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14 dicembre 2011

Lightsquared contro tutti: la futura rete mobile 4G interferisce con il GPS?

Per una volta a essere preoccupati delle possibili interferenze radio non sono quei facironosi nostalgici dei radioamatori, attaccati a un'idea di radiofonia che non esiste più. Negli Stati Uniti si sta riscaldando sempre di più la polemica sui futuri servizi broadband di quarta generazione "LTE" dell'operatore Lightsquared, che ha ricevuto dalla FCC l'autorizzazione a servirsi di due blocchi di 34 MHz situati nella banda satellitare "L" (secondo la classificazione della IEEE), corrispondenti a due finestre tra 1525 e 1559 e 1626.5 e 1660.5 MHz. La prima di queste due finestre è adiacente al blocco, centrato intorno ai 1575 MHz utilizzato dal sistema satellitare di radioposizionamento GPS.
La situazione è complicata da una circostanza. In origine Lightsquared aveva ottenuto una licenza da operatore di telecomunicazioni mobili satellitari. In seguito l'azienda è stata autorizzata a servirsi delle stesse frequenze per realizzare una rete ibrida terrestre-satellitare. L'obiettivo dichiarato è di dare agli americani una copertura broadband mobile sull'intero territorio nazionale (Lightsquared in realtà non offrirà i suoi servizi direttamente agli abbonati, ma agirà da operatore "wholesale", un grossista di banda che avrà rapporti d'affari con altri operatori retail). Uno scopo quanto mai nobile, se non fosse per i fondati timori delle interferenze prodotta da antenne non più orbitali bensì terrestri proprio sulle frequenze utilizzate da milioni di ricevitori GPS integrati a bordo di telefonini, tablet, navigatori per l'auto.
Che problema c'è - si dirà - se il segnale di Lightsquared si ferma più di 15 MHz sotto il canale utilizzato dai deboli satelliti di radioposizionamento? La difficoltà è legata al tipo di componentistica usata per questi ricevitori, i cui filtri di ingresso potrebbero non reggere adeguatamente alla presenza di campi elettromagnetici molto intensi così adiacenti alle frequenze di ricezione. Tali campi potrebbero avere un effetto "bloccante" come si dice in gergo e finirebbero per compromettere il buon funzionamento di un Tom Tom che si trovasse a passare nelle vicinanze di una stazione base Lightsquared.
La faccenda è piuttosto seria perché dal GPS dipendono servizi utilizzati da milioni di persone e un'intera industria di componenti e dispositivi. Questa industria si è consorziata per dar vita a un movimento "anti-Lightsquared" che si è rivolto alla FCC e al Parlamento americano e i cui documenti sono a disposizione del pubblico attraverso il sito Web "Save Our GPS". Questo movimento - guidato da imprese come Garmin, ma anche da linee aeree e società di trasporti - afferma di avere accumulato prove sufficienti sulla pericolosità della futura rete mobile. Molto recentemente l'agenzia oceanografica americana, la NOAA, ha pubblicato una ricerca molto pessimista sulle conseguenze negative che la futura rete wireless a larga banda avrà sui sistemi meteorologici attualmente in funzione.
A sua volta Lightsquared, che nel novembre del 2010 ha già messo in orbita geostazionaria il satellite SkyTerra 1, risponde con una serie di contro-studi che dimostrerebbero la possibilità di utilizzare delle tecniche di "mitigazione" basati su una riduzione delle frequenze e dei livelli di potenza impegnati, nonché sull'adozione di specifiche modifiche da apportare alle antenne e ai moduli di ricezione GPS. Lightsquared si chiede inoltre il perché di tutta questa indignazione da parte dell'industria della radionavigazione. Le licenze FCC sono state assegnate da anni, sostiene l'operatore, da anni i costruttori di componenti GPS sapevano che in futuro i loro sistemi di ricezione avrebbero dovuto affrontare la questione delle interferenze da parte di servizi ancora in divinire. Se era possibile costruire ricevitori più selettivi e immuni dai disturbi, perché non è stato fatto prima? L'azienda ha inoltre messo in dubbio l'attendibilità delle misurazioni effettuati dai suoi "avversari".
Difficile capire come finirà la disputa, ma se nel campo del GPS la posta in gioco è molto alta, anche per una società come Lightsquared l'impegno economico non è trascurabile. Senza contare l'aumento di domanda di nuovi servizi di connessione a Internet in mobilità e la necessità di venire in qualche modo incontro a tale richiesta.

07 maggio 2010

Fibra (ottica) per l'Italia

Il Quinta, impegnato oggi con il varo del consorzio DMIN.it, mi ha chiesto di fargli la cronaca live blogging della presentazione oggi a Milano della proposta 2010 Fibra per l'Italia, la "one network" secondo Vodafone, Wind e Fastweb. In soldoni si tratterebbe di lanciare un ambizioso progetto di rete a banda larga in fibra ottica, to the home e non secondo il (più economico) sistema G-PON (GigaEthernet Passive Optical Network) ma con una architettura point to point che costa di più ma assicura maggiore flessibilità in termini di apparati-utente e molta più capacità e upgradabilità. L'idea è di realizzare questa infrastruttura affidandola a un consorzio di operatori strutturato come azienda a partecipazione collettiva, senza evidenti posizioni dominanti. La società si occupa di realizzare una unica infrastruttura "a prova di futuro" e la affitta a condizioni eque e uguali per tutti agli operatori che vogliono erogare i servizi.
A presentare l'idea c'erano Bertoluzzo, Gubitosi e Schloter, i tre ad. Di rete condivisa si parla in Italia dall'epoca del cosiddetto Piano Rovati, quando Prodi era ancora al governo. Di una infrastruttura di rete di accesso in fibra in grado di erogare servizi a larga banda da 100, possibilmente 1000 megabit, l'Italia ha un drammatico bisogno perché la nostra attuale infrastruttura largamente in rame non ne può più. Occorre pensare in termini di New Generation Network, perché anche dal punto di vista delle architetture di trasporto siamo indietro. Ma una infrastruttura del genere è costosa per un operatore dominante come Telecom, che domina soprattutto nella classifica dei debiti. E costi a parte non si avverte alcune necessità di ridondanza. La strada per la One Network è stata tuttavia costellata da ostacoli. Telecom non ne ha mai voluto sapere di conferire la sua infrastruttura alla collettività o a una società di gestione indipendente.
Vodafone, Wind e Fastweb rilanciano il concetto di infrastruttura condivisa dicendo in pratica: cari signori del governo e dell'Agcom, sediamoci tutti intorno a un tavolo, discutiamo della governance di questa infrastruttura, che deve essere concepita come grande progetto di politica di sviluppo nazionale. Stabiliamo i criteri e i prezzi per mettere a disposizione questa infrastruttura a tutti gli operatori. Costruiamola attraverso una società partecipata da tutti gli operatori, senza creare posizioni dominanti. Secondo Bertoluzzo gli economics ci sono, la fibra nuova può costare meno del rame. Manutenere una linea in rame per dieci anni costa 900 euro e rotti, con la fibra tra realizzazione e manutenzione si spenderebbe 50, 60 euro in meno. Ma c'è un requisito fondamentale: il rame ce lo dobbiamo scordare, quando la fibra arriva, TUTTI passano sulla fibra, esattamente come in uno switchoff (non a caso è stato fatto l'esempio della migrazione alla tv digitale terrestre).
L'infrastruttura condivisa non richiederà investimenti di denaro pubblico, fatto salvo il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti, la si può realizzare con relativamente pochi soldi. Quindici comuni per dieci milioni di abitanti richiedono una spesa di 2,5 miliardi di in cinque anni e in nove anni si arriva al break even. Ipotizzando un quarto di capitale in equity (denaro sborsato dai realizzatori), 800 milioni, e si può partire.
Ora il progetto verrà presentato alle istituzioni (l'impegno del regolatore sarà fondamentale). Non partire, continuare a sostenere le infrastrutture vecchie, sarebbe un suicidio per una nazione che sulle telecomunicazioni di nuova generazione deve investire una buona fetta del suo futuro di nazione avanzata.
Detta così non ci può essere che una conclusione: la rete condivisa, in Italia, non si farà.



Alcuni link di approfondimento, con il documento della Harvard Law School sul broadband e l'analoga iniziativa che Swisscom ha proposto in Svizzera, Fibre Suisse.


19 agosto 2009

La FCC su Twitter per discutere di banda larga

Il regolatore americano, la Federal Communications Commission, ha deciso di servirsi degli strumenti del Web 2.0 per stimolare il dibattito e lo scambio di idee sul National Broadband Plan, l'ambizioso piano di investimento in infrastrutture e servizi di banda larga previsto nel quadro della politica di rilancio economico dell'amministrazione Obama. Oltre a un blog, subito denominato Blogband, la FCC ha aperto un canale su Twitter. Nel suo messaggio augurale, il nuovo responsabile della FCC Julius Genachowsky ribadisce che anche in questo caso la FCC intende confermare il suo approccio "aperto e partecipativo", offrendo al pubblico il modo di interagire con l'agenzia che tra circa sei mesi dovrà presentare il piano NBP davanti al Congresso. In precedenza, un analogo sforzo partecipativo era stato dispiegato nel corso dei pubblici incontri dedicati al tema del localismo nella programmazione della radio e della televisione, uno dei recenti cavalli di battaglia del regolatore.

FCC LAUNCHES “BLOGBAND” TO CHRONICLE NATIONAL BROADBAND PLAN
Also Launches Microblog on Twitter

Washington, D.C. – To stimulate public dialogue over the development of a National Broadband Plan, the Federal Communications Commission is launching a new blog, called “Blogband.” The blog will chronicle the development of the plan and invite readers to comment.
“To foster public dialogue about the National Broadband Plan, we’re tapping the power of the Internet to launch a new FCC blog,’’ FCC Chairman Julius Genachowski wrote in the blog’s first post. “Blogband will keep people up-to-date about the work the FCC is doing and the progress we’re making. But we want it to be a two-way conversation. The feedback, ideas, and discussions generated on this blog will be critical in developing the best possible National Broadband Plan.”
The blog can be found at http://blog.broadband.gov.
The FCC is also launching on the microblogging platform, Twitter, at http://www.twitter.com/fccdotgov. The FCC’s tweets will include news about the FCC and
progress reports on the National Broadband Plan. The American Recovery and Reinvestment Act of 2009 directed the FCC to submit a National Broadband Plan to Congress by February 17, 2010 that addresses broadband deployment, adoption, affordability, and the use of broadband to advance solutions to national priorities, including health care, education, energy, public safety, job creation, investment, and others.