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17 marzo 2009

Dalla StaSi all'Estonia, storie di spie e Pace Fredda

La lettura del blog del belga Dirk Rijmenants sul tema dell'intelligence è sempre molto istruttiva. Dirk si focalizza soprattutto sul tema della cosiddetta SIGINT, la SIGnal INTelligence, che nel mondo dello spionaggio fa da contraltare alla HUMINT: la prima riguarda le informazioni che i servizi segreti e di controspionaggio raccolgono attraverso l'attività di intercettazione dei vari canali di comunicazione protetti e no. La seconda pertiene invece alla informazioni raccolte dagli agenti sul campo, alla loro capacità di venire a conoscenza di informazioni o documenti che circolano o vengono prodotti tra esseri umani.
Un post recente di Dirk è dedicato all'analisi di uno dei servizi segreti più temuti negli annni della Guerra Fredda, l'ormai mitica Staatssicherheit (StaSi) della ex Germania orientale. Una organizzazione che a seconda delle fonti reclutava dai 20 ai 30 mila agenti e raccoglieva l'80 percento delle informazioni che i sovietici riuscivano a procurarsi in Germania occidentale e in altre nazioni della NATO. Sulla StaSi sono stati scritti libri, sono stati girati film di successo (come lo straordinario La vita degli altri). E' un mito della seconda metà del Novecento che come tutti i miti forse andrebbe rivisitato in chiave più storicistica, specie se lo si pensa in un contesto politico e culturale che forse puntava un po' troppo su una presunta "invincibilità" di un sistema di controllo rivelatosi - con tutte le sue negatività e le atrocità commesse - del tutto inefficace davanti alla sgretolazione del blocco orientale.
Tornando a Dirk e al suo blog, vi suggerisco di andare a leggere il post intitolato StaSi SIGINT Operations, dove vengono citati libri e studi molto dettagliati sulle attività di intercettazione elettronica (ritenuta a torto da precedenti studiosi meno importante delle attività di HUMINT). La DDR aveva in realtà messo in piedi, secondo i documenti raccolti dopo la caduta del Muro, una poderosa rete di intercettazione radio-telefonica che faceva capo alla III Sezione (Hauptabteilung):
HA III had 25 departments, over 2000 staff officers and some 80 installations in East Germany. They monitored shortwave transmissions and more than 30,000 West German telephones from military, diplomatic and intelligence personnel from both West Germany and NATO. They also eavesdropped on radio signal paths (telephone relay) used by the Federal Post Office, and on VHF radios of the BND (West German intelligence) surveillance teams. Virtually all West German satellite-based telephone, Telex, fax, and data transmissions were monitored, as well as the MARISAT, FLEETSATCOM, LEASAT, and INTELSAT communications satellites.
Dirk cita un articolo apparso nel 2002 sulla rivista Studies in Intelligence pubblicata dalla CIA in cui Benjamin Fischer recensisce un lavoro apparso in Germania nel 1999. Una versione più estesa dell'articolo di Fischer è disponibile a questo indirizzo del sito di Manfred Bischoff sulla SIGINT e la guerriglia elettronica.
Già che ci siete, in nome di una continuità storica che ha davvero qualcosa di sinistro, andate anche a leggervi il post sullo scandalo spionistico scoppiato in Estonia alla fine dello scorso anno, quando si è scoperto che per anni un funzionario della polizia estone, Herman Simm, ha trasmesso ai russi - utilizzando un apparecchio radio degno dei migliori racconti sulle Number Stations (le stazioni radio che trasmettono lunghi messaggi cifrati verso le centrali spionistiche) - i segreti dell'Alleanza Atlantica. Le informazioni raccolte da Dirk su quella che il tedesco Der Spiegel chiama Pace Fredda, fanno molto pensare al ruolo della Russia post sovietica e a quanto, del "vecchio" apparato di intelligence, sia stato davvero messo in pensione. Secondo quanto scritto dall'Economist a fine febbraio, Simm (qui Radio Free Europe si interroga sulle conseguenze dello scandalo in seno alla NATO) è appena stato condannato da un tribunale estone, ultima tappa di un braccio di ferro est-ovest che sembra destinato a non finire mai.
Domenica scorsa Il Sole 24 ore ha dedicato con Angelo Mincuzzi un lungo reportage al centro anti cyberwar che la NATO sta allestendo proprio a Tallinn, con la sponsorizzazione anche di noi italiani, il Cyberdefence Competence Center. C'è da chiedersi se i paesi baltici siano davvero il luogo più opportuno per istituzioni del genere. Una decina di giorni fa una corrispondenza di Radio Free Europe riportava le ultime rivelazioni sul famoso cyberattacco del 2007 contro i siti Web della pubblica amministrazione estone (e non solo). In particolare i giornali russi hanno denunciato il ruolo, inquietante, di un deputato della Duma, Sergei Markov, molto vicino all'amico Putin.

07 novembre 2007

La sfortunata radio pirata di Altenburg (DDR)

In Germania è diventata un romanzo la tragica storia (vera) di Hans-Joachim Näther, uno dei quattro leader di un movimento di protesta ad Altenburg, in Turingia, nel 1949. La DDR era una realtà (una triste realtà) da pochi mesi e nel laboratorio di elettronica di una scuola di Altenburg il gruppo di Hans-Joachim aveva costruito una emittente clandestina che disturbava le frequenze ufficiali di Stimme der DDR denunciando i crimini staliniani. La protesta durò pochissimo, perché la famigerata Stasi agì tempestivamente e senza alcuna pietà. I quattro responsabili della radio pirata (e di alcuni volantini altrettanto "sovversivi") furono sottoposti a un processo segreto a Mosca e Näther venne fucilato, senza tanti complimenti, a 21 anni di età, nel 1950. La storia si può leggere su questa pagina del sito Jugend Opposition, dove sono pubblicate anche le fotografie della stazione clandestina.
Ora un documentarista, Steffen Lüddemann, che aveva già realizzato un corto sui quattro di Altenburg ("4 Schüler gene Stalin") ha romanzato la vicenda in un libro, "50 Hertz gegen Stalin", 50 Hertz contro Stalin. La recensione qui riportata è stata pubblicata da Freies Wort, quotidiano della Turingia:


Roman
Radio-Funker gegen Stalin
Dokumentarfilmer macht aus thüringischer Widerstandsgeschichte ein Buch
Erschienen am 07.11.2007 00:00
Von Antje Weger

Der Roman „50 Hertz gegen Stalin“ liest sich streckenweise wie ein Drehbuch. Doch der Autor Steffen Lüddemann hat darin keine Fiktion, sondern die Wirklichkeit verarbeitet. Die beginnt am Abend des 21. Dezember 1949. In Altenburg treffen sich heimlich vier Freunde. Die drei Abiturienten und ein Lehrling gehören einem oppositionellen Zirkel an. Die DDR ist noch keine drei Monate alt, doch längst hat sich unter der sowjetischen Besatzungsmacht die zweite deutsche Diktatur verfestigt. Und das wollen die vier nicht tatenlos hinnehmen. Das Nazi-Regime, das sie als letztes Aufgebot in den Krieg schickte, ist ihnen noch allzu gegenwärtig.
Bislang hat die Gruppe Flugblätter aus Westberlin von der „Kampfgruppe gegen Unmenschlichkeit“ in die thüringische Kleinstadt geschmuggelt. In nächtlichen Aktionen haben sie die Blätter mit dem „F", dem Zeichen für Freiheit, überall angeklebt, sogar – ein besonderer Husarenstreich – am Gebäude der SED-Kreisleitung. Doch an diesem Dezemberabend, Stalins 70. Geburtstag, starten sie eine beispiellose Aktion.
Wilhelm Pieck hält eine Festansprache, die über den Rundfunk übertragen wird. Mit einem selbstgebauten Radiosender stört die Gruppe die Lobhudelei des DDR-Präsidenten auf den Generalissimus und verbreitet ihr eigenes Programm. Sie erklärt, Stalin sei Massenmörder und Diktator. Es gebe keine Meinungsfreiheit, wieder würden Unschuldige in Konzentrationslager gesperrt.

Abruptes Ende

Die Antwort auf diese Aktion lässt nicht lange auf sich warten: Im März 1950 wird die Gruppe von der gerade gegründeten Staatssicherheit verhaftet. In einem Geheimprozess werden die Mitglieder von einem russischen Militärgericht verurteilt: drei von ihnen zu Haftstrafen bis zu 25 Jahren, einer zum Tode.
Diese Geschichte hat Steffen Lüddemanns bereits in dem mehrfach ausgestrahltem Dokumentarfilm „Vier Schüler gegen Stalin“ dokumentiert. Der Film, eine Koproduktion unter anderem mit dem MDR, ist an Originalschauplätzen unter Mitwirkung von Zeitzeugen entstanden. Im Roman orientiert sich Lüddemann stark an den historischen Fakten, konzentriert sich allerdings nur auf die kleine Schülergruppe.
Schnell kann sich der Leser mit ihr identifizieren. In Wirklichkeit zieht der Widerstand in Altenburg aber weit größere Kreise. Am Ende bezahlen ihn auch zwei junge Lehrer und noch ein weiterer Abiturient mit dem Leben. Auch die Zahl der Verhafteten und zu Freiheitsstrafen verurteilten Schüler ist viel höher. Umso verwunderlicher, dass Lüddemann auf jede Bemerkung verzichtet, die auf den authentischen Hintergrund des Buches verweist. Dabei wäre solch eine Klarstellung, etwa als Epilog, doppelt wichtig: Das Buch richtet sich vor allem an ein jugendliches Publikum und über den Widerstand in der frühen DDR ist in der Öffentlichkeit immer noch wenig bekannt.
Das gilt auch für den Kopf der Gruppe um den Radiosender, Hans-Joachim Näther, geboren 1929. Sein Schicksal wird erst 1997 geklärt: Am 12. Dezember 1950 wird er in Moskau erschossen und auf dem Donskoje-Friedhof verscharrt. Den übrigen Mitgliedern, noch vor dem Mauerbau aus der Haft entlassen, gelingt die Flucht in den Westen.
Im Roman steht „Joachim Cornelsen“, an die historische Person Näthers angelehnt, im Mittelpunkt. Cornelsen fällt durch seine Aufmüpfigkeit auch gegen den angepassten Vater auf. Er verfasst Gedichte und glänzende Aufsätze, will (wie Näther) Journalist werden. Die Freunde eint die Abneigung gegen FDJ-Drill samt neuer Indoktrination und der Wunsch nach einem System, in dem nicht wie bei zweien von ihnen Väter willkürlich verhaftetet werden und spurlos verschwinden.
Gut zeichnet der 45-jährige Autor die Atmosphäre von alltäglicher Einschüchterung und Opportunismus, von der sich die vier nicht anstecken lassen. Den Spannungsbogen baut er geschickt Schritt für Schritt auf den historischen Ereignissen auf. Schade, dass er ihn am Ende abrupt abbricht und den Leser ratlos zurücklässt.

Steffen Lüddemann: 50 Hertz gegen Stalin. Der Tatsachen-Roman erschien im Patmos-Verlag und kostet 14,90 Euro.