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21 aprile 2013

RAI, RaiWay e WorldDMB Forum: il trentino capitale italiana della nuova radio digitale


Alla linea di partenza di sono tutti o quasi. L'impegno della RAI, proclamato dal direttore generale Gubitosi e ribadito con forza dal responsabile di RaiWay Stefano Ciccotti, sembra particolarmente positivo. È veramente fatta, per la radio digitale in Italia? Lunedì scorso a Trento la nutrita presenza del management dell'ente radiotelevisivo pubblico e del suo braccio infrastrutturale sembra essere di buon auspicio per quello che il piano di rilancio della tecnologia Dab, che dovrebbe portare il nostro paese alla pari con nazioni come la Svizzera e la Germania, mentre in Europa la Norvegia (che il Dab l'ha lanciato una volta sola) è ormai prossima (mancano tre anni) allo spegnimento della radio analogica trasmessa in modulazione di frequenza.
In Italia le "prove" sono andate avanti per quasi vent'anni, ma solo nel 2009 Agcom è riuscita a delineare un piano d'azione che parte dalla definizione dei multiplex in termini di "unità di capacità" (un multiplex accoglie in pratica fino a 12 emittenti) e dall'assegnamento delle frequenze. Queste ultime sono state notoriamente un grosso ostacolo per la transizione al digitale del nostro settore radiofonico. Dopo aver fatto chiarezza, Agcom ha individuato un'area in cui implementare un progetto "pilota" ma definitivo per la radio DAB+ e insieme agli operatori ha autorizzato la creazione di cinque multiplex nella provincia di Trento. Uno dei multiplex, con la prima postazione dalla Paganella (alla quale dovrebbero fare seguito a breve altri impianti), è stato  presentato dalla Rai lunedì e prima ancora abbiamo avuto l'attivazione delle postazioni del consorzio nazionale commerciale Club Dab, mentre Digiloc e DBTAA, i due spazi che saranno occupati dalle emittenti locali si apprestano a loro volta a debuttare "on air". Digiloc ha firmato con RaiWay lo scorso febbraio un contratto che conferma la società controllata da Rai nel suo ruolo di "operatore unico" a livello nazionale per le emittenti interessate a trasmettere in DAB senza disporre di infrastruttura propria. Un ruolo che Ciccotti a Trento ha giustamente definito come indispensabile per l'affermazione della tecnologia. Ancora non si conoscono le tempistiche esatte per l'inizio delle trasmissioni di Eurodab, il consorzio di RTL102.5, particolarmente attivo tra i privati nella lunga sperimentazione della "nuova" radio.
Forse la parte più interessante della conferenza stampa, insieme alla credibilità che la presenza del Direttore generale RAI ha dato all'intera iniziativa, è quella che riguarda i piani futuri. Nelle prossime settimane, come hanno confermato sia Vincenzo Lobianco sia i rappresentanti di RAS, l'ente che nella Provincia autonoma di Bolzano vanta nella radio digitale italana il ruolino di marcia più lungo, anche l'Alto Adige passerà al DAB. In buona sostanza, ha precisato Ciccotti, man mano faranno seguito altre province del Nord Italia, con l'obiettivo di avere, entro tre anni, una copertura capillare «da Aosta a Trieste e dalla Riviera ligure al Brennero, scendendo lungo l'asse nord-sud almeno fino a Rimini.» Oltre alla copertura, assicurano poi i costruttori di apparecchi riceventi, gli ascoltatori del DAB troveranno nei negozi una adeguata fornitura di ricevitori, di ogni foggia e per ogni tasca. Anche dal mondo automotive arriveranno - grazie soprattutto all'effetto volano del DAB in Germania - diversi modelli con autoradio digitali integrate. 
Per la radio numerica il successo è dunque assicurato? Le nuove premesse sono ottime, ma a Trento nel corso della conferenza RaiWay e successivamente a Riva del Garda, dove il WorldDMB Forum ha tenuto il suo primo importante convegno nel pomeriggio di lunedì e per tutto martedì 16 aprile, si è discusso a lungo del fattore C, come "contenuti". Tra i più accaniti sostenitori della necessità, per il DAB+, di predisporre una ampia offerta di contenuti possibilmente nuovi ed esclusivi per spingere il pubblico a dotarsi di ricevitori digitali in grado di riceverli, è stato Marco Rossignoli di Aeranti-Corallo. Anche Stefano Ciccotti ha parlato della questione quando ha chiarito - a beneficio soprattutto della stampa locale - che il DAB utilizza frequenze diverse dalle stazioni in FM e che queste ultime continueranno a trasmettere normalmente per moltissimo tempo. Ma parlando in seguito con gli stessi giornalisti, tra cui il sottoscritto, il capo di Radio RAI Bruno Soccillo ha ammesso che trasmettere in DAB un'offerta completamente nuova non è facile a causa del regolamento Agcom che impone a chi non sia un nuovo entrante di mettere in onda in digitale almeno il 50% dei programmi diffusi in FM. Una regola che voleva essere un compromesso tra liberalizzazione totale e salvaguardia degli spazi competitivi ma che di fatto si rivela una zavorra. Però, a concluso Soccillo con qualche ragione, un motivo forte per acquistare una radio DAB in Italia c'è: vista la situazione di affollamento dell'FM e le difficoltà di ascolto dei network che non possono contare sull'isofrequenza, il digitale è comunque un buon modo per ascoltare meglio i programmi preferiti. Basterà come argomento di marketing? Staremo a vedere.

Al termine dell'evento allestito a Trento ho approfittato di un cortese passaggio per Riva, dove ho potuto seguire le prime sessioni del convegno WorldDMB. La partecipazione da parte degli operatori locali è stata davvero corposa e la curiosità evidente nella piccola area espositiva a contorno della conferenza. Ma altrettanto evidente, per chi aveva preso parte poche ore prima all'incontro con la dirigenza Rai, era il cambiamento di umore davanti agli interventi degli oratori dalla Germania, la Norvegia, il Regno Unito. L'idea era che le rispettive success story dovessero agire da pungolo al settore della radiofonia digitale in Italia, ma ho avuto la sensazione che per qualcuno il confronto fosse soprattutto un motivo di imbarazzo. Considerando che le prospettive del DAB+ in Italia continuano a essere condizionate da un clima generale che non sembra incoraggiare alcun tipo di cambiamento anch'io tenderei al pessimismo, ma continuo a credere che il DAB possa aprirci molte opportunità, vuoi come ascoltatori della radio, vuoi come fornitori di contenuti, servizi, impianti, strumentazione. Mi ha fatto piacere vedere tra gli stand espositori come FIAMM (con il suo prodotto automotive "SM10" disponibile da settembre e pensato per consentire - attraverso una antenna con convertitore incorporato - la ricezione del DAB anche alle car radio analogiche) e soprattutto Parrot, con il nuovissimo Asteroid, un digital tuned multistandard DAB/IP touchscreen e basato su Android. Asteroid utilizza un componente sviluppato dalla stessa azienda francese attraverso la sua divisione DiBcom, uno sviluppatore fabless di silicio che ha messo a punto Octopus, una famiglia di chip basati su un motore di "Vector Signal Processing" software-defined, disponibile anche in versione modulare completa, che permette di realizzare dispositivi riceventi multi-standard (incluso il DRM) e multi-banda. Rappresentati a Riva del Garda anche i ricercatori torinesi del CSP, con un interessantissimo progetto che implementa su una schedina ARM a bassissimo costo, la Odroid, un trasmettitore DAB+ embedded supercompatto. Per realizzarlo i tecnici del DSP sono partiti dai tool open source DAB messi a punto dalla canadese CRC, ricompilando il software per la compatibilità con Odroid e il suo coprocessore. 

Infine, tra le novità più interessanti sul fronte dei ricevitori commerciali c'è sicuramente la nuova versione della radio ibrida Pure Sensia, modello 200D Connect, la famosa radio digitale "ovoidale" con schermo touch integrato e sistema operativo Android, compatibile con radio FM, DAB e Internet.

16 aprile 2013

RaiWay e wi-fi: il progetto c'è, mancava la chiarezza

Torno sulla questione del presunto progetto per la distribuzione di accessi Wi-Fi attraverso l'infrastruttura di trasmettitori e ponti radio gestita per conto della RAI per RaiWay per fugare le molte perplessità che avevo espresso dopo la lettura di alcuni post di area M5S che "illustravano" l'iniziativa mirata a dare accesso wireless a larga banda a tutti i cittadini italiani. Ieri ero a Trento e a Riva del Garda per le iniziative a contorno dell'inagurazione dei nuovi servizi radiofonici digitali DAB+ nella Provincia Autonoma e ho potuto discutere con i tecnici RaiWay che finalmente hanno fatto chiarezza. Sono stato aiutato anche dai lettori che mi hanno rimandato a un articolo pubblicato in questi giorni da Corriere.it. In effetti un progetto c'era, anche se non su scala così estesa. Tutto parte dalla considerazione fatta dai dirigenti della azienda infrastrutturale per cui RaiWay con i suoi tralici è in grado di "vedere tutti i tetti d'Italia". Alcuni tetti, specie con il digitale terrestre, in realtà sono esclusi e devono ricorrere al satellite di Tivùsat ma diciamo che con buona approssimazione le circa 2.400 installazioni RaiWay hanno una vista ottica con quasi tutte le nostre abitazioni. 
L'eventuale progetto di copertura in termini di accesso wireless a Internet, al contrario di quanto era dato di capire attraverso la stampa, non prevede un intervento diretto di RaiWay, ma la possibilità per Wisp locali (Wireless internet service provider) che potrebbero accordarsi con RaiWay stessa per utilizzare sia i tralicci sia l'accesso alla rete di backhaul: termine più appropriato di backbone nel caso del wireless in the local loop e riferito alla tratta - cablata o a sua volta wireless - che connette l'hotspot in radiofrequenza alla dorsale vera e propria. Il tutto a costi a costi contenuti. Uno studio di fattibilità c'è, fatto da Uni Torvergata e sarebbe stato presentato anni fa a un convegno IEEE. In effetti, mi hanno spiegato, l'iniziativa non è stata pensata per WiMax di per sé, ma è tecnologicamente neutrale. La stessa RaiWay utilizza HyperLan per realizzare e distribuire la rete di controllo  e gestione dei suoi impianti.
In tutta questa faccenda spicca ancora una volta il livello di approssimazione e vaghezza che in genere circonda le notizie riferibili a progetti ad alto contenuto tecnologico. In questo caso a peggiorare la cosa c'è la scia di considerazioni che inevitabilmente segue le esternazioni di un movimento politico che si è spesso dimostrato aperto a una visione al tempo stesso miracolistica e complottistica della realtà. Una visione in base alla quale le soluzioni ai problemi più complessi sono sempre a portata di mano e non vengono attuate solo per esplicità volontà dei "poteri forti". L'offerta di soluzioni di accesso a Internet attraverso l'infrastruttura RaiWay è un'idea praticabile in molte situazioni, attraverso la collaborazione tra più attori. Si parla tra l'altro di una qualità di accesso di un certo tipo, non paragonabile a quella possibile con le tecnologie che si sono evolute nel frattempo, anche perché la proposta RaiWay nasce in anni in cui sigle come WiMax sembravano esprimere potenziali che non si sono mai concretizzati. Da qui a dire che "tutti gli italiani" potranno disporre di connessioni ad alta qualità versando una piccola somma addizionale oltre al canone televisivo ci fa entrare in un ambito speculativo in forte contraddizione con la natura ingegneristica dei problemi e della loro soluzione. Nel nostro nobile intento divulgativo, noi giornalisti dobbiamo sforzarci di ricordare sempre l'intima complessità delle cose.

12 aprile 2013

Rai, uai, fai: la malleabile "ingegneria" del grillismo

Leggo con grande perplessità la notizia di un progetto per il riutilizzo dell'infrastruttura dei "ponti radio" RaiWAY con l'obiettivo di offrire un servizio Wi-Fi gratuito a livello nazionale. Il progetto, rilanciato anche da un giornalista di grande professionalità e senso civico - ma in questo caso ingenuo  - come Oliverio Beha, prevederebbe "la realizzazione del primo network italiano di hotspot Wi-Fi ad accesso gratuito integrato con i comuni d’Italia. Il segnale Wi-Fi viene trasportato e originato dai ponti di cui la Rai con Rai Way è proprietaria, e che sono disseminati in oltre 2200 siti su tutto il territorio nazionale. Di questi almeno 150 sono strutturati in modo da redistribuire i segnali alle isole o a distanze di oltre 400 Km. La rete di collegamento Wi-Fi gratuita coinvolgerà anche gli esercenti che potranno montare i ripetitori hotspot Wi-Fi nei loro esercizi commerciali incrementando il volume d’affari attraverso la pubblicità."
Io comincio seriamente a preoccuparmi per questa diffusione epidemica di idee strampalate fatte passare per soluzioni miracolistiche a tutti i nostri problemi, veri o presunti che siano. Riprendendo la notizia una testata online un tempo leggibile come Linkiesta scrive (ovviamente) "L’idea è semplice e piace: sfruttare le antenne di Rai Way per diffondere wifi in tutto il Paese". Un certo signor Leonardo Metalli, autore originario della proposta, aggiunge, tirando in ballo l'eterno mantra dei misteriori "ingegneri" capaci di firmare qualsiasi dichiarazione: «parlando con gli ingegneri e studiando i progetti, abbiamo appurato che si può far girare il wifi in tutta Italia».  
In realtà non si capisce bene quale sia il vero obiettivo del fantasmagorico progetto del quale è stata "appurata" la fattibilità.  Che cosa vuol dire esattamente "far girare il wifi?". Se si parla di riutilizzare dei tralicci, è una prassi molto diffusa ma in questo caso quali tralicci e per che cosa, per dare copertura wi-fi diretta? È una monumentale sciocchezza, alle frequenze del wi-fi non puoi certo dare copertura diretta attraverso una rete broadcast, tra l'altro è una banda unlicensed che si basa proprio su un gestione ad hoc su scala molto locale delle interferenze tra servizi. 
Usare l'infrastruttura RaiWAY come ripetitori, come backbone? Una scemenza spaziale, in internet i backbone sono un'altra cosa e in genere si realizzano in fibra, o sul cavo telefonico. Esistono già molti provider che propongono pacchetti di servizio ai comuni e agli esercenti e nessuno si è mai sognato di poter usare i tralicci dei ponti radio a 10 GHz. Ci sono altre tecnologie per realizzare applicazioni di trasporto radio e wireless in the local loop per colmare eventuali buchi nei backbone cablati, ma stiamo parlando di livelli di granularità e capacità di servizio ben diversi.
Attivare la rete in modalità mesh, in modo che le antenne che erogano il servizio fungano anche da backbone? Torniamo alla prima casella, non puoi dare copertura diretta con la granularità dei tralicci RAI. Anche prendendo quelli che sono i ponti di distribuzione del segnale verso i trasmettitori, sono tutti in località strategiche per la portata ottica, cioè su torri e creste montane. Forse si può pensare di sfruttare quei punti per ridistribuire un segnale verso hotspot pubblici nei singoli comuni, ma ancora una volta non possiamo fare di ogni erba un fascio (di onde): se questa è una proposta anti-digital divide mi sembra una proposta assurda, i tralicci RAI sono stati progettati e collocati in punti funzionali alla distribuzione di contenuti televisivi verso la rete dei trasmettitori, non c'è nessuna garanzia che da quegli stessi punti si possa, attraverso WiMax o Hyperlan o quant'altro "illuminare" la piazza di Roccacannuccia di Sotto. 
Qual è allora la proposta, utilizzare frequenze non Wi-Fi? Lo si farà, le aste delle frequenze UHF televisive sono già partite, ma per servizi licensed di tipo telefonico (NON broadcast) che forse non consentiranno il riuso di tralicci pensati per una infrastruttura broadcast. I nuovi entranti nel settore dei servizi di nuova generazione nella banda degli 800 MHz proveranno sicuramente a riutilizzare le location disponibili, ma dovranno anche costruire antenne nuove. 
Ancora una volta mi trovo davanti alla disarmante semplificazione di un movimento politico che sembra credere alle più incredibili stupidaggini, dalle scie chimiche alla reale disponibilità di 100 miliardi di euro che i gestori del poker online sono pronti a versare nelle casse dello Stato. L'ingegneria non è una materia trattabile su un forum Web e non risolvi un problema di radiofrequenza su un territorio così vasto postando ripetutamente su Facebook. Questo livello di totale sfrontatezza e sottovalutazione nei confronti della realtà è deleterio.

23 novembre 2012

Trentino DAB, primi segni di vita: RAIWay pubblica il bando di gara

Domani a Trento ennesimo convegno per discutere di nuova radio, e per fortuna che a farlo sono stati chiamati due calibri da novanta come Sergio Ferrentino e Luca De Biase. Intanto però qualcosa si muove, finalmente, anche dal punto di vista dell'unica cosa che conta quando si parla davvero di radio: le trasmissioni di quella che dovrebbe essere, nella provincia di Trento, la prima tappa non sperimentale della radio digitale italiana. Sul sito di RAIWay riservato ai fornitori è apparso da qualche giorno il bando di gara per la fornitura dei materiali per i tre impianti di Ravina di Trento, Rovereto e Cima di Penegal (nella foto). Il valore complessivo se non ho capito male è di 340 mila euro (una cifra superiore a quella, intorno ai 150 mila euro, citata da uno dei consorzi privati alla conferenza stampa del mese scorso, ma forse era un prezzo relativo a una singola postazione, qui ne sono previste tre).
Scadenza fissata per inizio gennaio: questo significa che i tempi di attivazione non saranno rapidi come sarebbe stato lecito aspettarsi per una tecnologia che in Italia ha una ripartenza molto più lenta rispetto a nazioni come la Germania? In ogni caso, evviva la trasparenza dell'operatore pubblico, il primo a dare al progetto del DAB+ in Trentino una concretezza in termini di tempistiche e valori in gioco.
Possiamo sperare sin d'ora che l'ensemble RAI sul DAB+ avrà contenuti nuovi per la radio. Magari i canali Webradio così ricchi di cose da ascoltare e di spunti di crescita?

19 ottobre 2012

Il DAB "zeromediale". A Trento tutti pronti alla ripartenza della radio digitale, senza una data sul calendario



Nella provincia di Trento gli operatori pubblici e privati della radio italiana si apprestano a mettere in onda cinque ensemble DAB+ per almeno una quarantina di programmi. Accanto a queti programmi, che potrebbero essere costituiti da una quota significativa di contenuti originali, ci saranno servizi tipici del digitale, primo tra tutti l'infotraffico basato sullo standard TPEG. Un operatore come DBTAA, Digital Broadcasting Trentino Alto Adige, consorzio che sarà responsabile della messa in onda di undici stazioni locali della provincia, tra cui Trentino in Blu, Radio Dolomiti, Radio Tirol, fa sapere attraverso il suo responsabile Luigi Seppi che i costi di avviamento dell'impianto previsto sulla Paganella (e immagino per eventuali ripetitori low power) oscillano tra i 130 e i 150 mila euro. Non poco, in una congiuntura come la nostra.

Torno dal convegno organizzato per presentare la sperimentaz... Pardon, il Progetto Pilota di radio digitale DAB+ nella provincia di Trento, senza aver fugato tutti i dubbi che nutrivo alla partenza ma con una certezza parecchio lusinghiera per me: il fatto che Radiopassioni sia letto dalle persone che contano nel settore radiofonico. Dev'essere per forza così se Sergio Natucci ha aperto il suo intervento centrato sulle attività che Club DAB Italia si appresta a lanciare su uno dei tre ensemble "nazionali" assegnati in trentino, citando proprio il titolo del mio post di ieri: Ultimo treno per Trento. «Il DAB per noi non è un fumetto,» ha dichiarato un po' piccato Natucci, ribadendo poi che se il DAB italiano non è partito dieci anni fa è colpa di quelli che non hanno mai messo mano alla regolamentazione delle frequenze e anche della RAI che ha usato la Banda L (peraltro tre volte più costosa della Banda III in termini di investimenti, secondo Natucci) «per metterci i suoi ponti».
Mi preme ribadire a questo punto che il titolo Ultimo treno per Trento non voleva essere irrispettoso nei confronti delle ottime intenzioni degli editori radiofonici italiani. Ho sempre sostenuto che il DAB rappresenta una grossa opportunità per l'Italia. Forse avrei visto volentieri la creazione di più spazi per i nuovi entranti in un mercato blindato, ma è chiaro che con questo assurdo ritardo abbiamo compromesso, forse definitivamente, questa eventualità. Sono convinto che la mancata regolamentazione dell'analogico come del digitale (il quale era oggettivamente difficile da regolamentare vista la presenza in Banda III di un numero spropositato - rispetto alle medie europee - di canali televisivi, in maggior parte pubblici e di vincoli militari) abbia pesato come un macigno sui ritardi del DAB in Italia. 
Anche in presenza di tante condizioni avverse, tuttavia si poteva fare di più. Ma così non è stato. Non sarà colpa degli editori, ma neppure degli osservatori come me, che dal 1995 a oggi hanno assistito ad almeno due o tre rilanci in grande stile di una tecnologia che oggi, oggettivamente, sta rollando per l'ennesima volta su una pista ingombri di ostacoli vecchi e nuovi. Non solo infatti - come bene ha sottolineato a Trento Elena Porta, di Digiloc, la società che gestirà l'ensemble Aeranti nel trentino - ancora oggi la Banda III rischia di non riuscire a sistemare tutti i 16 network nazionali e il migliaio di emittenti regionali e locali che potenzialmente dovrebbero migrare al digitale («ci vorrebbero undici blocchi» ha detto la Porta, ma questi blocchi non ci sono). Nel frattempo la radio DAB si è trovata anche a dover fare i conti con una piattaforma di distribuzione dei contenuti, il sistema convergente di Internet e delle reti telefoniche cellulari, che non possiamo far finta di mettere sotto al tappeto reiterando gli indubbi vantaggi dei minori costi del broadcast contro le spese nascoste della connettività IP, o la minor potenza impegnata da una singola antenna emittente digitale rispetto alle numerose antenne analogiche (e l'ascolto indoor? E la badilata di inutili kilowatt che una stazione FM oggi è costretta a riversare nell'etere per farsi sentire in uno spettro assurdamente affollato?). Non dico che il broadcast digitale non abbia i suoi vantaggi rispetto al broadcast analogico o rispetto al broadband multimediale. Ne ha eccome. Ma i conti in questo settore vanno fatti senza trascurare l'estrema variabilità delle condizioni sul pianeta Internet e magari inserendo nell'equazione anche una valutazione attendibile delle persone che ascoltano la radio in Italia, valutazione oggettiva che manca da due o tre anni.

La situazione è difficile per la radio digitale in generale di fronte all'avanzata delle alternative tecnologiche e infrastrutturali capaci di catturare l'attenzione del pubblico e  di rivendicare nelle sedi normative l'uso di risorse che un tempo erano appannaggio del broadcast (a Trento è emerso un discreto pessimismo sui destini di una Banda L che quasi certamente passerà dal DAB a servizi di tipo telefonico). A questo si aggiunge la constazione che se i timidi regolatori italiani arrivano sempre in colpevole ritardo con il reperimento e l'assegnamento delle frequenze destinate alla radio digitale, gli editori non sempre brillano per tempestività e capacità di marketing. Guardate il caso del convegno di oggi. Da RAIWay, Club DAB, Digiloc e DBTAA abbiamo appreso che prima o poi dalla Paganella pioveranno su Trento e dintorni i segnali di cinque ensemble DAB+, per oltre una quarantina di prorgammi. Tutti hanno insistito sulle opportunità di arricchimento dell'offerta, Natucci in particolare ha insistito molto sull'infotraffico TPEG, Elena Porta ha parlato delle "reinterpretazione" della famigerata Legge Gasparri (che per i concessionari del DAB prevede solo il simulcast dei contenuti FM) a favore di una quota di programmi originali ed esclusivo che può arrivare al 50% del tempo totale di trasmissione. Ma per la milionesima volta nella mia carriera mi sono trovato davanti a un tavolo di operatori che annunciano la "futura disponibilità" di un'offerta che non c'è, con tanto di display di magnifici ricevitori Pure che allo stato attuale possono sintonizzarsi, quando va bene, su dieci, quindici programmi ripresi, male, dalla FM analogica. La speranza è che nella sala del Centro congressi su a Sardagna, ripida terrazza affacciata sull'Adige e sul capoluogo, non ci fossero troppi giornalisti locali, perché domani i loro lettori si troveranno davanti ai soliti pezzi di scenario dedicati a una tecnologia che non c'è, che al momento, in Italia, mi sento di definire "zeromediale". Non bisogna essere degli Steve Jobs per sapere che nell'era degli iPad e del 4G, non puoi permetterti di annunciare una tecnologia se questa arriverà nei negozi tra sei o dodici mesi. Se davvero vogliamo (ri)lanciare la radio digitale in Italia - prima che l'Europa ci costringa a farlo ex lege (con le conseguenze devastanti sul mercato legacy che abbiamo visto per le televisioni) e prima che Internet renda obsoleto l'intero dibattito - occorre tempestività e impegno da parte del regolatore, motivazione da parte degli editori e una strategia di marketing coerente, coraggiosa, fulminea. Basta formule stile "entro fine anno", "se tutto va bene", "valutiamo le opportunità", "cerchiamo di capire i costi". Voglio dei network e delle stazioni pubblici, privati o marziani che siano capaci di dirmi: dal primo novembre i consumatori trentini potranno ascoltare in digitale, in casa come sull'autoradio, cinque programmi esclusivi, le cronache in diretta delle partite locali dei campionati, i concerti live della loro città, con in più le informazioni testuali e visuali sul traffico, sui punti di interesse, sugli itinerari turistici.
Senza tutto questo, le incognite sul DAB all'italiana sono - alla luce di un possibile scenario di switch off dell'FM analogico imposto dall'Unione Europea e in un contesto infrastrutturale di massiccia migrazione verso le metafore di Internet mobile - una spada di Damocle appesa sulle teste di editori e ascoltatori. L'Italia che è stata la culla della radiofonia libera, dinamica e creativa, oggi rischia seriamente di diventare la tomba di un modo troppo vecchio di fare radio.

02 aprile 2011

Dismissione RaiWay, due curiosi articoli dal Sole 24 ore

Poi dicono che le (male)vicende della nostra industria mediatica pubblico-privata - impossibile distinguere, ormai, è questo è il più grosso dei problemi - sono troppo oscure per essere raccontate. Prendete il Sole 24 Ore del 31 marzo, giovedì il giornale esce con Nòva ed è un motivo in più per comperarlo. A pagina 18 Marco Mele si occupa del disastro di bilancio della RAI. 200 milioni di esposizione 2010, una previsione di caduta a 320 milioni di indebitamento a fine 2011. Crollo delle entrate pubblicitarie, a fronte di una crescita dell'audiece. Inserzionisti come Danone fuggono dai canali "pubblici". Nel 2009 la yogurteria francese dava il 72% del budget pubblicitario a Sipra (RAI) e appena l'11,2% a Publitalia (Mediaset). Nel 2010 ha dato il 39,2% a Publitalia e il 21,3% alla RAI. "Quello che perde Sipra, in genere, passa a Publitalia," osserva il quotidiano economico.
Tutto questo davanti a una politica che si occupa 24 ore su 24 di occupare e spostare poltrone e inventarsi nuovi regolamenti liberticidi per mettere le mani ai programmi giornalistici e satirici scomodi ma estremamente redditizi in termini di audiece. Ma non dedicano un'ora al problema numero due: l'evasione del canone. Le famiglie italiane che omettono di versare il canone ordinario determinano un buco di 550 milioni di euro ogni anno. Aziende, associazioni, partiti, esercizi commerciali che evadono il canone speciale costano altri 800-900 milioni di mancate entrate.
Qual è la conclusione dell'illuminato manager economista che dirige la baracca RAI (e che in aprile dovrebbe comparire davanti alla Corte dei Conti che lo accusa di aver provocato, con il versamento di sconsiderate buoneuscite, un ammanco da un paio di centinaia di milioni di euro)? La conclusione è che la RAI deve svendere i gioielli di famiglia e possibilmente chiudere i programmi di informazione che portano audience ma fanno innervosire il vero capo. Soprattutto deve cedere le "torri di trasmissione" oggi possedute dalla società RaiWay (le torri, non tutta la società). "Proprio mentre Mediaset integra le sue "torri" con quelle di DMT, acquisendo il 60% della nuova società," scrive ancora Mele. Abbiamo letto bene? Mentre Mediaset punta tutto sul controllo dei tralicci di trasmissione, giudicati evidentemente strategici, in un mercato che affronta il passaggio al digitale televisivo terrestre e il potenziamento della larga banda mobile, la RAI giudica la stessa tipologia di asset come una zavorra da svendere?
Abbiamo letto benissimo. A pagina 38 della stessa edizione del Sole 24 Ore Simone Filippetti si occupa del "riassetto" di DMT, la società (quotata in Borsa nel 2004), nata da uno spin-off (qui il quotidiano economico fa un divertente refuso parlando di "sin-off" come dire "peccato originale"…) di Elettronica Industriale, la azienda che oggi gestisce il parco antenne di Mediaset. Allora Alessandro Falciai, top manager di EI, aveva deciso di mettersi in proprio. Secondo il piano per il quale Mediaset ha chiesto una speciale esenzione a Consob (la quota del 60% di Dmt rilevata supera del doppio la soglia oltre al quale un compratore sarebbe tenuto a lanciare una offerta pubblica di acquisto) gli asset di Dmt e Elettronica Industriale coinfluiranno in Mediaset, probabilmente attraverso la costituzione di una newco. Costo quasi esclusivamento "cartaceo" dell'operazione, 420 milioni di euro: in realtà Mediaset in contante verserà solo una somma marginale legata al riacquisto delle azioni detenute da Falciai. Ma in questo modo il broadcaster privato (pubblico?) si mette in pancia un'arma strategica per i futuri sviluppi del mercato della tv digitale, specie quella paytv che la vede competere con la fortissima Sky.
I tralicci trasmissivi sono un'arma fondamentale per Mediaset ma per la RAI gli stessi tralicci sono ciarpame "non core" utile per fare cassa. Evidentemente la RAI deve avere cambiato idea anche sul piano di rilancio della radiofonia digitale DAB+, in cui proprio RaiWay avrebbe dovuto svolgere un fondamentale ruolo di provider che avrebbe aperto la strada alla partecipazione dei network radiofonici privati. Non si capisce perché si sia arrivati a conclusioni diametralmente opposte se gli organi di controllo di RAI e Mediaset, gratta gratta, sono gli stessi. O forse si capisce meglio ponendosi una domandina finale: quando RaiWay metterà sul mercato le sue torri, chi mai le acquisterà?