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12 gennaio 2016

La Voce del Califfato, in FM dalla Libia all'Afghanistan

Il network radiofonico di Daesh, con i suoi appelli a unirsi alla lotta del Califfato, si ascolta  in FM, in più lingue, dalla Tunisia fino all'Afghanistan al confine con il Pakistan. Le ultime,  clamorose novità sull'estensione a est di quella che possiamo ormai definire come "Voce del Califfato", saranno il pezzo forte del programma di Andrea Borgnino in onda giovedì prossimo dopo le 11:00 su Radio3Mondo, in una puntata di Interferenze che si annuncia davvero imperdibile.
Sul consolidamento di Radio Al Bayan in Siria, Iraq e delle sue propaggini in Libia, con una frequenza, i 94.3 MHz, addirittura a Tripoli, si sta discutendo da un po'. Evidentemente i bombardamenti russi e occidentali non riescono a mettere fuori uso impianti che in teoria potrebbero essere trasportabili, o più semplicemente circondati da edifici civili, nel cinico stile "scudo umano" di una certa guerriglia di matrice islamica. 
Da qualche settimana si moltiplicano però i reportage sulla presenza radiofonica di Daesh nel nord-est dell'Afghanistan, con un segnale udibile, sui 90 MHz anche a Jalalabad, provincia di Nangarhar,  in quella che secondo il Califfato è la provincia di Khorasan. Borgnino ha scoperto che gli audio di Radio Khorasan vengono distribuiti - presumibilmente in lingua dari, una variante del farsi persiano - anche attraverso la piattaforma podcast di Spreaker e pubblicizzati attraverso Twitter. Radio Al Bayan, dal canto suo, utilizza spesso Internet Archive come archivio. Come in una spystory, gli account utilizzati vengono identificati e sospesi. Mentre scrivo sto ascoltando uno dei clip da Spreaker, ma Facebook, per esempio, ha già bloccato la diffusione dei link attraverso la sua bacheca e la chat: segno che le attività dei propagandisti di Daesh vengono monitorate da vicino.
Ancora più sorprendenti sono i retroscena di queste attività. È infatti possibile, sostiene Borgnino, che Daesh si serva di impianti che fino a pochi anni fa venivano gestiti, in chiave anti-Taliban, dalle forze americane nella provincia del Panjshir, e più precisamente dal suo capoluogo Bazarak, nelle montagne a nordovest di Jalalabad. L'attuale Radio Khorasan potrebbe aver fatto parte della rete di stazioni comunitarie del progetto Salam Watandar e ora sarebbe in mano ai guerriglieri che si oppongono anche ai Talebani.
Mi raccomando, tutti su Radio3Mondo giovedì mattina!

16 maggio 2015

Burundi, in un clima sepre più teso e violento, le fazioni sul campo attaccano le radio indipendenti





Drammatico resoconto del Committee to Protect Journalists sulle violenze che in questi giorni stanno caratterizzando il Burundi, tra annunci di golpe che sembrerebbero rientrati proprio nella serata di venerdì 15 maggio, con le dichiarazioni del presidente Pierre Nkurunziza. Sarebbe dunque da considerarsi fallito il tentativo di insurrezione guidato dal maggiore Godefroid Niyombare (qui nel suo annuncio trasmesso da TeleRadio Renaissance). Le proteste sono state scatenate dalla notizia dell'ennesima ricandidatura di Nkurunziza alla presidenza. Sarebbe il terzo mandato e secondo Niyombare la decisione sarebbe contraria alla costituzione del Burundi. In una nazione dove Internet arriva a un abitante su cento, quando va bene, la radio è un mezzo di informazione primario e non è un caso se i sostenitori delle due parti in gioco hanno proprio le stazioni radio nel mirino. Tre stazioni che hanno dato voce all'opposizione all'attuale regime sono state attaccate e non sarebbero in questo momento in grado di trasmettere, on air o via Internet. Si tratterebbe di Bonesha FM, la stessa Renaissance Radio et Television, e Radio Isanganiro. Un'altra emittente, molto amata dalla popolazione, Radio Publique Africane, privata nonostante il nome, è stata semidistrutta, come dimostrano le fotografie di Jennifer Huxta diffuse su Instagram e AFP. Il sito di uno dei maggiori quotidiani del Burundi, Iwacu, è raggiungibile ma risulta oscurato dalla direzione.


Sotto attacco del resto sono state anche le emittenti filogovernative, come la privata Rema FM. L'emittente di stato, RTNB sarebbe tornata da poco in onda, almeno secondo le osservazioni di un'altra coraggiosa giornalista freelance Mélanie Gouby. Ho trovato un'altra fotografia delle strade deserte di Bujumbura, con la pubblicità di un'altra stazione, 10 Radio che non viene menzionata nelle cronache di questi giorni. Bisogna sempre ricordare che in questa area in particolare in Rwanda, l'odio etnico che più di venti anni fa fece centinaia di migliaia di vittime tra i Tutsi e gli Hutu più moderati, fu alimentato da una emittente radiofonica, Radio Milles Collines, che ha ispirato anche una piece teatrale di Milo Rau, Hate Radio. L'altro giorno la rivista Limes ha dedicato un articolo ai fatti del Burundi, sottolineando però che le rivalità etniche c'entrano meno in quella che è a tutti gli effetti una classica guerra interna per il potere. 

















01 dicembre 2013

Qui Radio Azawad, musiche e voci radiofoniche da un territorio sperduto e conteso

Il viaggio, come molti viaggi, parte da una mappa. Limes, la rivista di geopolitica, pubblica una dettagliata cartina del desertico teatro dello scontro che attualmente vede coinvolte le truppe francesi in Mali, il territorio della vasta regione di Azawad, autoproclamatasi stato autonomo lo scorso anno. Stiamo parlando di luoghi tanto fascinosi da sembrare immaginari, Timbuktu, Gao, la terra dei Tuareg, contesa all'esercito del Mali da gruppi come l'MNLA, Ansar Dine, MUJAO (nata da una costola di Al Qaeda), inserita nei piani di "policing" e stabilizzazione delle truppe francesi e dell'ONU (MINUSMA, la missione divenuta celebre per essere stata la prima autorizzata ad attaccare militarmente, non solo a difendere).
Cercate Azawad in rete ed ecco spuntare corrispondenze come questa di Mohamed Vall sugli eccellenti blog di Al Jazeera, che cercano di raccontare quello che accade in una delle zone più insicure e non tracciate dell'intero globo.


Ma il Mali o quel che ne sta per restare è anche patria di tante stazioni locali in FM. Basta cercare su Google per "radio Azawad" ed ecco spuntare del tutto casualmente tra i risultati un progetto di world music che arriva da Lisbona, dove un gruppo di musicisti, Imidiwan, costituito da Gustavo Patrício, Tiago Salsinha e André Xina ci presenta una visuale diversa dell'inesistente ma auspicato Stato di Azawad. Tutto nasce da un altro viaggio, quello che André Xina ha compiuto tra fine 2010 e inizio 2011 a Timbuktu, Tintelut, Gao, Bamako. Da questo itinerario Xina ha ricavato un diario di viaggio musical-radiofonico, Radio Azawad appunto, che potete ascoltare su SoundCloud:



Al ritorno dal viaggio Xina e i colleghi di Imidiwan producono un EP intitolato Radio Tamashek (la lingua dei Tuareg), definito una "stazione radio pirata" che  "incrocia i suoni che soffiano direttamente dagli aridi paesaggi del deserto del Mali con i suoni di Lisbona, costruendo una piattaforma che irradia le opere degi artisti maliani, stelle a troppi di noi sconosciute". Il disco, scaricabile gratuitamente, è dedicato a tutti i rifugiati che sono stati costretti ad abbandonare la zona durante gli aspri scontri tra ribelli dell'MNLA ed esercito regolare del Mali. Tanto in Radio Azawad come in Radio Tamashek, Imidiwan potete ascoltare numerosi esempi di trasmissioni catturate da Xina con un apparecchio radio, sintonizzato su stazioni come Radio Jamana, Rahio Tahanint, Radio Alfarouk, Radio Lafia o l'emittente ufficiale ORTM (tuttora segnalata su 5995 kHz)
Ecco anche un videoclip tratto dal Festival Músicas do Mundo del luglio di quest'anno a Sines, Portogallo, con la partecipazione degli Imidiwan:



E un corto spagnolo, sempre del 2010, intitolato Amanar Tamasheq e girato tra i ribelli Tuareg:

25 marzo 2013

Centrafrica, saccheggiati gli uffici dell'ultima stazione SW

Cominciano ad arrivare da Bangui, nella Repubblica Centrafricana, i primi report sulla situazione dopo il golpe dei ribelli Seleka e la cacciata del presidente Bozize. Da qualche anno a nord di Bangui opera una emittente in onde corte dell'organizzazione religiosa ICDI, Integrated Community Development International, collegata alla nota istituzione cristiana non denominazionale HCJBli uffici di questa ONG sono stati saccheggiati, come riferisce in questa telefonata pubblicata su Web uno dei dipendenti. Radio ICDI, dalla località di Boali, è stata segnalata su 6030 kHz, ma da diverso tempo non esistono più rapporti d'ascolto. Un'altra frequenza è 3390 kHz e anche in questo caso non ci sono notizie recenti sullo stato di attività. Probabilmente in questa fase è ancora più difficile che le trasmissioni possano essere regolari. Nessuna nuova anche per quel che riguarda le frequenze in onde corte dell'emittente di stato, le storiche 5035 e 7220 kHz. Per dettagli molto aggiornati sulle emittenti africane vale sempre la lista Africa on Shortwave del British DX Club.

17 dicembre 2011

Guerra dei droni: Teheran avrebbe ingannato via radio un aereo spia americano

Esattamente due anni fa erano state delle immagini forse intercettate dal flusso di comunicazione tra i droni-spia americani e le loro basi di controllo in Iraq a scatenare una imbarazzante discussione. Oggi un drone americano torna al centro delle polemiche e questa volta le implicazioni potrebbero essere più che imbarazzanti. Con la campagna per le candidature presidenziali in pieno svolgimento, non stupisce se Mitt Romney e Rick Perry, i due front-runners repubblicani, abbiano pesantemente sfottuto il presidente Obama per aver "chiesto per favore" agli iraniani la restituzione del sofisticatissimo velivolo radiocomandato RQ-170 Sentinel, che gli stessi iraniani affermano di aver abbattuto all'inizio del mese. L'aereo sarebbe partito da una base segreta in Afghanistan per una missione di ricognizione sul territorio dell'Iran. Ma invece di far ritorno alla base è finito sugli schermi televisivi dell'Iran, con tutti i suoi segreti elettronici ancora intatti a bordo.


In questi giorni però le rivelazioni del quotidiano Christian Science Monitor fanno temere che la frittata sia ancora più bruciante per Washington. Un tecnico iraniano intervistato dal giornale avrebbe dichiarato che il drone non è stato abbattuto ma costretto all'atterraggio con un incredibile azione di depistaggio elettronico. Il sistema di radioposizionamento del velivolo, ovviamente basato sulla rete GPS, sarebbe stato bombardato con interferenze sui canali in banda L utilizzati dal network satellitare. Le informazioni contenute in questi segnali di disturbo avrebbero ingannato i sistemi di bordo, determinando così un atterraggio del tutto fuori programma. Tecnicamente, si sarebbe trattato di una manovra di jamming e spoofing condotta sulla frequenza intorno ai 1.575 MHz.
A rendere ancora più inquietante questa ipotesi c'è un risvolto crittografico che sembra preso direttamente dalla sceneggiatura di un film di James Bond. La rete GPS trasmette le sue informazioni senza particolare protezione ma con una precisione inferiore per le applicazioni commerciali. Per usi militari le comunicazioni del GPS avvengono in forma criptata intervenendo su uno dei canali utilizzati con una codifica detta P(Y)-code. Inoltre, la nuova generazione di ricevitori GPS militari dovrebbe teoricamente essere equipaggiata da uno speciale modulo SAASM, Selective availability anti-spoofing module, mentre da qualche anno è in fase di implementazione sui satelliti della flotta GPS una nuova codifica militare, l'M-code, che prevede anche ulteriori tecniche anti-jamming e dovrebbe essere completamente disponibile solo nel 2016. Insomma, se davvero gli iraniani fossero riusciti ad aggirare le attuali barriere, per gli americani sarebbe un gravissimo smacco.
Un altro esperto, questa volta canadese, intervistato da Wired ha ipotizzato che anche senza una azione di spoofing per gli iraniani sarebbe stato possibile compromettere, attraverso interferenze molto mirate, le funzioni di ricezione dei canali protetti del drone. A quel punto i sistemi di navigazione di bordo si sarebbero dovuti sintonizzare sui canali GPS aperti e il depistaggio sarebbe stato molto più facile. Davanti a un'ipotesi del genere non si capisce bene perché un simile livello di compromissione di canali di comunicazione autenticati non debba scatenare un meccanismo di distruzione dell'elettronica più "sensibile", un po' come succede con la disattivazione a distanza dei cellulari. Sarebbe una eventualità doppiamente imbarazzante. Comunque sia andata, le immagini di un'apparecchiatura così evoluta esibita come una preda di guerra, oltre a rappresentare un nuovo inciampo sulla strada di Obama verso la rielezione, sono un bel tallone di Achille nella strategia di intervento e sorveglianza basata sull'uso di sistemi senza equipaggio radiocomandati.

18 aprile 2010

Addio a Carlos Franqui, dissidente di Radio Rebelde

A Puerto Rico, dov'era esiliato da tempo, se n'è andato venerdì scorso, a 89 anni, il rivoluzionario cubano divenuto dissidente Carlos Franqui. Perseguitato dal regime di Batista, Carlos fu uno dei primi a mettersi a fianco di Fidel Castro, senza mai rinunciare al diritto alla critica e uno dei primi a voltargli le spalle, alla fine degli anni sessanta, approfittando del suo ruolo di ambasciatore in Italia, per protestare contro l'invasione sovietica di Praga.
Nei mesi della rivoluzione il Jefe lo rimproverò persino quando decise di tagliarsi l'onor del mento - di rigore tra i rivoluzionari barbudos - perché il figlio non lo riconosceva più. E si dice anche che un giorno ci fu un litigio violento perché Franqui aveva svelato a un giornalista americano in visita sull'isola che le numerose "truppe" che sfilavano davanti a lui erano solo un cerchio degli stessi uomini.
Fu soprattutto direttore di Radio Rebelde, che in questi giorni, sul suo sito Web, ignora completamente la notizia della sua morte. Tra i tanti interventi della stampa di tutto il mondo ecco il necrologio del Nuevo Herald, edizione ispanica del quotidiano di Miami, capitale dei contras.
Publicado el viernes 16 de abril del 2010
Muere el periodista cubano Carlos Franqui

JUAN CARLOS CHAVEZ

Carlos Franqui, figura fundacional de la revolución cubana y uno de los primeros intelectuales en denunciar las políticas totalitarias de Fidel Castro, murió el viernes en Puerto Rico. Tenía 88 años.
"Como ser humano, todo lo que puedo decirle es positivo'', declaró el ex comandante Hubert Matos, cercano a Franqui tras el triunfo revolucionario en 1959. "Siempre lo consideré un buen amigo y hombre de una cultura amplísima. Fue un luchador de la izquierda cubana que se arrepintió de la filosofía marxista. Nunca le cayó bien a Fidel y tampoco fue de su completa confianza''.
Franqui murió en su hogar en San Juan debido a complicaciones por padecimientos respiratorios, afirmó a El Nuevo Herald su esposa Margarita Padrón. También le sobreviven dos hijos, Camilo y Carlos, de 54 y 49 años, respectivamente. Cumpliendo con su voluntad, no habrá servicios fúnebres y sus restos serán cremados. Deja atrás una extensa obra que abarcó los géneros de ensayo, poesía, periodismo y crítica de arte.
"Carlos era hombre con una calidad humana muy grande. Vivió muy interesado en el arte, el destino de la gente y su país, Cuba'', comentó Padrón. "Hasta el día de su muerte se mantuvo al tanto de la actualidad y siempre estuvo dispuesto a luchar en lo que pudiera''.
En los primeros años del régimen, Franqui fue un incansable animador cultural que empleó toda su influencia para darle a la prensa, las artes y la literatura un espacio de libertad y modernidad. Dirigió el periódico Revolución, donde estimuló un amplio margen de debate. Entre sus más logradas iniciativas se cuenta el Salón de Mayo de 1967, que reunió en La Habana a muchos de los principales pintores y artistas plásticos de la época.
Nacido el 4 de diciembre de 1921 en el Municipio de Cifuentes, entonces provincia de Las Villas, estuvo ligado desde joven a las luchas de los trabajadores azucareros a través del Partido Socialista Popular, de tendencia pro soviética. Sin embargo, sus discrepancias con la ortodoxia comunista de sus dirigentes lo hizo apartarse a mediados de la década de 1940.
En 1951, fundó con el músico Harold Gramatges la sociedad cultural Nuestro Tiempo, uno de los más fructíferos proyectos para potenciar la cultura nacional y abrir el país a las influencias de su tiempo. De esa época data su amistad con figuras como el escritor Guillermo Cabrera Infante y el pintor Wilfredo Lam.
Como periodista, criticó fuertemente la dictadura de Fulgencio Batista y se vio forzado al exilio en México y Estados Unidos tras sufrir prisión y tortura. Luego, participaría en labores de apoyo al Movimiento 26 de Julio hasta entrar clandestinamente a la isla y subir a la Sierra Maestra. Fundador de la emisora Radio Rebelde, su voz y sus ideas eran escuchadas en todo el país como la expresión oficial de los guerrilleros.
Sus desacuerdos con la dirección de Castro lo llevaron a la ruptura en 1968, tras condenar el apoyo cubano a la invasión soviética a Checoslovaquia. Asentado en Europa, fue un incansable crítico del castrismo y escribió páginas imprescindibles sobre la reciente historia de la isla.
"Hizo amigos para la causa de la libertad en Cuba entre figuras importantes de la disidencia de Europa Oriental, entre los demócratas latinoamericanos y en el mundo de la literatura y de las artes'', recordó Frank Calzón, director ejecutivo del Centro para una Cuba Libre, en Washington. "No pudo ver su sueño de una Cuba Libre. Hace sólo unos días conversamos sobre la racha de represión en la isla. Que descanse en paz''.
Exiliado y sin mayores presiones que las que imponía su pasión literaria y periodística, Franqui dio rienda suelta a su creatividad, ingenio y apetito por la escritura. Así, sumó obras importantes como El libro de los doce (1968) y Cuba, la revolución: mito o realidad. Memorias de un fantasma socialista (2006). También escribió una polémica biografía de Fidel Castro y un análisis sobre la enigmática muerte del comandante revolucionario Camilo Cienfuegos en octubre de 1959 (2001).
A comienzos de la década de 1990, Franqui se estableció definitivamente en Puerto Rico. Seis años después fundó la revista Carta de Cuba.
Polémico y mordaz, nunca tuvo reparos en responder a quienes lo criticaron por su pasado revolucionario y sus convicciones. De hecho, en medio de un debate con el periodista Agustín Tamargo en las páginas de El Nuevo Herald, en marzo de 1993, Franqui se calificó como "uno de los raros cubanos que reconoce y deplora sus responsabilidades'' en el triunfo de la revolución.
"Pienso que para combatir a Fidel Castro no hay que pedir permiso a nadie. Sé que de los muchos horrores sufridos por Cuba, el de Castro es el horror mayor'', puntualizó Franqui. "Sé que la historia será muy severa con esa revolución parida de otra dictadura, nacida de frustraciones, injusticias y falta de libertades, que parecía mito, sueño, y se volvió barbarie insalvable''.
El escritor y periodista Carlos Alberto Montaner destacó la importancia de Franqui en el quehacer artístico y político cubano a partir de la mitad del siglo XX.
"No se puede escribir la historia de ese período sin consultar cuidadosamente los escritos de Franqui. Cuando pasó al exilio fue fundamental para conseguir el apoyo de intelectuales europeos de alto rango contra la dictadura de los Castro'', indicó Montaner. "Así fue como vimos la firma de personalidades como [el pintor Joan] Miró y [el escultor Alexander] Calder en la lucha contra los atropellos del gobierno cubano''.

02 aprile 2010

La flebile voce della normalità in Somalia


Ieri Repubblica/New York Times riportava la traduzione di una corrispondenza del quotidiano newyorkese da Mogadisho che racconta la storia della radio "nazionale" somala.
Un bellissimo articolo che trovate qui in italiano e che riporto nell'originale.
Secondo Africa on Shortwave la Somalia come entità conosciuta in passato non è attiva sulle onde corte, Radio Mogadishu non si ascolta da quasi vent'anni. Puntland e Somaliland, due entità autonome, ospitano rispettivamente Radio Hage (3980/6915 kHz) e Radio Hargeisa. Quest'ultima era fino a poco fa attiva sui 7145 kHz (e c'è anche una conferma recente di Christian Diemoz) ma adesso appare irregolarmente.

March 29, 2010
A Guiding Voice Amid the Ruins of a Capital City
By JEFFREY GETTLEMAN

MOGADISHU, Somalia — A veiled female journalist (who also happens to be wearing a snug denim skirt) sits in a soundproof studio with a fuzzy microphone in front of her face. “Salaam Aleikum,” she says, greeting a man who has called in to the radio station. “Yes, hello,” he replies anxiously. “I want to talk about pirates. These guys aren’t being treated fairly.”
In a booth next door, news producers prepare the daily diet of mayhem and more: three bodies found in Bakaro market; President Sheik Sharif preaches reconciliation at a mosque; Islamic scholars speak out about the Shabab insurgent group cutting off hands; the livestock market is looking up and the price of goats, thank God, is steadily rising.

Good Morning. . .Mogadishu!

This is a typical day at Radio Mogadishu, the one and only relatively free radio station in south central Somalia where journalists can broadcast what they like — without worrying about being beheaded. The station’s 90-foot antennas, which rise above the rubble of the neighborhood, have literally become a beacon of freedom for reporters, editors, technicians and disc jockeys all across Somalia who have been chased away from their jobs by radical Islamist insurgents.
Whoever controls Mogadishu, controls Radio Mogadishu, and since the station opened in 1951 that has meant nattily dressed Italian administrators, a short-lived democratic government, a military dictator, various warlords and assorted thugs, Islamist sheiks and now a weak but internationally recognized transitional government that does not have a grip on the capital but is ensconced in the hilltop neighborhood where the station is.
Radio Mogadishu’s 100 or so employees are marked men and women, because the insurgents associate them with the government. The journalists eat and sleep here, rarely venturing out. Most get paid a few hundred dollars a month. Some, like the station’s senior political correspondent, Abdi Aziz Mahamoud Africa, strut around the compound in baggy jeans and Western-style jerseys that could get them killed in other parts of town.
A platoon of Ugandan soldiers, part of the African Union peacekeeping mission here, is hunkered down behind sandbags at the station’s gate, the business end of their rifles trained on the warren of shot-up streets and blasted-out homes outside. Few people even live here anymore. Somalia has become one of the most dangerous places in the world to practice journalism, with more than 20 journalists assassinated in the past four years. “We miss them,” Mr. Africa said about his fallen colleagues. He cracked an embarrassed smile when asked about his name. “It’s because I’m dark, really dark,” he said.
Mr. Africa used to work at one of the city’s other radio stations (the city has more than 10) but decided to move on after fighters with the Shabab dropped by and threatened to kill the reporters if they did not broadcast pro-Shabab news. Mr. Africa called the Shabab meddlers “secret editors” and now he carries a gun. “I tried to get the other journalists to buy pistols,” Mr. Africa remembered. “But nobody listened to me.” Another reporter, Musa Osman, said that his real home was only about a mile away. “But I haven’t seen my kids for months,” he said.
He drew his finger across his throat and laughed a sharp, bitter laugh when asked what would happen if he went home.
The digs here are hardly plush. Most of the journalists sleep on thin foam mattresses in bald concrete rooms. The station itself is a crumbling, bullet-scarred reflection of this entire nation, which has been essentially governmentless for nearly two decades.
One of the buildings on the compound is a heap of pulverized rubble with a blown-out ceiling. “Black Hawk Down,” one young journalist explained, almost proudly. The building was apparently bombed in 1993, when the station was run by Gen. Mohammed Farah Aideed, a notorious Somali warlord whose militiamen fought against American troops in a vicious street battle later immortalized by the book and film, “Black Hawk Down.”
Mr. Aideed’s mustachioed, almost goofy-looking visage still gazes from a wall, along with sepia-toned photographs of Somalia’s last dictator, Gen. Mohammed Siad Barre. Nearby is an old dog-eared timetable for Somali airlines titled, “The White Star Service.” The White Star has not flown for years.
In a city where relentless small-caliber gunfire has reduced just about every monument, library and place of note to a pile of sun-bleached concrete block, Radio Mogadishu may be one of the last surviving repositories of Somali history. In a shadowy back room, past ancient turntables and gutted speakers with wires shooting out, are miles and miles of reel-to-reel tapes stacked floor to ceiling in 10-foot-high racks. They are carefully labeled in fading ink: old speeches, cultural songs, patriotic songs, interviews with nomads and other mementos of a vanishing culture. Every week, some of the tapes are dusted off and played on a show called “Reminisces.” “This place is a cultural treasure, believe it or not,” said Mukhtar Ainashe, a presidential adviser.
The United Nations is trying to help the Somalis convert the vintage tapes to compact discs before humidity and time overtake them. The fledging Somali government is also pouring in resources, like a new transmitter that will expand coverage from a few miles to more than 60, because Radio Mogadishu is seen as a key piece of its hearts-and-minds strategy to pull the public over to the government’s side.
But the journalists here insist they are not merely public relations agents. They air the speeches of insurgent leaders, they say, and stories about government soldiers robbing citizens. “If the government does something bad,” Mr. Africa said. “We report it.”

25 giugno 2009

Iran, il regime accusa le emittenti straniere

Quanto possa essere deleteria l'influenza della stampa estera su un regime non democratico lo sanno bene persino gli italiani che seguono le ficcanti cronache del Tg1 sulle calunnie che i giornali europei e americani riversano sul luminoso percorso politico e umano del nostro Caro Leader. In Iran purtroppo questa presunta influenza viene adoperata come paravento di azioni vergognosamente repressive, che stanno insaguinando le strade delle città dello stato islamico. Radio Free Europe - che ha ormai adottato una linea di condotta cross-mediale utilizzando Internet, la posta elettronica e le segreterie telefoniche per raccogliere e diffondere informazioni - ha pubblicato un interessante report sulla strategia adottata dalle autorità iraniane per impedire con il jamming l'ascolto delle trasmissioni in onde corte e via satellite (per queste ultime l'emittente finanziata dall'amministrazione americana denuncia addirittura l'uso di uplink che si sovrappongono ai legittimi segnali rivolti ai transponder e li cancellano). Poi France Press racconta di uno dei simboli più odiosi dei moderni regimi oppressivi: gli autodafé televisivi dei poveretti che "confessano" i loro delitti contro la dittatura. I telegiornali iraniani in questi giorni diffondono interviste a "pentiti" che ammettono di aver partecipato alle manifestazioni di protesta contro i brogli elettorali perché incitati dalla BBC e da Voice of America. E ovviamente entrambe le emittenti sono accusate di ricevere l'imbeccata da Israele (che a sua volta ha mantenuto attive qualche frequenza in onde corte per diffondere le sue trasmissioni in farsi). Sono testimonianze che dimostrano quanto possa dare fastidio una verità non ufficiale, una versione alternativa ai proclami del clero e del governo, anche e forse soprattutto quando non passano attraverso Internet bensì sulle onde radio di un mezzo tutt'altro che obsoleto. E se solo fosse possibile fare la tara dei morti ammazzati (a meno di mettere sul nostro piatto le nostre guerre di mafia), il parallelo con la nostra situazione, con i nostri "organi di stampa" fasulli e controllatissimi, sarebbe ancora più agghiacciante. Che brutti segnali continuano ad attraversare l'etere.

Iran Jams Foreign Satellite News In Bid To Isolate Public
by Charles Recknagel
June 23, 2009

At RFE/RL's Radio Farda, the e-mails and phone calls come in continuously from Iran. "It's really important that Radio Farda send reports every moment to us, because we do not have any access to news inside Iran," says one listener in Tehran. "Now the VOA and BBC have been jammed."
The listeners are helping the U.S. Congress-funded Radio Farda, which broadcasts 24 hours a day in Persian from Prague, to play an escalating cat-and-mouse game with Iranian government censors.
The censors have been trying to black out both U.S. and British government-sponsored newscasts in Persian almost from the moment a week ago that people began protesting the July 12 presidential election results.
To black out a newscast, Iranian authorities beam their own signal up to the commercial satellite carrying the foreign program. The beam is on the same frequency as the newscast, only at much higher power. As a result, anyone in Iran trying to receive the newscast on their home satellite dish receives only the meaningless, substitute signal instead.
Similarly, the government is blacking out foreign news programming in Persian on shortwave and medium-wave radio, particularly within major population centers. Here, authorities set up a local high-power transmitter to again overwhelm the newscast with a stronger signal on the same frequency.

Game Of Frequencies

Iranian officials are aiming most at broadcasts during the peak evening listening hours. And it is during these hours that the feedback from the news program's audience in Tehran grows most frenzied.
Many listeners simply send messages noting their location and that they can no longer hear the program. That alerts the broadcasters to the moment the programming is blocked. The trick for the broadcasters then becomes to shift the transmission signal slightly to escape the blackout.
During the time it takes the censors to catch up and similarly shift their substitute signal, the programming can be received by listeners searching their dials.
As the game has escalated, foreign broadcasters have dramatically increased the number of satellites and short wave frequencies carrying their programs.
From broadcasting originally only on Hotbird 6, a satellite whose "footprint" covers the Mideast and South Asia, Radio Farda now also broadcasts on four more satellites covering the region: Telstar 12, Nilesat 101, Arabsat BADR4, and Asiasat 3-D.
TBBC said last week it was using two extra satellites to broadcast its Persian-language service. VOA's Persian News Network (PNN) television programs are now beamed through five satellites with six different distribution channels.
It is the kind of struggle once common during the Cold War. For decades, the Soviet government spent huge amounts of money to isolate its citizenry from outside news sources.
But it's not something seen often since then. Iran has periodically blocked U.S. broadcasting at critical moments -- including the student demonstrations of 1999 and the last presidential election in 2005 -- but never with such a sustained effort as now.

Legality vs. Sovereignty

Iran's activity raises some legal questions, because the jamming is also knocking out some transmissions to countries other than Iran itself.
The BBC says its Arabic-language service and other language services to the Middle East have also experienced transmission problems since the jamming of its Persian-language frequency began June 14.
Rod Kirwan, a communications law and regulation expert at the international law firm Denton Wilde Sapte in London, says that Iran has the right under international telecommunications treaties to control the use of the broadcast spectrum within its territory, including foreign satellite broadcasting.
But when there is a spillover effect into neighboring countries, it is creating a harmful interference with the same rights of other member states in the International Telecommunications Union (ITU).
Kirwan says that while the broadcast spectrum is a "sovereign right," it's up to each country "to decide how to best use the spectrum and, of course, nations have decided for the greater good to sign up to the ITU coordination arrangements in order that everything works and you have smooth international services."
But Kirwan adds that this "is a sort of voluntary restriction on your freedom to act as a sovereign body and that is the tension: national rights over sovereign territory or spectrum vs. international coordination rights."
Kirwan says that if other states complain, the case could become an escalating dispute. But it is not likely to result in clear penalties for Iran.
"It's one of the basic problems with public international law: who is around to enforce it? And, of course, there is nobody and so it ends in some kind of diplomacy and maybe bilateral pressure," Kirwan says. "But essentially these international treaty organizations operate on a voluntary basis."

SOS Calls For News

That makes jamming the foreign broadcasts a fairly cost-free political strategy for Iran. It is also not particularly expensive in financial terms. It only requires uplink equipment to reach the target satellite and the patience and manpower to play the cat-and-mouse game of shifting frequencies that follows.
Overall, the jamming effort falls into Tehran's larger goal of blocking out all key communications links that challenge the legitimacy of the presidential election results.
The government is blocking many international websites, including Facebook and Twitter, as well as local opposition sites. Text messaging has been cut off for the past week, and mobile-phone service in Tehran is frequently down.
No wonder, then that some of the messages Radio Farda receives from listeners sound like an SOS to the outside world from an increasingly cut-off populace.
"Today is Sunday, June 21. All sites, radios, and anything from which we could get true information have been jammed and now we can't get any news," one caller says.
"Now you need to show your higher technology. We are waiting to see whether you are able to overcome these parasites or not."
Iran's supreme leader, Ayatollah Ali Khamenei, has accused international media of waging a "psychological war" against the country. It's a charge that millions of Iranians now can make against Khamenei himself.

***

Iran blames VOA and BBC for riots

Tehran - Iranian state television broadcast footage on Tuesday of what it said were rioters admitting going on the rampage, inspired by Western media outlets which have been targeted by the authorities.
"We were under the influence of Voice of America Persia and the BBC," declared one woman, dressed in a black overcoat and headscarf, who said she joined in street violence that erupted during massive opposition protests over the disputed presidential vote.
"The entire atmosphere was created by the BBC. My son had a grenade in his bag as he wanted to appear stronger than others," said the woman, whose face was blurred by the television.
"I took to the streets and saw it was people like us who were torching public properties. There were no police around. It was only us setting cars on fire."
A long-haired young man also acknowledged indulging in violence, and said he had been arrested in a shopping district in the capital known for selling mobile phones.
"I took advantage of the situation and me and my brother looted shops and robbed people," he told the state television reporter.
Iran's foreign ministry on Monday directly accused the two global broadcasters of working for Israel and seeking to break up the Islamic republic with their coverage of the post-election unrest.
Their aim, said foreign ministry spokesman Hassan Ghashghavi, is to weaken the national solidarity, threaten territoral integrity and disintegrate Iran."
Another alleged rioter shown by the state television, an elderly man in a light-green shirt, said: "I think I was under the influence of VOA."
Another youngster in a red shirt said he was provoked by "mask-wearing" men. "I was provoked by their obscene words. They were telling us 'you are fighting Israelis'," he said. - AFP

06 maggio 2009

Una radio a manovella per fare chiarezza in Afghanistan

Una guerra parallela e decisamente meno sanguinaria attualmente in corso in Afghanistan viene raccontata oggi da Stars and Stripes, il quotidiano online delle basi americane in Iraq, Afghanistan e resto del mondo (grazie Andrea Borgnino). Una guerriglia combattuta a colpi di informazioni. Quelle diffuse dai Talibani e le altre, del tutto contrastanti, che arrivano dalle piccole stazioni locali che i militari americani mettono in piedi con l'aiuto di personale nativo. Un lavoro di bieca propaganda, direte voi, che oltretutto viene raccontato proprio nel giorno in cui i media di tutto il mondo condannano gli eserciti occidentali per le vittime civili dei recenti raid. Ma intanto la propaganda non imbraccia il mitragliatore. Le trasmissioni cercano per esempio di far luce sugli attentati che uccidono, con bombe collocate sul ciglio della strada, i passeggeri - civili anch'essi- degli automezzi in circolazione. Spesso la popolazione è portata a credere che siano i soldati occidentali a uccidere quella povera gente. Ma in genere le bombe vengono collocate dai guerriglieri. L'articolo di Stars and Stripes è corredato da alcune foto e racconta di come i militari, oltre ad allestire le stazioni, distribuiscano alla popolazione apparecchi riceventi con dinamo a molla, le famose radio a manovella (nessuna tecnologia avanzata, come si vede, quello che conta è far pervenire un messaggio e la radio tradizionale è più che sufficiente da quelle parti).

‘First with the truth’

U.S. soldiers in Afghanistan set up transmitters, hire local talent and hand out radios to Paktia residents to beat the Taliban at the news game

By James Warden, Stars and Stripes Mideast edition, Tuesday, May 5, 2009

PAKTIA PROVINCE, Afghanistan — Residents in rural Paktia province got a treat when soldiers with Troop B, 1st Squadron, 40th Cavalry Regiment rolled past their grazing lands during a three-day patrol this weekend. Afghans more accustomed to receiving supplies of food and blankets beamed when they saw that the boxes soldiers gave them actually contained small radios.
The radios aren’t intended to help the Afghans listen to their favorite tunes, though. They’re part of a top-to-bottom system aimed unabashedly at getting the official Afghan and American story out to Paktia before the insurgents have a chance to weigh in.
It’s a public relations battle that analysts once said Americans were losing because of a too-rigid adherence to hierarchy. Broadcasts would take too long to be approved, they said.
The Americans have set up transmitters across the province in eastern Afghanistan, hired local employees for the stations and developed a process to put out information updates on incidents such as roadside bomb explosions. Maj. Herb Skinner, the 1-40 executive officer, said the system is key to combating Taliban misinformation that often blames coalition forces for civilian deaths caused by its own attacks.
Taliban propagandists even take advantage of failed attacks, said 1st Lt. Josh Payne, the 1-40 information operations officer. A couple of weeks ago, the Americans didn’t do an announcement after a roadside bomb detonation because the explosion didn’t hurt anyone. The Taliban, however, put out their own message saying that people died and two vehicles were destroyed.
"If we don’t send anything out, they’re going to make up what they want the people to hear," Payne said.
The military has occasionally been accused of blurring the line between propaganda and public affairs and information operations.
Payne said the broadcasts are squarely in the more-benign information operations category. They broadcast details about coalition forces mistakes, such as when a mortar accidentally kills civilians, as well as Taliban attacks. The whole strategy, he said, is to be "first with the truth."
"We’re not trying to deceive anyone," Payne said. "We’re just trying to get the news out there. … We’ll jazz it up to put the blame on the bad guys, but we stick with the facts."
The radio approach is particularly suited for Paktia. The eastern Afghanistan province is an extremely rural area where most communication is done by word of mouth, Payne said. Newspapers and TV stations are rare outside Gardez, the capital and the province’s largest city. Even radio is uncommon; Gardez and Zormat are the only cities with good access to local stations.
"Except for those two areas, there’s really not a lot of competition," he said.
The foundation of the whole system is what the Americans call a "60-minute battle drill." Payne’s unit writes a radio story as soon as an incident happens and e-mails it to the line units so their disc jockeys can broadcast the news — all within an hour and sometimes in half that. Meanwhile, American leaders contact the subgovernor, the head of a district, to let him know about the incident and ask for advice on how to handle it.
They’re also careful to follow up on the story so the Taliban can’t insert their own twist later. News alerts might tell listeners about a wounded neighbor’s status — and how they’re being tenderly cared for in an American hospital.
The follow-up alone can generate a public following as in the golden age of radio. Listeners tracking the story of a little girl who fell into a cooking pit sent a box of thank-you letters after they heard U.S. forces took her into a combat outpost and flew her to medical care.
The Americans have hired a local crew to broadcast local programming that will have people listening to the stations when a news alert comes over the air. Each troop is supposed to have two locals working on the radio, and that will climb to three in the coming days. One is the actual DJ. The second is a journalist who interviews local officials for rebroadcast over the air. The third is a technician responsible for keeping the equipment running.
Troops in rural areas lack DJs, though. Capt. Gary McDonald, the Troop B commander, said the long drives and lower standard of living away from the cities made it hard to keep employees in these areas. Instead, a continuous loop of music can keep the people entertained while interpreters can get the message out in a pinch.
Programming is heavy on national news, which Paktia residents love but have a hard time getting. The stations also have religious programming, children’s shows, sports and lots of music. Gardez has an agricultural call-in program in which the brigade’s agribusiness development team offers tips to local farmers, a particularly popular program in an area where farming and herding dominate the economy.
Payne said he uses a light touch with regard to programming and rarely tells the local staff what to play because he wants staff members to be the face and voice of the stations. A lot of them even write their own stuff.
But American cultural advisers listen to the programs to ensure that the DJs don’t broadcast anything the Americans don’t want out there.
To make sure residents can actually catch the broadcasts, line units distribute the small hand-cranked radios that can also run off solar and battery power. Soldiers with the 1-40 have distributed 1,200 radios in the three months they’ve been in Paktia. Leaders were careful to choose a type that insurgents can’t use to detonate roadside bombs.
Payne prefers that the Afghan army or police hand out the radios and explain how they work and what station to tune in to, although members of Troop B simply passed them out from the Humvee turret to ecstatic local residents.
Like the radios, the transmitting equipment is relatively modest technology, similar to what a stateside ham radio operator might own. Small combat outpost FM setups run about $5,000. The AM transmitter at Forward Operating Base Gardez is a more substantial $50,000 rig that has a farther reach.
The price is well worth it to McDonald. The area he controls has seen little American presence in the past. Troop B soldiers are trying to change that, but it takes hours just to get to the most remote villages. They’ll likely never be able to hit each village as much as they’d really like. But the radio — along with humanitarian aid and other efforts — gives McDonald a sort of virtual presence to remind villagers that coalition forces are nearby.
"Presence is something you have to establish and maintain. You can’t just pass through," McDonald said. "[The radio station] shows presence even when I’m not there."


30 marzo 2009

E Franco, alla radio, pose fine alla guerra

En el día de hoy, después de haber desarmado a la totalidad del Ejército Enemigo rojo, han alcanzado las fuerzas nacionales sus Últimos objvos. militares. La guerra ha terminado. Per una guerra ancora più tragica che sarebbe iniziata di lì a pochi mesi, il 1939 si apriva con la conquista, da parte del generalissimo Francisco Franco, della República spagnola. Quando Alicante, l'ultima città ancora sotto il controllo dell'enemigo rojo, cadde per mano delle truppe italiane, Franco in persona prese carta e penna e vergò il testo dell'ultimo bollettino di guerra, trasmesso dalle frequenze di Radio Nacional da Burgos. La radio, racconta questa bella rievocazione del quotidiano online Tiempo de Hoy, ebbe un ruolo fondamentale come "quinta colonna" dimostrando forse per la prima volta in modo così organizzato, il valore del concetto di guerriglia piscologica

La guerra ha terminado

Burgos, 1 de Abril de 1939• Radio Nacional emite el último parte del Estado Mayor, excepcionalmente fi rmado por Franco, que pone punto fi nal a la Guerra Civil.

Luis Reyes
27/03/09

El general Franco tenía gripe, era la primera vez que caía enfermo desde que empezara la guerra, pero a esas alturas ya no importaba que dejara su despacho por unos días. El hundimiento de la República era irreversible. Cuando la noticia de que los italianos habían entrado en Alicante, última ciudad en manos de la República, llegó al burgalés palacio de la Isla, la señorial segunda residencia de los condes de Muguiro en donde se había instalado, Franco decidió interrumpir su convalecencia y ponerse a trabajar. Pidió papel para redactar el último parte de guerra.

Arma de propaganda

Era algo que no había hecho durante toda la contienda. El parte que se radiaba diariamente y constituía una poderosa arma de propaganda era un informe técnico de las operaciones responsabilidad del jefe de Estado Mayor, el general Francisco Martín Moreno, quien lo firmaba “de orden de Su Excelencia”. No es extraño que a Franco le llevara tiempo su redacción, pues no estaba habituado y, sobre todo, porque pensaba que estaba escribiendo una página de la Historia. El primer borrador manuscrito decía textualmente: “En el día de hoy, después de haber desarmado a la totalidad del Ejército Enemigo rojo, han alcanzado las fuerzas nacionales sus Últimos objvos. militares. La guerra ha terminado”. No le convencía, le pareció poco contundente y substituyó lo de “después de haber desarmado a la totalidad del Ejército Enemigo” por “cautivo y desarmado el Ejército rojo”, que expresaba mejor la magnitud de su victoria. También cambió “fuerzas nacionales” por “tropas Nacionales”, que sonaba más castrense. Y puso “LA GUERRA HA TERMINADO” todo con mayúsculas. Luego lo hizo mecanografiar y lo envió a Radio Nacional, en el Paseo del Espolón. Todos los historiadores coinciden en que la Guerra Civil española fue como un prólogo o ensayo de la II Guerra Mundial. No solamente se dio el conflicto a muerte entre el fascismo, por una parte, y la democracia aliada al socialismo, por otra, sino que España serviría de banco de pruebas para nuevas estrategias, armas y técnicas de guerra.
Aquí inventaron los fascistas el bombardeo aéreo de las poblaciones civiles, no sólo el episodio puntual de Guernica, sino el continuo castigo de Madrid, o la destrucción de medio Alicante tras el fusilamiento de José Antonio... Aquí aprendió la Wermacht la guerra de movimientos con tanques, que le traería tantas victorias. Una de las novedades en la técnica bélica de la Guerra de España fue la guerra de las ondas. Sería Queipo del Llano (véase Tiempo de 31-10-08) quien descubriera el poder de la nueva arma, la radio, que en la Guerra Mundial iban a utilizar magistralmente personajes mucho más importantes que el general de Sevilla, como Churchill o Roosevelt. La radio se mostró fundamental para la guerra psicológica. Queipo era un maestro en engañar al enemigo desde el micrófono, convencerle de que tenían muchas más fuerzas de las reales, crearle dudas sobre su retaguardia (el invento de la quinta columna) o inquietarle con la amenaza de escalofriantes represalias, pero no fue el único en servirse del nuevo medio bélico. Los discursos radiados de la Pasionaria eran inyecciones de moral para los republicanos, y el mensaje emitido por Radio Madrid de Julián Besteiro, figura de enorme prestigio en el PSOE, fue definitivo para que triunfase el golpe del coronel Casado y acabase la resistencia republicana. Así, como parte de una estrategia bélica, fue fundada el 19 de enero de 1937 Radio Nacional de España. Los medios que tenía el Gobierno franquista eran precarios, un emisor portátil del ejército alemán cedido por los nazis, pero la tecnología germana era siempre fiable y aquello funcionaba bien. Pronto “el parte” que se emitía a las 10.30 de la noche se convirtió en algo vital para la media España partidaria de Franco. Por esa característica de los españo- les de no creerse lo que le dice su propio gobierno, en la zona republicana no sólo se reunían en un cónclave clandestino los simpatizantes de la rebelión, para escuchar las novedades bélicas que cada noche transmitía el Cuartel General del Generalísimo desde Burgos, sino que también lo hacían los partidarios de la República. Paralelamente, en la zona nacional, unos y otros escuchaban, en la misma clandestinidad, las emisoras republicanas. Así lo afirma la propia “voz de Franco”, el locutor que leía los partes en Burgos, Fernando Fernández de Córdoba, que en una entrevista en la posguerra, tras afirmar que él nunca sintonizó la radio enemiga, advierte: “Puede que haya sido el único”.

Un galán de cine

Fernández de Córdoba fue el otro protagonista, junto a Franco, del histórico mensaje que puso punto final a la Guerra Civil. Era un galán de cine que daba la imagen exacta del señorito, con el bigotillo que desde entonces se llamaría fas cista, con una voz vibrante que debía ser la envidia secreta del general Franco, la que le hubiera gustado tener al Caudillo para arengar a las tropas y a las masas. Le llamaron el locutor-soldado. Como si estuviera predestinado, la primera actuación de Fernández de Córdoba fue en una película patriótica, Agustina de Aragón (la versión muda de 1926). El 18 de julio Fernández de Córdoba estaba en Andalucía, rodando exteriores de El genio alegre, una película sobre los amores de un señorito andaluz, precisamente. Fiel a su papel, el actor se alistó y se fue al frente, aunque sólo estuvo unos meses en las trincheras. En Salamanca –primera capital franquista- se encontró con El Tebib Arrumi, un famoso periodista, que inmediatamente le reclutó para Radio Nacional, todavía en fase de creación. En la noche del 1 de abril del 39, Fernández de Córdoba recuerda que llegó al estudio el teniente coronel Barroso, del Estado Mayor, con una botella de champán y el parte redactado personalmente por Franco. La intervención del Generalísimo retrasó aquella noche el parte que, tras el toque de clarín de rigor, fue leído por Fernández de Córdoba a las 11.15. Se hallaban en el estudio Antonio Tovar, el intelectual falangista que dirigía Radio Nacional –quien posteriormente rompería con el régimen y elegiría el exilio-, y tres oficiales de Estado Mayor. “Cuando se terminó de leer, los presentes llorábamos”, cuenta el locutor-soldado. Franco, por su parte, escuchó el parte en el comedor del palacio de la Isla, junto a su esposa doña Carmen, su cuñadísimo Serrano Suñer y su primo y secretario militar Francisco Franco Salgado, acompañados de sus familias que, con estrechuras, compartían residencia con el Generalísimo. También debieron llorar.


13 gennaio 2009

Gaza, guerra anche sulle onde radio

Questa storia di Associated Press sugli aspetti psicologici delle azioni militari a Gaza è stata ripresa da Haaretz e altri quotidiani online. E' una guerra, questa, combattuta anche con la propaganda, che va dal lancio dei volantini ai messaggi minatori. Se Sawt Al-Aqsa, stazione radio della Jihad, accusa gli israeliani di essersi sovrapposti sulle sue trasmissioni con messaggi che accusano Hamas di essere all'orgine della drammatica situazione per gli abitanti della Striscia, le autorità di governo di Gaza affermano di lanciare minacce sulle frequenze utilizzate dai walkie-talkie della Israeli Defence Force.
Che questa guerra sia anche di nervi e non si limiti all'uso di armi da fuoco, lo dimostra del resto la creazione di un canale televisivo su YouTube da parte del portavoce dell'Esercito israeliano. Qui vengono pubblicati filmati realizzati dalle truppe entrate a Gaza per evidenziare le tecniche utilizzate dalla guerriglia. YouTube viene utilizzato ovviamente per analoghi scopi anche da fonti di parte palestinese. Le onde corte invece tacciono, ma io continuo a pensare che sarebbero uno strumento validissimo.

Israel's Gaza war extends into psychological realm

By PAUL SCHEMM
Jan. 12, 2009

JERUSALEM - At first it didn't seem unusual when the faces of the Hamas leadership turned up on the group's TV network. But then they were shot down, one by one, while a message warned that Hamas' time was running out. Even as Israel's armor and foot soldiers push into the Gaza Strip in an effort to stop militants from launching rockets into Israel, the war is also being waged with psychological operations designed to sap morale on both sides. Over at Islamic Jihad's Voice of Jerusalem radio station in Gaza City, broadcaster Kamal Abu Nasser said that at least once an hour, the Israeli military also breaks into his signal and broadcasts messages blaming Hamas for everyone's problems.
Hamas, for its part, said it has broadcast messages on Israeli military walkie talkies threatening to kidnap and kill Israeli soldiers. The army said it had no information on such transmissions.
The fate of Sgt. Gilad Schalit, who was captured by Hamas-linked militants in 2006 and whose whereabouts remain unknown, is repeatedly evoked in broadcasts and statements by Hamas, which has several times has threatened to nab more Israeli soldiers. Hamas tried to spread rumors that it had captured several. At least one actual attempt failed, the military said.
Israeli military spokesman Brig. Gen. Ilan Tal said he would not comment on Israel's psychological operations. "If we're talking about psychological warfare, we have to learn from what Hamas is doing," he said. "We expect Hamas to intensify and increase those sort of rumors (of kidnappings) as the situation gets more critical." Hamas' ruses extend into the battlefield as they try to combat Israel's overwhelming military advantage.
Military spokesman Maj. Avital Leibovich told The Associated Press that Israel's forces have found Gaza's neighborhoods to be riddled with booby traps, including mannequins placed at apartment entrances and rigged to explode when the soldiers approach. Israel's army formed a psychological operations unit three years ago, though its initial efforts in the 2006 Lebanon war were largely restricted to drawing satirical cartoons of Hezbollah leader Hassan Nasrallah and dropping them as leaflets over southern Lebanon.
More chilling at the time for Beirut residents, however, were the strange phone calls they received during the war telling them that their woes were due to Hezbollah and they should turn against the guerrillas. That particular technique has reappeared in the current Gaza onslaught, with phone calls and leaflets telling Gazans that their problems were due to Hamas. The leaflets include a phone number and e-mail address to call in tips about the whereabouts of militant leaders and weapons caches.
Ephraim Kam, the deputy director of Tel Aviv University's Institute of National Security Studies, said the role of psychological operations loomed large in this offensive, more so than in the past. "I think we did this in former wars, but in this case we had a lot of time, relatively speaking, and so much more emphasis was given to psychological warfare," Kam said.
Lacking resources, Hamas' psychological efforts have been largely restricted to the propaganda broadcasts on its own Al Aqsa TV channel, including Hebrew language messages asking Israelis to "choose between a peace that gives us back our rights or a war that will smash you down." There have also been reports of threatening text messages sent to the inhabitants of Israel's southern towns telling them to hide underground because Hamas is coming for them.
The biggest weapon in Hamas' psychological arsenal is also its best known actual weapon — the homemade rockets it sends on erratic paths into southern Israeli towns. During the conflict, militants have also used longer-range Grad rockets, hitting cities that used to be out of range. The thousands of rockets have only killed only a handful of Israelis, yet life across Israel's south has been paralyzed.
The greatest disinformation coup of the conflict so far, however, came right at the beginning of the offensive when Israeli bombers caught hundreds of Hamas security men inside their compounds. The day before a massive Israeli airstrike, Israeli military radio channels broadcast talk of a "lull" and pulled troops back from the border. Israeli defense officials now say it was a psychological warfare tactic or a "con" to lure Hamas fighters out of hiding.


23 dicembre 2008

Voci di incertezza da Conakry

Come riferisce Radio France Info oggi, il corpo del defunto presidente della Guinea Lansana Conté non era ancora freddo quando un gruppo sembra molto minoritario di membri della Forze Armate (che non riuscirebbero neppure a mettersi d'accordo sul nome del loro capo) ha preso il controllo della radio nazionale annunciando la sospensione dei diritti costituzionali. Le autorità ufficiali minimizzano, ma la situazione non è affatto chiaro. L'audio dell'annuncio lo trovate nella stessa pagina che ospita la corrispondenza di France Info. Molte informazioni e clip audio (il link si rifeisce proprio al comunicato dei responsabili del putsch) si trovano anche sull'eccellente sito di Radio France Internationale.
Non è una grande sorpresa. Conté nell'ultimo quarto di secolo, dopo il golpe del 1984 ha governato con il pugno di ferro, era malato, ma non ha pensato alla propria successione. In linea teorica le nuove elezioni presidenziali dovrebbero tenersi tra due mesi, ma in una nazione africana come la Guinea ha sempre molto poco senso distinguere tra colpi di stato, tentativi autoritari e brogli alle elezioni. C'è speranza di sentire qualcosa in diretta da questa ennesima zona di crisi? Beh, sì, in questi mesi Conakry viene segnalata abbastanza regolarmente su 7125 kHz, una frequenza dei 41 metri che nel tardo pomeriggio e al mattino si dovrebbe sentire. Purtroppo nel corso del tempo le altre frequenze in onde corte della radio nazionale, specialmente i 4910 kHz sono sparite. Dalla Guinea è regolare d'inverno l'emittente regionale Rurale Labé, su 1386 kHz (vagolanti), ma l'ascolto richiede attrezzature avanzate e buone condizioni propagative, a meno di non trovarsi direttamente sulla costa meridionale siciliana.

Guinée : décès du président Conté et tentative de coup d’Etat

FRANCE INFO - 14:15

Il était le deuxième président de Guinée depuis que l’ancienne colonie française opta pour son indépendance il y a cinquante ans. Le président guinéen Lansana Conté, au pouvoir depuis 24 ans, est décédé à l’âge de 74 ans. Il s’était emparé du pouvoir en 1984, après la mort d’ Ahmed Sékou Tourédu, premier chef de l’Etat du pays. Un pays qui pourrait revivre un nouveau coup d’Etat...

La succession du président Lansana Conté plonge la Guinée dans l’incertitude. On s’attendait à une application de la Constitution et à une transition calme. C’était sans compter sur un groupe de jeunes militaires, qui semble avoir pris le pouvoir.
L’annonce a été faite à la télévision d’Etat tôt ce matin : Le président guinéen Lansana Conté est décédé à Conakry des suites d’une longue maladie. Âgé de 74 ans, Lansana Conté était en mauvaise santé depuis des années et souffrait notamment de diabète.
"J’ai la lourde et difficile tâche de vous informer avec une profonde tristesse du décès du général Lansana Conté, président de la République de Guinée, à la suite d’une longue maladie", a déclaré le président de l’Assemblée nationale, Aboubacar Somparé, annonçant un deuil national de 40 jours.
Lansana Conté appartenait à l’ethnie Soussou, minoritaire en Guinée-Conakry. Il s’était emparé du pouvoir quelques jours après la mort du premier chef de l’Etat du pays, Ahmed Sékou Touré, fin mars 1984. Depuis son coup d’Etat, le dictateur dirigeait la Guinée d’une main de fer.
Né vers 1934 dans une famille paysanne, Lansana Conté s’était engagé dans l’armée française en 1955. Il avait été affecté deux ans plus tard en Algérie pour lutter contre les insurgés. En 1958, la Guinée opta pour l’indépendance et il fut l’un des premiers militaires guinéens à choisir de revenir au pays et d’y servir le tout nouvel Etat.
Après son arrivée au pouvoir il y a 24 ans, Lansana Conté installa un gouvernement composé pour moitié de civils, entreprit de démanteler l’Etat policier le plus dur que comptait alors l’Afrique de l’Ouest et s’employa à améliorer les relations entre la Guinée et les pays voisins.

Coup d’Etat ?

Tous les hauts responsables du régime en Guinée étaient réunis dans la nuit pour évoquer "la succession du président". Conformément à la Constitution, le président de l’Assemblée nationale doit devenir président par interim et a deux mois pour organiser une nouvelle élection.
Mais quelques heures à peine après le décès du président Conté, un capitaine de l’armée guinéenne annonçait à la radio d’Etat "la dissolution" du gouvernement et et la suspension de la Constitution en Guinée. "A compter d’aujourd’hui, la Constitution est suspendue, ainsi que toute activité politique et syndicale", a déclaré le capitaine Moussa Dadis Camara sur les ondes de Radio Conakry. "Le gouvernement et les institutions républicaines sont dissous", a-t-il ajouté en annonçant qu’un "conseil consultatif" allait bientôt être mis en place, "composé de civils et militaires".
Une annonce des militaires putschistes démentie quelques heures plus tard par le Premier ministre guinéen Ahmed Tidiane Souaré, qui affirme ce midi sur RFI que gouvernement "n’est pas dissous". Et le le président de l’Assemblée nationale guinéenne, Aboubacar Somparé, d’assurer pour sa part qu’une "minorité de soldats et d’officiers" avaient mené la tentative de coup d’Etat militaire et que "la grande majorité, est encore loyaliste".

Un pays en crise

"Les institutions républicaines se sont illustrées par leur incapacité à s’impliquer dans la résolution des crises" que traversent le pays, a notamment reproché le capitaine Moussa Dadis Camara dans un communiqué, évoquant le "désespoir profond de la population" ou la nécessité du "redressement économique" et de la lutte "contre la corruption".
Malgré la richesse de ses sols, la Guinée, qui fournit la moitié de la production mondiale de bauxite, une matière première qui entre dans la composition de l’aluminium, reste pourtant l’un des pays les plus pauvres d’Afrique. En proie à une instabilité politique grandissante, le pays a été le théâtre d’émeutes et de mutineries répétées ces deux dernières années.
Réactions internationales
L’Union africaine (UA) a dit suivre "avec attention et beaucoup de préoccupation" la situation politique en Guinée, tandis que la présidence de l’Union européenne a appelé au "respect des dispositions constitutionnelles" en Guinée.

26 novembre 2008

Giornalista di Radio Okapi ennesima vittima in Congo

Una vedova, tre orfani e l'indignazione delle poche ONG che seguono le tristi vicende del giornalismo africano in un continente in perenne stato di guerra etnica, religiosa, economica. E' tutto quel che resta di Didace Namujimbo: l'ultima vittima, lo avrete letto, delle azioni contro la libertà di informazione in Congo DR. Didace lavorava per Radio Okapi, della fondazione svizzera Hirondelle (che nel 2007 aveva già avuto il suo morto ammazzato, il redattore Serge Maheshe).
Il giornale tedesco TAZ illustra molto bene i rischi corsi dalle poche voci radiofoniche alternative all'emittente di stato, che cercano di diffondere notizie e un po' di speranza in zone percorse da gruppi armati governativi e ribelli. La radio nazionale la lasciano stare, tutte le altre bene che vada vengono saccheggiate e chiuse di forza. Mentre IFEX, organizzazione che conta il numero dei morti tra i corrispondenti di guerra, segnala che un'altra presunta vittima, Alfred Munyamaliza Bitwahiki Njonjo, della emittente comunitaria RACOU, dato per disperso all'inizio di novembre, in realtà si era rifugiato in un campo della missione ONU, il MONUC.
Un altro giornalista, il belga Thomas Scheen, che lavora per la Frankfurter Allgemeine, è stato sequestrato e poi rilasciato da truppe mai-mai del Partito resistente congolese.

Bukavu : Didace Namujimbo, journaliste de Radio Okapi, tué la nuit dernière

Sud-Kivu | 22 Novembre 2008

Encore un journaliste de Radio Okapi tué à Bukavu. Didace Namujimbo a été abattu d'une balle à la tête par des inconnus la nuit de vendredi à samedi près de son domicile vers "Vamaro" au quartier Ndendere dans la commune d’Ibanda.
Didace Namujimbo a été abattu près de chez lui vers 21h30, alors qu’il revenait à son domicile. Il a été abattu par des inconnus. Les voisins, qui étaient chez eux en ce moment là, ont entendu des voix de gens qui discutaient. Quelques temps après, ils ont entendu des coups de feu, mais ils ne sont pas sortis. C’est seulement vers les petites heures du matin, quand ils sont sortis, qu’ils l’ont découvert qui gisait là. Et ce sont ses voisins qui nous ont donné l’heure à laquelle ils ont entendu les discussions et les coups de feu.
Premier témoignage du Procureur de la République, près le tribunal de grande instance de Bukavu, Jacques Melimeli : « Nous avons été sur les lieux. Nous avons constaté qu’une balle l’a atteint au cou. Et, il en est mort sur le champ. Nous avons d’abord levé le corps. Nous l’avons emmené à l’hôpital général de référence de Bukavu où on est entrain de procéder à l’autopsie. Nous avons saisi aussi la douille de la balle qui a tué la victime. Pour le moment, l’expertise médicolégale de l’hôpital général de référence de Bukavu est entrain d’être faite pour déterminer si la balle est sortie du corps, et combien de balles ont atteint le corps. »
Didace Namujimbo laisse une veuve et trois orphelins. Il est le deuxième journaliste de Radio Okapi à être tué à Bukavu. Rappelons que Serge Maheshe, secrétaire de rédaction a été abattu dans la nuit du 13 au 14 juin 2007.

***

Journalisten im Kongo
Kritik unerwünscht

Journalisten im Kriegsgebiet der Demokratischen Republik Kongo leben in ständiger Gefahr und vom Übersetzen für ihre ausländischen Kollegen. VON DOMINIC JOHNSON

Didace Namujimbo war in der ostkongolesischen Stadt Bukavu auf dem Weg nach Hause, als er mit einem gezielten Schuss getötet wurde. Unbekannte Attentäter lauerten dem kongolesischen Chefredakteur der lokalen Station des UN-Senders Radio Okapi gegen 21 Uhr am Abend des vergangenen Freitag auf und feuerten ihm eine Kugel in den Hals. "Er war sofort tot", erklärte Staatsanwalt Jacques Melimeli. Erst am nächsten Morgen entdeckten Kinder die Leiche.
Bukavu liegt außerhalb des Kriegsgebietes im Osten der Demokratischen Republik Kongo; es ist die Hauptstadt der Provinz Süd-Kivu, südlicher Nachbar der umkämpften Provinz Nord-Kivu. Aber das nicht aufgeklärte Attentat wirft erneut ein Schlaglicht auf die prekäre Situation der Medien im Ostkongo. Der 34-jährige Namujimbo, seit zwölf Jahren im Metier, war der zweite getötete kongolesische UN-Journalist in Bukavu nach Serge Maheshe, der am 13. Juni 2007 vermutlich von Soldaten erschossen wurde.
Ebenso wie der Mord an Maheshe erregt nun auch der an Namujimbo die Menschen in der Ein-Millionen-Stadt Bukavu. Am Samstag trieb die Polizei mit Tränengas wütende Jugendliche auseinander, die aus Protest gegen den Mord Straßen mit brennenden Reifen blockiert hatten. Am Montag gab es eine gigantische Trauerfeier in der katholischen Kathedrale der Stadt.
Journalisten im Ostkongo leben gefährlich. Aus Nord-Kivus von Rebellen belagerter Provinzhauptstadt Goma berichten Mitarbeiter des kongolesischen Staatssenders RTNC - das einzige Radioprogramm außer dem des UN-Senders Okapi, das landesweit ausgestrahlt wird - von Einschüchterungen und Einschränkung der Berichterstattung durch ihre Chefs. Ein Journalist gibt die geltende Direktive wieder: Es herrscht Krieg; RTNC ist ein Regierungssender; deswegen müssen RTNC-Nachrichten immer im Sinne der Regierung sein. Fliehende und plündernde Soldaten kommen daher bei RTNC nicht vor, sondern nur beim UN-Sender Okapi, was dessen Arbeit wiederum aus Regierungssicht wie Rebellenpropaganda aussehen lässt.
Unabhängige Sender gibt es nur noch in der 500.000-Einwohner-Stadt Goma sowie in entlegenen Teilen der Provinz. In der Frontstadt Kanyabayonga hingegen wurde das lokale Radio communautaire von Regierungssoldaten verwüstet. Und im Gebiet der Rebellenbewegung CNDP (Nationalkongress zur Verteidigung des Volkes) unter Laurent Nkunda gibt es gar keine unabhängigen Radios mehr, denn die Rebellen legen viel Wert auf die Deutungshoheit über die Situation.
Den kirchlichen Sender Radio Colombe in der Distrikthauptstadt Rutshuru verwüsteten CNDP-Truppen bereits vor einem Jahr; nun, bei blutigen Kämpfen mit zahlreichen Toten in Rutshurus Vorstadt Kiwandja am 4. und 5. November, wurde auch das dortige Radio Racou geschlossen. Leiter Alfred Nzonzo Bitwahiki wurde allerdings nicht - wie zunächst behauptet - von CNDP-Truppen getötet: Er tauchte zwei Tage lang unter und meldete sich dann auf Radio Okapi zu Wort.
Die meisten Journalisten der Region müssen ohnehin ihren Lebensunterhalt dadurch verdienen, dass sie den vielen eingeflogenen ausländischen Reportern als Fixer und Übersetzer zuarbeiten. Das bringt Geld, kann aber auch gefährlich sein, wie die Entführung des FAZ-Korrespondenten Thomas Scheen im umkämpften Kiwandja am 4. November zeigte. Mit ihm wurde auch der lokale Journalist Charles Ntiryica gekidnappt, ein ehemaliger Okapi-Mitarbeiter, der für Scheen übersetzte. Alle Geiseln kamen schließlich mit dem Leben davon.

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Un reporter belge et ses collaborateurs libérés; un autre journaliste donné pour mort retrouvé vivant

Country/Topic: République démocratique du Congo Date: 07 November 2008 Source: Journaliste en danger (JED) Person(s): Thomas Scheen, Charles Ntiricya, Alfred Munyamaliza Bitwahiki Njonjo (Nzonzo)

(JED/IFEX) - Journaliste en danger (JED) exprime son soulagement après la libération, ce vendredi 7 novembre 2008, de Thomas Scheen, journaliste belge correspondant en Afrique du journal allemand "Francfurter Allgemeine Zeitung", son interprète congolais Charles Ntiricya ainsi que de leur chauffeur. Les trois personnes avaient été enlevées mardi 4 novembre 2008 à Rutshuru, territoire situé à 75 Km de Goma, capitale provinciale du Nord Kivu, à l'est de la RDC, par des combattants Maï Maï du PARECO (Parti des Résistants Congolais).
JED condamne toute tentative de se servir des journalistes pour obtenir des revendications politiques ou militaires, et demande à tous les protagonistes de la guerre qui sévit à l'Est de la RDC de ne rien faire qui puisse mettre en danger la vie des professionnels des médias qui ne font que leur métier.
Thomas Scheen et ses deux collaborateurs congolais s'étaient rendus dans cette partie de la RDC pour réaliser un reportage sur la prise de Kiwanja et de Rutshuru par les troupes du CNDP. Après leur enlèvement, les trois personnes étaient gardées à Mabenga dans le Parc de Virunga. Contacté par un correspondant de JED à Goma, le chef du PARECO, Sendugu Museveni, avait déclaré que "son mouvement exigeait que les troupes du CNDP évacuent la localité de Kiwanja avant de libérer les trois personnes".
Alfred Munyamaliza Bitwahiki Njonjo, journaliste présentateur du journal parlé en kinyarwanda à la Radio communautaire Ushirika (RACOU), donné pour mort, par plusieurs sources, lors des affrontements entre les troupes du CNDP (Congrès National pour la Défense du Peuple) et les combattants Maï Maï du PARECO dans le territoire de Rutshuru, est bien vivant comme a pu le vérifier JED après plusieurs recoupements. Dans un entretien téléphonique, Njonjo ainsi que Faustin Tawite, également journaliste de RACOU, ont affirmé à JED qu'ils se sont refugiés, le 7 novembere dans la journée, dans un campement de la MONUC craignant pour leur vie.
Pour rappel, la RACOU, seule radio présente à Kiwanja, a été pillée, le 4 novembre, par les hommes du CNDP dans la foulée des affrontements qui les ont opposés aux combattants Maï Maï. Tous les journalistes travaillant pour cette station de radio se sont alors dispersés pour échapper à ce qui ressemblait à une action de représailles. Par la suite, la maison de Njonjo a été attaquée et incendiée.
Dans un communiqué diffusé, jeudi 6 novembre, JED, a exprimé ses vives préoccupations au sujet de la situation sécuritaire des journalistes et collaborateurs des médias, congolais et étrangers, pris entre les feux des belligérants. Par la même occasion, JED demandait à la MONUC d'user de toutes ses prérogatives pour sécuriser les professionnels des médias en plein exercice de leur métier.

18 novembre 2008

Quella notte d'agosto al Gleiwitz Sender

La rivista storica amatoriale inglese After the Battle, che mette a confronto il presente e il passato dei luoghi più significativi degli eventi bellici recenti, dedica la copertina dell'ultimo numero al cosiddetto incidente di Gleiwitz, uno degli episodi che Hitler prese a pretesto per invadere la Polonia la notte del 31 agosto del 1939. Che proprio Hitler avesse bisogno di un casus belli (e perché no? molti conflitti scoppiano per "colpa" di episodi a volte banali o inventati ad arte), può far sorridere. Ma il Terzo Reich prendeva molto sul serio tutte le tecniche di manipolazione della realtà. Solo durante il processo di Norimberga saltò fuori che anche l'incidente di Gleiwitz - una località della Slesia che in Polacco si chiama Gliwice, pronunciato ghlivìze, con l'accento sulla seconda i) - faceva parte della lunga catena di misfatti che SS, Gestapo e servizi vari prima organizzavano, poi attribuivano al nemico di turno.
Che cosa accadde a Gliwice? Accadde che una squadra di sabotatori in abiti civili sfondò la porta del complesso che ospitava il trasmettitore dell'emittente tedesca (la Slesia è uno di quei territori di confine che sembra fatto per portare guai. Abitato da sempre, frequentato da gruppi etnici e linguistici diversi, definito da confini quanto mai labili e ballerini. A metà Settecento annessa da Federico il Grande, la Slesia alla fine della Prima Guerra viene rivendicata dalla Germania e dalle neonata Repubblica Polacca. La "causa" della Slesia, censamente popolata da famiglie tedesche ma ricca di minerali, fu subito adottata da zio Adolf, insieme a questioni non risolte come i Sudeti o il corridoio di Danzica. Tra 1934 e 35, la Lorenz aveva impiantato l'emittente Gleiwitz Sender che quella maledetta notte del 31 agosto fu occupata da alcune persone che lessero un comunicato in polacco. A guidare quel gruppo non c'erano i resistenti polacchi tirati in ballo da Hitler nel suo discorso di "giustificazione". Ma un ufficiale delle SS, Alfred Naujocks reo confesso a Norimberga (dove rivelò di aver ricevuto l'ordine da Reinhard Heydrich, dei servizi informativi della sicurezza del Reich e Heinrich Müller, capo della Gestapo, di guidare la squadra di sabotatori). Naujocks sarà anche al comando del gruppo che a Venlo - località olandese sede di un altro "incidente" pre-bellico - era riuscito a catturare due agenti inglesi. Che furono costretti a rivelare molti nomi delle rete spionistiche inglesi in Germania e nazioni confinanti.
L'episodio di Gliwice non fu citato esplicitamente da Hitler, ma la strategia era precisa: attribuire ai polacchi il demerito di aver superato per primi le soglie di sopportazione. Oggi in questa stessa località si può ammirare ancora la torre in legno che reggeva l'antenna del Gleiwitz Sender e la sede assaltata da Naujocks è stata trasformata in un museo che ospita ancora buona parte degli impianti originali. L'antenna, che dovrebbe essere la struttura in legno più elevata d'Europa, viene continuamente restaurata e secondo i curatori del museo di Gliwice può resistere ancora qualche decennio. Dopo il processo di Norimberga, Naujocks sopravvisse per una ventina d'anni, cercando di restare autonomo. Su di lui un giornalista austriaco pubblicò una biografia intitolata L'uomo che fece scoppiare la guerra mondiale. La sua carriera di agente della disinformacija comprende anche la creazione di emittenti clandestine e sembra anche che fosse sua l'idea alla base di Aktion Bernhard, l'emissione di considerevoli quantitativi di sterline false che avrebbero dovuto minare l'economia di guerra britannica: una storia oggetto di un recente film, I Falsari. Per la stampa delle sterline false furono assoldati dei prigionieri slovacchi, tra cui Adolf Burger, successivamente autore di un libro autobiografico La bottega del diavolo. Adolf Burger è ancora vivo e vegeto, vive a Praga e qui trovate l'intervista realizzata dalla redazione inglese di Radio Praga.