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16 febbraio 2014

Spengono anche le onde lunghe della Radio Ceca. Avevano la stessa età di Jan Palach.


[Ennesimo contrordine. Fonti attendibili interne alla Radio Ceca affermano che in settimana verrà ufficiliazzato il proseguimento delle trasmissioni su 270 kHz attraverso una rinegoziazione dei costi con l'operatore Radiokomunikace. Seguiranno altri dettagli, nel frattempo l'allarme per la chiusura di Topolná rientra, ma rimane il ricordo di Jan Palach]. Ha avuto una proroga di un paio di mesi, ma il termine ultimo del 28 febbraio si sta avvicinando. In quella data il potente impianto della radio pubblica ceca sui 270 kHz in onde lunghe verrà definitivamente spento. La costruzione dell'impianto di Topolná è iniziata nel 1950 e il trasmettitore è attivo dai suoi due tralicci di 257 metri dal 1951, anche se ufficialmente venne inaugurato nel 1952. Al massimo della sua potenza Topolná ha operato a 1500 kW ma oggi ne utilizza meno della metà, 650. Lo si può ascoltare dal mattino presto fino alle 23 UTC, la mezzanotte in Italia e con il buio il segnale diventa praticamente locale qui nell'Italia del nord. Per Český rozhlas i costi delle operazioni e della manutenzione sono diventati troppo elevati, ci sono ancora due settimane per ascoltare il segnale e cercare di ottenere una conferma. 

Questa sera la storia cecoslovacca di quel periodo è tornata alla ribalta con la trasmissione del film televisivo Burning bush, dedicato alla memoria di Jan Palach, lo studente di filosofia poco più che ventenne che nel gennaio del 1969 si cosparse di benzina e si diede fuoco in piazza San Venceslao, in pieno centro di Praga. Il regime autoritario cecoslovacco crollò solo vent'anni dopo, nel 1989, proprio in seguito alle silenziose proteste per l'anniversario di Jan. Dopo la Rivoluzione di velluto, la prima a essere nominata ministro della Giustizia fu Dagmar Burešová, un'avvocatessa che nei mesi successivi alla morte di Jan patrocinò uno dei processi più coraggiosi di quell'epoca di oppressione. Era accaduto che un alto funzionario di partito e deputato, Vilém Nový, aveva portato avanti una campagna di diffamazione che puntava chiaramente alla damnatio memoriae del giovane suicida. Nel corso di una riunione nella località di Česká Lípa Nový aveva riferito di una indagine del ministero degli Interni, secondo cui il gesto di Palach avrebbe dovuto essere una semplice provocazione ordita per screditare il Partito Comunista e gli occupanti sovietici che avevano stroncato la Primavera di Praga. Sobillato da un gruppo di complottisti, tra i quali lo scrittore Pavel Kohout e persino l'atleta Emil Zátopek, Palach avrebbe dovuto solo fingere di darsi fuoco, utilizzando una sostanza (inesistente) chiamata "fuoco freddo". Ma in qualche modo Palach sarebbe poi stato ingannato e i suoi compagni avrebbero sostituito il fuoco freddo con la benzina. Per queste affermazioni, che erano state ripetute da Nový  anche in occasione di una intervista con la France Presse, la madre di Jan, Libuše Palachová con il fratello, intentò una causa di diffamazione che apparve subito difficilissima. Le autorità cercarono di sabotare in ogni modo l'indagine della Burešová che venne tradita anche dai testimoni a favore. Ma all'ultimo momento saltò fuori la registrazione dell'incontro di Česká Lípa, effettuata da una troupe della redazione Agricoltura di Radio Praga. Quella registrazione venne acquisita al processo, insieme alla testimonianza del tecnico Vladimír Hončík ma non bastò a vincere la causa: la corte decretò che Nový, nella sua posizione di politico aveva il dovere di difendere l'immagine della Cecoslovacchia. La madre e i ricorrenti dovettero pagare le spese dell'istruttoria e furono dichiarati nemici del socialismo.
Ci crediate o no quella registrazione di 45 anni fa che non andò mai in onda è rimasta intatta e la si può ascoltare su You Tube, con la voce originale di Vilém Nový. Il quale non fece purtroppo in tempo ad assistere alla fine del regime che ebbe il suo così solerte contributo. Dagmar Burešová, invece, è ancora viva e ha 85 anni.


14 marzo 2009

Praga 1950-1968: il racconto di Radio Oggi in Italia

Sguardi altrove. Doveva essere puntato lì, altrove, il mio sguardo e ho stupidamente perso l'occasione di assistere, qui a Milano, sabato scorso, alla proiezione di un documentario su Radio Oggi in Italia, emittente clandestina che il Partito Comunista italiano gestì, da Praga, tra il 1950 e i 1968, con l'aiuto di un gruppo di transfughi italiani, ex partigiani, e altre personalità tra cui Sandro Curzi. Il documentario firmato da Claudia Cipriani, si intitola La guerra delle onde: storia di una radio che non c'era, e racconta attraverso testimonianze dirette, come quella dell'anunciatrice Stella Amici, i quasi vent'anni di operazione di una radio "alternativa" nel corso della Guerra Fredda. Un'esperienza che si concluse con la Primavera di Praga e la chiusura su decisione Sovietica, che forse preferivano controllare direttamente la propaganda attraverso Radio Praga ufficiale e certo non avevano gradito l'appoggio dei comunisti italiani alla politica di Dubcek. Il documentario di Claudia Cipriani era stato presentato a gennaio in occasione di Trieste Film Festival.
E' Oliva che mi ha parlato di questo documentario l'altra sera, scusandosi (come se ce ne fosse bisogno) se le sue vicende personali avevano fatto slittare in terzo piano la veloce lettura di un articolo del Corriere che anticipava la proiezione milanese nel quadro dello Sguardi Altrove Filmfestival. Oliva, che le trasmissioni di Oggi in Italia se le ricorda ancora, insieme agli appelli che le emittenti locali cecoslovacche diffondevano inutilmente verso il mondo occidentale poche ore prima di soccombere davanti ai carriarmati sovietici, mi ha suggerito anche di andarmi a leggere la storia scritta sugli italiani che alla fine degli anni Quaranta scelsero di sfuggire ai processi in corso (molti per le vicende legate alle lotte e alle vendette partigiane in Emilia-Romagna) e si rifugiarono in una nazione "amica". "Uomini ex" si intitola questo libro ed è stato scritto dal giornalista Giuseppe Fiori.
Riporto qui una scheda sul documentario apparsa su Indymedia nei giorni del festival milanese (questa la locandina ufficiale del documentario), segnalandovi però che di Radio Praga e Radio Oggi in Italia ha parlato esattamente un anno fa la rubrica dei TGR Estovest in due puntate, la prima delle quali è presente in archivio RAI. Purtroppo non ho trovato la seconda, ma sul sito della trasmissione si trovano alcune indicazioni. [Nota aggiunta il 4 giugno 2013: purtroppo sull'attuale sito Web della rubrica del TG3 EstOvest mancano proprio le due puntate del 1 e 8 marzo 2008 che parlavano di Radio Praga e di Oggi in Italia. Una coincidenza o un tentativo di rimuovere informazioni sgradite a qualcuno?]


La guerra delle onde - storia di una radio che non c'era
autore: Claudia Cipriani

SINOSSI
Quando nel 1968 i sovietici invasero la Cecoslovacchia, occuparono, tra le altre cose, la sede di Radio Praga, la radio pubblica ceca. I suoi giornalisti trovarono rifugio e poterono trasmettere dagli studi di una piccola radio italiana comunista, “Radio Oggi in Italia”. “Oggi in Italia” era nata a Praga nel 1950 e trasmetteva in italiano notizie di attualità che riguardavano l’Italia, tutte con un’impostazione anti-governativa. Dato il tono pesantemente polemico, l’emittente attirò presto l’attenzione del governo democristiano italiano, cui la vittoria nelle elezioni del ’48 aveva permesso di controllare gli apparati dello Stato, inclusa la RAI, che per legge era l’unico gestore radiofonico. “Oggi in Italia” fu contrastata in quanto radio illegale, “lesiva per gli interessi del Paese”, come testimoniano le interpellanze parlamentari dell’epoca. L’idea di un programma radiofonico alternativo alla Rai ebbe origine all’interno del Partito Comunista Italiano, cui era negato l’accesso ai canali radio statali. Fu per questo che Oggi in Italia non trasmise dall’Italia, ma da Praga, dove nell’immediato dopoguerra erano espatriati molti ex-partigiani comunisti. Erano alcuni di loro a curare le trasmissioni radiofoniche, che rientravano in un accordo di collaborazione tra PCI e KSC (partito comunista cecoslovacco). Superata la fase artigianale degli esordi, la radio si perfezionò, allacciò rapporti privilegiati con la redazione dell’Unità che istituì per Oggi in Italia una sorta di agenzia di stampa, si caratterizzò per la tempestività dell’informazione e per la costante polemica con la RAI. Fu il primo organo d’informazione a dare notizia dei fatti di Ungheria nel 1956, anticipò la radio di stato nell’informare dell’accordo tra Kennedy a Krusciov sui missili di Cuba e diede per prima l’annuncio che la “Legge truffa” del ’53 non era scattata. In pochi anni acquisì grande popolarità (riuscendo anche a superare i 4 milioni di ascoltatori), divenendo una seria antagonista al monopolio dell’informazione Rai, in un’epoca in cui in Italia era dominante il conflitto tra PCI e DC e nel mondo imperava la guerra fredda. Osteggiata per vent’anni dal governo democristiano italiano, cessò di trasmettere per volontà dell’Unione Sovietica dopo l’invasione di Praga nel ’68 per aver palesato posizioni pro-Dubcek.
Protagonista del filmato è Stella, storica speaker di Oggi in Italia, presso i cui studi lavorò dagli esordi alla chiusura. Per la prima volta dopo tanti anni, Stella decide di tornare a Praga per andare a visitare gli archivi della radio e rivedere la balia che accudì sua figlia. Un viaggio nella memoria della radio, dell’Italia degli anni ’50 e del proprio percorso di vita. Un viaggio fatto di emozioni e di ferite ancora aperte. La descrizione di questo viaggio è intercalata da varie testimonianze, tra cui quelle di Sandro Curzi, Carlo Ripa di Meana e Aroldo Tolomelli, per quasi vent’anni caporedattore della radio. I loro interventi rispondono a domande chiave: perché si dovette fare a Praga questa radio? Perché i redattori erano esuli? Perché il governo italiano si accanì per chiuderla? Perché invece fu chiusa dai sovietici? Domande e risposte svelano a poco a poco la storia, stimolando la curiosità e tratteggiando sempre più marcatamente il quadro di una radio scomoda e di una storia sfaccettata.

I PROTAGONISTI

•Stella Amici: fu speaker della radio per tutta la sua durata. Nel 1963 quando sono decadute le accuse contro di lei è tornata in Italia per una breve vacanza. Ha deciso però di continuare a lavorare a Oggi in Italia fino alla sua chiusura a fianco del marito, redattore di Radio Oggi in Italia.
•Sandro Curzi: è firmatario dell’accordo che sancisce ufficialmente la nascita di Radio Oggi in Italia e si occupa della radio sia come giornalista dell’Unità (di cui fu caporedattore e direttore) sia come responsabile Stampa e Propaganda della Direzione del Pci. Nel 1975 viene assunto dalla Rai, dove diventerà direttore del telegiornale di Rai 3. E’ stato consigliere d’amministrazione della Rai.
•Aroldo Tolomelli: nel dopoguerra è un giovane dirigente del Pci. A seguito delle agitazioni avvenute dopo l’attentato a Togliatti, viene accusato di essere il mandante di un omicidio. Espatria a Praga dove è caporedattore di Radio Oggi in Italia dal ’51 al ‘66. Rifiuta l’amnistia dichiarandosi innocente e torna in Italia nel ’66 solo quando decadono le imputazioni contro di lui. È stato senatore del PCI.
•Carlo Ripa di Meana: nei primi anni ’50 è tra i giornalisti incaricati di fornire contenuti a Radio Oggi in Italia per conto dell’Unità. Dal 1953 al 1956 è a Praga per dirigere la rivista World Student News. Nel ’57 lascia il Pci in seguito ai fatti di Ungheria ed entra a far parte del Psi. Dal 1974 al 1978 è presidente della Biennale di Venezia. Viene eletto deputato del Partito Socialista e in seguito dei partito dei Verdi. Nel 2005 diventa presidente dell’associazione ambientalista Italia nostra.

28 settembre 2008

La radio e la crisi di Monaco del 1938

Se vi dovesse capitare di essere a Londra il 9 ottobre prossimo, avete l'opportunità di seguire la presentazione di un libro interessante presso l'ambasciata londinese della Repubblica Ceca. Anche questo libro (vedi post precedente sulla guerra fredda a Berlino) parla del ruolo della radio in una fase di acuto conflitto ma in questo caso l'orologio torna indietro di almeno dieci anni al 1938, l'anno delle ultime illusioni smarrite, dell'incubo sordo che precedette l'inferno della Seconda guerra mondiale. Il pomeriggio (18.30 locali) del Centro della cultura ceca di Londra è dedicato a un nuovo libro intitolato Battle for the Airwaves: radio and the 1938 Munich crisis. Un volume scritto per il settantesimo anniversario di Monaco 1938 da David Vaughan, giornalista di Radio Praga. Nel 1938 a Monaco una riunione tra i capi delle diplomazie tedesca, inglese, francese e italiana sancì uno di quei patti scellerati che la politica riesce sempre a propinare a cittadini cui non resta molto altro da fare se non accettare supinamente. Hitler voleva una parte della Cecoslovacchia e l'Europa gliela regalò in cambio di una promessa di non belligeranza. Credere nelle promesse di Hitler: da allora questo è diventato l'archetipo dell'ipocrisia, a volte (ma quasi mai) involontaria, della politica.
Al volume di Vaughan, che può essere acquistato anche su Amazon, la sezione inglese di Radio Praga ha dedicato questa intervista all'autore:

Battle for the Airwaves: radio and the 1938 Munich crisis

[28-09-2008] By Bernie Higgins

70 years ago, in September 1938, Europe was in the grip of a complex international diplomatic drama, known as the Munich crisis. It culminated in the fateful signing of the Munich Agreement on September 30, when the leaders of Britain, France and Italy agreed to Hitler’s territorial claims on Czechoslovakia in return for a peace that was to last just a year. A fascinating and gripping account of this crisis has been published this week, and I’m delighted to be able to talk about it with its author, my colleague at Radio Prague, David Vaughan:

Your book is called Battle for the Airwaves and it isn’t simply a history or description of the Munich crisis. Its subtitle is ‘Radio and the 1938 Munich Crisis’. What prompted you to write this, I think your first book?

“Yes, it is my first book. I’ve been working in radio for the best part of the last 20 years, and so radio is really my world. I became very interested in this particular aspect of the history of the events leading up to the Second World War from my time spent in the archives of Czech Radio, where I realized that there were a lot of archive recordings from that time. These are not just Czech, but also in various other languages, and also not just from Radiojournal, which was the predecessor of Czechoslovak Radio, but from many different radio stations. That led me to start exploring in other archives, and I discovered that it was possible to put together a mosaic of what happened in the run-up to the Munich Agreement as it was played out on the airwaves – and that of course brings up all sorts of questions about how radio was used at the time.”
Your book is printed in both English and Czech. It’s bilingual in that respect. It is also multilingual because it comes with a CD with many of the recordings which you just mentioned – in German, Czech, Slovak and of course English. It was clear to me from reading your book just how powerful a propaganda tool radio could be.

“It really is very striking, and this is why I wrote the book. I realized that the Munich crisis came just at a time when radio was entering maturity, and that suddenly radio was a medium that you couldn’t ignore. Nazi Germany was very aware of the potential of radio from early on, because Goebbels was a brilliant manipulator of public opinion. The Germans started from the moment that Hitler came to power in 1933 to try to influence public opinion in the Sudetenland - in the Czechoslovak borderlands, where the majority were German speakers. They tried to turn them against Czechoslovakia and they did this very effectively. The Czechs and Slovaks really underestimated the power of this propaganda.
“The CD includes an extract from one of Hitler’s speeches from the height of the crisis, on September 26 1938, just a few days before the Munich Agreement was signed. Here Hitler really is barking – in a terrifying way – with a crowd of 15,000 behind him. And it is interesting that this particular speech was broadcast not just to Germany but was rebroadcast all around the world by many different stations. So you can just imagine the impact on people somewhere in the American Mid-West, for example.”

One point that is made repeatedly in your book is just how relatively new but how powerful and widespread radio was.

“By that time in Germany 75% of households already had a radio. In the United States and in Britain it was similar, in Czechoslovakia the figure was slightly lower, but everybody had access to radio one way or another, and so it was everywhere. Most people hadn’t really thought much about the logical consequences of that, to what extent it made events immediate. These days we hear a lot of talk about globalization or the shrinking world, but it really began then rather than today, because that was the moment when for the first time a politician would be saying something at one end of the world and the listeners would be hearing it at the other end of the world – with immediate impact.”

I think this raises the question that you also raise in your book about the responsibilities of the journalist, because one thing that’s shown in your history is that, for example, American radio was much more probing and effective than the BBC.

“The BBC was in a difficult position, because it was a public service broadcaster – in the sense that we know them today – and therefore it did have a degree of independence from the state, but at the same time the complex relations between public funded organizations and governments weren’t really fully defined. So what you see in the BBC was a great deal of pressure from successive governments in the 1930s - the so-called ‘national governments’ in Britain - and Neville Chamberlain himself, trying to influence what the BBC was broadcasting. And unfortunately Chamberlain was an extremely astute media figure, he knew how to use the media and he did succeed in gaining more or less absolute control over what the BBC was broadcasting.”

Yes, his trips to Germany as you describe them were very stage-managed, and he certainly knew how to manipulate the press. I think you can contrast – with horror – the sombre feeling in Czechoslovakia with the way in which Chamberlain’s ‘jaunts’ to see Mr Hitler were reported by the BBC.

“Yes, I can quote from a BBC report, as Chamberlain is leaving Heston Aerodrome, just west of London, heading off to Munich to sign the Munich Agreement. By that time everybody knows that he has the deal pretty much sewn up, and the presenter’s town is almost euphoric:

Mr Chamberlain is posing and waving his hat with the great air of nonchalance and gaiety, which he adopted once before on the aeroplane, and which I believe he adopted yesterday when he said ‘It’s alright now’ to people in Downing Street. He doesn’t mind in the least being importuned frequently by the photographers, who shout ‘Mr Chamberlain, Mr Chamberlain, Mr Chamberlain,’ and he beams all over his face, turns back to the Cabinet and says, ‘Oh, I can’t stand any more.’ ‘Nonchalance and gaiety’. That is a mood very different from the mood that existed in Czechoslovakia.

“I think the most moving recording from Czechoslovakia during the crisis is the Justice Minister, Ivan Dérer. On the CD I include a recording that was broadcast at just about the same time as Chamberlain was returning from Munich. You can hear that Dérer is a broken man, that he has seen his country torn apart.
We faced a choice. Either war, a heroic struggle of our armies, but a war we could only lose, a terrible war, which would have ended, not just with the destruction of our valiant soldiers, but with the total annihilation of our nation, with the murder and violation of our women and children, or to accept what the European powers dictated to us in Munich.

You point out in the book that there was a sad echo thirty years later, when Dubček’s voice broke as he addressed the nation after the Soviet invasion.

“It’s the worst thing that can happen to a nation, I think, to have its history imposed upon it, without its citizens having any opportunity to influence it.”
You also raise a lot of very important and interesting questions about the ethics of journalism and the responsibility that individual journalists have – and not just public institutions like the BBC, but individuals themselves. One hero – almost - in this respect in your book is a journalist called Jonathan Griffin. He was an English journalist working in Prague at the time. I’d like to quote from a broadcast that he made to his compatriots. It’s very sobering to compare this with the information that people were receiving from official organs.

Why did the same event, the four-power agreement in Munich, produce opposite effects in the two peoples – for you jubilation, for the people here profound misery?

Because for the moment you have peace, but you have got it, for the moment, on the cheap, at others’ expense. For the moment you have paid for it nothing noticeable except the frightful responsibility of which some of you may be aware. Later on you will find that you have mortgaged the security of Great Britain and her security as a great power, and that by allowing your government to violate solemn pledges and ride roughshod over international justice and morality, you have let loose over Europe an anarchy that may well make the peace that you have so dearly bought uneasy and short.
“That was one of several very moving broadcasts by Jonathan Griffin, who, incidentally, was broadcasting on Czechoslovak Radio – Radiojournal – because his comments would have been far too critical for the BBC. He is one of a good number of journalists during that period, who recognized what was really happening and saw the dangers. I could name several: there was Milena Jesenská, a very well-known Czech journalist, there were a number of American journalists, like Bill Shirer and Ed Murrow, who later went on to become household names in the United States, who really did see what was going on, and I think that, taking the example of someone like Ed Murrow, who was broadcasting to the United States from Prague and other European cities, and Bill Shirer, informing Americans about what was going on, I don’t think it’s pure coincidence that Americans by the time of the Second World War by and large did understand that this was not a distant conflict. I think that radio really had brought what was going on in Europe home to people in America, and they understood by the time the United States entered the Second World War why it was important and why it was also their conflict.”


20 agosto 2008

Tbilisi-Praga, 40 anni di questi carri armati

Con un tempismo a dir poco agghiacciante, le simpatiche truppe dell'amico Putin celebreranno a Tbilisi il quarantesimo anniversario della notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, quando i carri armati dell'allora Unione Sovietica, coadiuvati dagli alleati del Patto di Varsavia, misero fine alla primavera di Praga.
Incredibilmente sopravvissuta a quegli anni, Radio Praga non si occupa più di propaganda da Guerra Fredda, ma dimostra validamente come sia ancora possibile fare ottima radio, in più lingue, facendosi sentire in Europa e nel mondo attraverso le onde corte.
Sul sito dell'emittente, altrettanto valido, trovate molte pagine di ricordi e materiali audiovisuali di quella notte, con una serie di registrazioni originali di Radio Praga e delle vicine emittenti in lingua ceca. La sezione inglese invece presenta una lunga intervista con Liz Skelton, giovane cittadina britannica che nei giorni successivi al 21 agosto decise di seguire in Cecoslovacchia un amico che aveva il doppio passaporto ma voleva essere vicino alla parte ceca della sua famiglia. Alla fine Liz restò a Praga per quasi due anni, lavorando alla redazione estera dell'emittente di stato. Liz racconta tra l'altro di aver aiutato il fotografo Josef Koudelka a far arrivare all'estero le sue immagini dell'invasione. Forse qualcuna di queste immagini fa oggi parte della mostra organizzata al Centro Internazionale di Fotografia qui a Milano.