Visualizzazione post con etichetta cosmonauti sovietici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cosmonauti sovietici. Mostra tutti i post

04 ottobre 2015

Spazio chiama Atlantide: le voci dei primi cosmonauti sovietici e una peculiare installazione artistica


Oggi a Milano tornano a risuonare le registrazioni radiofoniche dallo spazio dei fratelli Judica-Cordiglia, protagonisti nei primi anni Sessanta di una formidabile epopea giornalistica centrata sulle prime sonde spaziali messe in orbita dai Sovietici. La conferenza di Massimo Judica-Cordiglia fa parte di un progetto artistico-storico in cui il mito di Atlantide rivisitato e reinterpretato da Marco Bulloni si intreccia con le sconosciute radici mistiche ed esoteriche del bolscevismo e la complessa storia dell'esplorazione spaziale sovietica. Il tutto avviene in un una installazione dell'artista milanese Riccardo Arena presentata in questi giorni negli spazi della Fabbrica del Vapore, nei pressi del cimitero Monumentale di Milano. 

Il punto comune di questo strano viaggio è l'arcipelago delle Solovetsky, nel Mar Bianco russo, chiuso a nord dalla penisola di Kola, al limitare dell'Artico. Per secoli dominio di monaci ortodossi, l'isola grande Solovki è stato anche un campo di esilio e prigionia del regime staliniano: qui ha trascorso un soggiorno forzato Pavel Florenskij, prete, ingegnere elettrico, fisico e poeta, seguace della misteriosa filosofia esoterica del cosmismo, a sua volta fondato da Nikolai Fyodorov (scomparso ancora prima della Rivoluzione antizarista del 1905). I cosmisti erano convinti del potere assoluto del connubio tra genere umano e scienza, un potere che avrebbe portato alla mortalità. Alcune spore di questa dottrina sarebbero germogliate nella retorica che l'Unione Sovietica riservava alle straordinarie imprese dei suoi scienziati spaziali.
L'isola di Solovki è anche al centro delle teorie di Bulloni, che in questa remota località pre-artica identifica la probabile sede geografica del racconto platonico dedicato al regno di Atlantide, inserendo quest'ultima in un ancor più complesso contesto archelogico, astronomico, letterario, iconografico. L'isola di Solovki-Atlantide diventa per Bulloni una sorta di onfalos, un ombelico sacro rappresentato dall'ancestrale figura del labirinto: il punto di interfaccia tra la vita e la morte, il ciclico percorso che conduce dalla fine alla rinascita. Questa inedita lettura, fusa con la narrazione del cosmismo, ha catturato Riccardo Arena, inducendolo a costruirvi un ambizioso progetto di viaggi,  ulteriori letture e creazioni artistiche. Nel progetto è inserito un breve ciclo di conferenze iniziato alla Fabbrica del Vapore sabato 3 ottobre sotto il coordinamento di Coordinatori: Matteo Bertelé, docente al centro delle arti russe di Ca' Foscari e Giulia Airoldi, ricercatrice. Insieme a Marco, che ha introdotto la storia antica e moderna delle Solovetsky, ha parlato brevemente del cosmismo lo storico delle dottrine politiche Giorgio Galli, mentre Bertelé e Gian Piero Piretto (docente di cultura russa alla Statale di Milano) hanno discusso rispettivamente del mito dei cosmonauti nella cultura visuale sovietica e del mito del volo che ha preceduto l'era apertasi nel 1957 con il lancio dello Sputnik. Oggi, 4 ottobre, Marco Bulloni tornerà a parlare del passaggio dal mito di Atlantide a quello dell'Ade insieme a Matteo Guarnaccia (con un intervento sul Volo Magico) e, appunto con Massimo Judica-Cordiglia, che è anche autore di documentari dedicati alle celebri - e controverse - intercettazioni spaziali. 

14 ottobre 2013

Il mistero (risolto) dei cosmonauti: un libro smitizza le ipotesi sulle vittime della ricerca spaziale sovietica

In questi ultimi anni, sull'onda della grande deriva cospirazionista del Web e dei programmi televisivi alla Kazzenger, è riemersa, mezzo secolo dopo, la vicenda dei due fratelli torinesi che nei primi anni 60 intercettavano le comunicazioni delle prime sonde spaziali sovietiche con equipaggio umano. Gli stessi fratelli hanno cavalcato questo ritorno di popolarità per pubblicare diversi libri centrati sulle loro ipotesi di allora, secondo cui dopo Gagarin i russi condussero una quantità di esperimenti con piloti collaudatori, quasi tutti finiti in tragedia. Furono e sono state nuiovamente proposte "registrazioni" di contatti radio drammatici, rantoli, messaggi disperati di astronauti morenti. Tutte notizie che le fonti ufficiali sovietiche negarano a suo tempo e che furono ampiamente smentite da analisi indipendenti e da tecnici che come i fratelli torinesi si sintonizzavano sui segnali orbitali. Fatti che neppure la riapertura degli archivi ha mai potuto surrogare. Ora la storia delle controverse intercettazioni viene passata alla lente di ingrandimento da Luca Boschini, ingegnere elettronico e grande esperto di satelliti e avionica, in un libro che il CICAP rende disponibile da oggi. "Il mistero dei cosmonauti perduti" è un grande lavoro di "debunking", con la prefazione di Paolo Attivissimo. Lo si può acquistare anche in formato e-book. Questo blog si è occupato a lungo del sensazionalismo spaziale dei fratelli Judica Cordiglia. Ho sempre manifestato una grande perplessità non solo nel merito della questione, ma nello stile documentario - oggi come in passato - utilizzato per esporre le presunte prove a carico della ricerca areonautica sovietica. Nell'esporre i contenuti delle loro presunte registrazioni, i titolari del "radio osservatorio" di Torre Bert, sulle colline di Torino, hanno sempre evitato di scendere a un adeguato livello di dettaglio, limitandosi a indicazioni superficiali e abbozzate sulle attrezzature usate, sulle circostanze degli ascolti, sulle condizioni di ricezione. Un simile dilettantismo è decisamente fuori luogo quando si muovono accuse così pesanti a una macchina complessa come lo sono state le prime missioni spaziali. Boschini ha messo in luce molte di queste contraddizioni e lacune tecniche, muovendo le sue controbiezioni in modo scientifico e assai più circostanziato. Credo che il suo volume chiuderà definitivamente una questione che avrebbe meritato di restare ai margini della lunga narrazione della Guerra fredda.

04 ottobre 2007

Torre Bert mania


Inevitabilmente, con l'approssimarsi del cinquantesimo anniversario dello sputnik - lanciato il 4 ottobre del 57 - e la concomitante uscita dell'articolo di Focus Storia sulle imprese radiantistiche dei fratelli Judica Cordiglia, la curiosità degli internauti sui cosmonauti è andata infiammandosi. Visto che si è più volte occupata dell'argomento, RP sta intercettando una vera raffica di parole chiave Google inerenti alla questione. Tutti vogliono conoscere i fatti, le ipotesi e tutti vogliono ascoltare quei beep beep e quelle voci.
I quotidiani nazionali (ieri la Stampa) dedicano pagine intere a Torre Bert e domenica ad Alessandria, al Teato delle Scienze alle 17.00, ci sarà l'ennesimo convegno con i Judica Cordiglia in prima fila.
Devo dire che sono abbastanza sopreso di questo ritorno a mezzo secolo di distanza. Torre Bert fece molto scalpore e riempì i giornali e le stazioni radio di allora. Oggi il rumore mediatico generato non è certo paragonabile a quello di allora, ma una cosa non è cambiata per niente: quello che dicono i fratelli è oro colato e non viene neppure presa in considerazione l'idea di confutare, anche solo in parte, come pure avvenne negli anni 60 e 70, certe affermazioni.
La Guerra Fredda è entrata a far parte di una storia lontana ma esercita ancora un grande fascino. Soprattutto - diciamolo - perché qui in Italia il dibattito politico verte ancora su tematiche aggiornatissime come l'anti-comunismo, l'anti-americanismo e l'asservimento dei mezzi di comunicazione agli interessi di Mosca e Washington (al massimo si è aggiunto l'anti-islamismo, il "relativismo" suo contrario e gli interessi di questa o quella capitale mediorientale). Tutto questo è un po' triste perché ormai dovremmo aver imparato a leggere la storia e la cronaca in altro modo e a decidere su basi meno ideologiche, ma intanto è il sensazionalismo a farla da padrone.
Anche quando in ballo ci sono le famose registrazioni dei fratelli Judica Cordiglia. Che io non mi sogno affatto di contestare, ma che al tempo stesso non riesco ancora a trovare conclusive. Né per un verso né per l'altro. E trovo francamente ingegnuo l'atteggiamento dei giornali del 2007, per i quali la vulgata di Torre Berte è ormai "storia", indiscutibile e non rivedibile. Poco importa che se esperti internazionali contemporanei ai Cordiglia come Sven Grahn pubblicavano 40 anni fa convincenti confutazioni (che ancora adesso suscitano il ribrezzo di certi miei lettori). Poco importa che le informazioni fornite dai fratelli a corredo delle loro registrazioni siano sempre quanto mai sommarie. Il contraddittorio non riesce a decollare neanche quando la stessa Focus Storia allestisce una bella pagina Web multimediale con le registrazioni firmate Cordiglia ma anche da Mario Del Rosario, un altro radioamatore che in quelli stessi anni da Lanciano riuscì a registrare le vere o presunte voci dei cosmonauti. In alcuni casi la duplice fonte pare rappresentare una prova a favore. In altri non fa che aumentare le perplessità. Per esempio, solo i fratelli Cordiglia sono in grado di presentare un nastro con l'angosciata voce femminile che dice di "vedere la fiamma" (del rientro in atmosfera?). Ma sia i Cordiglia che Del Rosario registrano un "sospiro" senza parole, che Torre Bert aveva classificato a suo tempo, e ribadisce essere, un rantolo di un cosmonauta in agonia. Le due registrazioni sono molto simili, ma quello che fa riflettere sono le date (vedete che quando i dettagli ci sono è possibile farsi un'idea più precisa?). I fratelli dicono che la voce in agonia risale alla sera del 2 febbraio del 61, mentre Del Rosario afferma di aver registrato il 4 febbraio sera. Se hanno ragione entrambi, o l'agonia è stata molto lunga o si è trattato del normale rumore del respiro in un microfono all'interno di uno scafandro.
Il problema qui non è credere o meno al fatto che i fratelli abbiano ascoltato delle voci dallo spazio. Nessuno lo ha mai dubitato. Quello che non si riesce a capire è se le registrazioni fornite e i dettagli di contorno siano in grado di surrogare l'ipotesi secondo cui quattordici persone siano morte prima e dopo Gagarin. Non dico di credere ciecamente alle smentite sovietiche di allora. Ma forse è meglio chiedersi se la credibilità della fonte Judica Cordiglia sia davvero al di sopra di ogni giudizio tecnico.

22 giugno 2007

Cosmonauti sovietici, un commento da Mosca

Sono molto lieto di poter dare in anteprima rispetto alla trasmissione di questa sera, 22 giugno, il commento che Larissa Mugaljova specialista di problemi spaziali della Voce della Russia, da Mosca, ha curato sul "caso" dei fratelli torinesi Judica Cordiglia e della ricezione di trasmissioni dallo spazio 45 anni fa. Il contributo della Mugaljova verrà trasmesso da Voce della Russia sulle frequenze dei programmi in italiano, nell'ambito di una edizione speciale di "Made in Russia". L'amico Alexander Prokhorov, della redazione italiana di VoR, mi ha cortesemente inviato l'articolo - e lo ringrazio molto - perché in queste settimane abbiamo avuto modo di parlare del libro appena pubblicato dai Gianbattista e Achille Judica Cordiglia e delle polemiche che il loro monitoraggio aveva suscitato in passato, in particolar modo in relazione alla possibilità che un certo numero di cosmonauti sovietici avesse perso la vita in una serie di voli sperimentali anche successivi al "debutto" di Gagarin. Secondo i fratelli spaziali le vittime potenziali sarebbero addirittura quattordici.
A questo proposito aggiungo anche che la comunità radioamatoriale torinese avrebbe manifestato un grande interesse nei confronti di questo tema. Sono in corso discussioni sulla possibile organizzazione di un convegno nel quale invitare i due diretti protagonisti di quella comunque formidabile avventura, per un dialogo aperto con radioamatori e altri esperti.
Intanto, ecco l'inquadramento storico fornito dalla nostra autorevole fonte russa, nella traduzione della collega Giovanna Germanetto, anch'essa della redazione italiana di VoR. L'illustrazione che vedete viene da AFP e riguarda la navicella sovietica Photon andata all'asta in questi giorni a Parigi, dove si è svolto il salone aerospaziale a Le Bourget (l'ho visto dal trenino per il Charles De Gaulle e mi è spiaciuto molto non potermi permettere una deviazione con visita). La navicella è stata battuta secondo la BBC a un prezzo di 72mila euro ed è stata acquistata da un collezionista privato francese.


MADE IN RUSSIA (edizione speciale)


VOCE: V’invitiamo ad ascoltare una edizione speciale della nostra rubrica “Made in Russia”. Il programma di oggi sarà dedicato interamente al tema spaziale, per poter rispondere ad alcune affermazioni dei fratelli Giovanni Battista ed Achille Judica Cordiglia pubblicate dalla “Stampa” di Torino l’8 maggio ultimo scorso.
Fin da bambini i due fratelli ebbero la passione per il radioascolto e da quanto raccontano allestirono “in casa una piccola stazione radio, fatta di materiali recuperati dai depositi di guerra”. E dalla fine degli anni ’50, quando l’Unione Sovietica lanciò nello spazio il primo satellite artificiale della terra, ed essi captarono il suo segnale, per loro “cominciò la caccia ai segnali dallo spazio”.
VOCE: I fratelli Judica furono testimoni della lotta che i russi e gli americani avevano ingaggiato per impadronirsi del cosmo, - scrive il giornale. Per mezzo della loro radio “acchiapparono i segreti, divulgarono i successi e le tragedie, registrarono i suoni e le voci di missioni in cui avevano messo il naso. Non perché fossero spioni di mestiere, - scrive “La Stampa”, - ma perché erano entrati in un gioco più grande di loro.” Tra l’altro bisogna dire che 20 anni non sono poi pochissimi, quando il giornalista scrive dell’alto grado professionale “dei bricconcelli dell’etere”. Giocavano benissimo il loro gioco, - nota l’autore dell’articolo. I servizi segreti d’America e dell’URSS sapevano di loro e li seguivano considerandoli dei gangster dello spazio. Secondo le parole dei fratelli Judica a loro piaceva semplicemente sapere qualcosa per primi, li appagava la conferma di qualcosa che non avrebbero dovuto sapere. E raccogliere attorno alla loro radio “giornalisti e televisioni di tutto il mondo”. Giochi innocui dei giovani “esploratori”.
VOCE: Come raccontano i fratelli Judica Torino era il primo punto dove i cosmonauti sovietici riprendevano contatto con le basi del loro paese dopo il black out imposto dal sorvolo degli Stati Uniti e dell’oceano. Colsero la voce di Jurij Gagarin e annunciarono la presenza del primo uomo nello spazio qualche minuto prima che lo ufficializzasse la TASS. Vogliamo precisare a questo punto che il comunicato fu diramato più tardi perché sulla “Vostok” il 12 aprile 1961 era salito il tenente Gagarina, ma atterrava... il maggiore Gagarin. In quegli attimi venivano preparati e firmati i documenti che lo avanzavano di grado. Con questo si spiega l’insignificante ritardo nella comunicazione della notizia. Di questo tra l’altro ha poi scritto anche la stampa sovietica.
VOCE: Poco dopo il volo di Jurij Gagarin del 12 aprile 1961, - raccontano i fratelli Judica, - essi avrebbero registrato nel maggio del 1961 “la morte in diretta di un equipaggio: due uomini e una donna”. Dobbiamo notare che a quei tempi nell’URSS non c’erano ancora navi spaziali pilotabili capaci di accogliere più di un cosmonauta. Le prime navi del tipo “Vostok” ( ne furono costruite sei) erano abbastanza piccole. Per questo i cosmonauti si sceglievano non solo in base alle loro capacità personali, ma tenendo conto anche della loro corporatura, statura. Infatti i primi cosmonauti, lo stesso Gagarin, e quelli che vennero dopo Titov, Nikolaev, Popovich, Bykovskij, Leonov e gli altri erano di piccola statura non più di un metro e 60. Ciò era dettato dalla necessità di economizzare in misure e peso della navicella. Per questi nel maggio del 1961 una navicella capace di accogliere tre cosmonauti semplicemente non esisteva. E anche le donne nella squadra dei cosmonauti cominciarono ad apparire solo dopo il volo di Gagrin. Gli allenamenti duravano un anno e Valentina Tereshkova, la prima donna che volò nello spazio, partì per la sua missione sulla “Vostok-6” solo il 16 giugno 1963. Valerij Bykovskij che compì la missione con lei, volava però su un’altra navicella, la “Vostok-5” ed era partito due giorni prima, il 14 giugno. E solo quando furono costruite navi spaziali più ampie del tipo della “Voskhod”, il 12 ottobre 1964 nello spazio fu lanciato un equipaggio di tre persone: il comandante della nave Vladimir Komarov, l’ingegnere di bordo Konstantin Feoktistov e il medico Boris Egorov. Dopo di questo nello spazio cominciarono a volare equipaggi composti di due o tre persone. Il 18 marzo 1965 partirono in volo sulla “Voskhod” Pavel Beljaev e Alexej Leonov e durante quella missione Leonov per la prima volta nel mondo uscì nello spazio aperto.
VOCE: Dopo di loro i cosmonauti cominciarono a volare sulle navi “Sojuz”. Era già morto Serghej Koroljov, il progettista capo della tecnica missilistica e delle navi spaziali sovietiche. E il primo volo della “Sojuz” con Vladimir Komarov a bordo si concluse tragicamente. La nave non era stata ancora collaudata del tutto, non tutto aveva funzionato come si deve e non si era dischiuso il paracadute. Koroljov aveva l’abitudine di controllare più volte il funzionamento di ogni sistema della navicella. Anche se prima nello spazio venivano lanciate piante, sorci, insetti, i cani cosmonauti.
VOCE: Bisogna dire che molto prima delle prove con gli uomini furono realizzati degli esperimenti con esseri biologici. Dal luglio del 1951 al settembre del 1962 vennero compiuti 29 voli sperimentali con i cani nella stratosfera all’altezza di 100-150 chilometri. Otti di quei cani morirono. Morirono per motivi diversi: la depressurizzazione della cabina, un intoppo nel sistema del paracadute, difetti nel sistema di assicurazione della vita. Purtroppo non ebbero nemmeno un centesimo di quella gloriosa notorietà che toccò poi agli altri loro “colleghi quadrupedi” che volarono poi sulle orbite attorno alla Terra. Anche se molto più tardi, ma del loro enorme apporto allo sviluppo della cosmonautica pilotata, alla storia della conquista dello spazio ha raccontato nel suo libro il luminare della medicina spaziale l’accademico Oleg Gazenko che aveva diretto l’Istituto della medicina aeronautica e spaziale, come allora si chiamava l’attuale Istituto dei problemi medico-biologici dell’Accademia delle Scienze della Russia.
VOCE: Ecco quanto scrisse nel suo libro l’accademico Gazenko dei tempi che precedettero il volo di Gagarin: “In tutto c’erano 5 navicelle spaziali, satelliti artificiali. Cominciarono a lanciarli nell’agosto del 1960 fino al 25 marzo del 1961. Di fatto erano già le navi su cui avrebbe volato Gagarin, erano le prove della sua nave fornite di tutti i sistemi di bordo. Aveva una forma sferica. Sopra vi ero lo scomparto con tutte le apparecchiature, sotto c’era il sistema di frenaggio. Prima di entrare negli strati densi dell’atmosfera tutto questo si staccava e discendeva solo la sfera. Prima si apriva il paracadute di frenaggio, poi il paracadute principale. All’altezza di 4 chilometri dal portello fuoriusciva la capsula con dentro il cane, che aveva un suo paracadute. Gagarin pure si catapultò! Così si sperimentavano tutti i sistemi nel loro complesso. La capsula, il contenitore si trovava sulla poltrona del futuro cosmonauta”.
VOCE: Nei due voli che precedettero quello di Gagarin, il 9 e il 25 marzo,fu catapultato automaticamente un manichino al quale per scherzo diedero il nome in codice di Ivan Ivanovich. Della necessità del volo di un simile manichino racconta il direttore dell’Istituto dei problemi medico-biologici l’accademico Anatolij Grigorjev.
(voce)
VOCE: In questi esperimenti il momento più interessante, come mi raccontavano i miei maestri Oleg Gazenko e Vassilij Parin, era anzitutto provare la collocazione dei rilevatori medici, come meglio agganciarli. In secondo luogo, bisognava stabilire le condizioni radiologiche durante il volo. Perciò non era semplicemente un manichino, era farcito di rilevatori che dovevano registrare l’influenza dei raggi cosmici sulle varie parti del corpo nella prospettiva che al suo posto si trovasse un organismo vivo. Questi erano i compiti e io credo che gli specialisti che vi lavorarono superarono felicemente la prova. Fu una cosa molto utile che diede tante informazioni di carattere scientifico. Questo volo avvenne dopo i cani, ma prima del volo di Jurij Gagarin, - ha detto l’accademico Anatolij Grigorijev.
VOCE: Nel processo di valorizzazione dello spazio cosmico non tutto poteva andare bene. Oleg Gazenko scrive nel suo libro: “Il 26 ottobre del 1960 al cosmodromo di Bajkonur sulla pista di lancio esplose e bruciò un missile balistico intercontinentale R-16 che si preparava per un ennesimo esperimento. Morirono tra le fiamme 92 persone tra cui il Comandante in capo delle truppe missilistiche, il maresciallo d’artiglieria Mitrofan Nedelin. Di questo allora si parlò poco. E chissà forse l’eco di quella tragedia diede il motivo ai fratelli Judica di parlare di “molte vittime nascoste”.
VOCE: “Un’altra volta, - scrive “La Stampa” riportando le parole dei signori Judica, - captammo il battito cardiaco e il respiro affannoso di un essere cui evidentemente mancava l’aria. Ci accusavano di inventarci persino i nomi degli astronauti, dimenticando che li prendevamo dalle riviste sovietiche”. Innanzi tutto i fratelli Judica potevano aver sentito il respiro di uno di quei poveri cani che non sopravvissero. Mentre i nomi dei cosmonauti che non avevano ancora volato nello spazio non li conosceva nessuno, erano tenuti nel massimo segreto! Perciò non potevano essere stampati su nessuna rivista sovietica.
VOCE: Vediamo quindi che nella pubblicazione della “Stampa” di Torino molte cose non combaciano... Siamo pronti ad ascoltare qualsiasi domanda e a continuare il dialogo facendo luce su fatti che un tempo si nascondevano. Abbiamo a disposizione molti ricordi di coloro che parteciparono a quegli avvenimenti che per la prima volta nel mondo, passo per passo, aprivano all’umanità la strada nello spazio cosmico. Avete delle domande da farci, qualcosa non è chiaro, per favore, scriveteci, cari amici.
VOCE: Il programma è stato curato dal commentatore della Voce della Russia Larissa Mugaljova specialista di problemi spaziali.

13 maggio 2007

Le controverse voci dei cosmonauti fantasma

Ringrazio Gianni Urso, di Rapportoradio, per aver segnalato su Play Dx list la trasmissione, su History Channel (canale 406 della piattaforma Sky) il 18 maggio, di "I pirati dello spazio", documentario sui fratelli Judica Cordiglia.

I pirati dello spazio di Alessandro Bernard, Enrico Cerasuolo, Paolo Ceretto
Il documentario su due intrepidi radioamatori italiani che inventarono un sistema per intercettare i satelliti e scoprirono i segreti dello spazio. Sul finire degli anni '50 due radioamatori, i fratelli Achille e Giovanni Judica Cordiglia, allestirono a Torino un vero e proprio centro di ascolto spaziale, chiamato Torre Bert. Usando tecnologie riciclate e da loro stessi adattate, riuscirono a captare suoni dallo spazio. E, il 4 ottobre 1957, intercettarono i suoni emessi dallo Sputnik 1. Questo straordinario successo fu il primo risultato cui seguirono altre intercettazioni di tutte le principali missioni spaziali realizzate dagli USA e dall'URSS, comprese alcune missioni in cui alcuni cosmonauti sovietici potrebbero aver perso la vita e sulle quali si mantenne il più assoluto riserbo.
In onda venerdì 18 maggio su History Channel (canale 406 di SKY), [dopo la presentazione] in anteprima assoluta il 13 maggio a Torino, al Cinema Pathé, nell'ambito della Fiera del Libro.
(Il trailer dei "pirati" si può trovare sul sito di History Channel)
Quella dei due fratelli torinesi (di origine brianzolo-comasca) Achille e Giovanni Battista Judica Cordiglia è una strana storia di tecnologia (pionieristica) e passione, che alla fine degli anni Cinquanta portò a straordinarie ricezioni radio relative al programma spaziale sovietico. E a registrare quelle che i due radioamatori classificarano come tragici tentativi di volo spaziale con equipaggio umano subito successivi alla missione di Gagarin. Nelle drammatiche registrazioni dei segnali captati nella loro Torre Bert, si sentirebbero gli ultimi sospiri di ignoti astronauti che, diversamente dal grande Jurij, non tornarono vivi a terra. Va subito detto che queste non possono essere considerate alla stregua di prove documentali. Si trattò di ipotesi che nel corso degli anni i russi e altri esperti hanno contestato. Ancora adesso, del resto, l'idea di una ecatombe di cosmonauti russi (ben 14, secondo gli autori delle intercettazioni), suggerita dalle interpretazioni dei nastri dei fratelli Judica, desta parecchie perplessità. Ho trovato per esempio questo recente thread su Forum Astronautico, che dimostra come il tema sia ancora attuale.
In questi ultimi giorni su Internet è stato un fiorire di anticipazioni su I pirati dello spazio, proiettato in anteprima oggi a Torino, nel quadro della Fiera del Libro. Rocco mi aveva inviato un articolo di Marco Ansaldo della Stampa ripreso da Dagospia (ormai c'è solo nella cache di Google). Ho trovato sui gruppi di Flickr una discussione iniziata da un amico di uno dei produttori del documentario. Grazie a lui ho potuto scovare uno spezzone del video Top Secret Radio, preparato dagli stessi Judica Cordiglia e prodotto dalla Ju.Ma di Max Judica figlio e nipote della coppia di radioamatori. Max ha una propria pagina su You Tube e qui potete vedere circa otto minuti del video Top Secret (dove ho già letto questo titolo?).
In effetti avevo saputo diversi mesi fa della preparazione del documentario firmato da Alessandro Bernard. Su un gruppo di discussione Internet avevo letto l'appello di qualcuno che aveva bisogno di riattivare una vecchia telescrivente. Con un rapido di giro di consultazioni avevo dirottato questa persona su Marco Bruno, uno dei guru della scena SDR in Italia. Marco mi aveva successivamente raccontato che il problema da risolvere era tecnico ma anche cinematografico: la produzione di un documentario aveva bisogno di filmare una telescrivente che batteva un determinato dispaccio di agenzia. La cosa era stata risolta con un terminale teletype ASCII (le telescriventi via filo e via radio funzionano in Baudot). Poi a Modena per l'SDR day, mentre stavamo gozzovigliando al ristorante, lo stesso Marco aveva precisato che il film riguardava la storia dei fratelli Judica Cordiglia. Insieme al documentario a Torino è stato presentato il libro, curato dai fratelli hacker spaziali, intitolato Dossier Sputnik (edizioni Vitalità-Minerva Medica, 19 euro). Radio3 Scienza ha trasmesso l'11 una interessante intervista con Achile e Giovanni Battista, la potete ascoltare seguendo questo link.
Non è la prima volta che RP affronta l'argomento delle prime comunicazioni spaziali (qui trovate anche qualche riferimento alle frequenze, estratte da un dossier della CIA ormai declassificato), ma dei fratelli Judica Cordiglia avevo accennato brevemente. Oltre al sito ufficiale di Gian Battista, perito del tribunale vale la pena consultare il sito bilingue Lost Cosmonauts, di Giovanni e Mario Abrate. Un articolo di Antonio Lo Campo era apparso su Boiler, rivista scientifica telematica dell'Enel, in un numero dedicato proprio a Jurij Gagarin ("Ma altri volarono prima di lui"). Leggendo Lost Cosmonaut potrebbe sembrare che le ipotesi formulate sugli astronauti deceduti in orbita siano praticamente un fatto assodato ma ostinatamente negato dai sovietici prima e dai russi poi. Non è così. Sven Grahn, grosso esperto di comunicazioni satellitari svedesi e autore di un magnifico sito Web ha scritto una documentata confutazione di questi ipotesi, analizzando le fonti disponibili su Lost Cosmonauts e su pubblicazioni originali dei fratelli Judica risalenti a più di 40 anni fa. Ecco la sua conclusione:

I think that the Judica-Cordiglia brothers did run a tracking station and picked up signals from various spacecraft. However, for some reason they thought that they needed sensational stories maintain their image of a "hot-shot" operation. Once they over-interpreted some receptions and made fantastic claims they were "trapped" and had to continue to produce sensations.
Another interesting fact related by Giovanni Abrate (one of the authors of the "Lost Cosmonauts" site) is found in his comment that:
"What is difficult to understand for those who did not live through these events in Turin, is that Torre Bert very rapidly became a center of media attention. Many of the relevant intercepts were actually made in the presence of national and international media. Some of Italy's most respected journalists 'lived' at Torre Bert, shared the Judica Cordiglia family's meals, in order to be present when the transmissions were intercepted. The US Vice-Consul in Turin provided intelligence and advance warning of possible impending soviet launches."
So, the presence of journalists may explain some of the claims. Journalists need to deliver stories to their editors. They cannot spend long hours at a "tracking station" and not report anything that sounds substantial...

Grahn cita anche un lungo articolo scritto nel 1975 da James Oberg, in cui le teorie dei cosmonauti morti, basate su dispacci di agenzia italiani che negli anni sessanta fecero il giro del mondo, furono ampiamente smitizzate. Il link inserito da Grahn non funziona più, ma ho trovato l'articolo di Oberg, consulente aerospaziale della NBC, sul sito di quest'ultimo. Trent'anni fa l'esperto affermava che forse non si potrà mai scrivere la parola fine sul mito, vero o presunto, degli sfortunati predecessori di Gagarin. Ma che le "prove" fornite dai fratelli Judica Cordiglia in realtà non dimostravano niente.