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19 giugno 2014

DSN Now, tutto il traffico radio interstellare secondo per secondo


La Deep Space Network della NASA, la rete di tre postazioni di antenne paraboliche che gestisce tutte le attività di controllo e comunicazione delle sonde spaziali delle varie missioni NASA e di altri enti, celebra i 50 anni di attività con un bellissimo sito Web istituzionale pieno di informazioni e immagini e con DSN Now un servizio "open data" che permette di osservare in tempo reale le comunicazioni che avvengono in quel momento tra una specifica antenna e una sonda.

Naturalmente non si entra nel dettaglio del traffico ma sono disponibili molte informazioni. Le frequenze approssimate di uplink e downlink, la presenza di telemetria o di sole portanti, la velocità di trasferimento dati. Per ogni antenna e sonda vengono fornite illustrazioni e sommarie descrizione. Insomma, una specie di cruscotto delle comunicazioni spaziali che non potrà non affascinare, vista la natura di questi segnali, i fedelissimi della radio a lunghissima (siderale in questi casi) distanza.

22 maggio 2014

NASA e SkyCorp siglano accordo, via libera al tentativo di risvegliare la sonda spaziale ISEE-3, in volo dal '78

Per la prima volta nella sua storia la NASA ha stipulato un accordo con un gruppo di "cittadini scienziati" dando via libera al progetto che mira a ricontattare una sonda spaziale lanciata dalla stessa NASA negli anni 70 per studiare il vento solare e successivamente riconvertita mentre era già in volo come "cacciatrice" di comete. La sonda ISEE-3 passerà vicino alla terra (come raccontavo qui giorni fa) il prossimo agosto, ma a causa del successivo ammodernamento dei sistemi di comunicazione radio è diventato praticamente impossibile ricontattarla. 
Skycorp con SpaceCollege e SpaceRef hanno lanciato l'iniziativa ISEE-3 Reboot ("riavviamo la ISEE-3) e hanno già raccolto attraverso il crowdfunding la somma necessaria per effettuare il tentativo. Con l'accordo appena siglato la NASA si impegna anche a fornire le informazioni tecniche necessarie.

NASA has given a green light to a group of citizen scientists attempting to breathe new scientific life into a more than 35-year old agency spacecraft.
The agency has signed a Non-Reimbursable Space Act Agreement (NRSAA) with Skycorp, Inc., in Los Gatos, California, allowing the company to attempt to contact, and possibly command and control, NASA’s International Sun-Earth Explorer-3 (ISEE-3) spacecraft as part of the company’s ISEE-3 Reboot Project. This is the first time NASA has worked such an agreement for use of a spacecraft the agency is no longer using or ever planned to use again.
The NRSAA details the technical, safety, legal and proprietary issues that will be addressed before any attempts are made to communicate with or control the 1970’s-era spacecraft as it nears the Earth in August.
"The intrepid ISEE-3 spacecraft was sent away from its primary mission to study the physics of the solar wind extending its mission of discovery to study two comets." said John Grunsfeld, astronaut and associate administrator for the Science Mission Directorate at NASA headquarters in Washington. "We have a chance to engage a new generation of citizen scientists through this creative effort to recapture the ISEE-3 spacecraft as it zips by the Earth this summer."
Launched in 1978 to study the constant flow of solar wind streaming toward Earth, ISEE-3 successfully completed its prime mission in 1981. With remaining fuel and functioning instruments, it then was redirected to observe two comets. Following the completion of that mission, the spacecraft continued in orbit around the sun. It is now making its closest approach to Earth in more than 30 years.
The goal of the ISEE-3 Reboot Project is to put the spacecraft into an orbit at   a gravitationally stable point between Earth and the sun known as Lagrangian 1 (L1). Once safely back in orbit, the next step would be to return the spacecraft to operations and use its instruments as they were originally designed. ISEE-3's close approach in the coming weeks provides optimal conditions to attempt communication. If communications are unsuccessful, the spacecraft will swing by the moon and continue to orbit the sun.
NASA has shared technical data these citizen scientists to help them communicate with and return data from ISEE-3. The contributions of any citizen science provided by the spacecraft, if it is successfully recovered, depend on the current condition of its instruments. New data resulting from the project will be shared with the science community and the public, providing a unique tool for teaching students and the public about spacecraft operations and data gathering. The data also will provide valuable information about the effects of the space environment on the 36-year old spacecraft.
The ISEE-3 mission opened new pathways for scientific exploration, helping scientists better understand the sun-Earth system, which at its most turbulent can affect satellites around Earth and disrupt our technological infrastructure.
To learn more about the ISEE-3 Reboot Project, visit:
http://spacecollege.org/isee3
To learn more about ISEE-3, visit:
http://go.nasa.gov/1mSskQs

12 dicembre 2013

Crowdcasting: la sonda Juno salutata via radio da centinaia di piccoli trasmettitori radioamatoriali

Say HI to Juno! Dì ciao a Juno!. Esperimento riuscito, segnale ricevuto. Nel suo volo radente intorno al nostro pianeta prima di essere proiettata verso giove (arrivo previsto nel 2016), la sonda NASA-JPL Juno era stata salutata da un "arrivederci" molto speciale. Per sventolare il fazzoletto e augurare buon viaggio, 1.400 radioamatori di tutto il mondo hanno impostato sui loro trasmettitori una frequenza scelta in uno stretto intervallo centrato intorno ai 28 MHz nella banda dei 10 metri e tutti, il 9 ottobre scorso, hanno trasmesso a cadenza molto regolare un segnale non modulato. Letta sull'analizzatore di spettro a bordo di Juno, la sequenza di queste trasmissioni sovrapposte, opportunamente intervallate da pause della stessa durata (30 secondi),  avrebbe formato le lettere H e I espresse in codice Morse. Quattro punti seguiti da una pausa e da altri due punti per dire HI, "ciao Juno". Punti trasmessi molto lentamente, per sfidare il rumore di fondo che avrebbe nascosto un segnale così debole.
Perché una iniziativa collaborativa in apparenza tanto complessa? Non sarebbe bastato telegrafare il saluto a velocità normale? Alla base di questo progetto collaborativo tra la NASA e la comunità radioamatoriale,  c'era proprio l'idea di comunicare via radio con una sonda spaziale non sfuttando i potenti segnali emessi dalle antenne paraboliche delle varie stazioni di tracking e controllo satellitare. Juno, che su giove studierà i fenomeni "giovomagnetici", è equipaggiata con due ricevitori, uno per le frequenze molto basse tipiche dei fenomeni di "radio naturale" legate al geomagnetismo e alle sue interazioni con la ionosfera, l'altro per le HF. È stato proprio questo ricevitore a rilevare la "sommatoria" di tanti piccoli segnali trasmessi dai partecipanti. Gli scienziati del Jet Propulsion Lab hanno dovuto applicare dei filtri alla ai dati trasmessi a terra dalla sonda, ma una  volta convertiti in un segnale audio un po' accelerato, i sei puntini si distinguono molto bene. ll successo dell'esperimento era tutt'altro che scontato. A parte la bassa potenza impegnata a livello individuale, non era affatto detto che le trasmissioni sui 28 MHz avrebbero potuto attraversare la ionosefera terrestre. E invece le onde corte hanno funzionato bene, producendo un messaggio che esalta il valore della scienza e della collaborazione. Nei due filmati è possibile ascoltare il famoso "HI" in una versione compressa più facile da seguire e osservare alcuni partecipanti del progetto in azione davanti ai loro tasti telegrafici.

26 giugno 2013

Iris, la NASA alla scoperta delle dinamiche energetiche profonde del nostro sole

Ritardata di un giorno, fino al 27 giugno, il lancio di IRIS, la nuova missione NASA destinata a studiare in dettaglio la dinamica energetica del sole ai livelli inferiori della sua atmosfera. Gli astrofisici vogliono studiare come questa energia alimentino i fenomeni della parte alta, la cosiddetta cromosfera.



 IRIS verrà lanciata "on-air" da un missile che partirà da un missile Pegasus XL a sua volta trasportato da un aereo Orbital L-1011 a 13 mila metri di altitudine

22 aprile 2013

Phonesat, gli smartphone in orbita della NASA fanno il record del satellite low cost

In genere la prima battuta che viene in mente pensando all'informatica necessaria per il controllo delle missioni spaziali è che il modulo LEM è sbarcato sulla luna nel 1969 con a bordo una potenza computazionale infinitesima rispetto agli smartphone che molti di noi portano in tasca oggi. Ieri la NASA ha messo in orbita una missione che mette alla prova il potenziale di questa affermazione: dalla Wallops Island Flight Facility in Virginia sono infatti partiti, a bordo di un vettore Antares di Orbital Science Corp, i primi tre "phonesat", nanosatelliti costruiti proprio con uno smartphone e un po' di elettronica RF in più. La comunità dei radioamatori è chiamata a partecipare direttamente al successo della missione attraverso il sito Phonesat.org. Per tutti la frequenza da sorvegliare è di 437.425 MHz con nominativo KJ6KRW. Le trasmissioni avvengono in packet radio con il classico protocollo AX-25 in modulazione AFSK a 1200 bps (un po' come l'ACARS VHF di cui si parla nel post precedente).
Lo scopo è proprio quello di dimostrare la fattibilità di una tecnologia satellitare basata su componenti commerciali a bassissimo costo. All'annuncio della missione il sito Geek.com aveva calcolato che il costo di un phonesat si aggira intorno ai 3.500 dollari, una bazzecola. La stessa NASA, descrivendo l'architettura dei suoi "telefonini spaziali", precisa che per il Phonesat 1.0 è stato scelto un Nexus One HTC, mentre il Phonesat 2.0 monta addirittura (!) un Nexus S della Samsung. Con una attrezzatura così a buon mercato si possono pensare progetti di sorveglianza a terra, misurazioni eliofisiche, esplorazione di satelliti naturali e pianeti riducendo in modo significativo sia i costi, sia le complessità di gestione delle missioni. 


NASA Successfully Launches Three Smartphone Satellites
WASHINGTON -- Three smartphones destined to become low-cost satellites rode to space Sunday aboard the maiden flight of Orbital Science Corp.'s Antares rocket from NASA's Wallops Island Flight Facility in Virginia. The trio of "PhoneSats" is operating in orbit, and may prove to be the lowest-cost satellites ever flown in space. The goal of NASA's PhoneSat mission is to determine whether a consumer-grade smartphone can be used as the main flight avionics of a capable, yet very inexpensive, satellite. 
Transmissions from all three PhoneSats have been received at multiple ground stations on Earth, indicating they are operating normally. The PhoneSat team at the Ames Research Center in Moffett Field, Calif., will continue to monitor the satellites in the coming days. The satellites are expected to remain in orbit for as long as two weeks. "It's always great to see a space technology mission make it to orbit -- the high frontier is the ultimate testing ground for new and innovative space technologies of the future," said Michael Gazarik, NASA's associate administrator for space technology in Washington. 
"Smartphones offer a wealth of potential capabilities for flying small, low-cost, powerful satellites for atmospheric or Earth science, communications, or other space-born applications. They also may open space to a whole new generation of commercial, academic and citizen-space users." Satellites consisting mainly of the smartphones will send information about their health via radio back to Earth in an effort to demonstrate they can work as satellites in space. The spacecraft also will attempt to take pictures of Earth using their cameras. Amateur radio operators around the world can participate in the mission by monitoring transmissions and retrieving image data from the three satellites. Large images will be transmitted in small chunks and will be reconstructed through a distributed ground station network. More information can found at: 
http://www.phonesat.org
NASA's off-the-shelf PhoneSats already have many of the systems needed for a satellite, including fast processors, versatile operating systems, multiple miniature sensors, high-resolution cameras, GPS receivers and several radios. NASA engineers kept the total cost of the components for the three prototype satellites in the PhoneSat project between $3,500 and $7,000 by using primarily commercial hardware and keeping the design and mission objectives to a minimum. The hardware for this mission is the Google-HTC Nexus One smartphone running the Android operating system. 
NASA added items a satellite needs that the smartphones do not have -- a larger, external lithium-ion battery bank and a more powerful radio for messages it sends from space. The smartphone's ability to send and receive calls and text messages has been disabled. 
Each smartphone is housed in a standard cubesat structure, measuring about 4 inches square. The smartphone acts as the satellite's onboard computer. Its sensors are used for attitude determination and its camera for Earth observation. 
For more about information about NASA's Small Spacecraft Technology Program and the PhoneSat mission, visit: 
http://www.nasa.gov/smallsats
The PhoneSat mission is a technology demonstration project developed through the agency's Small Spacecraft Technology Program, part of NASA's Space Technology Mission Directorate. The directorate is innovating, developing, testing and flying hardware for use in future science and exploration missions. NASA's technology investments provide cutting-edge solutions for our nation's future. 

08 marzo 2013

Scoperto il "motore" del vento solare. Forse può aiutarci ad avere energia da fusione.

Questa è bellissima. Una sonda NASA, Wind, lanciata nel lontano 1994 e dotata di una strumentazione i cui dati vengono registrati su nastro per essere ogni volta riprodotti e trasmessi a terra, contiene forse i dati che spiegano perché il vento solare soffi tanto veloce e tanto caldo. Un perché che i ricercatori della fusione nucleare sono molto interessati a capire, perché da questa spiegazione possono a loro volta ricavare un metodo che renderà più efficienti i futuri reattori a fusione.
Il sole è un po' come una pentola che bolle, rilasciando in tutte le direzione un "vapore" costituito da un gas magnetico ricco di particelle. Al contrario della pentola, però, questo vapore non diventa più freddo e lento man mano che si allontana dal sole. Al contrario: il vento solare accelera fortemente e si riscalda attraversando l'atmosfera solare, la corona. Secondo gli scienziati alle origini del fenomeno ci sarebbero le onde di ciclotrone ionico (ione cyclotrone waves), un effetto di risonanza che coinvolge gli ioni pesanti del plasma solare e li accelera come una fionda, conservandone l'energia e quindi il calore. Forse sfruttando questo stesso meccanismo, si potrebbero intercettare e eliminare gli ioni pesanti che staccandosi dalle pareti delle camere di reazione di fusione emettono calore togliendolo alla reazione stessa, e causandone l'interruzione.


Solar Wind Energy Source Discovered
March 8, 2013: Using data from an aging NASA spacecraft, researchers have found signs of an energy source in the solar wind that has caught the attention of fusion researchers. NASA will be able to test the theory later this decade when it sends a new probe into the sun for a closer look.
The discovery was made by a group of astronomers trying to solve a decades-old mystery: What heats and accelerates the solar wind?
The solar wind is a hot and fast flow of magnetized gas that streams away from the sun's upper atmosphere.  It is made of hydrogen and helium ions with a sprinkling of heavier elements.  Researchers liken it to the steam from a pot of water boiling on a stove; the sun is literally boiling itself away.
“But,” says Adam Szabo of the NASA Goddard Space Flight Center, “solar wind does something that steam in your kitchen never does.  As steam rises from a pot, it slows and cools.  As solar wind leaves the sun, it accelerates, tripling in speed as it passes through the corona. Furthermore, something inside the solar wind continues to add heat even as it blows into the cold of space."
Finding that "something" has been a goal of researchers for decades.  In the 1970s and 80s, observations by two German/US Helios spacecraft set the stage for early theories, which usually included some mixture of plasma instabilities, magnetohydrodynamic waves, and turbulent heating.  Narrowing down the possibilities was a challenge. The answer, it turns out, has been hiding in a dataset from one of NASA's oldest active spacecraft, a solar probe named Wind.
Launched in 1994, Wind is so old that it uses magnetic tapes similar to old-fashioned 8-track tapes to record and play back its data.  Equipped with heavy shielding and double-redundant systems to safeguard against failure, the spacecraft was built to last; at least one researcher at NASA calls it the "Battlestar Gallactica" of the heliophysics fleet. Wind has survived almost two complete solar cycles and innumerable solar flares.
"After all these years, Wind is still sending us excellent data," says Szabo, the mission’s project scientist, “and it still has 60 years' worth of fuel left in its tanks.”
Using Wind to unravel the mystery was, to Justin Kasper of the Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, a "no brainer." He and his team processed the spacecraft's entire 19-year record of solar wind temperatures, magnetic field and energy readings and ...

28 agosto 2012

I sistemi del rover Curiosity: ecco come funziona davvero radio marte

Dopo la conferenza stampa NASA di ieri molti giornali pubblicano oggi la notizia sulla ricezione della "prima trasmissione radio da marte" "Radio Marte". Ora, la forma è un po' fuorviante perché sembra quasi che finora le sonde marziane abbiano comunicato a Houston con le bandierine. In realtà la "prima" riguarda il messaggio audio che il direttore della NASA, Charles Bolden, rivolge ai suoi collaboratori nella sala controllo: La registrazione è stata inviata verso il pianeta rosso dalle parabole della Deep Space Network e da lì è tornato indietro dal sistema di comunicazione integrato che permette all'ente spaziale americano di controllare gli spostamenti di Curiosity e a quest'ultimo di inviare a terra le spettacolari fotografie che stupiscono il mondo e i dati scientifici attesi dagli specialisti. Il Jet Propulsion Lab ha realizzato un bellissimo manuale illustrato, il Martian Scientific Laboratory telecommunication system design, liberamente scaricabile qui, dove troverete tutti i dettagli. I rover sono equipaggiati con due sistemi di ricetrasmissione, uno operativo sulla X-band (7.1 GHz iun uplink e 8.4 in downlink, ma se proprio volete le frequenze precise ecco la canalizzazione utilizzata nelle bande S e X, per il rover dovrebbe essere in funzione il canale 8 su 8406.851853 MHz) per i contatti diretti con la terra e un altro, attivo in UHF, con cui i veicoli marziani comunicano attraverso due satelliti in orbita intorno a marte, Odyssey e il Mars Reconnaissance Orbiter (tranquilli, esiste un manuale della Deep Space Network anche per Odyssey).

26 agosto 2012

Le voci originali di Neil e Buzz

Neil Armstrong, il comandante della missione Apollo 11, il primo a mettere piede sulla luna, se n'è andato in questi giorni. E' rimasto con noi, invece, un intero esercito di mentecatti convinti che lo sbarco sulla luna sia solo una fiction massmediatica, frutto di una colossale macchinazione cospirazionista. A tutti dedichiamo qualche link alle risorse di archivio della NASA. Per prima una pagina dove si trovano in forma compatta gli audio più famosi, in particolare quello con la frase di Armstrong sul "piccolo balzo" di un uomo (retorica quanto volete, ma molto efficace):


Poi ecco una selezione di file del cosiddetto "onboard audio", con tutti i momenti più emozionanti della missione 11:

http://www.nasa.gov/mission_pages/apollo/40th/a11_audio_highlights.html (il database completo, con qualche buco dovuto alla cattiva qualità della registrazione, si trova qui). Tutte le comunicazioni audio delle missioni Apollo (e di tutte le altre con equipaggio umano) si trovano negli archivi del Johnson Space Center. Una introduzione molto dettagliata alle trascrizioni relative alla missione 11 si possono leggere qui:


mentre i PDF conservati nell'archivio si possono selezionare qui:

http://www.jsc.nasa.gov/history/mission_trans/mission_transcripts.htm (questo il PDF del traffico radio air-to-ground, fin dai primi istanti del lancio).
Tre anni fa, per celebrare il 40esimo anniversario dell'allunaggio, la NASA aveva ritrasmesso, in tempo reale, l'audio dell'intera missione. Purtroppo non riesco a trovare un link diretto a questa ritrasmissione, ma è possibile ricostruirne il flusso attraverso il database di cui vi ho dato l'indirizzo e tenendo sotto gli occhi le trascrizioni.
Grazie di tutto, Neil.



15 novembre 2011

Polvere di plasma. La luna e la sua (finora) inspiegabile ionosfera



L'interesse degli ascoltatori delle onde corte nei confronti di trasmissioni radiofoniche lontane e spesso difficili da captare poggia - come sappiamo oggi - sull'esistenza di uno strato di gas altamente ionizzato della nostra atmosfera, un guscio di plasma a circa un centinaio di chilometri di quota che può riflettere i segnali radio. Questo gas viene generato dall'effetto distruttivo della radiazione solare sulle molecole dell'atmosfera ed è una caratteristica dei pianeti simili alla terra. Per esempio esiste una ionosfera su marte e ne abbiamo addirittura una mappa, creata nel 2007 con le ionosonde a bordo della sonda Mars Express.
Senza atmosfera, vien fatto di pensare, non ci può essere ionosfera. Niente guscio di gas, niente ionosfera. Invece no, come direbbe Lucarelli. Negli anni 70 due sonde sovietiche, Luna 19 e Luna 22 volando nella loro orbita lunare, osservarono con certezza la presenza di una ionosfera e analoghe osservazioni furono confermate da altre missioni americane. Uno studio dei radioastronomi di Medicina e Noto pubblicato nel 2008 ha osservato la ionosfera lunare grazie alle occultazioni, il fenomeno per cui un astro o un pianeta nascondono momentaneamente un altro oggetto (nel caso di questo studio uno degli oggetti occultati fu la sonda Venus Express).
Questa ionosfera lunare non è una gran cosa, si parla di un migliaio di elettroni per centimetro cubo (lo strato più denso della nostra, quello siglato F, è mille volte più denso). Ma anche così nessuno finora è riuscito a capire come diavolo potesse sussistere. Per la verità non è che la luna l'atmosfera non ce l'abbia proprio, tra impatti di meteoriti e decadimento radioattivo un po' di gas viene spremuto anche dal nostro satellite naturale, generando una "sottospecie" di atmosfera che gli scienziati chiamano exosfera. Un guscio talmente tenue che se lo confrontiamo con l'aria che respiriamo arriveremmo a una densità inferiore per fattore di 10 alla 17. Praticamente nulla e comunque del tutto insufficiente per giustificare una ionosfera di gas.
Il mistero è durato per quarant'anni, fino a quando un giovane scienziato del Goddard Center, Tim Stubbs, andandosi a rileggere le osservazioni degli astronauti dell'Apollo (che avevano avvistato strani aloni all'orizzonte lunare), ha formulato una ipotesi che sembra molto plausibile. La ionosfera lunare sarebbe formata da particelle di polvere (una materia prima molto abbondante sulla superficie della luna) ionizzate dagli stessi meccanismi che generano il plasma di gas delle ionosfere convenzionali. Le teorie di Stubbs potranno essere verificate molto presto, perché la luna è già stata raggiunta dalla sonda ARTEMIS, mentre nel 2013 partirà - proprio per andare a studiare la exosfera lunare - la missione LADEE. E' affascinante pensare che due eventuali basi lunari in futuro potrebbero comunicare tra loro con le onde corte, anche per il momento nessuno sa come potrebbe comportarsi questo particolare strato ionizzato. Ecco qui un breve documentario realizzato dalla NASA, che ha pubblicato anche questo articolo:




22 gennaio 2011

NanoSail, un successo per il satellite tascabile NASA

Di breve durata ma molto positiva l'esperienza del microsatellite NanoSail-D, una scatola cilindrica di qualche decina di centimetri di lunghezza sganciata in orbita da un altro satellite, a sua volta lanciato nel novembre scorso da una base NASA dell'Alaska. L'obiettivo della missione consisteva nel dimostrare la possibilità di mettere in orbita nanosatelliti autonomi utilizzando microsatelliti FASTSAT-HSV (Fast Affordable Science and Technology Satellite - Huntsville). NanoSail, una delle sei missioni a bordo del FAST, doveva dispiegare una speciale vela solare di dieci metri di diametro, lungo quattro pali telescopici espulsi a crociera dal veicolo. Per altri dettagli sulle missioni orbitali basate su satelliti di piccole dimensioni, rapidi da costruire e a basso impatto sui detriti spaziali, seguite questo link.
Nelle ore previste per l'eiezione di NanoSail dal FAST, la NASA ha chiesto l'aiuto della comunità dei radioamatori per localizzare il satellite, equipaggiato con sistemi di comunicazioni UHF e S-Band, grazie al suo radiofaro su 437,27 MHz. Ecco il filmato della ricezione della telemetria del satellite effettuata dal radioamatore olandese PA3GUO Henk Hamoen. Per la ricezione è stato utilizzato un front end SDR FuneCube Dongle, a sua volta basato su un interessante chip per ricevitori DAB/DMB/DVB della Elonics, il software SDR Winrad. Per la telemetria potrebbe essere stato utilizzato il software di decodifica del radioamatore tedesco Mike Rupprecht, DK3WN, che sul NanoSail-D ha realizzato una bellissima pagina informativa.



Gli ultimi segnali da NanoSail-D (l'identificatore corretto è D2 perché una prima versione di NanoSail è andata perduta nel 2008 per un difetto del razzo vettore Falcon-1 usato per la missione FAST) sono arrivati ieri, dopo circa tre giorni di operazioni dal dispiegamento della vela. La batteria è andata esaurendosi rapidamente dopo l'accensione delle comunicazioni in S-Band.

26 giugno 2010

In pensione il primo "satellite dei satelliti" della NASA

Dopo più di un quarto di secolo di onorata carriera chiude la sua esistenza spaziale il satellite TDRS-1 o -A, un satellite molto speciale. Fin dalla sua iniziale messa in orbita dalla stiva dello Shuttle, nel 1983, il Tracking and Data Relay Satellite ha fatto da ponte tra la rete di rilevamento terrestre della NASA e una quantità infinita di altri satelliti e missioni spaziali, fornendo inoltre un prezioso supporto per il collegamento dei punti sulla terra che non possono stabilire connessioni dirette neppure attraverso i satelliti in orbita bassa, come i due poli geografici. Il geostazionario TDSR-1 è stato anche il primo satellite interconnesso a Internet.
A 27 anni di distanza non è più il solo. Il sistema TDRS consiste infatti in una decina di satelliti (per la verità il decimo è andato distrutto nel disastro del Challenger) e altri due se ne aggiungeranno entro il 2013. Considerata la messa in pensione del TDRS-1, in quell'anno si arriverà a una flotta di dieci.
Sulle comunicazioni in banda S, KA e KU rese possibili da questo network di ripetitori orbitali trovate una miriade di siti. E' opportuno partire da quello dedicato al 25esimo anniversario (2008) del TDRS-1 ma soprattutto dal bellissimo libro "Read you loud and clear" scritto per l'occasione da Sunny Tsiao. Una demo dell'interazione tra questi satelliti e la ground network della NASA si trova qui (richiesta l'applicazione di simulazione 3d Celestia). Altri siti offrono un quadro generale dei programmi di comunicazione spaziale e un dettaglio sul sistema geostazionario cui appartiene il TDRS-1, mentre questo è un sommario delle capacità di comunicazione:

S-Band Single Access - Full-time cover- age (except for a 10-minute gap per orbit over the Indian Ocean) provided by two 15- foot diameter steerable antennas used at the 2.0 to 2.3 GHz band supplies robust communications to user satellites with a smaller antenna, and receives telemetry data from expendable launch vehicles during launch.

Ku-Band Single Access - The same two large antennas, operating between 13.7 to 15.0 GHz, provide high data-rate support to the International Space Station with high- resolution digital television. The Ku-band also can dump huge volumes of data at rates up to 300 megabits per second (Mbps)


Ka-Band Single Access - This new higher-frequency (22.5 to 27.5 GHz) service increases data rate capabilities to 800 Mbps to provide communications with future missions requiring higher bandwidth communications such as multi-spectral instruments for Earth science applications.

Multiple Access - Using a phased array antenna and operating in the 2.0 to 2.3 GHz range, the system receives and relays data simultaneously from five lower datarate users and transmits commands to a single user.

Satellite Navigation - In addition to equipment located at the White Sands Complex in New Mexico, the system continues to provide user navigational data required to locate the orbit and position of NASA user satellites.
Ecco infine il comunicato sulla decommissionamento del Tracking and Data Relay Satellite numero 1, classe aprile 1983 e spento ufficialmente domenica 27 giugno 2010.

NASA RETIRES FIRST DATA RELAY SATELLITE AFTER STELLAR CAREER

WASHINGTON -- After a long and successful career providing communications support, NASA's groundbreaking Tracking and Data Relay Satellite (TDRS) 1 is retiring.
On Sunday, June 27, NASA will shut down the satellite that launched into orbit during space shuttle Challenger's maiden voyage (STS-6) in April 1983. From 1983 to 1998, TDRS-1 provided NASA with the ability to communicate with other satellites in orbit. NASA reassigned TDRS-1 in 1998 to support the National Science Foundation's (NSF) U.S. Antarctic Program and others on scientific, educational and operational endeavors.
TDRS-1 worked with eight additional satellites to relay data and communications from more than 15 customers, including the NSF, the Hubble Space Telescope, the shuttle and the International Space Station. The TDRS system provides the capability not only to send commands and receive data, but also to navigate and talk with crews in orbit.
"TDRS-1 paved the way for this incredible space communications system," said Bill Gerstenmaier, associate administrator for NASA's Space Operations Mission Directorate. "The remaining TDRS satellites, and the new satellites that will be online within three years, will carry on these critical capabilities for many NASA missions, including science and human spaceflight."
TDRS-1 was the first satellite used to support launches from NASA's Kennedy Space Center in Florida in the early 1990s, returning real-time telemetry. It eliminated a dead zone over the Indian Ocean where there previously was no communication, providing full coverage for the space shuttle and low-Earth orbiting satellites.
TDRS-1 proved helpful during a 1999 medical emergency at the NSF's Antarctic Amundsen-Scott South Pole Station. The satellite's high-speed Internet connectivity allowed personnel to conduct telemedicine conferences. Doctors in the United States aided Dr. Jerri Nelson, who had breast cancer, in performing a self-biopsy and administering chemotherapy. Later, in 2002, doctors used TDRS-1 to perform another telemedicine conference with the station to assist in knee surgery for a meteorologist.
Because of its orbit, the satellite was able to link the North and South Poles and relayed the first pole-to-pole phone call. TDRS-1 also transmitted the first internet connection and live webcast from the North Pole and supported the first global television event from the South Pole Station - a worldwide television broadcast to commemorate the beginning of the year 2000.
TDRS-1 was instrumental in supporting innovative astronomy and astrophysics research programs at the South Pole Station, including the one-of-a-kind IceCube Neutrino Observatory and the South Pole Radio Telescope. The satellite transmitted gigabytes of science research data to university researchers worldwide on a daily basis.
The first six TDRS satellites were built by TRW Inc. (now Northrop Grumman Corp.). Boeing Space and Intelligence Systems also built three TDRS satellites. NASA plans to launch two additional satellites into the Tracking and Data Relay Satellite System by 2013. On June 13, 2010, the satellite arrived at its final destination, approximately 22,500 miles above the Earth. After the orbit is stabilized and the remaining fuel removed, NASA will shut down the satellite on Sunday, June 27.


21 gennaio 2010

NASA SDO, dall'orbita tutti i segreti del Sole

Stavo seguendo in diretta su Nasa TV la conferenza stampa della missione Solar Dynamics Observatory, un telescopio spaziale che verrà lanciato il 9 febbraio prossimo con lo scopo di studiare in condizioni orbitali i vari fenomeni che caratterizzano la variabilità del Sole e i suoi effetti sulla Terra. Una missione senza precedenti, che durerà 15 anni e ci fornirà, si spera molte risposte sugli attuali misteri della fisica solare. C'è una grande attesa per l'avvio della missione proprio nelle settimane in cui il nostro astro dà chiari segni di ripresa del suo ciclo di attività dopo una prolungatissima fase di minimo.
Ecco un articolo di Space Daily, dove si parla anche del ruolo degli astrofisici dell'università del New Mexico.

Studying The Secrets Of The Sun by Staff Writers Las Cruces NM (SPX) Jan 18, 2010

All life on planet Earth owes its existence to the sun. The sun's rays are where we derive our vitamin D and where most plants get their energy to go through photosynthesis. It was worshipped as a deity by ancient cultures and its power is now harnessed as a source of renewable energy.
The sun is a star at the center of our solar system. Its mass makes up more than 99 percent of the mass of our solar system and is 109 times the size of the planet we call home. More than 1.3 million Earths could comfortably fit inside the sun. Its core can reach temperatures of 27 million degrees Fahrenheit. With all that we now know about this bright star, there are still many areas of the sun that are an enigma to us.
New Mexico's climate and clear skies make it an ideal location for stellar and solar observations, and scientists around the globe are taking advantage and employing the expertise of local researchers in finding out everything they can about the sun - from the inside out. "I think New Mexico is really coming of age in the field of astronomy in terms of what is happening at our individual campus and what is happening with our national and international collaborations," said Bernie McNamara, professor in New Mexico State University's Department of Astronomy. "We are actually at the stage now where New Mexico institutions are being sought out as collaborators."
NASA is about to launch a 15-year mission to study the sun continuously through satellites and telescopes and NMSU is set to play an integral part in interpreting the data collected from the instruments. From a single, ground-based telescope, the sun cannot be viewed once it sets, creating gaps in data collection. The main aspect of the soon-to-be-launched multi-billion dollar Solar Dynamic Observatory satellite is that it will allow the sun to be viewed continuously, said Jason Jackiewicz, assistant professor of astronomy at NMSU.
Researchers will use state-of-the-art instruments to study the oscillations on the surface of the sun as well as seismic data that will look inside the sun in order to find the source of solar events.
"The mission is designed to understand the magnetic sun," Jackiewicz said. "We are trying to predict when and where a sunspot will pop through the surface of the sun. If we can do that, it might give us an idea of how we can predict solar flares and other mass ejections."
Jackiewicz earned a spot on the SDO team, charged with setting up a data analysis pipeline to detect magnetic structures beneath the surface of the sun. "This satellite will provide us with the best data, by far, that we have seen in a long time," Jackiewicz said.
Astronomers at NMSU also are using grants from NASA and the National Science Foundation to help predict space weather in order to prevent damage done by solar magnetic storms to space-based and ground-based electronic facilities.
The National Solar Observatory, which has observation sites at Sacramento Peak in Sunspot, N.M., and at Kitt Peak in Tucson, Ariz., is consolidating its operations in anticipation of a new telescope based in Hawaii called the Advanced Technology Solar Telescope. When it is completed, the ATST will have the ability to study the smallest spatial features of the sun.
A second major new solar project that New Mexico may well play a role in is called the Stellar Oscillation Network Group. Led by a group of Danish institutions it aims to build eight telescopes around the world so that stars can be viewed continuously.
NMSU, in collaboration with other institutions, has applied for funding from NSF's Major Research Instrumentation Program to place one of these new telescopes at the Apache Point Observatory, in Sunspot.
SONG is fundamentally different from other kinds of solar missions because its telescopes will measure stellar oscillations through the motion of the star's surface. This will be done with a precision not before possible, McNamara said.
"The science behind this project is really unprecedented," Jackiewicz said.
The Air Force Research Laboratory is working to relocate its Space Weather Center of Excellence to New Mexico from Massachusetts. The AFRL is a major force in the state in solar and stellar research and its scientists are interested in teaming with an institution in New Mexico to continue their work.
McNamara said officials have spoken to researchers at the University of New Mexico and also plan to speak to researchers at NMSU to be a part of the partnership.
At NMSU, the 21st Century Space and Aerospace Cluster - made up of members from the astronomy, computer science, electrical and computer engineering, mechanical and aerospace engineering and physics departments and the Physical Science Laboratory - works to promote space-related education and research at the university.
The NSF has awarded several grants in New Mexico that focus on solar research, including projects at Los Alamos National Laboratory, UNM and NSO, where graduate students from NMSU and other universities work under the mentorship of renowned scientists. "Within New Mexico, we are gaining a strong national and international reputation in the field of solar physics that makes us an attractive partner," McNamara said.
As interest in the sun and its impact on Earth continues to increase, New Mexico is donning its sunshades and doing everything it can to stay at the forefront of revolutionary solar research.

07 novembre 2009

NASA "Spinoff", la ricaduta dello spazio

Dal 1976 la NASA pubblica ogni anno un volume che illustra le ricadute della ricerca e della scienza aerospaziale nelle altre discipline. Tutte le edizioni sono accessibili online nell'archivio della pubblicazione, intitolata Spinoff. L'edizione 2009 è appena stata rilasciate e nelle sue 212 pagine viene per esempio raccontato il caso di WirldWinds, che sfrutta le immagini satellitari della NASA per offrire a 8.500 abbonati un servizio - veicolato attraverso il canale di WxWorx sul satellite radiofonico digitale XM - che individua le zone di mare più ricche di banchi di pesce (FishBytes, questo il nome del meteopesce). Ma anche la storia di SeaSpace Corporation e della sua antenna low cost che abbatte i costi della ricezione dei dati (sempre satellitari). Oppure ancora il caso di Xcom Wireless, che sempre per le comunicazioni dati ad altissime frequenze costruisce MEMS (microcomponenti elettromeccanici) in radiofrequenza da inserire nei front-end degli apparati. Il sito di Spinoff contiene l'archivio di tuttel le 33 edizioni del volume. Da qui si può prelevare il PDF dell'edizione 2009

15 luglio 2009

La NASA scrive i protocolli di una Internet nello spazio

Sempre stimolanti gli argomenti trattati dalla trasmissione Future Tense, prodotta da American Public Media per Public Radio. Uno degli ultimi numeri della serie, trasmesso il 13 luglio e disponibile in podcast, parla del progetto della NASA e della University of Colorado Boulder per la realizzazione di una estensione spaziale di Internet, una rete IP via radio capace di connettere veicoli spaziali e sonde in un contesto "ad alta latenza", dove il trasporto dei dati da un punto all'altro può richiedere tempi molto lunghi (si pensi soltanto ai satelliti artificiali in silenzio a causa della schermatura di un pianeta o di un satellite naturale).
Quella che segue è la presentazione del progetto DTN (Delay/Disruption Tolerant Networking) sul sito dell'ateneo americano, in cui viene presentato il framework software di BioNet. Anche IRTF, la Internet Research Taskforce, ha un gruppo aperto dedicato allo sviluppo dei protocolli di comunicazione che verranno utilizzati da una Internet dove non è possibile assicurare in modo continuo la connettività "end to end". Dove in altre parole non si può sapere a priori se il destinatario di un pacchetto IP è connesso alla infrastruttura o temporaneamente indisponibile.

Delay/Disruption Tolerant Networking, DTN: The University of Colorado is working with NASA to build the Interplanetary Network (IPN) which extends the functionality of the terrestrial Internet into outer space. The advanced communications technology, termed Delay Tolerant Networking or DTN, will enable NASA and other space agencies to communicate with space-borne assets necessary to explore the Moon and Mars.
BioNet is a software framework that provides Plug-and-Play operation for hardware and software used in the computerized control of automated systems including those used in aerospace vehicles. BioNet’s unique advantage is that it enables all digital devices and networks “to talk to each other” enabling interoperability, reducing costs and eliminating vendor lock-in.

21 maggio 2007

Apollo 11, il pasticcio dei filmati perduti

Non voglio urtare la suscettibilità di nessuno, ma un po' mi preoccupa il fatto che i miei post finiscano a volte in siti Web tra il cospirazionista e il paranormale. Era capitato con un sito dedicato al "fenomeno" (le virgolette sono mie) delle scie chimiche, che mi aveva citato a proposito di comunicazioni aeronautiche. Mi ero inserito nella conversazione per spiegare che in quanto scettico, ero il primo a sperare in un serio monitoraggio radio delle conversazioni dei piloti, il miglior modo per dimostrare che il complotto delle scie chimiche non esiste.
L'ultima citazione, in ordine cronologico, riguarda (che coincidenza, sarà un complotto?) proprio le comunicazioni della missione Apollo. Sul sito forum.cosenascoste.com, RP è stato citato in un thread nato intorno a una notizia (vera) presa come "dimostrazione" (le virgolette sono sempre mie) di una possibile cospirazione ordita dalla NASA per impedire al mondo di assistere, sui filmati dell'Apollo 11, agli incontri ravvicinati di terzo tipo tra Neil Armstrong e gli alieni. Ora, sembrerebbe in effetti che Armstrong e altri astronauti abbiano dichiarato in questi ultimi anni di aver visto e parlato con gli extraterrestri. Ma che cosa c'entra Radiopassioni? Nel thread di cosenascoste.com qualcuno scrive di aver sentito dire (l'ufologia è una scienza piena di relata refero ma la voce è stata chiaramente raccolta anche da giornali importanti, come La Stampa, forse troppo ansiosa, in questa occasione, di gettarsi su una notizia senza troppe verifiche) che nel 1969 alcuni "radioamatori" avevano intercettato il traffico tra Eagle e Mission Control. Un traffico pieno di riferimenti agli UFO. Nello stesso thread un post di "weboy78" cita un mio articolo del novembre del 2005 (non quello inserito oggi): allora avevo segnalato un interessante storia delle comunicazioni luna-terra apparso su una rivista di hobbystica elettronica di quarant'anni fa. Per fortuna Radiopassioni non viene arruolata d'ufficio tra le schiere degli ufologi, ma l'autore del post deve aver trovato molto interessante il fatto che nel mio testo si facesse riferimento a precise frequenze radio, quelle della missione Apollo. Probabilmente weboy78 deve aver dedotto che essendo le frequenze di dominio pubblico, l'ipotesi secondo cui i radioamatori avrebbero potuto intercettare le voci degli astronauti fosse verosimile.
Basta leggere i documenti come quello da me citato nel 2005 e quelli linkati poche ore fa, per capire che in realtà su quelle frequenze il traffico radio non era affatto facilmente monitorabili. La strumentazione necessaria sarebbe stata fuori dalla portata di semplici amatori. Se uno vuole per forza credere a quello che Armstrong avrebbe rivelato tanti anni dopo, faccia pure. Ma che gli UFO si fossero intrufolati nelle conversazioni tra il LEM e Houston rimane un'ipotesi alquanto labile. Neppure i fratelli Judica Cordiglia avrebbero potuto intercettare con tanta facilità un flusso di voce, dati, telemetria e televisione a scansione lenta su frequenze come i 2287.5 MHz. Ma la storia svelata da cosenascoste.com non finisce qui. Il forum dei misteri dice che le prove dei contatti con gli alieni si nasconderebbero non solo nelle voci ma anche nelle immagini trasmesse a terra dalla luna. Il problema è che una eventuale verifica sarebbe impossibile perché la NASA avrebbe perso i filmati originali. L'interpretazione cospirazionista di questa sparizione non ve la devo spiegare oltre.
A questo punto sono andato a controllare. E devo ammettere che sì, alcune registrazioni su nastro magnetico di quelle riprese non si trovano più. Ma le cose sono più complicate di quanto cosenascoste.com lascia intendere. Sembra infatti che l'assenza dei nastri da quello che avrebbe dovuto essere il loro archivio (il Goddard Space Center), non è stata appurata da qualche ardito indagatore di complotti UFOlogici. E che i nastri spariti non sono l'unica copia esistente delle immagini televisive viste da milioni di persone 38 anni fa. La storia vera dei nastri del Goddard è stata raccontata in un due articoli facilmente reperibili sui siti della National Public Radio e della rivista Wired. Cercando di riassumere il più possibile, i due articoli raccontano che nel 1969, Stan Lebar l'inventore della telecamera che era stata inviata nello spazio con Armstrong era rimasto molto deluso della cattiva qualità delle immagini ritrasmesse a Houston dall'Australia, dove si trovano due delle tre stazioni di tracking adibite alla ricezione televisiva. Solo molti anni dopo, durante una riunione di veterani della stazione australiana di Honeysuckle Creek, erano emerse alcune polaroid scattate sul video lunare in presa diretta. E queste immagini erano di qualità nettamente superiore. Che cos'era successo? Che le immagini viste da Lebar erano quelle ritrasmesse via satellite dall'Australia a Houston. Un video convertito e adattato per la televisione normale e quindi distorto. Lo spiraglio di speranza a quel punto (siamo nel 2002) era affidato alle riprese che gli australiani avevano fatto inquadrando direttamente la tv a scansione lenta teletrasmessa dalla luna. Nastri che erano finiti negli Stati Uniti, prima nel National Records Center di Washington e poi (sembra, ma non è del tutto certo) al Goddard Space Center. La notizia è che al Goddard quei maledetti nastri non li trovano più. In compenso il centro conserva ancora l'unica macchina in grado di visualizzare i nastri da 14 pollici prodotti nel 1969. E' un proiettore conservato in un laboratorio del Goddard che è stato smantellato in seguito all'ennesimo taglio di budget, quelli decisi per finanziare meglio la gloriosa impresa irakena immagino. Dal 2006, da quando cioè è stato scoperto il fattaccio, a oggi, ancora non si sa dove siano finite le registrazioni. Per fortuna sembra che almeno il proiettore sia stato salvato e affidato al tecnico NASA che sta conducendo le ricerche dei nastri scomparsi.
Alieni o no, il valore di quei nastri sarebbe immenso ai fini della precisa ricostruzione storica e scientifica del volo di Apollo 11. Speriamo quindi che prima o poi saltino fuori. Intanto leggetevi tutta la storia, partendo proprio dal sito storico dedicato a Honeysuckle Creek (curato da un pastore anglicano la cui vita fu profondamente influenzata dalle cronache di quel luglio del '69). La vicenda è riassunta in un breve documento pdf, in cui vengono confrontate alcune immagini prese prima e dopo la conversione. La differenza è davvero incredibile, credo proprio che se ci fossero stati degli alieni gli australiani li avrebbero visti. Qui invece ci sono l'articolo di Wired e l'articolo tratto dalla trasmissione della NPR che nel luglio del 2006 rivelò la figuraccia rimediata dalla NASA con la faccenda dei preziosi nastri introvabili. Dal link potete seguire l'audio della trasmissione e consultare altri materiali d'archivio.

20 maggio 2007

Su che frequenza parlava Armstrong


Ancora da it.hobby.radioascolto riporto una lista di risorse dedicata alle comunicazioni radio (e televisive) della missione Apollo. Per certi versi Internet è sorprendentemente avara di informazioni, o meglio dati ce ne sono fin troppi ma metterli insieme non è facile. Ancora una volta lo spunto ispiratore è una domanda, apparsa sul gruppo, relative alle frequenze utilizzate per le comunicazioni spaziali (l'obiettivo più ambizioso per lo scannerista, che può provare ad ascoltare oggetti orbitanti già a partire dalle VHF e, in qualche caso di satellite radioamatoriale perfino nelle HF). Diciamo che tutto rientra in questo revival di interesse per le comunicazioni spaziali sollevato dall'uscita del documentario sui fratelli Judica-Cordiglia. E a questo proposito: l'ho visto l'altra sera e devo dire che è molto ben realizzato. Il difetto sta nell'impostazione un po' agiografica, assolutamente di parte. La narrazione è gustosa, gli interventi dei protagonisti dell'avventura, non più ventenni, ma giovanissimi, oserei dire "discoli" nel fisico e nello spirito, sono impagabili (come quando Giovanbattista - credo - ammette la "grande voglia di far casino" che li animava allora). Ma dal punto di vista scientifico i Pionieri dello spazio non è all'altezza. Non ci sono riferimenti alle obiezioni tecniche che negli anni successivi ai presunti exploit radiofonici dei due diabolici torinesi-brianzoli sono emersi a proposito di particolari come l'ascolto dei battiti cardiaci degli (sfortunati, secondo la versione ufficiosa di Torre Bert) cosmonauti. O la ricezione di segnali delle navicelle al rientro nell'atmosfera, quando la forte ionizzazione crea un insormontabile schermo alle onde radio. O ancora l'unicità dell'esperienza dei due radioesploratori italiani, a fronte di probabili tentativi da parte dell'intera comunità radioamatoriale mondiale.
Il film non è per questo meno interessante e invita se non altro ad applicare il beneficio del dubbio: non è detto che i fratelli abbiano pronte delle controconfutazioni altrettanto credibili. Bisognerebbe chiederglielo e forse il figlio di Giovanbattista, Massimiliano, può dare in questo senso una mano a Radiopassioni. Ma veniamo alle informazioni sulla missione Apollo, con i dati raccolti su it.hobby.radioascolto da Alex e Gigi e approfonditi dal sottoscritto. Forse il documento più ampio e ufficiale su quello che fu definito USB, Unified S-Band system è questo pdf anastatico che si trova su uno dei siti Web della NASA. Unified perché il sistema di comunicazione terra-spazio profondo fu progettato con cura per integrare i quattro principali canali di comunicazione e controllo necessari per la buona riuscita della missione Apollo: la voce, i dati dei computer di bordo, la telemetria dei dati biometrici degli astronauti e le immagini televisive - straordinarie, epocali - trasmesse verso terra. Altro materiale ufficiale NASA è un documento con la descrizione delle tecnologie a bordo del modulo lunare e il lungo presskit distribuito ai giornalisti che coprirono il volo della missione numero 11, quella del primo sbarco nel luglio del 1969. A grandissime linee il sistema unificato adottato dalla NASA e dalle numerose tracking stations terrestri unite tra loro da link satellitari, prevedeva appunto un complesso sistema di medie frequenze e sottoportanti che permetteva di trasportare tutto il flusso di comunicazioni su una portante di uplink e una di downlink nella S-band (la cosiddetta Apollo frequency era sui 2287,5 MHz). Per le comunicazioni al suolo lunare gli astronauti utilizzavano link VHF sopra i 260 MHz, banda che serviva anche per le comunicazioni nelle fasi precedenti e subito successive al lancio. Sven Grahn, sul suo fantastico sito dedicato alle comunicazioni satellitari, riporta una lista di frequenze usata per Apollo 11 e per tutti gli altri satelliti lanciati nel 1969 e pubblica un dettagliato report sul monitoraggio della missione Apollo 17.
Molte spiegazioni sul traffico S-band e sul ruolo svolto da una tracking station, compreso un report in pdf, si trovano sul sito di una delle tracking station, quella di Parkes in Australia. Altri dettagli tecnici vengono riportati sul sito di uno dei fornitori tecnologici, la BFEC e non è impossibile trovare anche qualche illustrazione degli apparati originali.

11 gennaio 2007

Un tuffo nell'aurora

Mercoledì prossimo, 17 gennaio, sarà possibile seguire in diretta telefonica o Web la conferenza stampa della missione Themis, che la NASA lancerà a metà febbraio. La missione studierà i meccanismi alla base delle aurore boreali ad alta dinamicità, quelle che avvengono in condizioni di "sub-tempesta" magnetica. C'è in gioco un evento che non è solo spettacolare da vedere, ma è normalmente associato a grosse perturbazioni propagative e veri e propri danni alle strumentazioni dei satelliti.
Ecco il testo di presentazione dal sito ufficiale dei satelliti Themis:

On a clear night over the far northern areas of the world, you may witness a hauntingly beautiful light display in the sky that can disrupt your satellite TV and leave you in the dark.
The eerie glow of the northern lights seems exquisite and quite harmless. Most times, it is harmless. The display, resembling a slow-moving ribbon silently undulating in the sky, is called the aurora. It is also visible in far southern regions around the South Pole.
Occasionally, however, the aurora becomes much more dynamic. The single auroral ribbon may split into several ribbons or even break into clusters that race north and south. This dynamic light show in the polar skies is associated with what scientists call a magnetospheric substorm. Substorms are very closely related to full-blown space storms that can disable spacecraft, radio communication, GPS navigation, and power systems while supplying killer electrons to the radiation belts surrounding Earth. The purpose of NASA’s Time History of Events and Macroscale Interactions during Substorms (THEMIS) mission is to understand the physical instability (trigger mechanism) for magnetospheric substorms.


Ci si può collegare a questo indirizzo per ascoltare la presentazione, guidata dal capo progetto Peter Harvey, di Berkeley. Il materiale stampa verrà reso disponibile su questa pagina.