congresso si aggiorna

A causa degli impegni parlamentari previsti nell'anno delle elezioni presidenziali, è improbabile che i deputati americani votino entro quest'anno sulla nuova legge che potrebbe costringere le stazioni radio a versare royalties agli esecutori (oltre che agli autori) dei brani trasmessi.
Ma il percorso, dice questa interessante analisi di Billboard/Reuters, sembra ormai segnato e prima o poi il Congresso approverà.

Battle for radio royalties gains momentum
Tue Jul 8, 2008

By Jeffrey Yorke

WASHINGTON (Billboard) - Chances appear slim that Congress will vote this year on legislation requiring terrestrial radio stations to pay artists and labels performance royalties to play their recordings.
Nonetheless, signs are emerging that the recording industry is making some headway in its precedent-breaking fight to extract new royalty payments from broadcasters.
A resounding voice vote June 27 by the House Subcommittee on Courts, the Internet and Intellectual Property in favor of the legislation sent the Performance Rights Act to the full House Judiciary Committee. A vote by the Senate Judiciary Committee on a similar bill is also possible. But the legislation doesn't seem poised to get much further in this election year, as Congress is scheduled to adjourn for a summer recess after the first week of August and faces a full agenda after it reconvenes following the Labor Day weekend.
The National Assn. of Broadcasters (NAB) has rallied opposition to what it derides as a performance "tax," releasing in late June a list of 219 House members (out of 435) who signed a nonbinding resolution declaring that such fees would impose "severe economic hardship" on radio stations.
Still, supporters of performance royalties can point to bipartisan backing of their own, amid signs that even some opponents of the bill are absorbing a fundamental message that the Recording Industry Association of America (RIAA) and artists' groups have been hammering home for months: that terrestrial radio broadcasters in other industrialized countries, as well as satellite and Internet radio companies in the United States, all pay performance royalties.

LEGISLATORS WEIGH IN

Intellectual property subcommittee member Rep. Howard Coble, R-N.C., said he considered the current legislation "a work in progress" and that he intends to vote against it in hopes of working with other members on amendments. But given that satellite and Internet radio companies pay performance royalties, "extending the exemption in perpetuity does not strike me as fair," Coble said.
Rep. Mike Pence, R-Ind., one of the signatories of the NAB resolution, told fellow subcommittee members that he recognized the exemption of U.S. terrestrial radio from performance royalties reflected "a lack of harmony with laws around the globe," adding that broadcasters may be at a point where they will have to compensate rights holders and artists for use of their recordings. But he also proposed that radio stations be compensated for their role in promoting music, the value of which the NAB recently pegged at $2.4 billion annually.
"True mitigation here is to compensate the performer and then allow the radio station to participate in the revenue stream," he said. "We ought to consider ... a business model where everyone wins."
A compromise solution is something even subcommittee chairman Rep. Howard Berman, D-Calif., co-sponsor of the House version of the performance royalty bill, has been advocating. Another subcommittee member, Rep. James Sensenbrenner Jr., R-Wis., urged broadcasters to work with lawmakers.
"The train has left the station," Sensenbrenner said. "Start negotiating in good faith and get a better deal now by negotiating."
But NAB executive VP Dennis Wharton dismissed that option, saying, "That would be negotiating from a point of weakness, and we believe we are in a position of strength."
Tod Donhauser, a spokesman for musicFirst, a coalition that includes the RIAA, the American Association of Independent Music and various artists' groups, said performance royalty advocates "have made more progress this year than in any of the 80 past years," adding, "This is exactly where we want to be at this point."

16 febbraio 2008

UK: la tassa sulla radio "di straforo"

Il Financial Times torna sulla questione della tassa musicale che la SIAE britannica, la Performing Rights Society, sta chiedendo alle aziende che diffondono le note della radio sul posto di lavoro. Grande la perplessità degli imprenditori: è come se un non potesse più passare il giornale a un amico dopo averlo comprato, dice uno degli intervistati.

Discord over radio music fee

By Jonathan Moules

Published: February 15 2008

The Performing Rights Society (PRS) has been accused of using “aggressive” tactics to get small business owners that play radios in the workplace to buy a licence for the music. The British Chambers of Commerce (BCC) said it has received more than 100 complaints from members across its national network and has agreed to meet the PRS to discuss the issue. David Frost, BCC director- general, said: “Businesses are confused because it is not clear what the remit of the PRS is, how the fee structure has been devised and who the PRS is accountable to.
[...]
Companies that have music playing in the workplace are required under the 1988 Copyright, Designs and Patents Act to get permission from those whose music they are playing. The PRS licence grants companies the legal right to play songs for a minimum payment of £83.08 a year. However, bills can run into several hundred pounds for businesses where several people are in earshot of the music.
[...]
O’Neill’s Decorating Centres, a chain of three DIY shops in the north west of England, employing 20 people, received a letter from the PRS asking for payment. Patrick O’Neill, the owner, said his initial thought was he had been targeted by fraudsters trying to get money from him. “It is a whole nonsense,” he said. “It is like buying the paper and not being able to hand it over to your mate when you have finished with it.”
(continua)

26 gennaio 2008

Last.fm, musica verso un modello free?

Lo scorso anno, nel caso vi fosse sfuggita la notizia, l'americana CBS ha acquisito la londinese Last.fm, la Web radio che suggerisce i brani da ascoltare sulla base dei gusti già manifestati e dai suggerimenti della comunità di utenti. E ora la CBS decide che ascoltare la musica di Last.fm sarà gratuito. O quasi. Uno può ricercare in un database di tre milioni e mezzo di titoli, ma può ascoltare solo per tre volte il brano selezionato. Poi si deve comprare, o magari abbonarsi. Si vedrà. Quincy Smith, presidente della divisione interattiva della CBS, ha riferito al New York Times di aver avuto una franca discussione con le etichette musicali, le corporazioni che si vedono sfilare sotto le dita le antiche prebende. "Loro preferirebbero gli abbonamenti ai download, gli utenti vogliono lo streaming gratuito". Eh già. The Motley Fool commenta la notizia con un aperto avvertimento agli operatori di radio satellitare e alla radio commerciale americana. In sostanza, dice il Fool, la decisione di Last.fm potrebbe rivelarsi produttiva per XM e Sirius, che attendono ancora una buona notizia sulla loro fusione. Visto il crescente successo di tutti i modelli, gratis o a pagamento, su Web, è possibile che il regolatore si impietosisca e dia l'OK per la fusione. Forse per la radio satellitare non sarà troppo tardi, può ancora differenziarsi e ricavarsi una nicchia di mercato. Ma la radio convenzionale? Le chance si assottigliano.

January 24, 2008
CBS to Make Internet Music Unit More Like Radio
By SAUL HANSELL

CBS said Wednesday that it would expand its Internet music service, Last.fm, to allow users to listen to any song on their computers whenever they wanted, up to three times.
The move is expected to give a lift to the idea that music through the Internet can be similar to radio — free and supported by advertising — yet give users a choice of what they want to listen to.
Until now, Last.fm has offered what is known as Internet radio. Users could listen to a series of songs selected by the service on the basis of their musical tastes, but they could not choose individual songs. Under the new arrangement, users who visit the service’s Web site (www.last.fm) can search for and select any of 3.5 million songs to listen to on their computers through technology called streaming. There are limitations: any given song can only be played three times.
What is more, the free music cannot be downloaded to a portable player, like an iPod. Song downloads will be offered through a link to music stores, including Apple’s iTunes and Amazon.com.
Ultimately, Last.fm will offer users the chance to buy a monthly subscription that will allow them to listen to songs as many times as they want.
Quincy Smith, the president of CBS’s Interactive unit, said the company would prefer to offer more free music, but said there was a “healthy tension” over this with the music labels.
“They want a subscription-based service more and they want downloads,” Mr. Smith said. “I want to pay attention to the users, and the first thing the users want is free streaming.”
(continua...)


Last.fm's Stand Against Satellite Radio
By Rick Aristotle Munarriz January 23, 2008

I've got some good news and some bad news for XM Satellite Radio and Sirius investors.
The good news is that it may get a whole lot easier to get the merger between the two companies approved, after this morning's announcement that online radio service Last.fm will offer free streaming music from all four major labels and countless indies. A program is also in place to monetize uploads from unsigned artists.
The bad news? I just told you. Last.fm, bought by CBS in a $280 million deal last year, is providing on-demand delivery of its growing digital library for free.
Naturally, this is also bad news for other companies selling digital tracks, like Apple, or music subscription services like Napster and RealNetworks.
Models will be rattled. Sure, Napster has had a free lo-fi streaming option for Web-based users for some time now. And let's be clear that even the generosity of Last.fm has its limits. Once you stream the same song three times, you'll have to purchase it from affiliated retailers like Apple and Amazon.com.
You may find the restriction limiting -- perhaps even Zune-esque -- but the key to enjoying a music discovery site like Last.fm lies in exploring the millions of available tracks, without repeating the same tune over and over.
It's funny to see terrestrial radio lobbying against the pairing of XM and Sirius as a threat to their livelihood, when this "silent but deadly" killer is sneaking in through the Internet.
It doesn't take a lot of imagination to see where the music broadcasting industry is headed. Have you tried the FlyTunes widget, which lets iPhone users stream free Internet radio through their iPod-enabled wireless phones? Do you realize that more and more new cars are coming with jacks to plug in third-party gadgets? It won't be long before satellite and terrestrial foes are huddled together, shouting "bogeyman" at Web-beamed music programming.
I think that XM and Sirius are differentiated enough to earn their premium pricing. I can't say the same for free radio. It may be Last.fm's stand, but it's starting to feel more like the last stand for conventional one-way commercial music broadcasting.

11 gennaio 2008

La musica online? Gratis per forza

A integrazione dei commenti alla chiusura di Pandora in Gran Bretagna, volevo riportare da TechCrunch le considerazione di Michael Arrington che si è espresso più volte a proposito dell'attuale tendenza alla scomparsa del DRM sui principali negozi di musica online (iTunes, AmazonMP3); case discografiche (Sony BMG); e gruppi musicali (vedi RadioHead, NIN... che addirittura rinunciano alle labels e mettono online la loro produzione gratuitamente o sotto "contribuzione volontaria" con il risultato che la gente si rifiuta di pagare anche solo 5 dollari di price cap). La brillante penna di TechCrunch si dilunga sulla problematica del download musicale a pagamento e quindi dell'accesso agli stream delle Web Radio, profetizzando il momento in cui la musica online non costerà nulla e gli artisti che la producono vivranno grazie a modelli di business diversi da quelli attuali, che prevedono un editore che masterizzi dei dischi e li rivenda, o delle associazioni ombrello che autorizzano le radio a trasmettere e poi raccolgono e ripartiscono gli utili con gli autori. L'impatto disintermediatore di Internet è irreversibile perché la tecnologia permette di riprodurre la musica e distribuirla a costo zero e il euolo degli intermediari si assottiglia. Ma prima di arrivarci, questi ultimi venderanno cara la pelle e cercheranno di imporre misure suicide come la "music tax". Staremo a vedere.

Il primo intervento provocatorio di Arrington risale al 4 ottobre "The Inevitable March of Recorded Music Towards Free":
2007 is turning out to be a terrible year for the music industry. Or rather, a terrible year for the the music labels.
The DRM walls are crumbling. Music CD sales continue to plummet rather alarmingly. Artists like Prince and Nine Inch Nails are flouting their labels and either giving music away or telling their fans to steal it. Another blow earlier this week: Radiohead, which is no longer controlled by their label, Capitol Records, put their new digital album on sale on the Internet for whatever price people want to pay for it. [segue con numerosi commenti]
Ieri, 10 gennaio, intitolando il suo intervento "The Music Industry's Last Stand Will Be A Music Tax", Arrington scrive (facendo anche riferimento al post del 4 ottobre che ho appena riportato):

It is becoming more and more difficult for the music industry to ignore the basic economics of the their industry: unenforceable property rights (you can't sue everyone) and zero marginal production costs (file sharing is ridiculously easy). All the big labels have now given up on DRM. They haven't yet given up on trying to charge for their music, but it's becoming more and more clear that as long as there is a free alternative (file sharing), the price of music will have to fall towards free.
You can disagree as to whether it's "fair" that the price of recorded music will be zero or near zero, but you can't disagree that it's going to happen. I presented my arguments here last October. [segue]
Arrington ipotizza però che il settore non accetterà il crollo dei prezzi senza reagire e che questa reazione, temibile secondo lui, potrebbe essere la richiesta di un modello di tassa generalizzata sulle connessioni alla rete, alle quali potrebbe essere "agganciata" una imposta forzata (stile, immagino, quella che grava sui supporti ottici) che copra il download di musica non più protetta:

[...] But before that happens, the music industry is going to make one last stand to preserve their "bloated bureaucracies." And that is going to be a call for a music tax to create guaranteed revenues.
Reznor called for it today, saying "I think if there was an ISP tax of some sort, we can say to the consumer, 'All music is now available and able to be downloaded and put in your car and put in your iPod and put up your a– if you want and it's $5 on your cable bill.'"
This isn't the first time its popped up. Over a year ago, Peter Jenner (he was Pink Floyd's first manager, as well as managing The Clash and other great artists) called for a mandatory monthly tax in the European Union on broadband Internet and mobile phones of around €4/month that allows consumers to download and consume all the music they want without DRM. I attacked his plan, and he responded here:


[Il commento di Peter Jenner, ex manager dei Pink Floyd, cui fa riferimento Arrington merita da solo una certa attenzione. Lo si trova con numero d'ordine 76, ma qui di seguito vi voglio riportare la sintesi del suo ragionamento finale, in quattro punti. Scrive Jenner:]

[...] In this context I see 4 possibles resolutions for the record industry.

1. Leaving things as they are and watch the continuing flouting of copyright and evasion of DRM/TPM and continuing decline in prices and sales volume, and reliance on TPM and DRM to get people to pay for online delivery on a per item , or subscription basis. All this is combined with endless litigation with all concerned including the fans.
Few thinkers in the industry seems to think this is the solution anymore, especially with the growth of broadband and developments with digital radio, not to mention allofmp3.com, and its successors. However there has been such a sustained propaganda drive for DRM/TPM that it is being put into legislation all over the place, and we are all a little brainwashed about this in the industry.
Mobile phone companies are particularly unenthused about proprietary TPMs.

2. We could legalise all the on line activities going on , and accept that music on the net should be free.
It is hard to see this happening in the short run, [...]

3. We can introduce some sort of blanket license for the non authorised use of music on line. This accepts that it is going on and that it is unstoppable, and that money is being made from it indirectly by the ISPs and, they hope, the telecoms in the future. The problem is that licensing music is almost insurmountable both from the complexity of rights and the reluctance of many of the main players to co operate and develop practical models. [...]

4.Any other solutions that people may have which are as good or better than the above. I have yet to hear one , but they probably exist and I am am anxious to hear about it.

Discografici esosi: Pandora chiude lo stream UK

Lady Pandora non ce la fa, non a queste condizioni economiche. La radio online capace di confezionare un contenuto musicale adatto al gusto personale di tutti chiude a partire dal 15 gennaio il suo stream verso il Regno Unito. Era l'ultimo dei flussi che l'americana Pandora era riuscita a concordare con una società di diritto d'autore fuori dagli Stati Uniti. Le associazioni degli editori discografici e musicali britanniche hanno chiesto troppi soldi, ha scritto Tim Westergren, fondatore di Pandora, in una lettera agli utenti del sito. Ecco il contenuto della missiva riportato su Trustedreviews da Gordon Kelly (il quale inizia il suo post con una sacrosanta tirata contro quei buffoni di Sony BMG che prima annunciano di "rinunciare" al DRM - digital rights management - e poi si inventano la pirlata delle scratch card vendute in negozio per il download di una trentina di titoli DRM-free da Internet, allo stesso prezzo di un CD che uno può copiare digitalmente quante volte vuole. Roba da matti).

And you thought Sony BMG had already wrapped up the Music Industry Dunce of the Week Award....
Yes, it beggars belief, but today the PPL (which represents the record labels) and the MCPS/PRS Alliance (which represents music publishers) have somehow managed to snatch the prize for actions which are far more reckless, self damaging and downright tight-fisted long term than BMG's daft attempt to package MP3s.
In one of the most poignant and logical letters I have had the pleasure to read at TrustedReviews, Tim Westergren - founder of Pandora, the brilliant, free, 'intelligent' Internet streaming radio station - explained that it will close the service to all UK users on 15 January due to impossibly high new licensing rights demanded from the PPL and the MCPS/PRS Alliance.
If you'll excuse the long quote, I think Tim explains the scenario best:

hi, it's Tim,
This is an email I hoped I would never have to send.

As you probably know, in July of 2007 we had to block usage of Pandora outside the US because of the lack of a viable license structure for Internet radio streaming in other countries. It was a terrible day. We did however hold out some hope that a solution might exist for the UK, so we left it unblocked as we worked diligently with the rights organizations to negotiate an economically workable license fee. After over a year of trying, this has proved impossible. Both the PPL (which represents the record labels) and the MCPS/PRS Alliance (which represents music publishers) have demanded per track performance minima rates which are far too high to allow ad supported radio to operate and so, hugely disappointing and depressing to us as it is, we have to block the last territory outside of the US.
It continues to astound me and the rest of the team here that the industry is not working more constructively to support the growth of services that introduce listeners to new music and that are totally supportive of paying fair royalties to the creators of music. I don't often say such things, but the course being charted by the labels and publishers and their representative organizations is nothing short of disastrous for artists whom they purport to represent - and by that I mean both well known and indie artists. The only consequence of failing to support companies like Pandora that are attempting to build a sustainable radio business for the future will be the continued explosion of piracy, the continued constriction of opportunities for working musicians, and a worsening drought of new music for fans. As a former working musician myself, I find it very troubling.
We have been told to sign these totally unworkable license rates or switch off, non-negotiable...so that is what we are doing. Streaming illegally is just not in our DNA, and we have to take the threats of legal action seriously. Lest you think this is solely an international problem, you should know that we are also fighting for our survival here in the US, in the face of a crushing increase in web radio royalty rates, which if left unchanged, would mean the end of Pandora...
...Pandora will stop streaming to the UK as of January 15th, 2008.
Again, on behalf of all of us at Pandora, I'm very, very sorry.
-Tim Westergren

So from the stupidest quote of the week to the smartest. Of course this news also expands beyond Pandora to any streaming music station so it looks like we'll have to brace ourselves for more closures soon.
Wealthy, short-sighted and stubborn. It's funny how many characteristics the record industry shares with Mr Magoo...

Ma quanto aveva chiesto a Pandora l'abbinata PPL & MCPS/PRS Alliance? Alla domanda risponde James Cridland sul suo blog. Con una logica stringente e delle cifre che parlano da sole.
A few days ago, I posted the news that Pandora is closing in the UK. Part of the reasons given were…

Both the PPL (which represents the record labels) and the MCPS/PRS Alliance (which represents music publishers) have demanded per track performance minima rates which are far too high to allow ad supported radio to operate

Well, so Pandora say. But they’re just saying that, aren’t they… of course they’ll claim the figures are “far too high”. That’s part of standard negotiation. Right?
Well, let’s do a little maths. Paidcontent.co.uk reports that MCPS/PRS was asking for 0.085p per song per listener. PPL, in a press release about the Pandora closure, says they would charge 0.0561p per song per listener. Pandora plays around 15 songs per hour.

MCPS/PRS: 15 x 0.085p = 1.275p per listener, per hour
+ PPL: 15 x 0.0561p = 0.84p per listener, per hour
Total music rights payments: 2.11p per listener, per hour.

Now, consider this.
The latest figures from the UK’s Radio Advertising Bureau says that the commercial radio sector as a whole brought in £593m in 2007. The latest RAJAR figures show that commercial radio is listened-to for 441m total hours every week, or alternatively 23,018m total hours a year.
So… 23,018m total hours brings in £593m. Divide one by the other, and we find that, as a total industry average, commercial radio makes 2.57p per listener, per hour. And the revenue figures also include non-radio activity, like websites.
Let’s reiterate:
- The entire commercial radio industry in the UK, after 35 years experience and with 31 million weekly listeners, far outstripping even Google’s online reach, makes 2.57p per listener, per hour.
- For online radio, the UK music industry want rates that are 2.11p per listener, per hour.

Pandora would still have to pay their staff and their streaming costs; but once the music industry have taken 82% of their revenue, it’s a bit hard to understand where they’d find the money…
So, in short, it would clearly appear that these rates really are “far too high to allow ad supported radio to operate”.
Insomma a conti fatti l'industria radiofonica commerciale britannica raccoglie in pubblicità (non necessariamente radiofonica, conta anche quella su Internet) per ogni suo ascoltatore circa 2 pence e mezzo all'ora. L'industria musicale pretenderebbe di ricevere da Pandora 2,11 pence. Se dovessimo equiparare Pandora a una stazione radio (e perché non dovremmo farlo?), Pandora metterebbe in cassa, nel migliore dei casi 2,57 pence ma ne dovrebbe versare 2,11 alle case discografiche per lo streaming della sua musica verso il pubblico online di Albione. Se mi avete letto fin qui abbiate la pazienza di andare sul sito di James per i commenti. Il primo di questi commenti è proprio di TIm Westergren, di Pandora. A me sembra molto sensato:
There’s a bad thing being done here to artists - it’s like a kid taking his ball and going home, only that ball really belongs to a lot of other people (artists). Artists have the right to charge what they want… but does anyone believe this position reflects the interests of artists? My hope is that the artist community will really start to rise up and demand proper representation. This is a disaster for them, especially the 99% of musicians who aren’t getting played on the few radios that operate. We’re being inundated with emails from depressed listeners who’ve said that Pandora has re-ignited their passion for music and has driven them to discover lots of new artists and buy their music, and see them play live. I spent 10 years as a working musician - I’m the first one to insist on paying artists - but that needs to be done in a balanced way that allows these new, democratic, inclusive online services to grow. It’s a win-win.
Tim, che per dieci anni è stato musicista, dice in pratica ai suoi ex colleghi: ovviamente avete diritto di farvi pagare quello che volete, ma state attenti a chi vi rappresenta nella tutela dei vostri "diritti". A drizzare le orecchie, sostiene Westergren, sono soprattutto i musicisti (la vasta maggioranza) che non vengono mai trasmessi dalle radio (che già non sono moltissime). Pandora, aggiunge il suo fondatore, ha contribuito a far conoscere nomi di cantanti e complessi del tutto ignoti e ora molta gente esce di casa per comprare i loro dischi e andare ai loro concerti.
Alla fine tutta questa faccenda dei diritti musicali, del rimpiattino tra acquisto e pirateria, della questione DRM sì o no, ricorda molto il dibattito sui prezzi della verdura. L'assurda sperequazione che vede il coltivatore che incassa 1 per il suo pomodoro, la rete di distribuzione che ne incassa 59, il negoziante che incassa 99 e noi che paghiamo 100. E' un sistema che non può funzionare alla lunga (a parte la non trascurabile faccenda dell'agricoltura che per forza, con questi prezzi, deve essere sussidiata coi soldi dei contribuenti ma che ci spinge a chiedere: il sussidio, in che tasche finisce?). Prima o poi contadini e massaie si ribellano. Esattamente come stanno facendo gli appassionati di musica.